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Esercito cinese: la guerra con gli Stati Uniti sotto Donald Trump non è solo slogan ma può diventare realtà

Lo scrive il South China Morning Post, citando il sito dell’esercito cinese. Qui di seguito l’articolo del giornale di Hong Kong, ripreso anche dal The Guardian.

China is stepping up preparedness for a possible military conflict with the US as the Donald Trump presidency has increased the risk of hostilities breaking out, state media and military observers said.

Beijing is bracing itself for a possible deterioration in Sino-US ties, with a particular emphasis on maritime security.

The People’s Liberation Army said in a commentary on its official website last Friday, the day of Trump’s inauguration, that the chances of war have become “more real” amid a more complex security situation in Asia Pacific.

The commentary written by an official at the national defence mobilisation department in the Central Military Commission said the call for a US rebalancing of its strategy in Asia, military deployments in the East and South China Seas and the instillation of a missile defence system in South Korea were hot spots getting closer to ignition.

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Isole Spratly: sabbia, scogli e Super-Potenze. Venti di guerra fredda tra Cina e Usa

Un mio articolo pubblicato da AffariInternazionali
Un po’ di sabbia e scogli, quattro chilometri quadrati di terra suddivisi in oltre 750 atolli in un’area di 425 kmq nel mar Cinese Meridionale, stanno facendo tornare climi da guerra fredda tra gli Stati Uniti da una parte e la Cina dall’altra.

Oggetto delle dichiarazioni di fuoco sull’asse Washington-Pechino, è l’incessante opera dei cinesi che continuano a costruire basi, piste e infrastrutture sulle isole Spratly, scogli tra il Vietnam, il Brunei, le Filippine e la Malaysia, che la Cina considera sue, come le altre isole dell’area, Paracelse e Scarborough.

Cantieri aperti sulle isole Spratly
A differenza di queste ultime, le Spratly sono però ben lontane dal territorio cinese e sono già in parte occupate dagli altri Paesi limitrofi sia militarmente che civilmente.

Ma Pechino non vuole sapere ragioni: come mostrano immagini satellitari diffuse dalla stampa americana, l’Esercito del Popolo ha compiuto ulteriori progressi nella costruzione di una pista di atterraggio sulle Spratly. Le immagini mostrano lavori di costruzione su una porzione di terra emersa sul Fiery Cross Reef, in grado di ospitare una pista per velivoli lunga oltre 3mila metri. Non si esclude che essa possa avere finalità militari.

Una prospettiva che preoccupa i governi dell’Asia-Pacifico e, in particolare, Filippine e Vietnam. Ma i lavori di Pechino interessano non solo il Fiery Cross Reef: altre opere sono in fase di progettazione e altri cantieri sono già avviati.

Sono in corso anche opere di dragaggio a sud della barriera corallina, per potenziare le strutture portuali già esistenti. Secondo altre informazioni di intelligence americana, la Cina potrebbe costruire una seconda striscia di terra sulla Subi Reef, anch’essa nelle Spratly, distante soli 25 km da un’isola parte dell’arcipelago filippino e abitata da civili.

I timori di Usa e loro alleati
Quello che inquieta di più i paesi dell’area (e che ha indotto Washington a un’aspra reazione tramite il segretario alla difesa Ash Carter) sono le immagini satellitari che mostrano veicoli militari cinesi con artiglieria dispiegati sulle isole. La preoccupazione ha spinto Carter a chiedere alla Cina di fermare subito la costruzione di basi e di terre, dichiarando Washigton “profondamente turbata dal ritmo dei lavori e dalla bonifica di terre nel Mar Cinese meridionale”, da parte di Pechino.

E ve n’è ben donde: in poco più di un anno, la Cina ha realizzato terre per oltre 8 chilometri quadrati, in tempi tipicamente cinesi. Le preoccupazioni americane non sono altro che il megafono degli amici/alleati dell’area: Vietnam, Filippine, Malaysia, Taiwan e, seppur alla lontana, Giappone.

Pechino ovviamente respinge le accuse e continua nella sua opera, giustificando il tutto con la protezione dei propri confini e dei propri interessi interni civili e militari e richiamando la propria sovranità nell’area come fatto storico.

In zona, negli ultimi tempi, c’è stato un assembramento di navi militari piccole e grandi, di aerei militari, droni e sommergibili. Ma la guerra non è presa in considerazione: è solo una dimostrazione di forza, ognuno vuole mostrare i muscoli all’altro.

Guerra esclusa, ma prove di forza
La Cina da sola e, contro, tutti gli altri. Washington non ha propri interessi manifesti nell’area, ma intende appoggiare gli altri paesi per conservare il suo ruolo di pivot, di gestore dell’area ricavato dalla seconda guerra mondiale e, soprattutto, limitare l’ascesa di Pechino.

Che nell’ultimo anno ha assestato non pochi colpi al potere americano nell’area, soprattutto in termini economici, con la creazione della propria banca di investimenti e il lancio del progetto della Ftaap (Free trade area of the Asia-Pacific), l’accordo di libero scambio per integrare le 21 economie dell’Asia-Pacific EconomicCooperation (Apec), ufficialmente (ma solo tale) non in contrasto con il simile progetto americano del Partenariato trans-pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp).

Ma in campo c’è altro. Non solo il controllo militare di un’area strategica, che permetterebbe a Pechino di avere avamposti lì dove gli Usa hanno sempre scorrazzato senza problemi, ma anche risorse economiche e controlli commerciali non indifferenti. La zona, infatti, è un ottimo bacino ancora non del tutto esplorato di risorse naturali, in particolare gas e petrolio.

Non solo prestigio, anche risorse
La crescente richiesta energetica cinese spinge ovviamente Pechino a mettere una bandierina su qualsiasi possibile giacimento per raggiungere un’indipendenza energetica necessaria ma lontana.

La zona è anche un trafficatissimo canale commerciale non solo attraverso i paesi dell’area, ma soprattutto verso la Cina, con un traffico merci di gran lunga superiore a quello di Suez e Panama. Pechino non vuole perdere l’occasione di allargare il suo controllo in Asia, soprattutto rosicchiando terreno agli Usa.

A Washington infuria la battaglia politica, perché l’atteggiamento del presidente Obama viene giudicato dai falchi troppo accondiscendente nei confronti di Pechino. Ecco perché l’uscita di Carter è stata salutata positivamente.

Ma a Pechino si fanno orecchie da mercante. Neanche le minacce degli altri Paesi, le basi militari di questi già presenti e i ricorsi presentati all’Onu riescono a fermare Pechino dai suoi intenti espansionistici. Se non è guerra fredda con Washington, ci siamo molto vicini. – See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3090#sthash.Q8C0FS1p.dpuf

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Obama denuncia la CIna: “basta con cyberspionaggio”

Dalla politica alle aule giudiziarie: Barack Obama alza il tiro contro la Cina nella lotta al cyber-spionaggio. Stanco delle continue violazioni e dei furti industriali ai danni delle aziende americane, il presidente americano, per voce del suo ministro della Giustizia Eric Holder, annuncia per la prima volta azioni penali contro il governo di Pechino. In particolare, il Grand jury della Pennsylvania denuncia esplicitamente cinque hacker militari cinesi, dell’unità numero 61398 della terza divisione dell’Esercito di Liberazione del Popolo, con l’accusa di aver rubato dati sensibili dai computer di sei società americane del settore dell’energia nucleare, solare e metalmeccaniche. Tra loro anche giganti come Alcoa, Us Steel e Wastinghouse. I capi d’accusa si riferiscono a atti di ‘pirateria informatica’ andati in porto tra il 2006 e il 2014, che secondo alcune stime avrebbero provocato danni commerciali alle aziende colpite pari a circa 400 miliardi l’anno. In particolare, pare che questi hacker abbiano utilizzato strutture militari e dell’intelligence per commettere i loro reati informatici. “In modo sistematico – ha attaccato Holder – aziende americane hanno subito furti di informazioni da parte di cinque hacker dell’esercito cinese. Quando è troppo, è troppo. E’ arrivata l’ora di reagire contro questi atti di cyber-spionaggio che hanno come unico scopo aiutare in modo illegale l’industria di Pechino. Il governo degli Stati Uniti – ha aggiunto – non tollererà più le azioni che puntano a sabotare illegalmente società statunitensi e minare l’integrità di una concorrenza leale sul mercato”. Sulla stessa linea il capo dell’Fbi, James Corney, secondo cui “per troppo tempo il governo cinese ha usato il cyber-spionaggio spudoratamente pur di ottenere benefici economici per le sue industrie di Stato”. Immediata è arrivata la reazione piccata di Pechino che definisce “assurde e fittizie” le accuse americane. Quindi, come rappresaglia, annuncia la sospensione dei lavori dei gruppi di lavoro comune tra i due Paesi proprio sulla lotta al cyber spionaggio. La polemica così, che da mesi lacera il cosiddetto G2, dal piano politico si sposta a quello giudiziario. Già da tempo la Casa Bianca tenta di mettere alle strette Pechino su questo punto. Tuttavia, sinora, ogni tentativo di isolare queste azioni illegali non ha avuto molto successo, anche tenendo conto il grande imbarazzo internazionale che lo stesso Obama ha pagato sulla sua pelle ai tempi dello scandalo sugli abusi della Nsa. Una vicenda che non ha certo aiutato Washington nella sua battaglia per la legalità online nei confronti del colosso cinese.

fonte: ANSA

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Nuova immolazione per il Tibet, siamo a 131 dal 2009

Un giovane tibetano si è immolato urlando slogan contro l’occupazione cinese del Tibet, la liberazione dello stesso e il ritorno del Dalai Lama. Lo riferiscono fonti tibetane. Thinley Namgyal, 32 anni, si è dato alle fiamme ieri pomeriggio intorno alle 12 nella provincia occidentale del Sichuan, nella contea di Tawu della regione di Kardze, parte della tradizionale area tibetana di Kham. Il corpo del giovane, che è morto poco dopo essere stato avviluppato dalle fiamme, è stato trasportato nel monastero di Gagthel e poi consegnato alla famiglia. Thinley è diventato così la 131 persona ad autoimmolarsi per il Tibet dal 2009.

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Liberato dopo quattro anni scrittore tibetano

Le autorità cinesi della provincia del Sichuan hanno rilasciato Tashi Rabten, meglio conosciuto come Teurang, uno scrittore tibetano di 29 anni in carcere da quattro anni per “incitamento al separatismo”. Lo riferisce il sito di Radio Free Asia. Direttore in passato della rivista Shar Dungri, poi vietata dalle autorità, era stato arrestato ad aprile 2010 e dopo oltre un anno di custodia senza processo, fu condannato a 4 anni di carcere. I suoi scritti (pubblicati sia sulla rivista che in suoi libri) erano incentrati per lo più su argomenti come la democrazia e il predominio cinese in Tibet. Lo scrittore era stato già arrestato in precedenza altre due volte, nel 2008 e nel 2009. E con la stessa accusa, quella di incitamento al separatismo, è stato invece condannato a 18 anni di carcere un monaco tibetano del monastero di Drongna, nella contea di Driru, nella regione autonoma del Tibet. Thardoe Gyaltsen, amministratore del monastero, sarebbe stato arrestato e condannato per essere stato trovato in possesso di fotografie del Dalai Lama e registrazioni dei suoi discorsi. Finora sono 130 le persone che si sono date fuoco a favore della causa tibetana. L’ultima, sabato scorso, quando una giovane monaca si è data fuoco nei pressi del monastero di Ba Choede, nella contea di Bathang nella regione autonoma del Tibet. Restano ignote le sue condizioni di salute dopo il trasporto in ospedale dalla polizia.

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Monaca si immola per il Tibet, 130mo atto del genere dal 2009

Una monaca tibetana si è data fuoco in segno di protesta contro l’egemonia cinese in Tibet. Lo riferisce il sito di Radio Free Asia. Il fatto è accaduto sabato pomeriggio verso le 15 ora locale nei pressi di un monastero nella contea di Bathang, nella prefettura di Kardze (Ganzi per i cinesi), nella provincia del cinese del Sichuan. Secondo le poche informazioni disponibili, la polizia sarebbe immediatamente intervenuta a spegnere le fiamme portando la donna in ospedale. A seguito dell’incidente la polizia cinese ha intensificato i controlli nella zona e imposto una serie di restrizioni tra cui il blocco delle comunicazioni telefoniche. Con questa di sabato sono 130 le persone che si sono date fuoco in Cina a favore della causa tibetana sin dal 2009. Le autorità cinesi hanno tagliato fuori da ogni comunicazione la zona teatro dell’ultima immolazione, quella che ha visto protagonista una monaca tibetana lo scorso sabato, ma anche posto sotto controllo diversi monasteri già teatro di simili episodi. Secondo fonti tibetane, la polizia ha messo sotto controllo il monastero di Bachoede, al quale forse apparteneva la monaca della quale non si sanno le generalità, nella contea di Bathang (Batang per i cinesi) nella prefettura autonoma tibetana di Kardze (Ganzi), provincia del Sichuan. Qui sono state interrotte da sabato tutte le comunicazioni, sia fisse che mobili, non funziona la rete internet e impediti tutti i messaggi. La monaca si è immolata mentre, come tradizionalmente fanno i tibetani, girava intorno ad un luogo di preghiera. Si trovava in mezzo ad altra gente quando, urlando slogan contro quella che ha definito “l’occupazione cinese del Tibet” e per chiedere il ritorno del Dalai Lama, si è fatta avviluppare dalle fiamme. E’ stata portata in ospedale dalla polizia cinese che, secondo quanto si è appreso, ha impedito alla famiglia e agli amici di recarsi a farle visita. Non si hanno al momento notizie sulle sue condizioni di salute. Il suo è il 130mo gesto del genere dal febbraio 2009, e lei è la 21ma donna ad autoimmolarsi per il Tibet. Lo scorso 16 marzo due monaci si diedero alle fiamme, morendo, in due incidenti separati, nelle province del Sichuan e del Qinghai. Le autorità cinesi stanno negli ultimi tempi rafforzando i controlli, arrestando anche persone ritenute a vario titolo collegate ad episodi di immolazione. Alcuni sono stati condannati anche fino a 15 anni di carcere.

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Michelle Obama ha salutato la Cina tra panda e polemiche

Si conclude con qualche venatura polemica la missione cinese di Michelle Obama: sei giorni di “diplomazia gentile” per avvicinare Usa e Cina, anche sul piano della comprensione culturale. Dopo le frasi sulla libertà di espressione come “diritto universale”, la first lady si e’ concessa un pranzo in ristorante tibetano: un modo soft per lanciare un messaggio alle autorità cinesi sul Tibet. Il programma di oggi ha avuto un forte impatto mediatico. Michelle Obama ha infatti visitato la Chengdu Research Base of Giant Panda, la piu’ importante riserva di panda della Cina. Dando delle mele da mangiare ad uno degli animali, la First lady americana ha fatto la gioia di fotografi e cameramen. Giunta al sesto e ultimo giorno della sua missione in Cina, la moglie del presidente americano Barack Obama ha poi sottolineato un motivo di dissenso tra Usa e Cina,scegliendo di recarsi a mangiare in un ristorante tibetano di Chengdu, che e’ la capitale della provincia del Sichuan e una delle metropoli cinesi emergenti. La Cina considera il Dalai Lama, il leader tibetano in esilio, un pericoloso secessionista, mentre gli Usa lo ritengono un moderato e insistono con la Cina perche’ riprenda a dialogare con lui. La sosta nel ristorante Zangxiang Teahouse e’ stata decisa, secondo la Casa Bianca, “in linea con l’interesse (della First Lady) verso i diritti delle minoranze”. Nel Sichuan vive una numerosa comunita’ tibetana, tradizionalmente ostile verso Pechino. Circa la meta’ delle 120 “autoimmolazioni” di protesta compiute da tibetani negli ultimi tre anni si sono verificate nel Sichuan. La visita di Obama al ristorante tibetano – dove le sono stati offerti una serie di piatti basate sulla carne di yak – ha suscitato le ire dei nazionalisti cinesi. Intervenendo sui siti di comunicazione sociale uno di loro ha scritto che la scelta della First Lady “ha un forte significato politico, e vuole far capire che gli Usa guardano con attenzione alla politica verso il Tibet”. Nel corso del viaggio, nel quale e’ stata accompagnata dalle due figlie di 13 e 16 anni e dalla madre Marian Robinson, Michelle Obama si e’ dedicata a quella che la stampa cinese ha definito una “diplomazia gentile”. La First Lady ha visitato scuole e universita’ mettendo l’ accento sulla necessita’ di scambi culturali che consentano ai cittadini dei due paesi di comunicare e di approfondire la conoscenza reciproca. Arrivata in Cina il 20 marzo, Michelle Obama ha visitato Pechino e Xi’an, la città dei guerrieri di terracotta, prima di raggiungere Chengdu.

fonte: ANSA

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