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Bo XIlai presenta appello a sentenza di ergastolo

Bo Xilai, l’ex capo del partito di Chongqing condannato all’ergastolo per corruzione, ha presentato appello davanti all’Alta Corte della provincia dello Shandong. Lo riferisce la stampa locale. Bo è stato condannato all’ergastolo il 22 settembre scorso per corruzione, abuso di potere e appropriazione indebita. Già nei giorni immediatamente successivi alla condanna si erano diffuse voci circa la volontà dell’ex politico di fare appello contro la sentenza da lui definita ingiusta. Durante le udienze Bo Xilai ha cercato di scardinare le accuse a suo carico e confermate anche dalle testimonianze della moglie, Gu Kailai, in carcere per l’omicidio dell’uomo d’affari britannico Neil Heywood. Accuse che erano state confermate anche dal suo ex braccio destro, il super poliziotto Wang Lijun, condannato a 15 anni per tradimento, per aver accettato tangenti per un valore di oltre tre milioni di yuan, per abuso di potere e uso della legge a fini personali.

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Bo Xilai vuole chiede l’appello alla sentenza di condanna

Secondo voci che si stanno rincorrendo su internet, Bo Xilai, l’ex papavero cinese condannato ieri all’ergastolo, ha presentato appello alla sentenza. Anche se mancano conferme ufficiali, la voce si sta facendo insistente. Sin da prima che il tribunale emettesse la sentenza di condanna per corruzione, abuso di potere e appropriazione indebita, si erano diffuse le voci che l’ex segretario del partito di Chongqing, di Dalian, ex ministro del commercio cinese ed ex governatore del Liaoning, avrebbe presentato ricorso se condannato. Alla fine della lettura della sentenza, ieri mattina dinanzi alla corte Intermediate di Jinan, nella provincia orientale dello Shandong, un portavoce del tribunale aveva detto che Bo Xilai non aveva espresso pubblicamente il desiderio di ricorrere. Secondo la legge cinese, il condannato ha dieci giorni di tempo per proporre appello.

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Mano dura contro Bo Xilai, prigione a vita

E’ stata una corte della città orientale di Jinan, nella provincia dello Shandong, a scrivere la parola fine alla saga di Bo XIlai, uno dei più potenti e più in vista uomini politici in Cina negli ultimi anni, uno di quelli destinati, a detta dei più, ad occupare posti di rilievo nel gotha della politica cinese. Con una sentenza all’ergastolo (che molti osservatori cinesi e internazionali dicono scritta dai vertici del Partito Comunista Cinese), che somma il carcere a vita per corruzione a 15 anni per appropriazione indebita e a 7 per abuso di potere, è stato messa, per ora, la parola fine al “processo del secolo”, l’ultimo atto della storia più scabrosa che ha scosso la Cina da decenni, probabilmente la più seria dal punto di vista politico dal 1976, da quando Jiang Qing, vedova di Mao Zedong, fu arrestata insieme ai suoi sodali della Banda dei quattro per essere poi processata tra il 1981 e il 1982. Una storia di tradimenti, di tangenti, di omicidi, di politica, che potrebbe sembrare uscita dalla penna del miglior scrittore di gialli se non fosse vera. Dinanzi a 116 selezionate persone, tra le quali il primo figlio di Bo Xilai e due suoi fratelli, il presidente della corte, Wang Xuguang, ha detto che il 64nne ex papavero cinese ha “gravemente danneggiato gli interessi del paese e del popolo, avendo commesso seri crimini”. Concetto espresso più tardi anche in un editoriale dell’organo del partito, che uscirà domani ma che è stato anticipato a grandi linee in serata dall’agenzia Nuova Cina, secondo il quale “condannando Bo Xilai in ossequio alla legge si rispetta pienamente il principio che nessuno è esentato dalla disciplina del partito e dalla legge nazionale e chiunque sia involto in faccende di questo tipo deve essere indagato e severamente punito secondo la legge”. In queste parole, anche il senso politico della condanna a Bo Xilai, ultima e più importante vittima della campagna anti corruzione voluta dal presidente Xi Jinping (altro principino rosso). Corruzione che, come ricorda l’editoriale del Quotidiano del Popolo, “è ancora dilagante e viene nutrita fortemente sul territorio”. La sentenza è stata mediatica, doveva colpire la gente, far capire che con il partito e i suoi valori non si scherza: la corte ha annunciato i fatti salienti della condanna sul suo account di Sina Weibo, il Twitter cinese, dove ha postato anche le foto di Bo Xilai in pantalone nero e camicia bianca, in manette tra due poliziotti. La televisione di stato, ha seguito a fondo l’evento. Bo ha fatto di tutto per difendersi. Nei cinque giorni di processo dal 22 al 26 agosto scorsi, ha accusato i suoi accusatori: sua moglie Gu Kailai (all’ergastolo per l’omicidio dell’uomo d’affari britannico Neil Heywood) in primis, dicendo che è pazza; il suo ex braccio destro e primo accusatore Wang Lijun, dicendo che aveva suoi interessi e che era l’amante di sua moglie; smentendo la confessione che aveva fatto ammettendo alcune accuse, dicendo di averla fatta solo dietro torture. I giudici hanno negato tutte queste circostanze e lo hanno ritenuto colpevole di aver intascato 20,44 milioni di yuan (2,5 milioni di euro) di tangenti in soldi e beni: 1,1 milioni direttamente lui, il resto tramite sua moglie. Tra questi, anche una lussuosa villa nel sud della Francia. Bo si sarebbe anche appropriato di 5 milioni di yuan di denaro pubblico, mentre sua moglie e suo figlio (che studia negli Usa) avrebbero avuti centinaia di milioni in viaggi. Nei prossimi dieci giorni Bo può presentare appello e fra 13 anni potrebbe uscire comunque sulla parola. Per intanto, si aprono per lui le porte della prigione di Qincheng a Pechino, considerato un albergo a cinque stelle, che ospita altri ex esponenti dell’establishment cinese e che ha ospitato anche la vedova di Mao. In una cella singola di 20 mq, con bagno, alti soffitti, finestre e riscaldamento, Bo non sarà costretto a vestire con il “pigiama a righe” e potrà, secondo quanto è scritto su Sina, avere latte al mattino e una selezione di zuppe e pasti per pranzo e cena. Dopotutto, è un principino.

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Processo a Bo Xilai celebrato anche su internet

Ridda di reazioni sulla rete a commento della sentenza di condanna all’ergastolo per Bo Xilai, l’ex papavero e principino rosso, ritenuto colpevole di appropriazione indebita, corruzione e abuso di potere. La censura cinese si e’ allentata in quello che forse è il primo vero processo via internet della storia cinese, dal momento che la stessa corte di Jinan dove si è celebrato il processo, ha aperto un suo account su Sina Weibo (il Twitter cinese) pochi giorni prima che cominciassero le udienze il 22 agosto, attirando migliaia di followers. Se prima infatti era quasi impossibile trovare o trasmettere notizie e tweet sull’ex segretario del partito di Chongqing, oggi si sono scatenati tutti. In tantissimi hanno seguito i tweet che la corte inviava nei momenti salienti della lettura della sentenza e ha fatto impressione a tutti la foto postata sullo stesso profilo nella quale Bo Xilai è in manette. Ma online, Bo continua ad avere proseliti, i supporter del suo populismo sono ancora tanti. “Io non conosco la politica – ha scritto Shuang – ma gli credo. Ha fatto bene, ci ha fatto stare tutti bene”. Altri invece ironizzano sulla pensione dorata nella quale Bo è destinato: una stanza ad un letto di 20 mq con bagno riservato nel carcere di Qincheng a Pechino, considerato un hotel 5 stelle per i potenti. Nella stessa prigione, infatti, furono rinchiusi la vedova di Mao Zedong e la banda dei quattro, tra gli altri. “Non credo verrà trattato come un normale prigioniero”, ha scritto Liu. “Se mi dovete arrestare, mandatemi nella stessa sua prigione – scrive Tuyihuakai – vorrei servire lui acqua e té, fare qualsiasi cosa, io lo rispetto. Non avrò mai pentimenti per quello che farò per lui, finchè campo”. Qualcuno ipotizza che in galera ci resterà poco. “Anche se la legge dice che fra 13 anni potrà uscire sulla parola – scrive Zhang Yu – immagino che con qualche escamotage sulla salute lo faranno uscire prima”. Parla di sentenza non inaspettata Chen Youxi, presidente del Jing Heng law Group, uno dei più importanti penalisti cinesi. “Non è stata una sorpresa. Dal punto di vista procedurale, è stato un processo aperto, oggettivo, anche se ci sono problemi nel sistema di gestione e in quello penale. Non credo che la sentenza possa fermare la corruzione, che cresce rigogliosa”.

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Bo Xilai condannato all’ergastolo

Bo Xilai, ex segretario del partito di Chongqing, è stato condannato all’ergastolo. La sentenza è stata appena letta dal presidente del collegio nella Jinan Intermediate People’s Court di Jinan. Bo Xilai è stato riconosciuto colpevole di corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere. Per il primo reato è stato condannato all’ergastolo, 15 anni per appropriazione indebita e 7 per abuso di potere. Privato delle proprietà (molto verrà restituito ai governi locali) e dei diritti politici. La corte ha smentito che le dichiarazioni dell’uomo siano state estorte con la forza, rigettando tutte le tesi della difesa. Il processo si era tenuto dal 22 al 26 agosto scorsi. Secondo diverse fonti di stampa, l’ex principino rosso farà appello alla sentenza. Fino alla sua caduta in disgrazia, Bo Xilai era considerato uno degli astri emergenti della politica cinese e destinato ad importanti incarichi.

Bo XIlai mentre ascolta la sentenza

Bo XIlai mentre ascolta la sentenza

In due processi paralleli, sono stati già condannati sua moglie, Gu Kailai (alla pena di morte commutata poi in ergastolo per l’omicidio e dell’uomo d’affari britannico Neil Heywood) e ad una pena di 15 anni Wang Lijun, ex capo della polizia di Chongqing ed ex braccio destro di Bo Xilai, dalle cui dichiarazioni è cominciata l’indagine che ha portato alla caduta di Bo Xilai. Le fasi salienti della udienza di oggi sono state pubblicate dalla stessa corte sul suo profilo Weibo, il twitter cinese.

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Ergastolo a Bo Xilai, si chiude saga.

A vedere le immagini pubblicate sul sito della Intermediate People’s Court di Jinan, nella Cina orientale, nessuno penserebbe che quell’uomo con pantaloni neri un po’ corti, camicia bianca, intento, in mezzo a due poliziotti, ad ascoltare la sentenza di condanna all’ergastolo che lo riguarda, sia Bo Xilai, uno degli astri più luminosi della politica cinese, figlio di un padre della patria, destinato egli stesso ad incarichi di prestigio. Ed invece quell’uomo di 64 anni, con un sorriso sardonico, era proprio l’ex segretario di Chongqing, di Dalian ed ex ministro del commercio, colpevole, secondo il tribunale, di corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere. Passerà ora la sua vita nella prigione di Qincheng, a Pechino, a meno che entro dieci giorni da lunedì non presenti ricorso, che questo venga accolto e che si riveda in senso benevolo la sua condanna. Tutto, o quasi, molto improbabile. La condanna di Bo Xilai è l’epitome della guerra alla corruzione che Xi Jinping, presidente cinese e segretario del partito, altro principino rosso e da molti ritenuto avversario di Bo almeno in quanto ad aspirazioni di potere, sta conducendo in Cina. La saga di Bo, degna dei migliori giallisti, a dire il vero comincia prima della nomina di Xi a guidare la Cina. Le accuse contro di lui riguardano comunque il periodo dal 1993 al 2007 quando è stato prima sindaco di Dalian, poi suo segretario politico, poi governatore della provincia del Liaoning e poi ministro del commercio. In questi ruoli, avrebbe abusato del suo potere per incamerare soldi e favori per se e per la sua famiglia. Secondo la corte, avrebbe intascato beni per almeno 20,44 milioni di yuan, quasi 2,5 milioni di euro. Tra questi, anche una lussuosa villa nella Francia meridionale. Altre tangenti, beni, biglietti aerei e altro destinati a sua moglie e a suo figlio, non sono stati riconosciuto come tangenti. La corte, che ha informato il mondo del processo attraverso i tweet inviati sul loro account nel twitter cinese, Sina Weibo, ha respinto al mittente tutte le tesi difensive. Bo era arrivato a dire, durante il processo celebrato dal 22 al 26 agosto scorso, che la testimonianza della moglie Gu Kailai (condannata l’anno scorso alla pena di morte commutata in ergastolo per la morte di Neil Heiwood) non doveva essere presa in considerazione perchè lei era pazza. Ha anche detto che quanto Wang Lijun, il suo ex braccio destro e principale accusatore, aveva riferito non doveva essere preso in considerazione perchè amante di sua moglie. Respinte anche le accuse di testimonianze estorte con le torture. Ma niente, la corte ha deciso di chiudere così il “processo del secolo”, l’ultimo atto della storia più scabrosa che ha scosso la Cina da decenni, probabilmente la più seria dal punto di vista politico dal 1976, da quando Jiang Qing, vedova di Mao Zedong, fu arrestata insieme ai suoi sodali della Banda dei quattro per essere poi processata tra il 1981 e il 1982. Su internet molti siti raccolgono ora commenti di utenti. Per alcuni analisti internazionali il processo ha dimostrato ancora una volta come quella cinese sia una giustizia parziale, per altri la condanna di Bo è ingiusta (ha moltissimi sostenitori in Cina), per altri è anche troppo leggera. Una cosa è certa: la condanna di Bo e degli altri papaveri di Pechino caduti nei mesi scorsi sotto la scure di Xi Jinping e della sua crociata anti corruzione, fa acquistare appeal al segretario del Partito mostrando che nessuno è indenne da possibili condanne. Soprattutto gli avversari politici.

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Profilo: Bo Xilai, il principe rosso caduto in disgrazia

Con la condanna all’ergastolo, si è eclissata definitivamente la stella di Bo Xilai, ex potente papavero cinese, principino rosso destinato a posti di rilievo nel gotha della politica e dell’amministrazione cinese. Il titolo di “principino”, gli viene dall’essere figlio di Bo Yibo, maoista della prima ora, nominato dal grande timoniere ministro delle finanze ma poi cacciato nel 1966 per il suo riformismo. Nel 1966, durante la rivoluzione culturale, fu cacciato dal partito e imprigionato per dieci anni, per essere poi riabilitato da Deng Xiaoping, con il quale è nel gruppo degli “otto grandi funzionari” che porteranno alla Cina grande potenza economica di oggi con le aperture economiche. Come altri principini, Bo Xilai ha avuto una carriera importante, partita dalle segrete stanze del potere di Pechino dello Zhongnanhai (il palazzo dove risiede l’establishment cinese) cominciata pubblicamente nella provincia nord occidentale del Liaoning. Dopo aver ricoperto alcuni ruoli nell’amministrazione della provincia, nel 1993 è sindaco di Dalian, il capoluogo del Liaoning, restando in carica fino al 2000 anche come segretario del partito (dal 1999). Diede molto impulso alla città industriale, cosa che lo portò poi ad essere governatore della provincia dal 2001 al 2004. Divenne poi ministro del commercio, durante il boom delle esportazioni cinesi nel mondo, fino al 2007, quando diventò segretario del partito, assicurandosi un posto nel gruppo dei 25 più potenti cinesi, coloro che siedono nel politburo. Secondo analisti, fu mandato a Chongqing, la più popolosa città cinese, per smorzarne le velleità di divenire uno degli uomini più potenti della Cina. Ma la cosa non funzionò, anzi. Attraverso una forte campagna pubblica, Bo Xilai non solo rinvigorì il maoismo facendo diventare Chongqing la più rossa, ma sviluppò la città in quella capitale industriale che è oggi. Quello che gli diede più potere, però fu una campagna contro le triadi e la mala e la corruzione locale, con l’aiuto del suo braccio destro, il poliziotto Wang Lijun, divenuto poi suo accusatore. Questo lo avrebbe sicuramente spinto ad un posto fra i 9 che reggono le sorti della Cina che sarebbero stati eletti nel congresso del 2012, se a febbraio Wang Lijun non fosse scappato da Chongqing rifugiandosi nel consolato americano di Chengdu, raccontando poi ai vertici di Pechino le malefatte di Bo e di sua moglie Gu Kailai. Di qui la caduta: a marzo perde il posto di segretario del partito di Chongqing, ad aprile viene sospeso dall’ufficio politico, a settembre cacciato dal partito e a ottobre dall’assemblea nazionale del popolo. Sua moglie è stata condannata ad agosto dell’anno scorso alla pena di morte (sospesa e commutata in ergastolo); Wang Lijun è stato condannato a 15 anni un mese dopo; oggi con la condanna di Bo Xilai si è chiuso il cerchio e l’establishment di Pechino ha vinto un’altra battaglia contro la corruzione.

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