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Sulla Tv cinese, per la prima volta, si parla di Papa Francesco

Per la prima volta, il canale in lingua inglese della televisione cinese ha mandato in onda un talk show sulla “distensione” dei rapporti tra la Cina e il Vaticano. I due paesi non hanno relazioni diplomatiche, ma Papa Francesco sta mirando a riprendere i rapporti, anche scatenando le ire dei cristiani cinesi. Già perchè per farlo, dovrebbe accettare che l’Associazione patriottica decida, seppur in accordo con Roma, i vescovi. Ne ho parlato già qui dove espongo la mia visione critica circa la realpolitik di Bergoglio verso la Cina, sperando di sbagliarmi.

A questo link, invece, potete vedere il talk show a cui è stato invitato Francesco Sisci, giornalista italiano da anni residente in Cina, che a febbraio dell’anno scorso intervistò il Papa.

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Il vescovo Ma Daquin, agli “arresti domiciliari” da 4 anni, ritratta suo allontanamento da Chiesa Patriottica Cinese

Thaddeus Ma Daquin era stato ordinato vescovo di Shanghai il 7 luglio del 2012 con l’approvazione di Roma e in quella occasione aveva espresso la sua vicinanza al Papa e la volontà di allontanarsi dall’Associazione della Chiesa Patriottica Cinese (CPA). ““Da oggi in poi – aveva detto il vescovo Daqin nella sua omelia – dovrò rivolgere ogni sforzo a portare avanti al meglio la missione episcopale. Non è quindi più opportuno per me continuare a ricoprire il posto all’interno della CPA”. Nel 2007 in una lettera alla chiesa cinese Papa Benedetto XVI affermò che lo scopo della CPA è da ritenersi incompatibile con la dottrina cattolica. A seguito della sua dichiarazione, subito dopo la fine della messa, il vescovo ausiliario di Shanghai fu prelevato da funzionari governativi e portato nel seminario adiacente al santuario di Sheshan, poco fuori Shanghai. Da allora, non è mai uscito (se non in due volte accompagnato da funzionari governativi) e non poteva comunicare all’esterno se non attraverso qualche posto pubblicato su un blog controllato dalle autorità. Ufficialmente il presule si trova ancora agli esercizi spirituali, di fatto una sorta di arresti domiciliari. E proprio in un post sul blog, Ma Daquin, ha ritrattato la sua decisione del 2012 di allontanarsi dalla CPA, tessendone le lodi e il lavoro. Al momento, non si conosce il motivo della ritrattazione del vescovo né tantomeno se questo suo gesto possa portare lo stesso presule ad uscire dal seminario. Due i possibili scenari: dal momento che la Chiesa di Roma sta intrattenendo dei colloqui sotterranei con il governo cinese (spinti anche dall’intervista che Papa Francesco rilasciò a febbraio ad un giornale cinese), questo potrebbe essere essere stato deciso come un segno di distensione tra le parti. La seconda possibilità è che il vescovo sia stato spinto ad una dichiarazione del genere contro la sua volontà dalle autorità cinesi. Intanto, l’Amministrazione Statale per gli Affari Religiosi, l’autorità che sovrintende la religione in Cina e che controlla anche la Chiesa Patriottica Cinese, è stata accusata dall’autorità anticorruzione di poco controllo sulle attività in particolare della chiesa cinese oltre che di altri gruppi religiosi..

 

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La realpolitik di Bergoglio in Cina: gesuiti euclidei vestiti come bonzi per entrare a corte…

Ho scritto un articolo per la rivista AffarInternazionali, dello Iai (Istituto Affari Internazionali), sulla politica di Papa Bergoglio verso la Cina e la situazione dei cristiani nel paese. Lo spazio della rivista non mi ha permesso di esprimere tutto quello che avrei voluto, per cui troverete qui l’articolo pubblicato e di seguito una sua versione estesa. Sulla faccenda, avevo già scritto qui.

E’ la Cina uno dei principali obiettivi pastorali e diplomatici di Papa Francesco. L’ex cardinale di Buenos Aires, sin dall’inizio del suo pontificato, ha chiaramente indirizzato al paese del dragone molti suoi inviti e attenzioni, dichiarandosi, in più di una occasione, pronto ad andare lì anche subito. Ma i rapporti tra la Santa Sede e la Cina non sono idilliaci. Dal punto di vista diplomatico, i due paesi non hanno relazioni dal 1951, in considerazione anche del riconoscimento della Santa Sede di Taiwan, che Pechino ritiene proprio territorio. Uno scoglio, quello di Taiwan, che il Vaticano ha fatto intendere che può facilmente superare, in cambio di poter legittimamente “entrare” in un paese dove su 1 miliardo e 300 milioni di persone, secondo alcune stime ci sono almeno il 2,3% di cristiani, in maggioranza protestanti, con circa 14 milioni di cattolici (tra membri della chiesa statale e fedeli al Papa). Nonostante le aperture e le braccia aperte di papa Bergoglio, il solco insormontabile è definito dalla presenza dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, la chiesa autocefala cinese che, come tale e non legata al papato, si avoca il diritto di nominare e consacrare i vescovi e ordinare i sacerdoti. E’ proprio su questo punto, sulla consacrazione episcopale, che Roma e Pechino hanno le loro maggiori differenze, anche se Bergoglio ha fatto intendere, non senza qualche mugugno da parte di fedeli e gerarchie ecclesiali cinesi, di essere disposto a cedere qualcosa. Lo scorso 2 febbraio, il quotidiano on line di Hong Kong Asia Times, ha pubblicato una intervista che papa Bergoglio ha rilasciato all’editorialista del giornale, il sinologo Francesco Sisci (ricercatore alla Università del Popolo di Pechino), la prima ad un giornale asiatico sulla Cina e i cinesi. L’intervista è stata fatta in Vaticano il 28 gennaio, durante una delle tre visite che funzionari del partito comunista cinese ed esponenti vaticane si sono scambiati (qualcuno dice pure che gli eventi sono legati, fatti dalle stesse persone). E segue il solco di questa premessa: non si parla di politica né di religione. Una premessa francamente poco realistica, visto l’intervistato: capo di uno stato (vera teocrazia e ierocrazia) e di una religione. Ma pienamente nel solco di una realpolitik tutta bergogliana che, fino ad ora, almeno sulla Cina, ha cercato di avvicinare il Vaticano al paese asiatico ma lasciando l’amaro in bocca a molti fedeli cinesi e sconcertato diversi osservatori. Nell’intervista, durante la quale il Papa fa anche gli auguri per il nuovo anno, Bergoglio loda la cultura e il popolo cinese, parla dell’aspetto sociale del vivere cinese e affronta temi come quello del figlio unico. Ma nessuna parola sulla situazione dei cristiani in Cina, sulle chiese abbattute dal governo, sui vescovi impossibilitati a svolgere il proprio mandato. Come Taddeus Ma Daqin, consacrato vescovo di Shanghai nel 2012, che avendo durante l’omelia della sua ordinazione fatto testimonianza di vicinanza al Papa, da allora è rinchiuso “agli esercizi spirituali” nel seminario del santuario di Sheshan vicino Shanghai. Oppure di monsignor Cosma Shi Enxiang, che ha passato 54 anni in carcere e arrestato l’ultima volta nel 2001, senza che da allora se ne sappia niente. L’anno scorso, le autorità informarono la famiglia che il vescovo di Yixian era morto, ma ad oggi non hanno mai restituito i suoi resti. Bergoglio nell’intervista non ha assolutamente fatto cenno a questo. Come al caso delle chiese distrutte o dei fedeli arrestati di continuo se trovati a pregare. Una intervista che sarebbe perfetta in termini diplomatici se a parlare fosse un capo di stato interessato ad entrare nel mercato cinese (dal quale non si può prescindere) e quindi disposto a soprassedere alle questioni dei diritti umani e sociali, più che il capo della Chiesa Cattolica. Qualche analista, oltre che di realpolitik di Bergoglio, parla anche di una sorta di nuova Ostpolitik bergogliana, come quella utilizzata nei confronti del blocco sovietico. Ma i tempi e gli attori erano molto diversi e fa specie leggere dal vicario di Pietro, dal pastore degli ultimi, da colui che sempre si è scagliato contro i soprusi e per il rispetto delle fedi e delle persone, nessuna parola sulla situazione dei cristiani in Cina. Ma Bergoglio e i suoi più vicini collaboratori, a cominciare dal segretario di Stato Parolin, sono molto lucidi e consequenziali in questo atteggiamento: non a caso il Papa si rifiutò di incontrare l’anno scorso a Roma il Dalai Lama e sono davvero poche le sue condanne alla situazione del cristianesimo in Cina, tanto che un illustre esponente del Vaticano nel paese del dragone, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato questo silenzio del successore di Pietro. Bergoglio ha spesso ribadito di muoversi nel solco della lettera che il papa emerito Benedetto XVI inviò ai cattolici di Cina nel 2007, dichiarandola ancora attuale. Eppure, nel documento che è alla base ancora del dialogo fra le parti, il teologo tedesco scrisse chiaramente dell’incompatibilità della Santa Sede e della dottrina cattolica, con la Chiesa patriottica cinese e la suo decantato e difeso autocefalismo. Difesa che il governo cinese ha ribadito due giorni dopo la pubblicazione dell’intervista, in un editoriale del Global Times, quotidiano in lingua inglese vicino all’organo del partito comunista cinese, il Quotidiano del Popolo. Per i cinesi, il messaggio del papa di auguri per il nuovo anno è “una nota gentile”, ma il Vaticano “deve essere pragmatico”, riaffermando il concetto di indipendenza della propria chiesa da Roma. “La Cina – scrive il Global Times – dà grande importanza alla presente indipendenza delle istituzioni religiose da quelli fuori della Cina. Non ci si può aspettare che Pechino trovi un compromesso su questo punto”. Una porta chiusa, che riporta tutto su un piano ancora più reale. Si parla di poter applicare alla Cina il modello vietnamita per la nomina dei vescovi: il Vaticano effettua una ricerca fra i candidati e poi presenta al governo un nome per la sua approvazione; se Hanoi l’approva, la Santa Sede nomina ufficialmente il vescovo; se il Vietnam rifiuta, il Vaticano è costretto a presentare un altro nome, e così via fino a che non si raggiunge il consenso bilaterale. Un modello che Pechino rigetta (in Vietnam non è che abbia risolto tutti i problemi dei cattolici di quel paese, anzi), perché vuole da sé proporre i nomi che poi magari possano trovare il favore papale. E provvedere alla ordinazione in autonomia. Nella già citata lettera, papa Benedetto aveva chiaramente scritto che l’ordinazione e la scelta spettano solo al Vaticano, spingendosi finanche a dichiarare che l’ordinazione dei vescovi cinesi senza il consenso di Roma è illegittima ma valida, così come sono valide le ordinazioni sacerdotali da loro conferite e sono validi anche i sacramenti amministrati da tali Vescovi e sacerdoti. L’opposizione della Cina sta in due fattori: innanzitutto il governo centrale non può permettere ad un paese straniero di interferire in nomine di funzionari di un apparato di governo quale è la chiesa patriottica (impensabile che cancellino l’associazione guidata da un funzionario del partito comunista); in secondo luogo, si teme per il peso sociale e politico che i pastori delle diocesi hanno, soprattutto in chiave anti governativa o a favore di rivendicazioni sociali e umane. Bergoglio non ha al momento scoperto le carte sulla sua idea di compromesso con i cinesi, punta ad un incontro faccia a faccia con il presidente cinese, per poi cominciare una vera trattativa. L’intervista del 2 febbraio va in questo solco, mostrando Bergoglio come Matteo Ricci, il gesuita “euclideo” che per entrare alla corte degli imperatori Ming, si “vestì da mandarino” (non da bonzo come citato in una famosa canzone) e acquistò molto credito a Pechino. Questo vestito sicuramente agli occhi dei cinesi fa ottenere molta simpatia a Bergoglio, ma da qui a dire che otterrà quanto richiesto, soprattutto in termini di ordinazioni episcopali, è difficile. Un incontro è possibile, la cancellazione della chiesa patriottica è al momento impossibile. La Cina, come ha sempre fatto anche per altre “minacce” occidentali (vedi social network), si è creata un suo surrogato della Chiesa cattolica, che può controllare totalmente. Difficilmente ne potrà fare a meno. Bergoglio ne è consapevole e la sua realpolitik mira al primo risultato. E se questo deve far storcere il naso a molti, pazienza. Papa Francesco ha, fino ad ora, fatto del suo il pontificato dell’anti.

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Papa Francesco alla Cina: ammiro e rispetto il paese, il mondo non teme la sua crescita (ma neanche una parola sui diritti civili)

Il 28 gennaio, Francesco Sisci, editorialista di Asia Times, intervista Papa Francesco sulla Cina. Qui potete leggere l’intervista integrale in inglese, di seguito un sunto dell’Ansa. Quello che colpisce è che il Papa usa molte parole per definire quanto grande sia la Cina, ma neanche una parola sui diritti civili, sui lavoratori sfruttati, sulle libertà negate, sulle minoranze cancellate (in particolare tibetani e uighuri), sui cristiani arrestati così come coloro che si battono per i diritti civili. Per il paladino degli ultimi sinceramente è uno scivolone. Capisco l’interesse anche economico della Chiesa nell’entrare in Cina, ma se posso giustificare i governi degli altri paesi, non lo posso fare per il capo della Chiesa, il successore di Cristo, colui che sin dalla sua elezione al soglio ha detto di battersi per gli ultimi. Se questi però hanno gli occhi a mandorla, non ne hanno diritto.

 

“Ammiro la Cina, la sua grande cultura, la sua inesauribile saggezza”. Il Papa confessa la sua stima, il rispetto, la grande ammirazione per il popolo e la cultura cinesi in un’intervista che è di per sé un evento: un colloquio di circa un’ora concesso al quotidiano online di Hong Kong “Asia Times”, pubblicato oggi ma registrato il 28 gennaio in Vaticano, in occasione del Capodanno cinese che ricorre l’8 febbraio. E in cui il Papa, senza entrare nei temi politici o religiosi, tende direttamente la mano al colosso orientale e al suo governo, rivolgendo gli auguri allo stesso presidente Xi Jinping. “Il mondo non deve temere la rapida crescita della Cina”, dice Bergoglio nell’ampia conversazione in inglese con Francesco Sisci, che segna sicuramente un nuovo stadio nei rapporti tra Santa Sede e governo di Pechino, forse mai così avanzato da quando nel ’49 si ruppero le relazioni diplomatiche. Al contempo, infatti, vanno avanti gli incontri e i colloqui tra le delegazioni pontificie e quelle cinesi, sia a Pechino che in Vaticano, sui temi di interesse bilaterale, con al centro la spinosa questione della nomina dei vescovi, che a breve potrebbero aprire la strada a un accordo su questo tema, col riconoscimento dell’ultima parola al Papa sulla scelta dei presuli tra una rosa di nomi ‘graditi’, e a uno storico disgelo. “Per me la Cina è sempre stata un punto di riferimento di grandezza. Un grande paese – dice Francesco -. Ma più che un paese, una grande cultura con una saggezza inesauribile. Da bambino, quando leggevo qualcosa sulla Cina, questo fatto aveva la capacità di ispirarmi ammirazione. Provo ammirazione per la Cina”. Bergoglio ricorda Matteo Ricci, ricorda Marco Polo, che “portò gli spaghetti in Italia”. “E’ questa la mia impressione: grande rispetto – ribadisce -. E ancora di più, quando ho sorvolato la Cina per la prima volta (primo Papa in assoluto, nel volo per la Corea, ndr), e in aereo mi è stato detto ‘tra dieci minuti entreremo nello spazio aereo cinese e invieremo il suo saluto’, confesso di avere provato una grande emozione, cosa che di solito non mi accade. Mi sono commosso per il fatto di sorvolare questa grande ricchezza di cultura e saggezza”. Alla domanda sulla “sfida” che la crescita della Cina pone oggi al mondo, Bergoglio risponde poi che “la paura non è mai una buona consigliera”. “Non dobbiamo temere sfide di alcun genere, poiché tutti, uomini e donne, hanno in loro la capacità di trovare modi di coesistenza, di rispetto e di ammirazione reciproca. Ed è evidente che tanta cultura e tanta saggezza, e per giunta tanta conoscenza tecnologica – pensiamo solo alle antichissime tecniche mediche – non possono rimanere rinchiuse in un paese; tendono a espandersi, a diffondersi, a comunicare”. “E’ ovvio – prosegue – che quando la comunicazione avviene in tono aggressivo per difendere se stessi, ne risulta guerre, Ma non avrei paura. E’ una grande sfida mantenere l’equilibrio della pace”. Anche “Nonna Europa”, secondo Francesco, “riceve da questo antichissimo paese un contributo sempre più ricco”. E quindi “è necessario accettare la sfida e correre il rischio di bilanciare questo scambio per la pace. Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza di farlo. Dobbiamo trovare il modo, sempre attraverso il dialogo; non c’è altra via”. Il Pontefice apprezza la fine della vecchia politica cinese del figlio unico. “Un problema doloroso”, la definisce, anche per il peso familiare dei genitori e dei nonni che poi ricade su quell’unico figlio. Ma per Francesco, “la storia di un popolo è sempre in cammino: talvolta cammina più velocemente, altre volte più lentamente, altre ancora si ferma, a volte fa un errore e ritorna un po’ indietro, oppure prende il cammino sbagliato e deve ritornare sui propri passi per seguire quello giusto”. Ma “quando un popolo va avanti, la cosa non mi preoccupa perché significa che sta facendo storia. E penso che il popolo cinese stia andando avanti, ed è questa la sua grandezza”. E’ salutare, secondo Bergoglio, “assumersi al responsabilità del proprio cammino” e anche “riconciliarsi con la propria storia”. “E’ necessario – osserva il Papa – riconoscere la grandezza del popolo cinese, che ha sempre conservato la propria cultura. E la sua cultura – non sto parlando di ideologie che possono esserci state in passato – la sua cultura non è stata imposta”. Francesco ritiene anche che “la grandezza della Cina, oggi, stia nel guardare al futuro da un presente sostenuto dalla memoria dal suo passato culturale”. La conclusione, “alla vigilia del nuovo anno”, è con l’invio dei “miei migliori auspici e auguri al presidente Xi Jinping e a tutto il popolo cinese”, con la “speranza che non perda mai la consapevolezza storica di essere un grande popolo, con una grande storia di saggezza, e che ha molto da offrire al mondo”. “Il mondo guarda alla vostra grande saggezza”, chiude Bergoglio, augurando di “andare avanti per aiutare e cooperare con tutti nella cura per la nostra casa comune e i nostri popoli comuni”. E’ la prima volta in duemila anni che un Papa rivolge gli auguri a un leader cinese per il nuovo anno lunare: e di sicuro ora la Cina è più vicina.

fonte: ANSA

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La Cina al Vaticano: i vescovi li nominiamo noi

La Cina ribadisce al Vaticano la sua prerogativa di nominare vescovi indipendentemente da Roma. Lo ha detto il portavoce del ministro degli esteri di Pechino, Hong Lei, al quotidiano Global Times. La dichiarazione segue una intervista del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, al canale televisivo di Hong Kong, Phoenix Tv. Lombardi aveva auspicato che la Cina potesse considerare, sul tema delle ordinazioni vescovili, la stessa procedura usata in Vietnam, dove i presuli vengono prima segnalati al Vaticano che poi li consacra solo dopo la conferma delle autorità di Hanoi. “La Cina – ha detto Hong Lei – è da sempre sincera sulla volontà di migliorare le relazioni con il Vaticano, facendo sforzi in tal senso. Speriamo che il Vaticano possa creare le condizioni favorevoli per il miglioramento di queste relazioni”. Il portavoce ha sottolineato come Pechino chieda al Vaticano di rispettare la tradizione storica e la realtà dei cattolici in Cina, confermando così che Pechino è la sola autorità che possa nominare e consacrare vescovi in Cina. Per padre Lombardi, non è contraddittorio essere un buon cittadino cinese e un buon cattolico e ha ribadito alla Tv di Hong Kong la volontà di Papa Francesco di recarsi anche domani in Cina. Le relazioni diplomatiche tra Cina e Vaticano si sono interrotte agli inizi degli anni 50 del secolo scorso.

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Il cardinale Zen di Hong Kong critico sull’attuale dialogo tra Cina e Vaticano

E’ molto duro e pessimista circa i rapporti tra Cina e Vaticano, il cardinale emerito di Hong Kong Joseph Zen, da sempre critico sulle posizioni della Cina soprattutto in termini di diritti e libertà tanto da partecipare a manifestazioni (le ultime in sostegno del movimento degli ombrelli) e attirandosi critiche da Pechino e anche da alcuni presbiteri dell’ex colonia britannica. In un intervento pubblicato da alcuni giornali cattolici, Zen critica l’approccio morbido e accondiscendente del Vaticano nei confronti della Cina per la ripresa dei colloqui ufficiali. “Nessun accordo – scrive Zen – è meglio di un cattivo accordo. Non possiamo, per amore delle pace, tollerare un accordo che rinneghi la nostra identità”. Il presule critica le posizioni espresse in una intervista italiana a due vescovi cinesi, considerate troppo morbide con Pechino, ma sottolineando come i due parlino in un ambiente ostile, che non li fa essere liberi di esprimersi. Zen ne ha anche per il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Il ministro degli esteri del Papa alla fine di dicembre aveva parlato di “prospettive promettenti” e di “parti disposte a parlare”, ma il cardinale di Hong Kong è tranchant, spiegando che “non vediamo nessun segnale che incoraggi la speranza che il partito comunista cinese stia cambiando la sua restrittiva politica religiosa”. Zen scrive che quello che succede in Cina continua a preoccupare, che è difficile essere ottimisti. Il cardinale non nega la necessità di un dialogo, ma “affinché abbia successo, è necessaria buona volontà da parte di entrambi. Roma l’ha messa, pensare lo stesso di Pechino è pericoloso”. Il paladino dei diritti di Hong Kong è contrario a qualsiasi accordo tra le parti che rappresenti un compromesso che svilisca le posizioni, la dottrina e la teologia cattolica. Zen richiama ad una linea di fondo, quella espressa da Benedetto XVI nella sua lettera alla Cina e ricorda che nessuna concessione può essere fatta sulle ordinazioni vescovili e sulla presenza dell’associazione della Chiesa patriottica cinese, fedele a Pechino. Ma, soprattutto, per Zen nessun dialogo, nessun compromesso può prescindere dal rispetto di Pechino dei diritti civili e ricorda che due vescovi, Thaddeus Ma di Shanghai e Su Zhimin di Baoding, sono detenuti (il primo in “ritiro spirituale” nel seminario di Shanghai e del secondo non si sa nulla da anni). Il cardinale chiede anche un intervento sul vescovo Shi Enxiang di Yixian, arrestato l’ultima volta 14 anni fa e sul quale nei giorni scorsi si è diffusa la notizia della morte, senza conferme e senza che il corpo fosse restituito ai familiari.

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Morto in Cina vescovo fedele al Papa, ha trascorso maggior parte della vita in galera

E’ morto a 94 anni il vescovo cinese fedele al Papa Cosmas Shi Enxiang, arrestato l’ultima volta 14 anni fa e da allora mai più apparso in pubblico. Il vescovo, che ha trascorso in carcere o nei campi lavoro la maggior parte della sua vita, era stato arrestato l’ultima volta ad aprile del 2001, Venerdì Santo, a casa di una nipote, la stessa che è stata informata dalle autorità di Pechino della morte del presule, anche se non si conoscono né le cause, né la data ne tantomeno dove sia il corpo e se e quando sarà restituito ai parenti. Shi era nato nel 1921 e ordinato nel 1947. Fu arrestato una prima volta nel 1954, per poi essere arrestato diverse volte trascorrendo molti anni in carcere e nei campi di lavoro tra il 1957 e il 1980. Fu anche costretto a lavorare come operaio in una miniera di Carbone nella provincia dello Shanxi. Arrestato di nuovo per poco tempo nel 1981, fu poi ordinato segretamente vescovo ausiliare di Yixian nel 1982. Arrestato di nuovo nel 1989, fu rilasciato nel 1993. Come il vescovo Shi, resta in detenzione segreta nell’area di Pechino il vescovo James Su Zhimin, del quale non si sa nulla dal 1997, da quando fu arrestato. Alcuni suoi parenti la settimana scorsa chiesero a un membro del politburo circa la sorte del presule, e per questo sono stati arrestati e detenuti per tre giorni.

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