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Madri di Tiananmen contro Canada dopo la scoperta di cablogrammi relativi a strage 1989

Una delle maggiori esponenti delle ‘Madri di Tiananmen’, l’organizzazione che riunisce le donne i cui figli sono morti nella strage del 4 giugno 1989, hanno protestato contro il silenzio del governo canadese nei giorni dell’eccidio, dopo che sono stati diffusi cablogrammi dell’epoca nei quali l’ambasciata canadese riferiva di uccisioni da parte dell’esercito. Nei giorni scorsi, su un sito di informazione canadese, Blacklock Reporter, sono stati diffusi, su richiesta dell’allora corrispondente a Pechino del quotidiano South China Morning Post, una serie di cablogrammi inviati ad Ottawa dall’ambasciata canadese a Pechino, nei quali si definiva “crudele e disumano” quanto stava accadendo contro i manifestanti. Nei documenti si legge di uccisioni a freddo contro giovani e anziani da parte dei militari, ma anche la notizia, ricevuta dall’ambasciatore svizzero, che i leader cinesi di allora, preoccupati degli eventi, avevano trasferito tesori in Svizzera. Secondo un cablogramma inviato il 15 giugno, la Cina “era controllata da un gruppo di generali anziani viziosi e il governo è gestito da persone che seguono ciecamente i loro ordini”. Zhang Xianling, una delle leader del movimento delle madri di Tiananmen, si è chiesta quindi perché i governi stranieri non avessero pubblicato quello che sapevano sulla repressione anni fa. “Le loro nozioni di umanità e di giustizia – ha detto in una intervista a Radio Free Asia – hanno i loro limiti. Perché non si è parlato di questo, al momento e non ne parlano ora? Pare che abbiano ancora paura di ciò che il Partito comunista cinese potrebbe fare”.

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Formalizzato l’arresto per il difensore dei diritti umani Pu Zhiqiang

Le autorità cinesi hanno formalizzato l’arresto per l’avvocato-attivista difensore dei diritti umani Pu Zhiqiang, in stato detentivo di fatto dallo scorso 6 maggio, quando fu arrestato in un raid contro attivisti in vista di Tiananmen. Secondo le informazioni delle associazioni che si battono per i diritti civili, Pu, 49 anni, che negli anni è stato anche l’avvocato dell’artista dissidente Ai Weiwei, è stato accusato di disturbo dell’ordine pubblico e di aver ottenuto informazioni personali illegalmente. Pu è un avvocato molto noto e molto note sono le sue battaglie nel corso degli anni per i diritti civili. Un messaggio pubblicato dall’ufficio di sicurezza pubblica della municipalità di Pechino, spiega che la polizia sta indagando su altri presunti crimini commessi da Pu, indicando così che l’avvocato, che partecipò ai moti di Tiananmen, potrebbe essere accusato anche di altro. Con le accuse attualmente rivolte a lui, Pu rischia una condanna fino a dieci anni di carcere. Oltre a Pu, secondo l’organizzazione China Human Rights and Democracy, è stato arrestato anche suo nipote Qu Zhenhong. Lo scorso 3 maggio, Pu Zhiqiang aveva partecipato in una casa privata a Pechino ad un incontro su Tiananmen, alla vigilia del venticinquesimo anniversario del massacro. Un partecipante all’incontro mise on line delle foto dello stesso e Pu ed altri furono arrestati dalla polizia. Oltre a lui e ai partecipanti dell’incontro, alla vigilia dell’anniversario di Tiananmen, la polizia ha arrestato decine e decine di attivisti. L’avvocato di Pu aveva chiesto il rilascio dello stesso per questioni mediche, visto che il difensore dei diritti umani soffre di diabete. Ma, secondo il suo legale, l’uomo è stato interrogato quotidianamente anche per dieci ore e le autorità ne hanno negato il rilascio, per poi formalizzare venerdì sera il suo arresto.

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La Cina respinge le acuse di Usa e Onu su Tiananmen

La Cina ha respinto il comunicato del governo americano e le dichiarazioni dell’alto commissario dell’Onu per i diritti umani sulle commemorazioni della strage di Tiananmen, avvenuta 25 anni fa. Per il governo cinese, il comunicato americano “mostra una totale ignoranza dei fatti relativi all’incidente del 4 giugno, perchè accusa senza motivi il governo cinese, interferendo in affari interni del paese e violando le norme basilari che regolano le relazioni internazionali”. Ieri, in occasione del 25mo anniversario della strage, l’ufficio stampa della Casa Bianca aveva diffuso una nota non solo per condannare gli arresti degli ultimi tempi, ma per onorare la memoria di quanti morirono il 4 giugno del 1989, deplorando “l’uso della violenza per zittire le proteste pacifiche intorno a Tiananmen”. La richiesta di liberazione dei dissidenti arrestati alla vigilia dell’anniversario, era arrivata qualche giorno fa anche da Navi Pillay, l’alto commissario Onu per i diritti umani. Il portavoce del governo cinese ha annunciato che Pechino ha presentato una solenne protesta nei confronti del governo americano, opponendosi anche al comunicato della Pillay che giudica “irrispettoso della sovranità cinese”.

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Le fiaccole di Hong Kong sfidano il silenzio di Pechino

La sfida di Hong Kong alla congiura del silenzio imposta dal regime cinese ha il volto di decina di migliaia di persone: 180.000 manifestanti silenziosi, secondo gli organizzatori, si sono raccolti oggi per commemorare le vittime del massacro di piazza Tiananmen – avvenuto 25 anni fa, nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989 – nelle stesse ore in cui Pechino ignorava invece l’anniversario, stretta nella morsa di centomila uomini dei servizi di sicurezza e di 800mila vigili attivisti del Partito comunista. Lo spettacolo a Victoria Park, il giardino sull’isola di Hong Kong dove si è svolta la veglia, è stato impressionante. Buona parte dei manifestanti erano giovani, forse neppure nati ai tempi del bagno di sangue. E ognuno di loro brandiva una candela o una fiaccola. I promotori hanno sottolineato la partecipazione di un gran numero di persone venute dalla Repubblica Popolare Cinese. Un uomo sui 60 anni, per esempio, non ha esitato a rivolgersi ai giornalisti per dire di chiamarsi Chen e di essere arrivato dalla vicina città cinese di Shenzhen: perché a Hong Kong, ha denunciato, c’é spazio in “una società libera, nella quale si può parlare”, al contrario di quanto accade nella Cina popolare. Il 25/mo anniversario del strage di Tiananmen – in cui furono uccise centinaia, forse migliaia di persone che chiedevano l’introduzione di un sistema democratico – è coinciso del resto con un momento di forte tensione tra i democratici di Hong Kong e il governo di Pechino: accusato di non voler mantenere la promessa di garantire elezioni libere nell’ ex colonia britannica, oggi Regione Amministrativa Speciale della Cina. Una manifestazione più modesta, ma anch’essa significativa, per ricordare le vittime di Tiananmen si è svolta intanto a Taipei, la capitale di Taiwan, l’isola rivendicata dalla Cina ma di fatto indipendente dal 1949. In una dichiarazione, il presidente Ma Ying-jeou, che ha promosso la distensione con Pechino, si è augurato che i successori di Deng possano evitare “il ripetersi di una tragedia” come quella del 1989. Dall’esilio, anche il Dalai Lama – la guida spirituale e politica dei tibetani, considerato un pericoloso nemico da Pechino – ha diffuso un messaggio nel quale afferma di aver pregato per coloro che “sono morti per la libertà, la democrazia e i diritti umani”. Nella capitale cinese, comunque, il massiccio schieramento delle forze di sicurezza e un deciso attacco della censura a internet hanno impedito che l’anniversario venisse rievocato in alcun modo. Gruppi di poliziotti in tenuta anti-sommossa hanno presidiato le principali arterie della capitale. I controlli sono stati particolarmente severi sulla stessa piazza Tiananmen, dove i turisti sono stati costretti a lunghe code e alcuni giornalisti stranieri, dopo essere stati identificati, sono stati invitati ad allontanarsi. Nel web, da giorni reso di difficile accesso da improvvisi rallentamenti, il motore di ricerca americano Google veniva nel frattempo bloccato dalla Grande Muraglia di Fuoco dei censori cinesi. Nelle scorse settimane, secondo fonti del dissenso, circa duecento persone erano già state arrestate preventivamente per impedire ogni possibile iniziativa in ricordo del massacro. Il governo, per bocca del portavoce Hong Lei, ha d’altro canto respinto tutte le critiche: lo sviluppo economico degli ultimi decenni dimostra, a suo dire, che nel 1989 furono fatte “le scelte giuste”.

fonte: ANSA

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Alto commissario Onu invoca ricerca della verità su Tiananmen

Serve uno sforzo di verità, in Cina, sui fatti di Tienanmen. Lo ha auspicato oggi l’alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, esprimendo al contempo “preoccupazione” per l’arresto di decine di attivisti, avvocati e giornalisti cinesi in vista del 25esimo anniversario del bagno di sangue del giugno 1989. “Esorto le autorità cinesi a rilasciare immediatamente le persone detenute per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione”, ha detto Pillay. “Invece di soffocare i tentativi di commemorare gli eventi del 1989, le autorità dovrebbero incoraggiare e facilitare il dialogo e la discussione come un modo per superare l’eredità del passato”, ha affermato. L’alto commissario ha insistito sull’importanza di condurre un processo di ricerca della verità sulla strage del 1989. “Molto resta da chiarire su cosa sia esattamente successo tra il 3 e il 4 giugno 1989. In assenza di un’inchiesta indipendente, esistono versioni dei fatti molto diverse. Il numero dei morti, ad esempio, varia da centinaia a migliaia di persone e molte famiglie delle vittime stanno ancora aspettando una spiegazione su ciò che è accaduto ai loro cari”, ha notato. “Imparare da eventi passati non toglierà nulla ai progressi degli ultimi 25 anni, ma mostrerà il percorso compiuto dalla Cina per garantire che i diritti umani siano rispettati”, ha concluso Pillay.
Gli Stati Uniti lanciano un appello alla Cina perche’ vengano liberati gli attivisti di recente arrestati dalle autorita’ locali in vista dell’anniversario degli scontri di piazza Tiananmen, a Pechino. “La Cina e’ un Paese in pieno sviluppo e deve accordare piu’ spazio al dialogo politico”, ha detto la portavoce Marie Harf, condannando la recrudescenza degli ultimi tempi sul fronte della censura e della repressione degli oppositori al governo.

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Google bloccato e arresti, la Cina oscura Tiananmen

Ancora arresti e censure in Cina alla vigilia del 25/mo anniversario del massacro di piazza Tiananmen, nel quale l’Esercito di Liberazione Popolare uccise centinaia di persone mettendo fine alle proteste degli studenti che reclamavano la democrazia. La capitale, Pechino, è stretta nella morsa di centomila agenti dei servizi di sicurezza, che hanno istituito posti di blocco sulle principali arterie di accesso alla metropoli. Ad aiutarli le autorità hanno mobilitato 800mila membri dei comitati di quartiere del Partito Comunista Cinese (Pcc). L’ultimo a cadere nella vasta rete del Public Security Bureau (Psb, la polizia cinese) è stato l’artista australiano di origine cinese Guo Jian, colpevole di aver rilasciato una lunga intervista al Financial Times, che l’ha pubblicata nel fine settimana scorso. Guo, 52 anni, aveva appena terminato il servizio militare nel 1989 e si unì agli studenti che avevano occupato la piazza centrale di Pechino reclamando la fine del regime a partito unico e l’instaurazione in Cina di un sistema democratico. L’artista, che si trovava sulla piazza nel momento del massacro, ha detto fra l’altro che gli sembrava di essere in guerra. In seguito, Guo Jian è emigrato in Australia dove ha vissuto 13 anni ed ha ottenuto la cittadinanza. L’ambasciata australiana a Pechino ha affermato di aver chiesto informazioni al governo cinese, aggiungendo che l’Australia è “molto interessata” alla sorte del suo cittadino. Il sito di Google, il popolare motore di ricerca americano, è stato completamente bloccato oggi, in una giornata nella quale numerosi internauti hanno affermato che la navigazione è stata estremamente lenta e a tratti impossibile. I disturbi nel funzionamento di Google sono iniziati ieri. Dal 2010, Google rifiuta di obbedire alla censura cinese e il suo server cinese opera da Hong Kong, una Speciale Regione Amministrativa che non è sottoposta alla censura di Pechino. In seguito, la sua ricezione in Cina è stata spesso problematica: l’episodio più grave si verificò nel 2012, quando il suo sito non fu accessibile per 12 ore. Gli arresti preventivi di critici del regime sono abituali in vista delle scadenze politiche più delicate in Cina. Secondo gli attivisti per i diritti umani, l’ondata di repressione che si è verificata quest’anno è stata più severa degli ultimi anni. Tra gli altri sono finiti in prigione avvocati come Pu Zhiqiang, accademici come Xu Youyu e giornalisti come Gao Yu. Critici del Pcc ultraottantenni come la fondatrice delle Madri di piazza Tiananmen Ding Zilin e l’ex dirigente comunista Bao Tong sono stati costretti ad allontanarsi dalla capitale. Mentre nella Repubblica Popolare Cinese ricordare il massacro del 1989 costa la galera, domani notte si terrà ad Hong Kong la tradizionale veglia in ricordo delle vittime. Gli organizzatori prevedono la partecipazione di 150mila persone.

fonte: Beniamino Natale per ANSA

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La mano pesante di pechino in vista dle 25mo anniversario di Tiananmen

Massicce manifestazioni anti-governative (ad Hong Kong) e un’ondata di arresti senza precedenti (a Pechino e in altre città cinesi) hanno caratterizzato la vigilia del 25/mo anniversario del massacro di piazza Tiananmen. Nella capitale, Pechino, severe misure di sicurezza hanno costretto a lunghe file davanti ai metaldetector migliaia di cittadini e, attraverso la rete del Partito Comunista, 800mila membri dei comitati di quartiere sono stati chiamati a rafforzare la vigilanza affiancando i centomila agenti attivi nella metropoli. Posti di blocco sono stati istituiti in 192 “punti sensibili” della rete di autostrade che circonda la capitale. Ad Hong Kong, una Speciale Regione Amministrativa alla quale è stata promessa da Pechino una democrazia piena, gli organizzatori attendono 150mila partecipanti alla tradizionale veglia notturna del 4 giugno. In un anticipo di quell’evento, domenica primo giugno tremila persone hanno preso parte ad una manifestazione contro Pechino nonostante fosse stata convocata alle tre del pomeriggio di una domenica afosa nella quale i termometri hanno fatto segnare i 35 gradi con il 90% di umidità. Secondo le autorità, le eccezionali misure di sicurezza sono motivate dal crescendo di attentati di terroristi musulmani provenienti dallo Xinjiang, l’instabile regione del nordovest abitata dalla minoranza ribelle degli uighuri. Ma gli attivisti, tra cui l’avvocato democratico Teng Biao, auto-esiliato ad Hong Kong, affermano che si tratta del livello di repressione più alto degli ultimi decenni. Tra gli altri sono finiti in prigione l’avvocato Pu Zhiqiang, l’accademico Xu Youyu e la fondatrice delle “Madri di piazza Tiananmen” Ding Zilin. Per la prima volta è stata arrestata l’assistente cinese di un giornalista straniero, Xin Jian, accusata di aver aiutato il suo datore di lavoro – un reporter del giornale finanziario giapponese Nikkei – ad ottenere interviste con personaggi critici del regime. Google, il gigante informatico americano che già in passato è stato ai ferri corti con il gruppo dirigente di Pechino per aver rifiutato di sottoporsi ai dettami della censura, oggi ha funzionato a singhiozzo in diverse zone del paese, inclusa Pechino. Il Foreign Correspondent Club of China ha denunciato le “intimidazioni” subite da giornalisti stranieri e dai loro collaboratori locali nelle ultime settimane. Jerome A.Cohen, ritenuto il maggior esperto mondiale sul sistema legale cinese, ha scritto in un articolo diffuso oggi ad Hong Kong: “Negli ultimi anni, nonostante l’impressionate sviluppo economico della Cina, la situazione dei diritti umani e civili si è deteriorata in modo significativo, e le prospettive per il futuro non sono brillanti”. In un recente discorso alla City University di Hong Kong, il professore di storia e cultura cinese Perry Link – bandito dalla Cina per aver partecipato alla pubblicazione delle Tiananmen Papers, un libro di importanza fondamentale per la comprensione della genesi e delle conseguenze del massacro – ha sostenuto che l’intervento dell’esercito contro gli studenti che avevano occupato la piazza fu “deciso a freddo per riaffermare la supremazia del Partito Comunista Cinese”.

Beniamino Natale per Ansa

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