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Cina respinge accuse spagnole di genocidio per il Tibet contro suoi leader

La Cina ha espresso oggi la sua condanna per il mandato di cattura internazionale emesso contro l’ ex-presidente Jiang Zemin da un magistrato spagnolo che lo ha riconosciuto colpevole di genocidio nel Tibet. “La Cina e’ profondamente scontenta e decisamente contraria alle azioni sbagliate delle istituzioni spagnole, che non hanno tenuto conto della posizione della Cina”, ha affermato la portavoce del ministero degli esteri Hua Chunying in una conferenza stampa a Pechino. La portavoce ha aggiunto che la Cina si augura “che il governo spagnolo sappia come risolvere questo problema” che “incide sullo sviluppo positivo delle relazioni bilaterali”. Il mandato di cattura e’ stato emesso ieri dal giudice Ismael Moreno contro Jiang e altri quattro alti dirigenti cinesi sulla base del principio di “giurisdizione universale” usato in passato da un altro magistrato spagnolo, Baltazar Garcon, per incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet. L’ iniziativa appare destinata a non produrre alcun effetto perche’ il Parlamento spagnolo sta discutendo una riforma che cancellera’ la “giurisdizione universale” e i procedimenti aperti in suo nome.

fonte: ANSA

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Genocidio in Tibet, Spagna chiede arresto per Jiang Zemin e Hu Jintao

Non si ferma la sfida della magistratura spagnola alla Cina sul genocidio in Tibet: una raffica d’ordini d’arresto è scattata oggi nei confronti dell’ex presidente Jiang Zemin, tuttora influente ‘grande vecchio’ del partito comunista cinese, dell’ex premier Li Peng e di altri tre veterani della nomenklatura politica e militare di Pechino. Provvedimenti destinati a restare senza effetto, anche per la prossima approvazione in Parlamento di una riforma politica dell’applicazione del principio della giurisdizione universale, che porterà all’archiviazione di molte delle inchieste aperte dalla giustizia iberica sul fronte internazionale in materia di diritti umani. Ma che nondimeno rischiano di scatenare una nuova reazione politico-diplomatica da parte del ‘dragone’ cinese. Le ordinanze trasmesse dall’Audiencia Nacional all’Interpol prevedono – sulla carta – la detenzione in carcere, senza condizionale, nei confronti dei cinque ‘mandarini rossi’: accusati di genocidio per la repressione perpetrata dal regime nel Tibet dagli anni ’70 fino al 2005. Tutti potrebbero essere arrestati, a patto di prenderli, non appena fuori dal territorio cinese. L’inchiesta prende le mosse dalla denuncia presentata nel 2006 dal comitato di sostegno al Tibet, dalla Fondazione Casa del Tibet e dall’Associazione costituita da Thunten Wngchen Sherpa Sherpa, cittadino e ‘lama’ d’ origine tibetana, ma di nazionalità spagnola, parti civili nella causa. E già a novembre, quando i mandati di arresto furono annunciati, aveva provocato irritazione e pesanti pressioni da parte del governo di Pechino. Il giudice istruttore Ismael Moreno, che aveva inizialmente preso tempo, è stato tuttavia ‘costretto’ alla fine a formalizzare i provvedimenti, in esecuzione di quanto disposto dalla Sala Penale dell’alto tribunale spagnolo contro i cinque dirigenti cinesi, imputati per i reati di genocidio, torture e lesa umanità. Con Jiang e Li, sono accusati Oiai Shi, ex capo della sicurezza della Repubblica Popolare; Chen Kuiyan, segretario del Partito comunista in Tibet nel passato; e Peng Pelyun, ministro di Pianificazione familiare negli anni ’80. Presidente della Cina fra il 1993 e il 2003, Jang Zemin “esercitò autorità di supervisione sulle persone direttamente responsabili di atti di tortura e abusi dei diritti umani contro la popolazione tibetana”, si legge nel capo d’imputazione di Moreno. Jiang, stando alla denuncia dei querelanti, avrebbe inoltre promosso “attivamente politiche il cui obiettivo era popolare la regione autonoma del Tibet con una maggioranza di etnia Han, arrestare migliaia di tibetani e sottometterli ad abusi fisici e mentali”. Nell’inchiesta si fa poi riferimento a deportazioni, campagne di aborto e sterilizzazione forzati di massa, torture di dissidenti. In teoria, l’Audiencia Nacional potrebbe ora spiccare un analogo ordine d’arresto anche per l’ex presidente Hu Jintao. Ma sull’intero procedimento pende la proposta di legge presentata dal Partito Popolare (PP) del premier Mariano Rajoy per limitare gli spazi d’indagine della giustizia spagnola su reati commessi fuori del territorio nazionale. L’iniziativa, contenuta nel progetto di riforma complessivo dell’ordinamento giudiziario, sarà esaminata questa stessa settimana dal congresso dei Deputati, che si appresta ad approvarla grazie alla maggioranza assoluta del PP. Al riguardo, Amnesty International e altre 16 organizzazioni hanno rivolto giusto oggi un appello per chiedere che la giurisdizione universale sia invece mantenuta, per poter “perseguire reati come il genocidio, i crimini di guerra e contro l’umanità, le sparizioni e le torture” ovunque commessi nel mondo. Pena la resa “alle violazioni delle norme del diritto internazionale”.

fonte: ANSA

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Nuova immolazione per il Tibet, 126ma dal 2009

Un tibetano di 29 anni si è immolato dandosi fuoco nella provincia cinese del Qinghai, secondo l’ emittente americana Radio Free Asia (Rfa). Le “fonti locali” citate dall’emittente affermano che Phagmo Samdrub si è suicidato mercoledì scorso vicino alla Panchen Day School a Zeku (Tsekhog). L’uomo ha detto di aver compiuto il gesto “per la causa del Tibet”. Con Samdrup, sono 126 i tibetani ad essersi dati fuoco per protesta contro la politica della Cina nel territorio a partire dal 2009.

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Tre monasteri chiusi in Tibet dalle autorità cinesi

Le autorità cinesi hanno chiuso tre monasteri della contea di Driru (Biru in cinese), nella regione autonoma del Tibet, la stessa oggetto da mesi dei scontri tra locali e polizia per il rifiuto dei residenti di issare la bandiera cinese. I tre monasteri, Dron Na, Tarmoe, and Rabten che si trovano nella prefettura di Nagchu (Naqu per i cinesi) sono stati per settimane circondati dalle forze paramilitari cinesi. Molti monaci sono stati portati in alcuni campi di rieducazione e sono state sospese le attività religiose nella zona. Già nelle scorse settimane la polizia aveva arrestato alcuni monaci, in particolare i capi dei monasteri oggi chiusi, e effettuato controlli e ispezioni in diverse celle e locali del monastero.

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Nuova immolazione pro Tibet e importante monaco morto per percosse sotto custodia della polizia

Un monaco di 42 anni si è immolato dandosi alle fiamme nella provincia nord occidentale cinese del Gansu, per protesta contro il controllo cinese sul Tibet. Lo riferiscono fonti tibetane e cinesi. Il monaco è morto per le ferite portando a quota 125 i casi di immolazione dal 2009, di cui 27 solo quest’anno. L’episodio è avvenuto ad Amchok, nella contea di Sangchu.
Un importante monaco buddista tibetano è morto mentre si trovava in custodia delle autorità cinesi. Lo riferisce il Centro per i diritti Umani e la Democrazia (Tibetan Centre for Human Rights and Democracy, Tchrd) con sede a Dharamsala, in India. Ngawang Jamyang, 45 anni, era tra i tre monaci arrestati senza motivo dalle forze di polizia cinesi mentre si trovavano a Lhana, lo scorso 23 novembre ed era molto conosciuto in ambiente tibetano per le sue doti oratorie, per la sua conoscenza, per le sue doti meditative. Apparteneva al monastero di Tarmoe, nella contea di Driru (Biru in cinese), sotto assedio da mesi da parte delle forze cinesi a causa del rifiuto dei locali di issare la bandiera cinese. Secondo le indiscrezioni, il monaco sarebbe morto l’altro ieri e il suo corpo consegnato alla famiglia che ha notato segni di percosse e violenze. Consegnando il corpo, gli agenti hanno vietato alla famiglia di parlare con chiunque, minacciando arresti in caso contrario. Ngawang Jamyang era stato già arrestato nel 2008, durante le proteste per il passaggio della fiaccola olimpica, con l’accusa di aver rivelato segreti di stato. Rimase in carcere per due anni, prima di entrare come insegnante nel monastero di Tarmoe, lo stesso che, dopo il suo arresto, è stato chiuso dalle autorità. Da giorni migliaia di agenti circondano questa ed altre strutture religiose in zona. Non si hanno notizie degli altri due monaci arrestati con Ngawang Jamyang.

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Monasteri circondati in Tibet, oltre 1000 arresti

Gruppi paramilitari e militari cinesi da qualche giorno hanno circondato alcuni monasteri tibetani nella contea di Driru (Biru in cinese), prefettura di Nagchu nella regione autonoma del Tibet, arrestando diversi monaci. La regione è al centro di scontri, da settembre scorso, tra le autorità cinesi e i residenti locali per l’obbligo imposto ad issare la bandiera cinese, obbligo rifiutato dai residenti. Da allora, oltre 1000 persone sono state arrestate, molte di queste monaci. Agenti hanno circondato i monasteri di Tarmoe, Rabten e Dron Na e ai monaci non sono permessi contatti con l’esterno. Le forze di sicurezza hanno anche sequestrato cellulari, computer e perquisito tutte le stanze e gli appartamenti privati dei monaci di alcuni familiari di questi, sequestrando materiale religioso.

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Nuova immolazione pro Tibet, 124ma dal 2009, 26ma da gennaio 2013

Nuova immolazione per il Tibet. Un uomo di 30 anni, padre di due bambini ed ex prigioniero politico cinese, si e’ autoimmolato martedi’ sera nella citta’ di Meruma, nella contea e prefettura autonoma tibetana di Ngaba (Aba per i cinesi), nella provincia meridionale cinese del Sichuan. Kunchok Tseten, questo il nome dell’uomo, ha urlato slogan in favore del ritorno del Dalai Lama in Tibet e per la fine di quella che ha chiamato l’occupazione cinese. L’uomo era stato gia’ arrestato in passato per aver manifestato contro la Cina. Gli agenti convogliati sul posto hanno dapprima spento le fiamme, poi hanno preso il corpo dell’uomo le cui condizioni, cosi’ come il luogo dove si trova, sono sconosciute. La polizia ha anche arrestato sua moglie e suo fratello in seguito all’atto di martedi’. Kunchok Tseten e’ il 124/o immolato dal 2009, 26/o dall’inizio di quest’anno.

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