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Divieto di arresto per i postulanti in Cina

Le autorità cinesi ribadiscono il divieto di arresto per i postulanti che affollano gli uffici pubblici con richieste, petizioni e appelli. E’ quanto è contenuto in una circolare diffusa dagli uffici generali del Comitato centrale del Partito comunista cinese e del Consiglio di stato, nella quale si chiede di non bloccare le richieste. “Diversi organi politici e giuridici dovrebbero regolare ulteriormente la gestione delle petizioni, evitando risolutamente di bloccare il popolo dal presentare petizioni normali con tutti i mezzi”, è scritto nel documento. L’istituto della petizione è quello utilizzato dai cittadini cinesi per denunciare ingiustizie in atti governativi soprattutto legati all’acquisizione forzata di terreni, alla sicurezza sociale, all’istruzione o alla sanità. Molti postulanti si recano a Pechino cercando di presentare le loro rimostranze dopo non essere stati ascoltati dai funzionari locali, e qui rischiano spesso di venire bloccati, rendendo impossibile la consegna della petizione, o arrestati. Nella circolare si chiarisce anche che i funzionari sono direttamente responsabili della ricezione e della lettura delle petizioni, invocando la creazione di un sistema più semplice per dirimere i conflitti e le controversie con mezzi leciti.

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Il governo sprona i cittadini a criticare e il premier incontra postulanti

Il premier cinese Wen Jiabao ha incoraggiato i cittadini a criticare il governo e a denunciare le ingiustizie in una visita a sorpresa all’ ufficio governativo di Pechino incaricato di ricevere le ”petizioni” del pubblico. L’ insolita iniziativa del capo del governo, avvenuta lunedi’ scorso, e’ stata resa pubblica solo oggi dai mezzi d’ informazione cinesi. L’agenzia Nuova Cina e la televisione di Stato Cctv hanno sottolineato che si tratta della prima volta dalla fondazione della Repubblica Popolare, nel 1949, che un capo del governo incontra direttamente i cosidetti ”postulanti”, i cittadini, in genere poveri e poverissimi, che vengono nella capitale per presentare le loro lamentele contro le ingiustizie subite dalle autorita’ locali. L’ istituzione delle petizioni risale ai tempi dell’ Impero cinese ed e’ stata curiosamente mantenuta in vita nella Cina comunista. Secondo i resoconti il premier, considerato il dirigente cinese piu’ aperto alle riforme politiche, ha espresso il suo appoggio ai ”petitioners” che protestano contro le requisizioni forzate di terre e di case. ”Siccome alcuni casi di esproprio avvengono in aree rurali, il governo sta studiando nuove leggi e regolamenti …la terra e’ il mezzo di sostentamento dei contadini. Il governo deve esaminare e approvare progetti che garantiscano che l’ uso della terra e’ legale…e dare indennizzi ragionevoli (agli espropriati)”, ha detto Wen. ”Sono venuto a chiedere la vostra opinione sul funzionamento del governo – ha aggiunto – per favore non tacete niente…il nostro e’ un governo per il popolo e il nostro potere deriva dal popolo”. Il professor Ren Jianming, direttore del centro di ricerca sulla pubblica amministrazione dell’ Universita’ Tsinghua di Pechino, afferma che il premier ha dato con la sua iniziativa ”il buon esempio” agli amministratori locali. Non tutti sono pero’ convinti. Il ”petitioner” Wu Wei, che dal 2007 cerca giustizia dopo essere stato cacciato con la forza dalla propria abitazione, sostiene che le persone incontrate da Wen ”non sembrano veri ‘petitioners”’ e che il premier ”ha semplicemente messo in piedi uno spettacolo, che non sara’ di alcuna utilita’ per risolvere i nostri problemi”. L’ organizzazione umanitaria internazionale Human Rights Watch (Hrw) ha rincarato lo dose, accusando il premier di aver eseguito una ”pura operazione d’ immagine”. I ”petitioner” sono spesso seguiti dai poliziotti delle loro province di orgine che cercando di impedir loro con tutti i mezzi di presentare lamentele che potrebbero mettere in cattiva luce i dirigenti locali. In passato e’ stata denunciata l’ esistenza a Pechino di alcune ”prigioni segrete” usate dai poliziotti che, dopo averli minacciati e maltrattati, li costringono a tornare nelle loro province senza aver presentato le petizioni. Il governo cinese e’ di solito tutt’altro che tollerante verso il dissenso e coloro che lo criticano apertamente finiscono spesso in prigione come il premio Nobel per la pace 2010 Liu Xiaobo, condannato a 11 anni di reclusione per aver promosso il documento Carta08 che chiede l’ instaurazione di un sistema democratico e pluripartitico.

fonte: ANSA

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