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Russia sterza su Cina per vendita gas, Europa teme isolamento

Il gas russo sterza bruscamente verso la Cina e ora l’Europa teme di pagare a caro prezzo il costo dell’isolamento energetico. Il corteggiamento di Mosca nei confronti di Pechino durava ormai da oltre dieci anni, ma la crisi ucraina ha spinto sull’acceleratore di un’intesa che porterà in Oriente 38 miliardi di metri cubi all’anno a partire dal 2018. Ben poca cosa rispetto ai 150 miliardi di metri cubi di gas russo che ogni anno arriva in Europa, soprattutto nei Paesi dell’Est: sicuramente però un campanello d’allarme per l’Europa che, considerate le continue minacce di Putin a seguito della crisi Ucraina, rischia di vedersi tagliare in un colpo solo il 30% delle proprie importazioni annuali. A ben vedere la situazione non è ancora allarmante, visto che l’accordo entrerà in vigore solo fra 4 anni e riguarda soprattutto il gas siberiano, per il quale la Cina – conscia di essere l’unico potenziale acquirente di quel metano – non intende pagare più di quanto sta ora offrendo al Turkmenistan, mentre la Russia non intende concedere sconti rispetto al prezzo richiesto all’Europa. Ciò non toglie che l’Ue, comunque, ha l’obbligo di guardarsi intorno alla ricerca di fonti alternative: a partire dallo shale gas statunitense, che però al momento resta ancora una grossa incognita e non solo dal punto di vista ambientale, per passare ad un maggior ricorso all’import dall’Africa, fino ad una politica energetica comune a livello europeo che sembra iniziare a far breccia nelle stanze di Bruxelles. Ma il problema rischia di non rimanere circoscritto all’ambito energetico. Un’intesa di questa portata – da 456 miliardi di dollari nell’arco di trent’anni – non è solo l’ennesima minaccia di Putin nei confronti dell’Europa, ma può rappresentare un primo test per la costruzione di un asse più forte fra Mosca e Pechino, che già si è schierato dalla parte della Russia quando, in risposta alle prime minacce di sanzioni per la crisi Ucraina, ha a sua volta minacciato gli Stati Uniti di vendere tutti i 1.300 miliardi di dollari di debito pubblico a stelle e strisce. L’unione di immense riserve naturali, ancora poco utilizzate come ad esempio nel caso del gas siberiano, unite ad una forza lavoro a bassissimo costo, rischiano di spiazzare completamente le economie di Stati Uniti ed Europa, soprattutto quest’ultima alle prese con una crescita ancora asfittica e segnata da molte incognite. L’Europa è ancora il principale partner economico della Russia ma, e lo sanno bene tutti gli attori in scena, dall’energia alla Difesa fino alla ricerca, la Cina offre opportunità di crescita sconosciute ai Paesi del Vecchio Continente.

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Sfumato accordo Russia-Cina per vendita gas

Sfuma l’atteso maxi-accordo tra Cina e Russia per la fornitura di gas russo a Pechino per i prossimi 30 anni. La firma doveva essere il piatto forte del forum economico di San Pietroburgo, ma, nonostante l’intervento all’ultimo istante dei capi di Stato dei due Paesi, è toccato oggi a Gazprom annunciare il nulla di fatto. “Non firmeremo niente”, ha ammesso il vicepresidente della compagnia energetica russa, Alexandre Medvedev. Anni di trattative sono culminati ieri in un incontro al vertice tra il presidente russo Dmitri Medvedev e quello cinese Hu Jintao, da cui però non è scaturito alcun accordo. Medvedev si è affrettato ad assicurare che il contratto “é strategico” per entrambe le parti e che i documenti sono “in fase di finalizzazione”. Un accordo, ha garantito, sarà quindi trovato entro l’anno. A mancare sarebbe però la condivisione del prezzo della fornitura, che, secondo le indiscrezioni circolate fino ad oggi, dovrebbe ammontare a circa 70 miliardi di metri cubi all’anno per 30 anni. Il forum, durante il quale è riemersa la possibilità di una prossima privatizzazione del colosso petrolifero pubblico Rosneft, è stata l’occasione anche per fare il punto sui rapporti tra Gazprom e Eni, rappresentata a San Pietroburgo dall’amministratore delegato, Paolo Scaroni. La relazione tra i due gruppi “é buona e positiva” e la compagnia russa, ha sottolineato Scaroni, si sta rivelando un partner “molto affidabile”. La novità per l’Eni in Russia è l’entrata nel settore upstream, ha ricordato l’a.d.: “ci aspettiamo di avviare la produzione vera e propria nel 2012. Inizieremo con 30.000 barili al giorno, arrivando fino a 250.000 barili nel 2015”. Scaroni ha quindi parlato della situazione in Libia: gli impianti del cane a sei zampe non hanno subito danni nei bombardamenti, ma per ristabilire la normalità nella produzione di petrolio, oggi totalmente interrotta, ci vorranno “dei mesi”. Più semplice invece trovare una soluzione per il gas. Una volta stabilizzata la situazione politica nel Paese, la piena produzione potrebbe riprendere infatti “nel giro di settimane”, ha puntualizzato Scaroni. Nessun allarme infine, secondo l’a.d., per i prezzi del petrolio. Scaroni è convinto che scenderanno e che nel medio termine il Brent, oggi sui 120 dollari al barile, tornerà vicino ai 100 dollari.

fonte: ANSAp

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