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Nuove regole per l’elezione dei vescovi in Cina, governo decide nomi

Nuove regole per l’elezione dei vescovi in Cina che rafforzano il controllo della Bcccc, Bishops Conference of the Catholics Church in China, la conferenza dei vescovi cinesi che è appoggiata dal governo e non è riconosciuta dalla Santa Sede. In base alle nuove disposizioni, entrate in vigore in aprile ma delle quali si sa solo da qualche giorno, una diocesi deve cercare l’accordo con la Bcccc e con la commissione per gli affari religiosi per poter iniziare il processo di elezione e di ordinazione di un nuovo vescovo. La vecchia normativa invece, più snella, prevedeva solo che la diocesi dovesse gestire la procedura a livello provinciale. “La modifica – ha commentato Anthony Lam Sui-ki, ricercatore della diocesi del centro studi dello Spirito Santo di Hong Kong – rappresenta un passo indietro perché blocca la normalizzazione della vita della Chiesa in Cina. Ma allo stesso tempo ricorda ai vescovi ordinati dal Vaticano che devono essere coraggiosi e non farsi impaurire dalle autorità”. Le relazioni tra la Cina e il Vaticano sono negli ultimi anni particolarmente tese.

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Primo appello di Papa Francesco per liberta’ religiosa ai cattolici cinesi

Appello del Papa per i cattolici cinesi, al termine dell’udienza generale, a due giorni dalla festa della Madonna di Sheshan di Shangai, simbolo della perseveranza nella fede dei cattolici in Cina. Si tratta del primo intervento pubblico del nuovo Papa nel complicato dossier Cina che ha ereditato dal predecessore. Papa Francesco, davanti agli oltre 50 mila radunati in piazza San Pietro, ha dunque ricordato che il 24 maggio è il giorno dedicato alla Madonna di Sheshan e ha invitato “i cattolici di tutto il mondo a unirsi in preghiera con fratelli e sorelle che sono in Cina per implorare da Dio la grazia di annunciare con umiltà e con gioia Cristo morto e risorto, di essere fedeli alla sua Chiesa e al Successore di Pietro, e di vivere la quotidianità nel servizio al loro Paese e ai loro concittadini in modo coerente con la fede che professano”. Ha quindi pregato con le parole che i cinesi rivolgono alla Madonna del santuario di Sheshan: “sostieni l’impegno di quanti, in Cina, tra le quotidiane fatiche, continuano a credere, a sperare, a amare, affinché mai temano di parlare di Gesù al mondo e del mondo a Gesù”. Nel 2007, con la sua Lettera ai cattolici cinesi, Benedetto XVI ha proclamato per il 24 maggio una Giornata mondiale di preghiera per la Cina, da allora il santuario di Shanghai, è divenuto meta di pellegrinaggio di tutti i cinesi che, pur tra ostacoli di vario genere frapposti da polizia e autorità, si recano a pregare la Madonna. Intervenendo prima della Giornata, il Papa dà sostegno a quanti sfideranno gli ostacoli per andare a pregare nel santuario, e dà anche un segnale al governo di Pechino. La mano tesa al gigante asiatico da papa Ratzinger con la Lettera non ha infatti dato i risultati sperati, nella complicata situazione dei cattolici divisi tra Chiesa clandestina, fedele al Papa, e chiesa ufficiale, collegata alla Associazione patriottica, emanazione governativa che avrebbe voluto creare una chiesa nazionale antagonista ai papi. Tra le partite aperte tra Roma e Pechino, le nomine dei vescovi, con il tentativo di Pechino di condizionarne la libera scelta da parte del Papa. I cattolici in Cina, inoltre, sia laici che preti o vescovi, subiscono numerose restrizioni alla libertà religiosa. Nell’appello papa Francesco, senza dire parole di rottura, ha ribadito la posizione di Ratzinger: i cattolici cinesi hanno il diritto di essere fedeli al Papa, pur volendo con certezza essere dei buoni cittadini cinesi.

fonte: ANSA

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Morto vescovo di Shanghai, fu detenuto 27 anni

E’ morto in Cina mons. Aloysius Jin Luxian, vescovo coadiutore di Shanghai. Aveva 96 anni – riferisce un comunicato della sala stampa della Santa Sede – ed è morto il 27 aprile. Il presule, gesuita, era nato nel 1916 nel distretto di Nanshi della città di Shanghai ed è stato “una personalità chiave nella storia della Chiesa cattolica in Cina degli ultimi 50 anni”, sottolinea la nota. Studiò prima in Cina e poi in Europa ma con l’avvento della Repubblica Popolare Cinese, nel 1950 fu richiamato in patria e, a seguito degli avvenimenti politici del tempo e dell’espulsione dei gesuiti stranieri, nel 1951 fu nominato rettore temporaneo del seminario regionale di Xuhui (Shanghai). Jin Luxian fu arrestato nel 1955, sottoposto a processo, e condannato. Venne rilasciato dopo 27 anni di detenzione. Nel 1985 il rev. Jin Luxian accettò di essere consacrato vescovo per la diocesi di Shanghai, ma senza approvazione pontificia. Approvazione che ottenne una quindicina d’anni dopo, divenendo vescovo coadiutore di Shanghai, dopo aver manifestato la sua fedeltà al Papa.

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Per la stampa cinese, buono l’approccio di Papa Francesco, ma Chiesa troppo rigida

E’ arrivata anche in Cina l’eco della cerimonia inaugurale del pontificato di Papa Francesco, anche se nessun leader di Pechino vi ha partecipato. Sono vari i giornali cinesi che riportano con enfasi la notizia dell’inizio del nuovo pontificato e che sottolineano gli elementi di novita’ rispetto al passato. Inevitabile il confronto con il papa precedente. Il Global Times sottolinea come Papa Francesco abbia un approccio piu’ confidenziale e affettuoso nei confronti della gente rispetto al Papa emerito Benedetto XVI. La Cina si aspetta molto da Papa Francesco. ”Noi ci aspettiamo che questo nuovo Papa porti una ventata di novità’ anche nei rapporti tra la Cina e il Vaticano – ha commentato al Global Times Zhang Shengjun, professore di politica internazionale all’università’ di Pechino – oltre a portare novita’ nella chiesa cattolica romana”. Il Ministero degli Esteri cinese non ha fatto commenti a seguito della cerimonia di martedi’ al Vaticano ma domenica ha detto che la Cina si aspetta che la Chiesa possa fare dei cambiamenti che migliorino i rapporti bilaterali. Una delle questioni più’ spinose resta il rapporto con Taiwan. La Cina infatti vorrebbe che il Vaticano riconoscesse la Repubblica Popolare Cinese come l’unico governo a rappresentare la Cina. Ma, almeno per ora, la presenza del leader taiwanese alla cerimonia di insediamento di Papa Francesco non sembra portare verso questa direzione, tanto da suscitare polemiche nella chiesa locale. Secondo Zhao Yongsheng, ricercatore presso l’Accademia cinese di scienze sociali, la Cina e il Vaticano stanno fronteggiando sfide simili per la salvaguardia dei diritti dei poveri. Secondo Zhao la scelta di un Papa non europeo rappresenta un importante gesto in termini di apertura della Chiesa e fa ben sperare per il futuro. Per Chen Qijia, professore di religione all’Universita’ del Popolo, la chiave del dissidio tra la Cina e il Vaticano sta soprattutto nel fatto che la Cina insiste nel nominare i cardinali e d’altro canto il Vaticano non ha mai mostrato ”nessuna grossa volonta’ di cambiare su questo argomento, restando rigido”.

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Ordinazioni sacerdotali da vescovo non in comunione con Roma, nel giorno dell’intronizzazione di Papa Francesco

Due sacerdoti sono stati ordinati in Cina da un vescovo consacrato senza approvazione papale, nel giorno della messa dell’inizio del pontificato di Papa Francesco. Lo riferiscono fonti cattoliche sotterranee in Cina. Il vescovo Ma Yinglin di Kunming, ha ordinato ieri due sacerdoti nella provincia meridionale cinese dello Yunnan. Secondo le fonti, l’ordinazione era stata già organizzata da mesi nella solennità di San Giuseppe, che poi è coincisa con la prima messa papale del nuovo pontefice. Durante la messa, il vescovo Ma ha comunque chiesto di pregare perché il nuovo Papa possa raggiungere con la Cina l’unità. L’ordinazione, avvenuta nella città di Ruili nei pressi del confine con il Myanmar, ha lasciato sorpresi in molti sia per la coincidenza con la messa papale, sia per le parole del vescovo Ma, che è alla terza ordinazione (due preti nel 2008 e sei nel 2012) dal 2006, quando é stato consacrato vescovo senza il mandato papale. Ma è anche presidente, dal 2010, della conferenza episcopale cinese e vice presidente dell’associazione patriottica cattolica cinese, entrambe non riconosciute da Roma, oltre ad essere membro della conferenza politica consultiva del popolo cinese, massima istituzione cinese con funzioni consultive.

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Verso il Conclave: in Cina si prega (in silenzio) per rapporti normali con Roman

Sulla collina a occidente della capitale economica cinese, dove dal 1863 si staglia il santuario (divenuto tale nel 1942) di Nostra Signora di Sheshan, l’aria non è inquinata come nella metropoli Shanghai di cui fa parte, ma è pesante. L’atmosfera è surreale alla vigilia del Conclave che eleggerà il nuovo Papa di Roma: da un lato sembra di partecipare ad un normale pellegrinaggio in qualsiasi santuario mariano del mondo con pellegrini, bancarelle, venditori, oggetti sacri. Dall’altro, però, senti gli sguardi della gente, dei custodi, e di coloro che si chiedono se quell’occidentale con macchinetta fotografica e che ogni tanto scambia qualche parola con i fedeli, sia solo un turista. Sheshan è il centro del cattolicesimo cinese, l’unico santuario mariano del genere in tutta la terra di mezzo. Nel 2008 Papa Benedetto XVI compose la preghiera alla vergine di Sheshan, affidando a lei, venerata come ‘aiuto dei cristiani’, le sorti della Chiesa in Cina. A lei l’anno prima, il 27 maggio del 2007, lo stesso papa dimissionario ha affidato la Cina cattolica quando scrisse la famosa “lettera ai vescovi, ai presbiteri alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese”, chiedendo che la ricorrenza della Madonna di Sheshan, il 24 maggio, diventasse in tutto il mondo giornata di unione e preghiera per la Chiesa in Cina. Non lontano dalla basilica minore che ospita la statua della Madonna di Zose (il modo con cui in dialetto shanghainese si pronuncia Sheshan), c’é anche il seminario dove è ospitato da luglio in ‘ritiro spirituale’ il vescovo Taddheus Ma Daqin, ex vescovo ausiliario di Shanghai, consacrato il 7 luglio 2012 con il consenso papale e che il giorno stesso dell’ordinazione annunciò le sue dimissioni dalla sua carica in seno all’Associazione della Chiesa Cattolica Patriottica cinese (Cpa), per concentrarsi meglio sul suo ministero. Da allora è li dentro, senza contatti con l’esterno, di fatto detenuto. A dicembre gli fu revocato il mandato di vescovo ausiliario di Shanghai. Dallo scorso mese di novembre, non è neanche aggiornata la sua pagina sul servizio di microblog cinese Weibo sia su un altro social network sempre di Sina. Di lui non si sa nulla. L’accesso al seminario è off limits per tutti, anche per coloro che si spacciano per turisti. Veniamo gentilmente respinti. Bocche cucite anche fra i pellegrini, nessuno parla. Due anziani, con gli occhi, ci fanno notare un paio di telecamere posizionate nell’area del santuario. L’atmosfera nella basilica è strana, diversi visitatori cinesi fanno molta confusione, si avvicinano il più possibile alla statua della Madonna che tiene il Bambino in alto per fare foto, si alternano dinanzi ai quadri e agli altari. In alcuni angoli, invece, altri pregano. Una donna, con voce bassa, ci dice di stare pregando per la Chiesa, per il nuovo papa, sotto il quale spera possano normalizzarsi i rapporti con la Cina. Non è un momento semplice per la chiesa cattolica a Shanghai. Oltre alla situazione del vescovo Ma, c’é anche quella di Aloysius Jin Luxian, il vescovo 97nne che ha trascorso diversi anni in carcere e che, pur essendo presidente onorario della Chiesa patriottica e della conferenza dei vescovi cinesi (non in comunione con Roma), chiese ed ottenne il riconoscimento del Vaticano. Ha lavorato molto per il riavvicinamento con la Santa Sede, è un punto di riferimento per i cattolici cinesi. Purtroppo in questo periodo é gravemente ammalato. Anche per lui si prega a Sheshan.

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Verso il Conclave: per cardinale Vietnam, necessaria più attenzione a governo della Chiesa

”Il nuovo Papa dovra’ toccare i cuori di tutti gli uomini”, ma anche ”preoccuparsi di più dell’amministrazione interna” della Chiesa. Ad affermarlo, in un’intervista all’ANSA e’ il cardinale Jean-Baptiste Pham Minh Man, arcivescovo di Ho Chi Minh (ex Saigon), ed elettore nel prossimo conclave . ”Per eleggere la persona piu’ adatta per un incarico gravoso come questo, la questione non e’ relativa alla sua origine nazionale o a preoccupazioni geografiche, ma occorre trovare l’uomo che possa rispondere bene a queste sfide”, aggiunge. ”Abbiamo assolutamente bisogno di riflettere attentamente, ma la cosa piu’ importante e’ quella di aprire i nostri cuori alla guida dello Spirito Santo”, chiosa il porporato. La chiesa vietnamita e’ una delle piu’ attive in Asia. Come ha accolto la notizia delle dimissioni del Pontefice? ”Siamo rimasti sorpresi anche noi della sua decisione; adesso, con lo spirito della fede, cogliamo la lezione che Benedetto XVI ci ha lasciato, soprattutto la sua umilta’ e il suo affidamento a Dio e alla divina volonta”’. A breve inizia il Conclave. Quali sono secondo lei le sfide che Chiesa dovra’ affrontare nel mondo in generale e in Asia e in Vietnam in particolare? ”La globalizzazione e la laicita’ – risponde l’arcivescovo vietnamita – sono grandi sfide per la Chiesa in Asia, e anche in Vietnam. I vescovi cattolici in Asia hanno sottolineato che, per rispondere a queste sfide, abbiamo bisogno di nuovi evangelizzatori che siano uomini e donne del Vangelo e che allo stesso tempo si mostrino sensibili alle aspirazioni degli esseri umani e ai problemi della societa’ dei nostri giorni”. Il Vietnam e’ uno stato socialista, dove la cristianita’ svolge pero’ la sua parte. A dicembre qui, segnale molto importante, si e’ svolto l’incontro della federazione della conferenza episcopale asiatica. Lo scorso gennaio il segretario del partito comunista vietnamita, per la prima volta, ha incontrato il Papa in Vaticano. ”Siamo pienamente consapevoli dei progressi compiuti nei rapporti con il governo locale – afferma il cardinale – ma anche delle le limitazioni in termini di liberta’ religiosa in Vietnam. In base alla mia esperienza personale, la cosa piu’ importante non sono tanto i calcoli strategici quanto un modo nuovo di pensare e di comportarci. Percio’ abbiamo bisogno di pregare per il dono del rinnovamento dello Spirito Santo. Allo stesso tempo, dialogare con umilta’ e rispetto e’ un modo per facilitare la cooperazione di tutti gli esseri umani. I rapporti tra Chiesa e Stato in Vietnam possono divenire un esempio anche per il futuro del negoziato tra Vaticano e Cina? ” Tra la Cina e il Vietnam – risponde il cardinale Jean-Baptiste Pham Minh Man – ci sono somiglianze ma anche molte differenze che riguardano la politica del governo come pure la situazione della Chiesa. Di conseguenza, il rapporto tra il Vaticano e le autorita’ vietnamite potrebbe rappresentare un suggerimento, non una soluzione per le relazioni tra Vaticano e Cina. La cosa di cui io sono convinto e’ che la Santa Sede fa del suo meglio per assicurare il bene sia della Chiesa cattolica che del popolo in Cina”.

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Verso il Conclave: cardinale Indonesia, tornare a spirito Concilio

Non partecipera’ al Conclave per motivi di salute, ma il cardinale Julius Riyadi Darmaatmadja, arcivescovo emerito di Jakarta (Indonesia), dal seminario gesuita di Grisonta a Semarang dove si e’ ritirato, non ha voluto far mancare il suo appello all’unita’ della Chiesa in nome del Concilio Vaticano II. ”La sfida che deve affrontare il Papa – spiega in un’intervista all’ANSA il cardinale indonesiano – e’ quella di applicare il Concilio Vaticano II in tutta la Chiesa, che vive situazioni e problemi diversi, socialmente, politicamente, spiritualmente. Sara’ compito di ogni diocesi, come pure delle conferenze episcopali, quello di assicurare la migliore attuazione dello spirito del Concilio Vaticano II”. ”Il dovere del Papa – aggiunge – e’ quello di coordinare e di unificare, nel nome di Gesu’ Cristo, tutte le chiese”. ”L’autorita’ del Papa – ricorda – e’ ispirata da San Pietro e dagli apostoli: lui e’ uguale agli altri discepoli di Cristo sebbene abbia il dovere di tenerli uniti e sia la roccia della Chiesa”. Lo scorso 21 febbraio, il Cardinale indonesiano ha rinunciato a partecipare al Conclave, nonostante sia elettore, perche’ si e’ aggravato il suo problema alla vista. Nel 2010, Benedetto XVI aveva accettato le sue dimissioni come arcivescovo di Jakarta. Anche papa Ratzinger adesso si e’ dimesso… ”Io sento – dice all’ANSA il porporato – che la decisione del Santo Padre di dimettersi e’ riconducibile a una motivazione molto nobile; e cioe’ che il servizio alla Chiesa non deve risentire gli effetti delle diminuite capacita’ del successore di Pietro. La Chiesa deve essere servita al meglio”. ”La sfida principale del nuovo Papa – spiega il cardinale Darmaatmadja – consiste innanzitutto nel tenere insieme tutti i vescovi del mondo per far si’ che l’attuazione dello spirito del Concilio Vaticano II rappresenti la priorita’ per tutte le diocesi. I cattolici devono rappresentare la forza determinante per garantire l’unita’ e la solidarieta’ tra le genti, ed e’ necessario sviluppare il dialogo non solo con le altre chiese cristiane, ma anche con le altre fedi e credenze”. ”In questo modo – conclude il cardinale – operera’ anche la Chiesa in Indonesia, Chiesa che e’ veramente coinvolta nel dialogo interreligioso e nelle questioni che riguardano la povertà”.

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Verso il Conclave: Cina, l’eredità difficile

E’ atteso a breve alle congregazioni preconclave il cardinale cinese, seppure di Hong Kong, il 74enne John Tong Hon. L’Osservatore romano pubblica di taglio basso in prima, con il titolo “I nuovi dirigenti cinesi”, la cronaca della XII Assemblea nazionale del popolo, apertasi oggi a Pechino per sancire i nuovi vertici, scelti lo scorso novembre. Intanto la battagliera agenzia missionaria Asianews rileva come proprio la Assemblea nazionale a Pechino abbia inserito ai vertici di organismi politici di rilievo (la stessa Anp , il parlamento e la Conferenza consultiva politica del popolo cinese) almeno quattro vescovi illeciti, cioé ordinati senza l’assenso del Papa, e anche qualche scomunicato. Comunque la si voglia leggere, non è certo una cortesia nei confronti del Vaticano e del papa che verrà. Il dossier Cina finirà sulla scrivania del successore di papa Ratzinger che, chiunque egli sia, fosse persino un asiatico, avrà comunque un fascicolo spinosissimo da dipanare. Con il grande Paese asiatico la Santa Sede non ha rapporti diplomatici da quando Mao costrinse il nunzio a Pechino a rifugiarsi a Taipei. Il dialogo con il governo è difficilissimo e difficile avere spazi per libertà religiosa, non solo per i cattolici. Questi in particolare si ritrovano vescovi ordinati senza assenso del Papa, soffrono l’ostilità della “Associazione patriottica”, tentativo fallito di costruire una chiesa nazionale alternativa a Roma, che però, intrecciata con la politica, sfrutta privilegi e controlla la politica religiosa. I cattolici “clandestini”, cioé fedeli a Roma, non hanno vita facile, preti e vescovi vengono arrestati, la Chiesa non riesce a organizzare la formazione e la pastorale, mentre, paradossalmente, aumentano le conversioni al cattolicesimo e l’interesse dei cinesi per la fede cristiana. D’altra parte verso la Cina Benedetto XVI ha compiuto gesti molto importanti, nel 2007 ha preso carta e penna e scritto una lettera all’intero popolo cinese, mentre con il suo impulso, la diplomazia vaticana si è impegnata ad altissimo livello verso la Cina. Ma c’é chi, come l’anziano cardinale Joseph Zen, ha accusato i collaboratori di Ratzinger di averne ostacolato la determinazione. “Fin dall’inizio – ha detto Zen dopo le ‘dimissioni’ di Benedetto XVI – si è seguita una strategia sbagliata che è quella del compromesso con Pechino a tutti i costi” e questo, secondo il porporato, anche contro il parere della maggioranza della commissione vaticana che tratta con Pechino. Nel frattempo la diplomazia cinese è andata ripetendo come un disco rotto che la Santa Sede dovrebbe abbandonare la sede diplomatica a Taiwan e non dovrebbe ingerirsi negli affari interni della Cina. A Natale, in quello che sarebbe stato il suo ultimo messaggio “Urbi et Orbi”, papa Ratzinger ha rivolto un inedito messaggio augurale ai nuovi dirigenti politici cinesi, auspicando che valorizzino le religioni per la “costruzione di una società solidale” a beneficio di quel “nobile popolo e del mondo intero”. Alcuni cinesi, all’annuncio delle “dimissioni” di Benedetto XVI gli hanno scritto, ringraziandolo per l’affetto e scusandosi per le “delusioni che possiamo avervi arrecato”.

fonte: ANSA

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Un cinese al Conclave, il cardinale Tong di Hong Kong

Il cardinale John Tong di Hong Kong – che ha 74 anni e sarà il primo cardinale cinese a partecipare ad un conclave – è particolarmente grato a Benedetto XVI per l’attenzione rivolta ai cattolici della Cina. “In quanto vescovo di Hong Kong, gli sono particolarmente grato per l’ amore e l’ attenzione che ha riservato alla Chiesa in Cina”, afferma Tong in un saluto affidato al Sunday Examiner, il giornale della comunità cattolica dell’ ex-colonia britannica. “Nel 2007 – ricorda Tong – ha indirizzato una Lettera ai Cattolici Cinesi e ha istituito la Commissione per la Chiesa Cattolica in Cina. Al termine di tutte le riunioni è venuto di persona a parlare con tutti i membri e ad incoraggiarci. Anche il 10 febbraio, il giorno prima di rassegnare le dimissioni, ha rivolto un saluto speciale e una benedizione speciale a tutti coloro che erano impegnati a celebrare il nuovo anno lunare, ed in particolare ai cinesi, in tutto il mondo”, aggiunge il cardinale. Purtroppo, negli ultimi anni i rapporti tra la Santa Sede e il governo di Pechino non hanno fatto registrare miglioramenti. Pechino continua a governare la Chiesa cinese attraverso l’Associazione dei Cattolici Patriottici Cinesi, che non riconosce il Papa come autorità ultima e che si arroga il diritto di nominare i vescovi, anche se non sono stati approvati dal Vaticano. Spesso i vescovi della cosiddetta Chiesa “clandestina” o “non ufficiale” – che riunisce i fedeli che si rifiutano di aderire all’ Associazione patriottica – vengono imprigionati nel tentativo di costringerli ad accettare il governo cinese come massima autorità. La stessa lettera di Papa Ratzinger è stata accolta non come un’ invito al dialogo ma come un’ “interferenza” indebita negli “affari interni” cinesi per la sua condanna dell’ Associazione Patriottica. “La libertà dei cattolici (cinesi) è come quella di un uccello in gabbia”, afferma Tong. “L’attuale disarmonia nasce dalla politica obsoleta e superata delle autorità cinesi e del Partito Comunista Cinese, che viene seguita dagli anni cinquanta”. “Per esempio, sulla questione delle nomine illecite dei vescovi, i comunicati del governo si riferiscono ancora al 1958, quando ebbe luogo la prima nomina illecita, o alle invasioni imperialiste del 18/mo e 19/mo secolo o addirittura al ‘periodo nero’ della Chiesa, nel Medioevo”, sottolinea il porporato.

fonte: Beniamino Natale per ANSA

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