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La Foxconn ammette violazioni dei contratti di lavoro dei suoi dipendenti

Esattamente un anno fa ammetteva di impiegare tra i suoi dipendenti anche minori. Oggi la Foxconn, l’azienda che produce tra gli altri i prodotti Apple e che e’ tristemente conosciuta come la ‘fabbrica dei suicidi’, ammette altre violazioni dei contratti di lavoro nella sua fabbrica di Yantai, dove vengono utilizzati come stagisti anche studenti universitari. Era il 17 ottobre dell’anno scorso quando l’azienda taiwanese di proprietà della Hon Hai Precision, con un comunicato ammetteva di impiegare minori di 14 anni nello stabilimento di Yantai. Oggi, l’azienda con un altro comunicato confessa violazioni dei diritti dei lavoratori, come lavoro notturno e straordinari non pagati, ed in particolare l’utilizzo di stagisti universitari, nello stesso stabilimento. Secondo informazioni che circolano sulla rete, nell’impianto della provincia nord orientale dello Shandong, gli operai sono impegnati nella produzione della nuova consolle della Sony Playstation4. C’erano state diverse denunce nei giorni scorsi, soprattutto provenienti dagli studenti dell’università di Xi’An, che sarebbero stati costretti ad andare come stagisti nella fabbrica per poter accedere al diploma finale di studio. Non è inusuale da parte di aziende impiegare studenti universitari in cambio dell’ottenimento di crediti. Ma il loro impiego è regolato mentre l’azienda taiwanese ha violato la legge “in alcuni casi”, come è scritto nel comunicato diffuso oggi, nel quale si promettono “misure urgenti e controlli più serrati”. Secondo le denunce, questi stagisti venivano ‘maltrattati’ come tutti gli altri lavoratori, obbligati a turni massacranti anche notturni, percependo stipendi da circa 200 euro al mese. Ma la paura di non poter ottenere il diploma, ha spinto i ragazzi a non denunciare la situazione, che comunque è emersa grazie ad un tam tam sulla rete. Quello di oggi è l’ultimo di una serie di scandali che hanno interessato l’azienda. Nelle sue 13 fabbriche in Cina, alcune delle quali vere proprie cittadelle con oltre 100.000 dipendenti, la Foxconn impiega un milione di dipendenti in Cina continentale e 200.000 fuori, producendo componenti per la Apple e per altre importanti aziende di elettronica come la Sony, la Hewlett Packard, la Nokia e la Dell. Spesso è stata al centro di proteste per le dure condizioni di lavoro e sfruttamenti imposti ai suoi operai, in maggioranza immigrati dalle regioni più povere della Cina. Nel 2010 è salita alla ribalta perché 18 dei suoi dipendenti si sono tolti la vita a causa delle pessime condizioni di lavoro e dello sfruttamento a cui sono soggetti, facendole acquisire il macabro soprannome di ‘fabbrica dei suicidi’. Questo da un lato spinse l’azienda ad impegnarsi per offrire condizioni di lavoro più umane, dall’altro però la spinse a misure incredibili come l’impegno a non suicidarsi siglato al momento della firma del contratto.

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Fornitore cinese di iPhone 5c viola norme sul lavoro

Una Ong che si batte per i diritti dei lavoratori cinesi ha scoperto condizioni di lavoro precarie per i lavoratori di una fabbrica in cui si producono i nuovi iPhone c economici della Apple, a breve sul mercato. Secondo China Labor Watch, che ha sede a New York, gravi violazioni delle norme sul lavoro sono state scoperte nella fabbrica della Jabil Circuit, che lavora per la Apple, a Wuxi, nella Cina orientale. Nell’indagine è emerso che i lavoratori sono obbligati a turni di oltre 11 ore di lavoro nei quali lavorano in piedi con una interruzione di soli 30 minuti per mangiare. Inoltre, sono obbligati anche a più di 100 ore di straordinario al mese, molte delle quali non vengono neppure pagate. Nella fabbrica, inoltre, verrebbero discriminati i dipendenti in base all’età e assunti solo i più giovani e uomini, per evitare donne incinte. China Labor Watch negli anni ha condotto diverse inchieste sulle fabbriche cinesi, soprattutto quelle legate a proprietà o che hanno commesse straniere. Nel loro mirino, negli ultimi tempi, soprattutto le aziende legate alla Apple.

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Rogo allevamento, dopo 24 ore si cercano ancora dispersi

A più di 24 ore dal pauroso incendio che ha ucciso 120 operai in un impianto di macellazione di polli nel nord est della Cina, si cercano ancora i dispersi. Come già riferito ieri, le autorità di polizia tengono in detenzione alcuni responsabili della struttura. I vigili del fuoco stanno ancora cercando nelle macerie dell’impianto della Jilin Baoyuanfeng Poultry Company di Mishazi a Dehui, nella provincia nord orientale di Jilin. I soccorritori hanno recuperato 119 corpi e due sopravvissuti, uno dei quali è morto successivamente in ospedale. In azione ci sono anche cani che stanno aiutando a cercare i dispersi fra le lamiere, fino ad ora contribuendo a recuperare 30 corpi. In azione anche le autorità ambientali locali, che stanno indagando sull’impatto ambientale successivo all’incendio, dal momento che nell’aria c’é presenza di ammoniaca. E proprio questa sostanza potrebbe essere all’origine dell’incendio, anche se non è ancora chiaro cosa abbia scaturito le fiamme. Secondo alcuni operai sopravvissuti, non è la prima volta che l’impianto era stato interessato da un incendio. Tre anni fa le fiamme sono divampate nella struttura, non creando però tanti danni alle cose e niente alle persone. Al momento dell’incendio, nell’impianto c’erano più di 300 operai. Nata nel 2009, la Jilin Baoyuanfeng Poultry Company conta oltre 1200 impiegati e processa circa 67.000 tonnellate di prodotti di pollo l’anno.

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Oltre 100 operai morti in incendio di un impianto per la macellazione di polli

Un inferno. Questa la descrizione piu’ diffusa tra i sopravvissuti del pauroso incendio che e’ scoppiato stamattina in un impianto di macellazione di polli nel nord est della Cina, dove hanno perso la vita almeno 119 operai. Ma il bilancio dei morti potrebbe ancora drammaticamente salire, dal momento che non sono stati ritrovati tanti ritenuti dispersi. Erano da poco passate le 6 del mattino quando si e’ consumata l’ennesima tragedia del lavoro. In quel momento a Mishazi, nella citta’ di Dehui, provincia nord orientale del Jiling, nella Jilin Baoyuan Poultry Company c’erano oltre 300 operai, per il cambio turno. Cento erano impegnati su una linea, altrettanti su un’altra. All’improvviso si e’ udito un forte scoppio, seguito da immediate, possenti e alte fiamme, che hanno avviluppato la struttura prefabbricata di acciaio. Tutti hanno cercato di scappare, alcuni sono rimasti schiacciati dai colleghi, altri non hanno avuto la possibilita’ di uscire dalla struttura il cui interno viene definito come ”complicato”, con porte piccole e strette. Non solo: i cento che sono riusciti a scappare subito hanno trovato i cancelli esterni della fabbrica chiusi, riuscendo a trovare rifugio nel compound. Tra i 54 feriti ricoverati in ospedale, diversi gli intossicati dall’acre fumo nero, mentre altri hanno riportato ferite dovute alla fuga e alla calca. Le autorita’ hanno inviato 67 camion cisterna e oltre 500 pompieri che hanno spento l’incendio dopo sei ore. Ora sono tutti alla ricerca dei dispersi, il cui numero e’ sconosciuto. Nata nel 2009, l’azienda conta oltre 1200 impiegati e processa circa 67.000 tonnellate di prodotti di pollo l’anno. Non si conoscono ancora le origini dell’incendio. Per alcuni e’ stato dovuto da una fuga di ammoniaca che si e’ incendiata, per altri e’ scaturito dall’impianto elettrico, per alcuni le fiamme si sono propagate dagli spogliatoi del personale. Su una cosa tutti sono d’accordo: le misure di sicurezza erano irrisorie. Alcuni responsabili della struttura sono stati portati via dalla polizia per interrogatori. Giusto venerdi’ scorso, il presidente cinese Xi Jinping si era appellato per una ”Cina piu’ sicura”, invocando una campagna nazionale per garantire la sicurezza dei civili, chiedendo maggiori sforzi per risolvere i problemi di sicurezza. Parole che sembrano cadute nel vuoto, vedendo quello che e’ successo oggi, solo l’ultimo di casi simili. Trentatre’ persone sono morte lo scorso 20 maggio nello scoppio di una fabbrica di esplosivi nello Shandong; altri 28 hanno perso la vita in una miniera nel Sichuan lo scorso 11 maggio. Sempre in miniera, nel Jilin, 53 persone sono morte in due scoppi due mesi fa. Venerdi’ un grosso incendio ha distrutto una dei piu’ grandi granai del nord est del paese, senza fare vittime. Per le miniere, il governo ha obbligato i titolari a scendere con gli operai, obbligandoli cosi’ a misure di sicurezza migliori. Ma, molto spesso, i proprietari pagano sosia o sostituti e funzionari compiacenti, evitando cosi’ di mettere in regola gli impianti.

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“Operaio” di 14 anni muore in fabbrica

A quattordici anni, un ragazzino cinese che lavorava dodici ore al giorno con due brevi pause per il pranzo in una fabbrica di prodotti elettronici, è stato trovato morto nel suo letto del dormitorio dell’azienda. Una fine che ha dell’incredibile, bollata come ‘morte immediata’ dalle autorità che non hanno però voluto offrire maggiori indicazioni e che, al momento, è stata risarcita con poco più di 12 mila euro. Secondo testimonianze raccolte da organizzazioni che si battono per i diritti dei lavoratori in Cina, la causa della morte, avvenuta il 21 maggio, potrebbe essere attribuita al troppo lavoro. Nella fabbrica, infatti, secondo China Labor Watch, una organizzazione americana, gli straordinari erano all’ordine del giorno, anche di decine d’ore. Liu Fuzong, questo il nome del ragazzo, proveniva da una famiglia povera della zona rurale cinese. Il 27 febbraio, tramite una società di consulenza sul lavoro, la Dongguan Wantong Labor Dispatch Company, fu assunto alla Yinchuan Electronic Company, azienda che produce le schede madri per i computer della Asus a Dongguan, città non lontana da Guangzhou, l’ex Canton, nella provincia meridionale del Guangdong. Qui il ragazzino si presenta con un documento falso, nel quale c’era scritto che aveva diciotto anni. Senza troppi controlli da parte dell’azienda (che verrà multata dalle autorità per questo), viene assunto e messo alla catena di montaggio. Con lui lavorano molti studenti, parecchi dei quali sotto i sedici anni, nonostante sia vietato dalla legge. Tutti provenienti dalla provincia meridionale del Sichuan, tutti messi a produrre pezzi elettronici. La Yinchuan è di proprietà della taiwanese 3CEMS Group, un colosso che lavora per conto di Samsung, Canon e Sony. La Samsung ha subito fatto cancellare il proprio nome dal sito dell’azienda taiwanese, anche se attraverso ricerche su internet si trovano le prove dei loro legami. E l’azienda sudcoreana leader nel settore dei tablet e smartphone, non è muova ad accuse di sfruttamento del lavoro minorile. La stessa China Labor Watch ha più volte denunciato le condizioni pessime di lavoro in fabbriche cinesi riconducibili alla Samsung, dove sono impiegati anche minorenni. L’Ong americana ha più volte denunciato le condizioni di lavoro alla Foxconn, l’azienda taiwanese tristemente famosa come ‘la fabbrica dei suicidi’ per gli oltre venti suicidi tra i suoi operai nel 2010. Gli ultimi tre suicidi si sono registrati tra la fine di aprile e la metà del mese scorso. Ma in Cina si muore anche per il troppo lavoro, oltre che per il cattivo lavoro. Pochi giorni fa un giovane di 24 anni è morto sul posto di lavoro per il troppo lavorare. Secondo le stime ufficiali, in Cina si contano 600mila morti all’anno per troppo lavoro, in prevalenza colletti bianchi impiegati nelle grandi città.

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In fabbriche cinesi condizioni di lavoro da schiavitù

Chi costruisce i nostri iPhone, iPod e iPad? Come? E a quale costo? Perché sul prezzo finale di questi prodotti, costruiti o assemblati per la maggior parte in Cina, non vanno ad incidere proprio tutti i “costi”. Come ad esempio le condizioni di lavoro al limite della schiavitù, discriminazioni di sesso e di età, maltrattamenti fisici e verbali, mancanza degli standard minimi di sicurezza e ancora l’impiego di manodopera minorile e infine la morte per suicidio o iperlavoro. Come l’ultima, quella di un ragazzino di 14 anni morto di fatica mentre lavorava in una fabbrica di prodotti elettronici nel sud della Cina. Liu Fuzong era stato assunto il 27 febbraio scorso usando il documento di un diciottenne. La denuncia arriva da China Labor Watch, una organizzazione con sede negli Usa che si batte per i diritti dei lavoratori in Cina. Torna ancora una volta lo spettro della morte nelle fabbriche di questo paese, in cui le condizioni di lavoro sono spesso al limite del sostenibile. Tra aprile e maggio scorso si sono registrati tre suicidi tra gli operai della Foxconn, Technology Group, il colosso cinese dell’assemblaggio, anche conosciuto come la ‘fabbrica dei suicidi’, tutti collegabili alle condizioni di lavoro nella fabbrica considerate pessime. La società taiwanese con molti impianti in Cina nei quali si producono, tra gli altri, iPhone, iPod e iPad è un nome che campeggia sempre negli scandali degli ultimi anni, sia per una serie di suicidi a catena tra i suoi dipendenti a metà 2010, sia per le condizioni di lavoro al limite della schiavitù, portate a conoscenza del grande pubblico da media e da diversi gruppi e movimenti per i diritti dei lavoratori. Ma la Foxconn non è l’unica azienda i cui dipendenti si tolgono la vita. Il 15 maggio è stata una dipendente della fabbrica della Samsung a Huizhou, nella provincia del Guangdong, che si è suicidata gettandosi dal settimo piano di un palazzo. L’informazione, pervenuta dai colleghi della donna, non è stata confermata finora da fonti ufficiali. E infine l’ultimo giovane deceduto in questi giorni, Liu Fuzong, sarebbe morto in un’altra fabbrica ancora, la Yinchuan Electronic Company, Ltd di Dongguan, città non lontana da Guangzhou. La Yinchuan, azienda di proprietà della 3CEMS Group (che lavora per conto di Samsung, Canon e Sony), produce schede madri per la Asus ed era stata già al centro di denunce per lavoro minorile. Heg Electronics, succursale cinese della Samsung è stata poi denunciata da China Labor Watch in un report del 2012 per una serie di violazioni dei diritti dei lavoratori da parte dell’azienda, comprese ore di lavoro eccessive, violazioni del contratto di lavoro, utilizzo di lavoratori minorenni, discriminazione di età e sesso, mancanza di sicurezza. L’organizzazione ha rilevato che “gli operai sono costretti a turni di 11 o addirittura 12 ore di fila in piedi” e fanno “oltre cento ore di straordinari per mese spesso non pagati”. La Samsung, a seguito di questa denuncia condusse diverse indagini e alla fine comunicò che “a parte la questione delle ore di lavoro supplementari, non è emersa nessuna delle violazioni denunciate nel rapporto”, ovviamente.

fonte: ANSA

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In Cina 33 tra morti e dispersi a causa della esplosione in una fabbrica di fuochi

E’ salito a tredici il bilancio delle vittime accertate provocate dall’esplosione avvenuta ieri mattina intorno alle 10.45 ora locale in una fabbrica di esplosivi nella citta’ di Zhanqiu, nella provincia cinese dello Shandong. Una ventina ancora i dispersi. Al momento dell’esplosione nella fabbrica c’erano 34 operai e altri 8 si trovavano nei pressi del posto dove si e’ verificato l’incidente. Le squadre di soccorso stanno lavorando ininterrottamente da ieri mattina per cercare i dispersi anche se con il passare delle ore le speranze di trovare ancora qualcuno vivo sotto le macerie si assottigliano. La polizia ha anche iniziato i test del DNA sui resti delle vittime per dare un nome ai cadaveri.

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