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Google cede a Pechino, rimosso filtro anti-censura. Dietro ci sarebbe accordo con società cinese Qihoo 360

Google cede ai censori di Pechino. Potrebbero esserci motivi economici dietro la decisione del gigante di Mountain View di fermare in Cina lo strumento che informava coloro che usavano il motore di ricerca americano che la parola cercata poteva essere tra quelle sensibili per il governo cinese, e quindi censurata. In una mossa che molti osservatori cinesi della rete hanno definito di “autocensura”, Google dopo solo sei mesi dall’inizio del nuovo servizio ha deciso di sospenderlo. Mentre nei casi precedenti di ‘guerra’ fra il censore cinese e l’azienda californiana l’intervento di Pechino aveva bloccato le attività del motore di ricerca, questa volta i tecnici americani avevano trovato la soluzione: inserire all’interno della sorgente stessa del motore l’applicazione che avvertiva della sensibilità delle parole ricercate. In questo modo, per bloccarla, si sarebbe dovuto bloccare il sito intero. Come in effetti è successo a novembre, quando per oltre 24 ore i servizi Google (compresa la posta di Gmail) in Cina non sono stati raggiungibili. Ecco perché per gli osservatori cinesi della rete, la decisione di Google è auto censoria. Al momento non c’é nessuna motivazione data dagli uffici di Google, ma si guarda al versante economico. In Cina, proprio a causa della guerra di censura con il governo, Google, a differenza degli altri Paesi, non solo non ha la maggioranza del mercato, ma è relegato a numeri ad una cifra. Pochi giorni fa (guarda caso proprio quando è stata rimossa, nel silenzio generale, l’applicazione con l’avviso) si sono cominciate a diffondere notizie di un possibile accordo fra Google e Qihoo 360 Technology, società informatica cinese che oltre ad occuparsi di software per sicurezza gestisce anche l’omonimo motore di ricerca, ma soprattutto il più usato browser cinese. L’idea sarebbe quella di unire le forze per rosicchiare qualcosa al 74% di quota di mercato di Baidu, il motore di ricerca cinese più usato nel paese di mezzo. A seguito di queste voci, diverse società di consulenza finanziaria hanno rivisto al rialzo (da 62 a 90 milioni di dollari) le stime dei ricavi della Qihoo per il 2013. Qihoo e Google già collaboravano fino a quando la società cinese non ha usato il proprio motore di ricerca nel suo browser. Quella di Google e della Cina è la storia di un lungo braccio di ferro. Sin da quando nel 2006 Google ha lanciato la sua versione cinese, si è scontrata con le decisioni della censura cinese che, utilizzando la ‘Grande Muraglia di Fuoco’ (Great FireWall, giocando sulle parole firewall e la grande muraglia), impone alle società internet con server in Cina di obbedire alle proprie leggi in termini di blocco di parole e temi sensibili come Tibet, Dalai Lama, Falun Gong o anche ricerche sui leader del partito in carica o su quelli caduti in disgrazia o su temi caldi in particolari momenti. Google si è sempre rifiutata, diventando baluardo della libertà per i cinesi, decidendo, nel 2010, di spostare i server ad Hong Kong, dove queste restrizioni non esistono. Ma la cosa ha ancor di più esacerbato gli animi e le difficoltà imposte dal governo cinese a Google e alla sua galassia (le mappe, Gmail, Youtube solo per citarne alcuni). Di qui la decisione di mettere a giugno il tool per l’avviso, rimosso poco fa. E le polemiche su Google non si fermano qui. Fa discutere infatti anche la missione “umanitaria” in Corea del Nord di una delegazione Usa, composta tra gli altri dall’ex governatore del Nuovo Messico Bill Richardson e proprio dal presidente di Google Eric Schmidt. La visita, contestata dall’amministrazione Obama per la tempistica, cade dopo il lancio del razzo/missile effettuato a dicembre dalla Corea del Nord per mandare in orbita un satellite di osservazione terrestre, ritenuto essere dall’Occidente invece il test di un vettore a lunga gittata, capace di raggiungere anche le coste Usa con tanto di testata nucleare.

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In Cina l’anima gemella si trova su internet

Sono sempre di piu’ i giovani che in Cina usano internet per trovare l’anima gemella. Spinti soprattutto dai genitori, che fanno pressione affinche’ i loro figli si sposino al massimo entro i trent’anni, i giovani cinesi si affidano spesso a piattaforme via internet, specializzate negli incontri on line, sperando di avere fortuna e trovare marito o moglie. Secondo i dati resi pubblicati dalla stampa cinese e realizzati da NetEase – una di queste societa’ per incontri che ha di recente lanciato una piattaforma la cui ultima versione e’ in fase di sperimentazione in diverse citta’ cinesi tra cui Pechino, Shanghai, Hangzhou, Guangzhou e Shenzhen – i clienti sono soprattutto giovani tra i 20 e i 35 anni che amano usare internet e che sono possessori di tablets e smartphone. Questo anche perche’ i giovani, votati alla carriera e al successo, hanno sempre meno tempo, nella Cina arrivista, per i rapporti personali. E cosi’ si sfrutta la rete. In un rapporto pubblicato il mese scorso relativo a come i cinesi considerano il matrimonio dalla Jiayuan.com Ltd (una tra le piu’ grandi di queste societa’ specializzate negli incontri on line) e redatto in collaborazione con la Commissione per la pianificazione familiare, si legge che in Cina ci sono attualmente 249 milioni di persone non sposate di eta’ superiore ai 18 anni. Sorprendentemente, secondo la ricerca, sarebbero piu’ gli uomini che le donne ad essere ansiosi di sposarsi. Coloro che si rivolgono alla rete internet per cercare marito o moglie, fanno di solito richieste molto precise. Chiedono di essere messi in contatto con persone del loro stesso status sociale, che abbiano un buon lavoro o delle proprieta’. La Jiayuan Ltd conta piu’ di 73 milioni di iscritti e, come fanno sapere i suoi responsabili, ogni giorno circa 7.000 di questi riescono a trovare un partner. Secondo Liu Fengqin, psicologo in consultorio di Pechino destinato principalmente alle donne, questi nuovi metodi per incontrarsi non sono da condannare e possono anche avere una funzione sociale purche’ pero’ subito dopo avvenga il passaggio alla vita e alla comunicazione reale. Idea questa che del resto condividono anche i titolari delle societa’ on line che organizzano gli incontri. ”Dopo l’incontro on line noi stessi cerchiamo di agevolare il fatto che poi le persone si conoscano di persona. Spesso organizziamo anche attivita’ per gli utenti per favorire le loro occasioni di incontro – spiega Zhou Zhongxiao, vice-presidente di Jiayuan – ad esempio offriamo loro biglietti scontati per cinema e teatro, ma non tutti apprezzano questo tipo di cose considerandole come interferenze e spesso preferiscono poi proseguire da soli”.

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Stampa cinese invoca maggiore controllo su internet

La Cina si prepara a subire un nuovo giro di vite della censura contro internet e in particolare contro i social network, con l’avallo di campagne stampa dei giornali di regime. Come riferisce il South China Morning Post, nei giorni scorsi sia il Peoplés Daily che il Global Times, entrambi allineati alle posizioni del partito comunista, hanno pubblicato due editoriali nei quali hanno enfatizzato la necessità di maggiori controlli specialmente sul web, parlando di “internet caotico che deve essere regolamentato”. Già nei giorni scorsi molti utenti della rete si sono lamentati di un rallentamento delle connessioni e del blocco di molte delle cosiddette Vpn, Virtual Private Network, i software che cioé consentono di bypassare la censura del Grande Fratello cinese. Nell’editoriale del Global Times, dal titolo “Libertà ma non a costo della regolamentazione on line” si legge tra l’altro che “i problemi causati da internet si sono accumulati nel tempo” e che ” è tempo di regolamentare internet, questa visione è condivisa non solo dalle autorità ma anche dai privati che temono una intromissione nella loro privacy”. Le Vpn, oltre a permettere l’accesso a siti come Facebook, Youtube o Twitter che in Cina sono vietati, sono importanti per le aziende. “Se non possiamo usare le Vpn – ha detto al Scmp un manager occidentale di una azienda che ha però chiesto di rimanere anonimo – per noi è una catastrofe. Noi lavoriamo tra diversi uffici e filiali usando ad esempio Google Drive, che ci permettere di salvare documenti, o lavorare in simultanea o condividere documenti. Qui non possiamo farlo”. Molti stranieri lamentano l’eccessiva lentezza delle connessioni e l’inaccessibilità anche di servizi di posta elettronica quale quello di Google mail. In un messaggio inviato a tutti i suoi utenti, Astrill, una delle Vpn più comuni, ha detto che la tecnologia usata dalla censura cinese ha ora “la abilità di imparare, scoprire e bloccare automaticamente i protocolli di Vpn”. Con oltre 500 milioni di utenti – il più alto numero al mondo – la Cina sta emergendo come una superpotenza del web. Ma non solo gli stranieri tentano di sfuggire al controllo del grande fratello cinese. Sono molti i ragazzi cinesi che usano le Vpn per andare sui social network vietati. Nei giorni scorsi ci sono state polemiche su internet perché la Xinhua, l’agenzia Nuova Cina, l’agenzia di stampa ufficiale cinese, ha un account su Twitter dal quale manda continui messaggi. “Se è vietato per me – ha scritto Fang su internet – perché non deve essere vietato anche per loro? A questo punto vado dalla polizia a denunciarli”.

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In Cina il maggior numero di microblogger del mondo

La Cina ha il maggior numero al mondo di microbloggers. Lo rivela l’ultimo rapporto sullo sviluppo dei nuovi media nel paese. La relazione annuale, pubblicata dal dipartimento stampa dell’Accademia di Scienze Sociali, ha evidenziato che circa 274 milioni di cinesi hanno un microblog. Un numero che è aumentato vertiginosamente se si pensa che nel 2010 erano circa 63 milioni. Secondo il rapporto il successo di questo fenomeno è dovuto in gran parte al fatto che il servizio di microblogging è diventato un importante canale per il popolo cinese per poter esprimere le proprie idee, specie in merito a questioni pubbliche normalmente oggetto di censura, ma èdiventato anche un canale di comunicazione semplice ed a basso costo tra il governo e i cittadini. La relazione ha anche sottolineato come il governo abbia cominciato a capire l’influenza dei social network e abbia fatto uno sforzo maggiore per trovare con questi delle forme di cooperazione. Una ricerca ha mostrato come le autorità hanno risposto a circa il 71,9% dei problemi ampiamente discussi nei microblogs e nel 50,4% dei casi lo hanno fatto entro le 24 ore. Il rapporto ha però evidenziato anche come non esista ancora una legislazione che regoli queste nuove forme di media. Il numero di utenti di Internet in Cina è aumentato del 10,9% nell’ultimo anno, arrivando alla fine dello scorso mese di giugno a 538 milioni.

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Bloccate ricerche su web su Hu Jintao per celare foto curiosa

La censura cinese blocca sui siti le ricerche che abbiano come contenuto il nome del presidente, Hu Jintao, per evitare eventuali battute o ironie sulla sua persona dopo che il leader cinese e’ stato sorpreso nell’atto di staccare un adesivo con la bandiera cinese dalla suola delle sue scarpe, al G20 in Messico. Tutto e’ scaturito da una foto di gruppo scattata durante il recente G20. Per indicare esattamente la posizione che ogni leader doveva tenere, erano stati posizionati sul pavimento degli adesivi raffiguranti le varie bandiere nazionali. Mentre gli altri potenti del mondo si sono sistemati senza problemi, sembra che lo sticker destinato a Hu, staccandosi in parte, si sia attaccato alla sua scarpa. Il presidente cinese si e’ allora chinato per staccarlo e rimuovere la colla attaccatasi. Appena la foto si e’ diffusa, alcune agenzie cinesi hanno parlato di patriottismo, sostenendo che Hu si sarebbe chinato non per rimuovere lo sticker, ma solo per prendere e sollevare l’adesivo che raffigurava la bandiera, ”orgoglio della Cina”. In ogni caso, temendo che le immagini potessero suscitare i commenti divertiti degli utenti della rete, i censori cinesi hanno deciso di dare un taglio netto. Ogni ricerca che ha come chiave ”Hu Jintao” oppure ”Hu che raccoglie la bandiera” e’ stata bloccata e la pagina mostra un messaggio di errore.

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No a twitter locale a pagamento

Agli utenti cinesi non va di pagare per usare Weibo, il popolare servizio che rappresenta la versione cinese di Twitter. Il portale Sina Weibo che, seguendo le indicazioni governative, ha deciso dal mese scorso di rafforzare i controlli e aumentare la censura sui contenuti dei post, ha annunciato lunedì scorso il lancio di un nuovo sistema, che prevede sostanzialmente una serie di privilegi per gli utenti che pagheranno una quota associativa, 10 yuan (poco più di un euro) al mese. La notizia non è stata accolta con favore e, secondo un sondaggio condotto dal sito Morning News il 90% di 7.000 intervistati ha dichiarato di non essere intenzionato a pagare la tassa. Tra questi un blogger di Xiamen, Peter Guo, che ha dichiarato di voler boicottare il nuovo servizio e non accettare di pagare. “Non c’é nulla di strano – ha fatto invece sapere un dipendente di Sina che ha chiesto di rimanere anonimo – quelli che diventeranno membri pagando questa somma come abbonamento saranno un po’ come clienti vip, avranno delle possibilità in più di un utente normale, godranno di alcuni privilegi, ad esempio potranno seguire più persone, mentre gli account normali potranno seguire fino a un massimo di 2.000 persone”. Secondo molti utenti invece si tratterebbe dell’ennesimo sistema per controllare meglio gli utenti, per bloccarne anche gli indirizzi Ip in caso di con tenuti ritenuti sensibili o non opportuni. In un emendamento agli attuali regolamenti di gestione dei servizi Internet, il Ministero cinese dell’Industria e della Tecnologia dell’informazione (MIIT) renderà la registrazione del nome requisito legale per la partecipazione a forum, blog, microblog, e tutti gli altri servizi interattivi on-line.

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Cina studia legge per impedire anonimato su internet

La Cina punta a stringere, ulteriormente, le maglie della rete con una nuova legge per impedire l’anonimato su Internet. La proposta è contenuta in una bozza di aggiornamento del documento governativo “Metodi per la governance del sistema informativo internet” e tende ad estendere il concetto di servizio informazioni su Internet anche ai forum online, blog e microblog. Con il nuovo regolamento, le società dovranno avere una nuova autorizzazione e saranno obbligate ad assicurare le autorità sul fatto che gli utenti siano registrati con le loro vere identità. Al contrario di quanto accade attualmente: chiunque voglia usare un blog, non è infatti costretto a registrarsi avvalendosi della vera identità. Già a dicembre scorso, la Cina ha obbligato gli operatori di microblog a garantire che gli utilizzatori siano registrati con una vera identità. Obbligo che ha causato molte proteste sulla rete. Fino al 6 luglio, la bozza di documento è in discussione pubblica sul sito dell’ufficio nazionale e informazione e internet, che è sotto il controllo del gabinetto cinese, il Consiglio di Stato. Negli ultimi tempi, soprattutto in concomitanza con la ricorrenza dell’anniversario della strage di Tiananmen, il governo cinese ha messo una stretta su internet, aumentando i controlli. Nelle scorse settimane, dopo la fuga dell’attivista cieco Chen Guangcheng a Pechino (poi andato negli Usa) le autorità hanno applicato una censura maggiore, cancellando dalla rete, sia dai blog che dai microblog che offrono servizi tipo twitter, post ritenuti sconvenienti.

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