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Isole Spratly: sabbia, scogli e Super-Potenze. Venti di guerra fredda tra Cina e Usa

Un mio articolo pubblicato da AffariInternazionali
Un po’ di sabbia e scogli, quattro chilometri quadrati di terra suddivisi in oltre 750 atolli in un’area di 425 kmq nel mar Cinese Meridionale, stanno facendo tornare climi da guerra fredda tra gli Stati Uniti da una parte e la Cina dall’altra.

Oggetto delle dichiarazioni di fuoco sull’asse Washington-Pechino, è l’incessante opera dei cinesi che continuano a costruire basi, piste e infrastrutture sulle isole Spratly, scogli tra il Vietnam, il Brunei, le Filippine e la Malaysia, che la Cina considera sue, come le altre isole dell’area, Paracelse e Scarborough.

Cantieri aperti sulle isole Spratly
A differenza di queste ultime, le Spratly sono però ben lontane dal territorio cinese e sono già in parte occupate dagli altri Paesi limitrofi sia militarmente che civilmente.

Ma Pechino non vuole sapere ragioni: come mostrano immagini satellitari diffuse dalla stampa americana, l’Esercito del Popolo ha compiuto ulteriori progressi nella costruzione di una pista di atterraggio sulle Spratly. Le immagini mostrano lavori di costruzione su una porzione di terra emersa sul Fiery Cross Reef, in grado di ospitare una pista per velivoli lunga oltre 3mila metri. Non si esclude che essa possa avere finalità militari.

Una prospettiva che preoccupa i governi dell’Asia-Pacifico e, in particolare, Filippine e Vietnam. Ma i lavori di Pechino interessano non solo il Fiery Cross Reef: altre opere sono in fase di progettazione e altri cantieri sono già avviati.

Sono in corso anche opere di dragaggio a sud della barriera corallina, per potenziare le strutture portuali già esistenti. Secondo altre informazioni di intelligence americana, la Cina potrebbe costruire una seconda striscia di terra sulla Subi Reef, anch’essa nelle Spratly, distante soli 25 km da un’isola parte dell’arcipelago filippino e abitata da civili.

I timori di Usa e loro alleati
Quello che inquieta di più i paesi dell’area (e che ha indotto Washington a un’aspra reazione tramite il segretario alla difesa Ash Carter) sono le immagini satellitari che mostrano veicoli militari cinesi con artiglieria dispiegati sulle isole. La preoccupazione ha spinto Carter a chiedere alla Cina di fermare subito la costruzione di basi e di terre, dichiarando Washigton “profondamente turbata dal ritmo dei lavori e dalla bonifica di terre nel Mar Cinese meridionale”, da parte di Pechino.

E ve n’è ben donde: in poco più di un anno, la Cina ha realizzato terre per oltre 8 chilometri quadrati, in tempi tipicamente cinesi. Le preoccupazioni americane non sono altro che il megafono degli amici/alleati dell’area: Vietnam, Filippine, Malaysia, Taiwan e, seppur alla lontana, Giappone.

Pechino ovviamente respinge le accuse e continua nella sua opera, giustificando il tutto con la protezione dei propri confini e dei propri interessi interni civili e militari e richiamando la propria sovranità nell’area come fatto storico.

In zona, negli ultimi tempi, c’è stato un assembramento di navi militari piccole e grandi, di aerei militari, droni e sommergibili. Ma la guerra non è presa in considerazione: è solo una dimostrazione di forza, ognuno vuole mostrare i muscoli all’altro.

Guerra esclusa, ma prove di forza
La Cina da sola e, contro, tutti gli altri. Washington non ha propri interessi manifesti nell’area, ma intende appoggiare gli altri paesi per conservare il suo ruolo di pivot, di gestore dell’area ricavato dalla seconda guerra mondiale e, soprattutto, limitare l’ascesa di Pechino.

Che nell’ultimo anno ha assestato non pochi colpi al potere americano nell’area, soprattutto in termini economici, con la creazione della propria banca di investimenti e il lancio del progetto della Ftaap (Free trade area of the Asia-Pacific), l’accordo di libero scambio per integrare le 21 economie dell’Asia-Pacific EconomicCooperation (Apec), ufficialmente (ma solo tale) non in contrasto con il simile progetto americano del Partenariato trans-pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp).

Ma in campo c’è altro. Non solo il controllo militare di un’area strategica, che permetterebbe a Pechino di avere avamposti lì dove gli Usa hanno sempre scorrazzato senza problemi, ma anche risorse economiche e controlli commerciali non indifferenti. La zona, infatti, è un ottimo bacino ancora non del tutto esplorato di risorse naturali, in particolare gas e petrolio.

Non solo prestigio, anche risorse
La crescente richiesta energetica cinese spinge ovviamente Pechino a mettere una bandierina su qualsiasi possibile giacimento per raggiungere un’indipendenza energetica necessaria ma lontana.

La zona è anche un trafficatissimo canale commerciale non solo attraverso i paesi dell’area, ma soprattutto verso la Cina, con un traffico merci di gran lunga superiore a quello di Suez e Panama. Pechino non vuole perdere l’occasione di allargare il suo controllo in Asia, soprattutto rosicchiando terreno agli Usa.

A Washington infuria la battaglia politica, perché l’atteggiamento del presidente Obama viene giudicato dai falchi troppo accondiscendente nei confronti di Pechino. Ecco perché l’uscita di Carter è stata salutata positivamente.

Ma a Pechino si fanno orecchie da mercante. Neanche le minacce degli altri Paesi, le basi militari di questi già presenti e i ricorsi presentati all’Onu riescono a fermare Pechino dai suoi intenti espansionistici. Se non è guerra fredda con Washington, ci siamo molto vicini. – See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3090#sthash.Q8C0FS1p.dpuf

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Cina sorpassa Usa, è prima economia al mondo

La Cina strappa quest’anno agli Stati Uniti il primato di maggiore economia al mondo. Una doccia fredda per l’Azienda America che arriva nel giorno della ‘grande frenata’ della ripresa: il pil nel primo trimestre e’ salito solo dello 0,1%, il risultato peggiore dal 2012. Nonostante lo stop dell’economia, imputabile prevalentemente all’inverno rigido, la Fed continua con i suoi piani e riduce di ulteriori 10 miliardi di dollari gli aiuti all’economia, portandoli a 45 miliardi di dollari al mese. Il sorpasso della Cina avviene molto prima del previsto 2019, con gli Stati Uniti destinati a perdere quest’anno il trono di potenza mondiale che detengono dal 1872. E mostra quanto l’economia cinese sia ormai importante per il resto del mondo: dalla crisi finanziaria, la Cina ha contribuito da sola per circa un terzo alla crescita globale e, anche a fronte di un rallentamento, il suo contributo resterà rilevante data la taglia ormai raggiunta dalla sua economia. L’ascesa cinese – fotografata dall’International Comparison Program della Banca Mondiale – si accompagna con il boom delle economie emergenti: l’India è la terza economia al mondo e completano la top-12 Russia, Brasile, Indonesia e Messico. Nonostante la ‘volata’ degli emergenti, però, i paesi più ricchi al mondo continuano a rappresentare il 50% del pil mondiale nonostante abbiano solo il 17% della popolazione globale. La doccia fredda del sorpasso piove sugli Stati Uniti nel giorno in cui il Dipartimento del Commercio certifica la ‘grande frenata’ dell’economia: il pil nel primo trimestre è salito di un modesto 0,1%, molto meno dell’1,2% atteso. A pesare il forte calo delle esportazioni, calate del 7,6%. Una flessione preoccupante perchè mostra come il rallentamento della crescita in Cina e altrove sta avendo un impatto reale sull’economia statunitense ed è in grado di creare venti contrari per la ripresa. Tengono i consumi, saliti del 3% grazie alle spese più sostenute dagli americani per i servizi, soprattutto il riscaldamento. Gli analisti si dicono delusi dal risultato, ma osservano come la debole perfomance sia legata all’inverno particolarmente rigido: come hanno mostrato i dati congiunturali che si sono succeduti negli ultimi mesi, dopo lo stop di gennaio-febbraio-marzo, i mesi piu’ freddi da decenni negli Stati Uniti, l’economia ha ricominciato a girare e si prevede un’accelerata nel secondo trimestre e per il resto dell’anno. A sostenere l’ipotesi di una frenata momentanea della ripresa americana e’ anche la Fed che, confermando i tassi ai minimi storici, riduce di altri 10 miliardi di dollari gli aiuti all’economia, che scendono cosi’ a 45 miliardi di dollari al mese. Una politica monetaria altamente accomodante resta appropriata, afferma la Fed, sottolineando che di recente l’economia americana ha accelerato, con i consumi che sono cresciuti piu’ velocemente. La Casa Bianca condivide l’analisi di una frenata temporanea, e ribadisce l’impegno del presidente americano Barack Obama a fare tutto quello in suo potere per sostenere la crescita, incluso l’aumento del salario minimo, e l’occupazione. Il settore privato americano ha creato in aprile 220.000 posti di lavoro e ora l’attenzione e’ per il dato ufficiale che arrivera’ venerdi’: gli analisti stimano la creazione di 215.000 posti di lavoro, in accelerazione rispetto al mese precedente, con un tasso di disoccupazione al 6,6%.

fonte: ANSA

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Evitata collisione tra navi da guerra usa e Cina

Una nave della marina militare americana ha dovuto compiere la scorsa settimana una ”manovra evasiva” per evitare una collisione con una nave cinese nel Mar della Cina meridionale, secondo fonti americane. L’ incidente e’ avvenuto mentre la nave americana, la USS Cowpes, era nelle vicinanze dell’ unica portaerei cinese, la Liaoning. Pechino ha messo in mare la portaerei alla fine di novembre, pochi giorni la controversa creazione di una sua ”zona aerea di difesa e identificazione” (Adiz). Da parte cinese non ci sono finora stati commenti. L’ Adiz cinese include le isole Senkaku/Diaoyu, controllate dal Giappone e rivendicate dalla Cina e da Taiwan, che si trovano nel Mar della Cina Orientale. Nel Mar della Cina Meridionale, Pechino ha dispute territoriali con Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei. Le fonti americane hanno affermato che l’ incidente e’ stato evitato grazie a ”comunicazioni da ponte a ponte” tra gli equipaggi delle due navi. Secondo gli esperti militari, si e’ trattato dell’ incidente piu’ grave tra navi americane e cinesi dal 2009, quando la navigazione della USS Impeccable fu ”disturbata” da imbarcazioni militari cinesi.

fonte: ANSA

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Troppo smog a Pechino, ambasciatore Usa torna a casa

Troppo smog a Pechino e l’ambasciatore americano getta la spugna. Gary Locke, l’inviato di Barack Obama in Cina, ha annunciato le dimissioni: lascerà il posto all’inizio del 2014, dopo appena due anni e mezzo di servizio, per far ritorno nella sua Seattle. Locke, il primo sino-americano a rappresentare gli Stati Uniti nel Paese dei suoi antenati, era arrivato in Cina nel 2011 ma sua moglie e i tre figli sono tornati quest’anno in America. Secondo il Financial Times, che cita fonti vicine alla famiglia, tra le ragioni della partenza anticipata ci sarebbe la preoccupazione per gli straordinari livelli di inquinamento nella capitale cinese: un’inquietudine analoga a quella che ha già indotto molti executive stranieri e diplomatici, specie se con famiglie e figli piccoli, ad andarsene da un Paese dove all’inizio di novembre una bimba di otto anni è morta di cancro ai polmoni. Le dimissioni di Locke sono arrivate mentre a Varsavia gli esperti Onu sono di nuovo al capezzale del pianeta minacciato dai gas serra. Nell’annunciarle, l’ambasciatore ha addotto “motivi personali” e un portavoce della missione americana a Pechino si è limitato a dire che “la signora Locke e i suoi figli sono tornati a Seattle per finire il liceo nelle scuole di lì”. Una tesi ribadita dalla stessa “ambasciatrice”, che nei giorni scorsi aveva smentito il “chiacchiericcio” su Weibo, il Twitter cinese, a proposito di una fuga a causa dello smog: “L’aria della Cina ha sconfitto l’ambasciatore. Per sopravvivere se ne è dovuto andare a vivere nella sua bellissima Seattle”, aveva scritto un commentatore sul sito di microblogging. L’inquinamento a Pechino era stata una causa celebre di Locke e della sua ambasciata, che da anni pubblica aggiornamenti orari sulla qualità dell’aria nel Paese: un’iniziativa che di recente, anche grazie al pressing dell’opinione pubblica, ha costretto il governo cinese ad ammettere la gravità del problema nella Cina del Nord e a pubblicare le sue valutazioni. Secondo il Financial Times, il caso Locke non è per niente unico. Molte aziende e Paesi trovano difficoltà a reclutare personale qualificato pronto a trasferirsi in Cina proprio a causa dei timori per la salute: in particolare nel caso di famiglie con figli piccoli. A Pechino, le morti per cancro ai polmoni sono aumentate del 56 per cento dal 2001 al 2010. Un quinto di tutti i malati di cancro soffre di questo tipo di cancro, che nel 2010 è stato la principale causa di decesso tra gli uomini e la seconda tra le donne, dopo il cancro al seno.

fonte: ANSA

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Per la Cina la decisione Usa sullo shutdown va verso stabilità economica

La Cina ha accolto con favore la notizia dell’accordo sul debito USA e della fine dello shutdown. ”La mossa da parte del Congresso degli Stati Uniti – ha detto in conferenza stampa la portavoce del Ministero degli esteri cinese, Hua Chunying – e’ stata adottata in conformità con gli interessi degli Stati Uniti ed e’ servita anche ad assicurare la stabilità economica globale e lo sviluppo”. Sollevata dallo scampato rischio di default americano, la Cina, che è il paese che detiene la maggior parte del debito Usa, aveva del resto già nei giorni scorsi esortato Washington ad impegnarsi ad adottare misure decisive per la soluzione della crisi e per garantire la sicurezza degli investimenti cinesi.

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Sfida Usa-Cina per il controllo del commercio nel Pacifico

E’ braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina, che si contendono il controllo del commercio nel Pacifico. Al summit dell’Apec – svoltosi sull’isola di Bali, in Indonesia – e’ andato in scena l’ennesimo duello tra le due superpotenze mondiali, che hanno presentato due progetti diversi per sviluppare gli scambi nell’area. Due strategie differenti e concorrenti, con cui Washington e Pechino si sfidano in cerca di supremazia. A giocare il ruolo di protagonista assoluto, pero’, a Bali e’ stato il leader cinese Xi Jin Ping, complice l’assenza di Barack Obama costretto ad annullare il viaggio in Indonesia per i problemi interni legati allo ‘shutdown’ e al rischio default per gli Stati Uniti. ”A quest’ora dovevo essere in Asia. Il Paese ha perso ottime opportunita’ economiche e commerciali ”, ha sottolineato il presidente Usa, accusando i repubblicani per la crisi che gli ha impedito di lasciare Washington. Niente nuovo faccia a faccia, dunque, col leader di Pechino. Obama e’ stato sostituito dal segretario di Stato, John Kerry, che ha avuto anche un breve incontro con Xi, in cui si e’ fatto il punto non solo sulle questioni commerciali, ma anche su Corea del Nord, Iran e Siria. Il capo della diplomazia Usa – nel suo intervento e nel corso di numerosi colloqui – ha cercato di rilanciare con forza la Trans-Pacific Partnership (TPP): e’ ora di stringere – ha detto – e di siglare un accordo definitivo entro un anno. Al progetto di partenariato tra diversi Paesi da una sponda all’altra del Pacifico al momento aderiscono 12 Stati della regione: Brunei, Cile, Nuova Zelanda, Singapore, Stati Uniti, Australia, Peru’, Vietnam, Malaysia, Messico, Canada, Giappone e Taiwan. Un blocco che potrebbbe allargarsi ad altre nazioni e con cui Washington – insieme ad una serie di accordi bilaterali sul fronte diplomatico e militare nel sudest asiatico – spera di poter contenere la crescente influenza e inarrestabile ascesa di Pechino nell’area. Non a caso la Cina, nonostante le recenti prove di dialogo con gli Usa e alle nuove relazioni (anche personali) instaurate tra Obama e Xi, ha per il momento ribadito il suo no alla TPP, pur non escludendo in assoluto una sua futura adesione. ”La Cina intende impegnarsi nella creazione di un quadro di cooperazione regionale nel trans-Pacifico, ma una cooperazione che produca vantaggi per tutte le parti”, ha detto Xi, con una critica neanche tanto velata alla riunione che il capo della diplomazia Usa ha avuto con i Paesi del TPP, che rappresentano solo una minima parte dell’area. ”Questo accordo non e’ altro che un nuovo sforzo e un nuovo tentativo degli Usa di dominare l’economia del Pacifico”, ha attaccato quindi il China Daily. Pechino, dunque, frena, e al momento preferisce spingere pe un’altra soluzione, tutta asiatica: un’intesa tra 16 Paesi del continente. Naturalmente senza gli Stati Uniti.

fonte: ANSA

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Il fondo monetario internazionale rivede al ribasso le stime di crescita cinesi

Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ritocca le stime di crescita dell’economia mondiale, la cui ripresa resta debole e con rischi al ribasso. Ecco di seguito le nuove stime di crescita del Fmi. Fra parentesi sono riportate le variazioni in punti percentuali rispetto alle previsioni di luglio. ============================================================== 2013 2014 ————————————————————– MONDO +2,9% (-0,3) +3,6% (-0,2) STATI UNITI +1,6% (-0,1) +2,6% (-0,2) AREA EURO -0,4% (+0,1) +1,0% (0,0) – GERMANIA +0,5% (+0,2) +1,4% (+0,1) – FRANCIA +0,2% (+0,3) +1,0% (+0,1) – ITALIA -1,8% (-) +0,7% (-) – SPAGNA -1,3% (+0,3) +0,2% (+0,1) REGNO UNITO +1,4% (+0,5) +1,9% (+0,4) GIAPPONE +2,0% (-0,1) +1,2% (+0,1) CANADA +1,6% (-0,1) +2,2% (-0,1) RUSSIA +1,5% (-1,0) +3,0% (-0,3) CINA +7,6% (-0,2) +7,3% (-0,4) INDIA +3,8% (-1,8) +5,1% (-1,1) BRASILE +2,5% (-) +2,5% (-0,7) RUSSIA +2,5% (-) +3,3% (-) – ECONOMIE AVANZATE +1,2% (-) +2,0% (-0,1) – ECONOMIE EMERGENTI +4,6% (-0,5) +5,1% (-0,4).

fonte: ANSA

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