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La Spagna indaga Jiang Zemin e Hu Jintao per genocidio

La magistratura spagnola entra di peso nella spinosa questione fra Cina e Tibet e indaga gli ex presidenti della Repubblica popolare cinese Jiang Zemin e Hu Jintao, l’ex primo ministro Li Peng e sei dirigenti del Partito comunista cinese, ritenendoli responsabili di quello che viene definito il “genocidio” subito negli ultimi 20 anni dal popolo tibetano. L’incriminazione è stata formalizzata dal giudice della procura nazionale Ismael Moreno. Dal 2011 coordina una complessa indagine avviata dopo denunce presentate da alcuni rifugiati politici tibetani, dal Comitato di appoggio al Tibet, dalla Fondazione Casa del Tibet e dall’associazione Thubten Wangchen Sherpa Sherpa. Il magistrato sostiene la giustezza dell’inchiesta spagnola in quanto tra le numerose vittime – persone uccise o perseguitate – vi è anche un cittadino spagnolo, Thubten Wangchen la cui figura ha ispirato la costituzione dell’omonima associazione umanitaria. Wangchen – nato 59 anni fa in Tibet, la cui madre fu uccisa dai comunisti cinesi – dal 1981 ha vissuto in Spagna; è fondatore della Casa del Tibet, presidente della comunità tibetana spagnola e deputato del Parlamento tibetano in esilio. Moreno accusa Jiang Zemin e Hu Jintao – che si sono succeduti al potere, anche come segretari del Partito comunista, dal 1989 al 14 marzo dello scorso anno – e Li Peng (premier dal 1987 al 1998) di essere i responsabili diretti delle azioni e dei delitti nei confronti del popolo tibetano. “Vi è certezza – scrive nel provvedimento – che le autorità cinesi non hanno iniziato alcuna indagine sui fatti denunciati nelle querele”. Ma c’è di più: l’inchiesta tende anche verificare se si possa configurare il reato di “crimini di guerra” per la presunta violazione della Convenzione di Ginevra del 1949, ratificata anche dalla Spagna. La decisione della magistratura spagnola viene contestata dalle autorità cinesi, ma Moreno e il suo ufficio ritengono di essere legittimati dalle norme del loro Paese e da quelle internazionali. Nell’occhio del ciclone figura soprattutto Hu Jintao che da segretario del Pcc della Regione Autonoma del Tibet tra il 1988 e il 1992 sarebbe stato l’ispiratore e il supervisore della repressione nelle rivolte anti-cinesi. E’ pressoché impensabile che gli indagati compariranno un giorno davanti ai giudici spagnoli. Ne è convinta anche Nina Jorgensen, del Comitato di appoggio al Tibet: “Probabilmente non accadrà. Però ci sarà una reazione diplomatica e, comunque, questo serve a riportare al centro dell’attenzione i crimini commessi dal Governo cinese in Tibet”.

fonte: Antonio Andreucci per ANSA

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Ucciso a Chengdu monaco buddista, fondò primo monastero in occidente

Choje Akong Tulku Rinpoche, fondatore del primo monastero tibetano in occidente, è stato ucciso ieri a Chengdu, nella provincia meridionale cinese del Sichuan. Lo riferisce il South China Morning Post. Il monaco, 73 anni, è stato accoltellato a morte insieme a suo nipote e alla loro guida nel distretto di Wuhou intorno alle 11 di ieri mattina. Arrestati dalla polizia tre sospettati, tutti tibetani. Secondo le prime informazioni fornite dalla polizia, alla base della violenza ci sarebbe una disputa di tipo economico. La notizia della morte di Choje Akong Tulku Rinpoche è stata poi anche confermata dal monastero di Samye Ling. Nato nella prefettura di Chamdo in Tibet nel 1940, il monaco è stato identificato in giovane età come la reincarnazione dell’abate del monastero di Lhakang Drolma, dove è stato poi allevato. Dopo la rivolta del 1959, fuggì in India. Due decenni più tardi, ha co-fondato il monastero Kagyu Samye Ling a Dumfries, sulle colline scozzesi al confine con l’Inghilterra. Kagyu Samye Ling è stato il primo centro buddhista tibetano in Occidente; inizialmente nato come una modesta residenza di campagna, nel corso degli anni ha acquistato sempre maggiore importanza diventando un vero e proprio monastero dove alloggiano un centinaio di persone. Il Karmapa Lama, la seconda figura più importante nel buddismo tibetano, ha espresso le sue condoglianze per la sua morte in un comunicato dal suo ufficio di New Delhi. Choje Akong Tulku Rinpoche aveva condotto la ricerca che ha identificato il Karmapa all’età di sette anni come una reincarnazione del Karmapa precedente. Il Karmapa fuggì dal Tibet nel dicembre 1999 e da allora ha vissuto in India.

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Polizia cinese spara sulla folla in Tibet, 60 feriti

Spari sulla folla inerme che chiedeva la liberazione di un uomo che si era rifiutato di issare la bandiera cinese. E’ questo l’ultimo atto della repressione delle autorità cinesi in Tibet, denunciata da diverse organizzazioni non governative. E’ alta la tensione nella regione autonoma del Tibet, nella contea di Nagchu (Naqu in cinese) nella regione di Driru (Biru in cinese) dove ormai da diversi giorni si verificano scontri tra la popolazione locale e la polizia cinese. Domenica scorsa – ma la notizia è trapelata solo nelle scorse ore – l’ultimo violento episodio: gli agenti hanno aperto il fuoco su un gruppo di persone ferendone una sessantina. Secondo le finora scarse informazioni disponibili – fornite in gran parte dal sito di Radio Free Asia – almeno due dei feriti verserebbero in gravissime condizioni. Diversi manifestanti sono stati colpiti alle gambe e alle braccia. Ad alcuni sono state negate le cure. La polizia ha lanciato anche gas lacrimogeni e testimoni hanno riferito di numerose persone cadute in terra prive di sensi. I problemi nell’area sono iniziati lo scorso 27 settembre quando, a pochi giorni dalla festa nazionale cinese del 1/0 ottobre, migliaia di funzionari governativi e operai cinesi sono arrivati nella contea di Nagchu forzando le famiglie della zona e numerosi religiosi a issare la bandiera cinese su tutte le loro case, in segno di sottomissione all’egemonia cinese. A seguito del rifiuto di molti tibetani di obbedire sono iniziati scontri tra i residenti e la polizia locale. Alcuni tibetani, secondo quanto si apprende da fonti locali, avrebbero gettato nel fiume diverse bandiere cinesi in segno di protesta. Oltre 800 persone hanno marciato e protestato dinanzi agli uffici della contea. Tra questi Dorje Draktsel, uno dei principali protagonisti della protesta, che è stato poi arrestato. E domenica scorsa, ad una nuova manifestazione per chiedere il rilascio di Dorje sono seguiti nuovi violenti scontri. La zona delle violenze è stata ora circoscritta. Oltre 18.000 gli agenti che da giorni presidiano la zona. Dovunque posti di blocco e controlli a tappeto sulla popolazione mentre a nessuno viene concesso di arrivare da fuori, per isolare e limitare il flusso delle notizie verso l’esterno. Le forze dell’ordine cinesi hanno bloccato le principali vie di accesso, sequestrato cellulari e macchine fotografiche. Interrotte le linee internet e quelle telefoniche. E per contenere la volontà di rivolta le autorità locali continuano ad usare anche le minacce. Chi si rifiuta di adempiere a quanto chiesto dal governo locale subisce severe punizioni che vanno dall’espulsione dei figli dalle scuole al rifiuto di cure mediche, alla perdita del posto di lavoro. In particolare dal 2008 le aree della Cina con una forte presenza di tibetani sono frequentemente teatro di episodi di repressione e violenza da parte delle autorità cinesi. Il popolo tibetano sfida l’egemonia del governo di Pechino rivendicando il diritto di avere una propria identità soprattutto culturale, linguistica e religiosa, che invece Pechino non riconosce. Dal 2011 sono 121 i tibetani che si sono dati fuoco in nome della libertà del Tibet e per il ritorno dall’esilio del loro leader spirituale, il Dalai Lama. Sono 24 le immolazioni dall’inizio di quest’anno. Sul totale delle autoimmolazioni, 103 sono uomini, 19 donne, 24 erano minori di 18 anni.

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Negato passaporto a studenti tibetani

Le autorità cinesi hanno rifiutato di emettere il passaporto ad alcuni studenti tibetani che hanno vinto delle borse di studio per andare a studiare in Giappone e negli Stati Uniti. Lo riferisce il sito di Radio Free Asia. Gli studenti, provenienti in gran parte da famiglie modeste della provincia centro occidentale del Qinghai, erano stati selezionati lo scorso mese di luglio dopo aver superato una serie di test e colloqui. Alcuni dei vincitori delle borse sono riusciti a partire poco dopo – chi per Tokyo, chi per Washington – ma successivamente un secondo gruppo è stato bloccato. Il due ottobre alcuni di questi studenti, per lo più ragazze, hanno manifestato, lamentando una profonda ingiustizia nei loro confronti, dinanzi agli uffici governativi del Qinghai. In particolare gli studenti hanno evidenziato come ai figli dei ricchi e dei politici sia permesso di studiare all’estero senza difficoltà mentre studenti provenienti da ambienti poveri o appartenenti a etnie bistrattate sono negati anche i diritti più elementari. Le studentesse a cui viene impedito di partire fanno tutte parte di un collegio istituito nel 2005 nella contea di Machen (in cinese Maqen).

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In prigione in Tibet chi si rifiuta di issar ela bandiera cinese

Le forze di sicurezza cinesi hanno deciso di tenere sotto stretto controllo la contea di Driru, (Biru per i cinesi) nella regione autonoma del Tibet, a seguito del rifiuto degli abitanti di issare la bandiera cinese sulle loro case in vista della festa nazionale. Lo riferiscono fonti di organizzazioni che si battono per il Tibet. Oltre 18.000 agenti presidiano l’area dallo scorso 10 settembre, e ci sono stati anche scontri che hanno portato all’arresto di almeno 40 persone. Alcuni villaggi, come Mowa e Monchen, dove c’è stata la rivolta dei cittadini locali contro l’obbligo della bandiera cinese, sono circondati dalle forze di sicurezza cinesi. Agli arrestati, oltre che ai feriti durante gli scontri, sono state negate le cure in ospedale, mentre ai rivoltosi è stato minacciato di non permettere ai loro figli di andare a scuola. Oltre 1.000 tibetani hanno manifestato organizzando anche uno sciopero della fame di 24 ore per chiedere la liberazione dei prigionieri, poi concessa. Intorno ai villaggi sono stati istituti posti di blocco che controllano tutti coloro che intendono entrare o uscire dai villaggi.

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Nuova immolazione per il Tibet, 122 dal 2009, 24 da inizio anno

Nuova immolazione per il Tibet, la ventiquattresima dall’inizio dell’anno. Un uomo e’ morto dopo essersi dato fuoco ieri intorno alle 16.30 a Gomang Yutso, nei pressi della sua abitazione, nella contea di Ngaba, Aba per i cinesi, nella provincia cinese del Sichuan. Lo riferiscono fonti della diaspora tibetana in India, secondo le quali Shichung, 41 anni, tibetano, padre di due figli, ha percorso un pezzo di strada da casa sua fino alla strada principale avvolto dalle fiamme per poi cadere a terra senza vita. Un gruppo di persone sono subito accorse per cercare di prendere il corpo del defunto e riportarlo a casa, ma sono stati bloccati dalle forze dell’ordine che hanno preso in custodia il cadavere. Pare che nella zona fossero presenti circa 150 agenti, inviati in occasione del Man-ston festival, una celebrazione religiosa che ogni anno richiama migliaia di persone nella zona. Shichung, l’uomo che si e’ immolato, era appena rientrato a casa dopo aver partecipato ai riti della giornata. Poco prima di darsi fuoco il tibetano aveva acceso una lampada dinanzi ad un ritratto del Dalai Lama. Sembra inoltre che pochi giorni fa Shichung avesse detto ad un amico “i cinesi non ci permetterano di vivere, penso che dovrei darmi fuoco dinanzi a loro”. Si tratta delle 122ma (121 secondo altre fonti) persona che in Tibet si immola dal 2009, quando inizio’ questa forma di protesta estrema contro quello che definiscono il dominio cinese sul Tibet e per chiedere il ritorno del Dalai Lama dall’esilio. Erano oltre due mesi che non si registravano immolazioni in Cina: l’ultima era stata il 20 luglio, mentre il 6 agosto un monaco tibetano si era immolato in Nepal.

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Ristrutturazione forzata cinese a casa del Dalai Lama

Lavori di ristrutturazione nella casa natale del Dalai Lama, nel villaggio di Hongai. Secondo quanto riferisce il South China Morning Post l’edificio ha subito una notevole trasformazione, con l’elevazione di un muro alto tre metri e l’installazione di telecamere di sorveglianza oltre a un’altra serie di interventi che ne hanno anche cambiato abbastanza l’aspetto. Hongai, noto ai tibetani con il nome di Taktser, si trova in una zona che è stata culturalmente tibetana da secoli ma che geograficamente si trova nella provincia cinese del Qinghai. Per i tibetani la trasformazione dell’edificio è un segno di perdita delle tradizioni, mentre per le autorità cinesi, al contrario, è solo parte di un più ampio progetto di recupero della zona. Oltre alla casa infatti anche molti altri edifici e strade sono in fase di ammodernamento. Gli abitanti del villaggio tuttavia fanno notare come nessuno straniero sia ammesso a entrare nella casa del leader spirituale buddista in esilio a Dharamsala. Le autorità locali infatti hanno respinto tutte le richieste formali di poterla visitare. “Noi non vogliamo fare nessun tipo di pubblicità al Dalai Lama”, ha commentato un funzionario locale. Secondo Sophie Richardson, direttore per la Cina di Human Right Watch, una organizzazione che si occupa di tutela dei diritti, “la velocità con cui la popolazione rurale tibetana è stata rimodellata da opere di ricostruzione e modernizzazione è senza precedenti nell’era post Mao”. Secondo la Richardson, inoltre, la ricostruzione della casa del Dalai Lama potrebbe rappresentare una mossa, da parte del governo di Pechino, per convincere i monaci a scegliere la prossima reincarnazione del Dalai Lama entro i confini della Cina.

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