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Delegazione del Pd incontra a Pechino una del partito comunista cinese. Nostalgia o solo vancanza a nostre spese?

Il Partito Comunista Cinese auspica una sempre più collaborazione e scambio con con il Partito Democratico italiano. Lo scrive l’agenzia Nuova Cina riferendo di un incontro tra Wang Gang, membro dell’ufficio politico del comitato centrale del Pcc e una delegazione del partito italiano, guidata da Nicola ‘Nico’ Stumpo, responsabile organizzativo del Pd. Salutando la tradizionale amicizia tra Cina e Italia, Wang ha detto che i rapporti e la diplomazia da partito a partito svolgono un ruolo importante per approfondire la comprensione reciproca tra i politici, rafforzare l’amicizia tra le persone e rafforzare i legami bilaterali. “Il Partito comunista cinese attribuisce grande importanza alla sua amicizia con il Partito Democratico in Italia ed è disposto ad aumentare le interazioni con la parte italiana per far avanzare ulteriormente la completa partnership strategica sino-italiana”, ha detto Wang che è anche vice presidente del Comitato nazionale della Conferenza consultiva politica del popolo cinese. Cina-Italia completa partnership strategica. La delegazione italiana è in visita in Cina dal 26 agosto al 2 settembre, su invito del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del Pcc.

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Un partito di corrotti, una festa per anziani

Il Partito comunista cinese (pcc) non va veloce come il treno ad alta velocità fra Pechino e Shanghai appena inaugurato. E se ne è accorto anche il suo ‘lider maximo’, Hu Jintao, segretario del partito e presidente cinese, che ha tenuto un discorso in occasione dei 90 anni della fondazione del partito, sottolineando da una parte i meriti dall’altro le difficoltà del pcc. Da settimane in tutta la Cina è un fiorire di bandiere rosse e canti rivoluzionari, di immagini di Mao e di falce e martello. A Shanghai, la casa dove il partito comunista cinese venne fondato nel 1921, è presa d’assalto da turisti cinesi, che normalmente la snobbano per gli avveniristici grattacieli della capitale economica cinese. Certo, non ci sono le file di piazza Tiananmen dove migliaia di persone sperano di entrare nel mausoleo del Grande Timoniere, ma anche qui la festa è celebrata con tutti i crismi. Nei giardini di Shanghai, come in quelli delle altre grandi città, ci si riunisce per cantare le canzoni patriottiche; gli altoparlanti trasmettono canzoni di regime; la televisione diffonde miniserie e film sulla storia del paese; cartelloni celebrativi si alternano a quelli dei prossimi campionati mondiali di nuoto che cominceranno a Shanghai il 16 luglio. Quello che manca a Shanghai per le celebrazioni sono i giovani: basta farsi un giro per i cinema, tutti requisiti per trasmettere il kolossal patriottico Jian Dang Wei Ye sulla fondazione del partito, per vedere che la maggior parte degli spettatori hanno tutti superato almeno i 40. I giovani, soprattutto i ricchi, stanno invece affollando le serate sui locali notturni, soprattutto quelli glamour del lungofiume, dove si celebrano party a tema del pcc in salsa esclusivamente occidentale. Ma Shanghai non fa testo. Nella rossissima Chongqing, la città più popolosa di Cina guidata dal rossissimo Bo Xilai (l’artefice della rinascita di Mao e l’ideatore dei canali televisivi rossi) oltre 100000 persone, per la maggior parte giovani, hanno affollato lo stadio per cantare e danzare la gloria del partito; a Qingyang nel Guansu, migliaia di giovani hanno partecipato alle Olimpiadi Rosse e a Pechino sono tantissimi i giovani, provenienti dalle provincie remote, a fare la fila per vedere la salma di Mao. E verso di loro Hu Jintao ha espresso le maggiori preoccupazioni, temendo un loro allontanamento. Parlando ai funzionari del partito riuniti nell’assemblea del Popolo a Piazza Tiananmen, il segretario del Pcc ha lodato il lavoro del partito che ha spinto il paese al posto che occupa oggi. Ma Hu Jintao è stato chiaro: il Partito Comunista Cinese soffre di “dolori della crescita”, denunciando la corruzione che potrebbe portare a una perdita di fiducia pubblica. “Il partito – ha detto Hu – deve rendersi conto che, alla luce di profondi cambiamenti nel mondo, nella situazione nazionale e nello stesso partito, ci troviamo ad affrontare molti problemi e sfide per migliorare la leadership del partito e rafforzare la sua capacità di resistere a corruzione e rischi. La lotta contro la corruzione rimane una questione importante e la sfida resta ardua”. Per il presidente, la corruzione “riduce il sostegno e la fiducia della gente nel partito” e questo deve “imporre la disciplina ai suoi membri e punire la corruzione in modo efficace”. La banca centrale cinese ha recentemente valutato che dalla metà degli anni novanta oltre 120 miliardi di dollari sono stati sottratti alle casse pubbliche dai funzionari corrotti. Ad oggi, il Pcc conta 80,27 milioni di membri. L’anno scorso il partito ha reclutato più di tre milioni di nuovi membri, dei quali il 40% sono studenti ed il 38,5% donne. L’80% dei nuovi iscritti hanno meno di 35 anni di età. Un risultato soddisfacente dato che l’invecchiamento progressivo della società si è riflettuto sul Partito, i cui membri sono per un quarto di età superiore ai 60 anni. Le donne sono il 22,5% degli iscritti. Ma i dati sono comunque falsati dal fatto che essere membro del Pcc conferisce prestigio e rafforza le possibilità di accedere a lavori stabili e ben pagati nell’amministrazione pubblica o nelle imprese di Stato, che continuano a fare la parte del leone nell’economia del nuovo Celeste Impero. Le mastodontiche celebrazioni (sostenute da canti, film, treni superveloci e feste), hanno anche offuscato, semmai ce ne fosse stato bisogno, la situazione della democrazia e dei diritti civili che quest’anno hanno toccato uno dei punti più bassi. Oltre ad aver festeggiato nella repressione (sono ancora migliaia nei monasteri i monaci guardati a vista dalla polizia e mandati nei centri di rieducazione) il mese scorso i 60 anni dalla “pacifica liberazione del Tibet”, il governo comunista cinese ha accolto nei giorni scorso con tutti gli onori, definendolo un “amico e un fratello” il presidente sudanese Omar el-Bashir, accusato di crimini contro l’ umanità dalla Corte penale internazionale. Amnesty International nei giorni scorsi ha denunciato il momento repressivo forte nel paese, con centinaia di avvocati dei diritti umani arrestati, presi dalla polizia e nascosti in luoghi sconosciuti. Di alcuni di loro non si conosce la sorte. Neanche la “liberazione” (eufemismo, visto che sono agli arresti domiciliari e impossibilitati al contatto con l’esterno) di Ai Weiwei e di Hu Jia, ha avuto il merito di placare le proteste internazionali. A Hong Kong ieri, in concomitanza con i festeggiamenti a Pechino dei 90 anni del partito e della data nella quale l’ex colonia passò di mano dagli inglesi ai cinesi, migliaia sono scesi in piazza per protestare contro la situazione dei diritti civili in Cina e il peggioramento degli stessi a Hong Kong. Ma il partito di questo non si cura. Dopotutto, se è riuscito a cancellare le atrocità della rivoluzione culturale, dello sfrenato progresso che ha provocato milioni di morti e affamati, può passarci sopra. Come il famoso carro armato a Tianamen nel giugno di 22 anni fa.

pubblicato da Il Riformista

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Per i 90 anni, Hu Jintao lancia allarme corruzione

Il leader del Partito Comunista Cinese e presidente della Repubblica, Hu Jintao, ha lanciato oggi un allarme contro la corruzione, in un raro discorso pubblico pronunciato in occasione del 90esimo anniversario della fondazione del Pcc. Il partito ha “tutte le ragioni per essere orgoglioso” dei risultati raggiunti nei sei decenni nei quali é stato al potere, ma “nessuna ragione per essere compiaciuto”, ha detto Hu Jintao, mettendo in guardia contro il pericolo rappresentato dalla diffusa corruzione dei funzionari pubblici che, ha sottolineato, potrebbe far perdere al partito “la fiducia e il sostegno del popolo”. Per affrontare le “difficili sfide” del futuro, il Pcc deve “assicurare le continua crescita” dell’ economia e “salvaguardare la stabilità”, vale a dire il suo monopolio sulla vita politica del Paese. Il discorso di Hu è stato il culmine di una martellante campagna di propaganda che ha cercato di rivitalizzare le radici ideologiche del Pcc. Nei mesi scorsi sono state promosse in tutto il Paese assemblee popolari nelle quali i dirigenti si sono uniti alle “masse” nel cantare “canzoni rivoluzionarie”. Alle reti televisive è stato ordinato di diffondere programmi “rossi”, in genere serial sulla guerra contro l’occupazione giapponese (1937-45) e sulla guerra civile contro i nazionalisti del Kuomintang. In tutte le sale cinematografiche è in programmazione il kolossal “L’ inizio di una rinascita”, sulla fondazione del partito. Ieri è stata inaugurata la linea ad alta velocità tra Pechino e Shanghai mentre si ritiene che entro la prossima settimana potrebbe essere varata la prima nave portaerei cinese, considerata essenziale per contrastare il dominio degli Usa sull’ Oceano Pacifico. Nel timore di una “rivoluzione dei gelsomini” sul modello di quelle avvenute in alcuni Paesi arabi, decine di dissidenti e critici del regime sono stati arrestati o sottoposti ad altre forme di limitazione della libertà. A farne le spese, secondo un rapporto diffuso ieri da Amnesty International, sono stati soprattutto gli avvocati indipendenti, che promuovono l’ uguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini, compresi i dirigenti del partito e del governo. Hu Jintao ha parlato di fronte ad una platea selezionata di dirigenti del partito nella Sala dell’Assemblea del Popolo, uno dei mastodontici edifici dall’inconfondibile architettura stalinista che dominano piazza Tiananmen, il centro politico della capitale e del Paese, in una cerimonia diffusa in diretta dalla televisione di Stato. Hu ha sostenuto che il Pcc – che con oltre 80 milioni di membri è oggi il partito più grande del mondo – ha ottenuto “grandi risultati”. Il numero uno cinese ha però aggiunto che sta incontrando delle “difficoltà di crescita” dovute tra l’altro all’ “incompetenza” di alcuni dei suoi dirigenti che “si allontanano dal popolo”. Il partito, ha proseguito, deve “imporre la disciplina ai suoi membri” e “punire la corruzione in modo efficace”, altrimenti correrà il rischio di perdere la fiducia popolare. La banca centrale cinese ha recentemente valutato che dalla metà degli anni novanta oltre 120 miliardi di dollari sono stati sottratti alle casse pubbliche dai funzionari corrotti. Secondo il leader comunista, il compito del Partito è quello di “mantenere un equilibrio tra crescita economica, riforme e stabilità”. “Senza la stabilità – ha aggiunto – non si può ottenere niente e i risultati che sono stati raggiunti andranno perduti”.

fonte: ANSA

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I 90 anni del partito comunista nel segno di Mao

La coda per entrare al mausoleo dove è conservato il corpo di Mao Zedong, fondatore e dio protettore della Repubblica Popolare Cinese, è molto più lunga del solito oggi, vigilia del 90/o anniversario della fondazione del Partito Comunista, al potere incontrastato dal 1949. “Ha fondato il Paese, per noi è come un santo”, dicono Zhang e Wang, una coppia di giovani studenti venuti dalla provincia orientale dello Shandong a Pechino apposta per visitare il mausoleo. Secondo i due giovani, Mao rappresenta un passato ideale, nel quale c’era più uguaglianza e meno corruzione. Nelle scuole cinesi non si insegna nulla sulla carestia del 1956-58, nella quale si ritiene morirono circa 30 milioni di persone, che fu provocata dal tentativo del Grande Timoniere di realizzare l’industrializzazione a tappe forzate. Le atrocità della Rivoluzione Culturale, scatenata da Mao nel 1966 per liberarsi dei suoi avversari politici, viene liquidata in poche righe. “La società oggi è ingiusta – sottolinea Zhang – l’accesso alle migliori Università è facile per i figli dei ricchi e dei funzionari (statali e di Partito), per la gente comune è impossibile”. “I ricchi diventano sempre più ricchi e noi dobbiamo combattere per avere una vita decente”, aggiunge Wang. Secondo Hu Xingdou, professore di economia al Beijing Institute of Technology, “le ragioni per le quali Mao è tornato di moda sono che la gente non conosce bene la storia e, in secondo luogo, da quando è iniziata la politica di riforme, l’ingiustizia, la corruzione dei funzionari, i problemi sociali si sono continuamente aggravati”. Nell’intransigenza “rivoluzionaria” di Mao, nel suo disprezzo per i sottoposti e per i ranghi intermedi della burocrazia, i giovani vedono insomma una promessa di giustizia e di uguaglianza. “Non conoscono la storia di Mao e pensano che ai suoi tempi ci fossero meno ingiustizie sociali”, conferma l’economista Mao Yushi. “La ragione principale”, aggiunge, “é che la verità (su Mao) non è mai stata detta”. Pechino è stata riempita di bandiere rosse e di slogan “rivoluzionari” come “lunga vita al Partito Comunista, che è sempre stato giusto e glorioso”, o altri inneggianti alla “società armoniosa”, cavallo di battaglia dell’attuale presidente Hu Jintao. Il ritratto di Mao campeggia sul portone d’ingresso alla Città Proibita, la vecchia città imperiale, in un’ala della quale, qualche centinaio di metri ad ovest della piazza, i dirigenti comunisti vivono nel superprotetto quartiere di Zhongnanhai. Nella lunga fila davanti la mausoleo, nessuno sa che anni fa un gruppo di intellettuali ha lanciato un appello per la rimozione della piazza centrale della capitale del ritratto e del corpo imbalsamato del Presidente. Uno di loro, lo scrittore Yu Jie, sostiene che il fondatore della Cina comunista “ha installato nelle menti del popolo una filosofia di lotta crudele e di superstizione rivoluzionaria” nella quale “l’odio ha preso il posto dell’amore e della tolleranza”. “Tutti i movimenti sociali diventano ‘campagne’ e ogni rivalità è trasformata in una guerra… in questo modo – aggiunge lo scrittore – Mao ha amplificato e rafforzato le peggiori caratteristiche della tradizione e della società cinese, secondo le quali chi vince diventa imperatore e gli sconfitti sono tutti delinquenti”. “Per me è un grande leader, nessuno di quelli attuali può reggere il paragone”, afferma la signora Li, un’operaia di Pechino che da due ore aspetta il suo turno per rendere omaggio a Mao.

fonte: ANSA

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Si riscopre la ”cultura rossa” per il 90mo del partito

Cantano a squarciagola, sventolando le bandiere rosse con le cinque stelle gialle della Cina. Riunite nel parco di Jingshan, immediatamente a nord della Citta’ Proibita – che appare avvolta dalla nebbia del mattino dalle alte colline del parco – alcune decine di persone cantano la gloria della Cina e del Partito Comunista, che celebra quest’ anno il novantesimo anniversario della sua fondazione e ne approfitta per sottolineare i ”grandi passi in avanti” fatti in questo periodo dal Paese. ”Vengo qui a cantare tutte le settimane – spiega il signor Wu, un operaio in pensione di 60 anni – e’ una cosa salutare. Mi piacciono le vecchie canzoni rivoluzionarie che mi fanno apprezzare la vita, grazie al Partito Comunista. I miei figli ora sono autonomi, ho una pensione di ventimila yuan (circa duemila euro) all’anno e mi posso godere la vita. Rispetto al passato ora la vita e’ un paradiso…”. Ci sono 54 gruppi canori – formati per la maggior parte da pensionati – registrati presso l’Amministrazione del Parco e la loro attivita’ va avanti dagli anni novanta. Ma l’avvicinarsi dell’anniversario della fondazione del Partito (il 1/o luglio 1921) non e’ certo estraneo alla decisione del governo municipale di Pechino, che ha invitato i giornalisti stranieri ad assistere all’esibizione patriottica. La moda delle ”canzoni rosse” e’ stata lanciata a partire dal 2008 a Chongqing, la metropoli del sud governata da uno degli astri nascenti del Partito Comunista, il capo del Partito Comunista locale Bo Xilai. Si ritiene che Bo, 62 anni, figlio del ”grande rivoluzionario” Bo Yibo, uno dei ”principi” piu’ in vista del Partito, aspiri ad un posto di rilievo quando, tra la fine del 2012 e i primi mesi del 2013, l’attuale gruppo dirigente andra’ in pensione lasciando il posto ai ”giovani” cinquantenni e sessantenni. Grazie alla sua lotta senza quartiere alla mafia locale e ai suoi protettori politici, Bo si e’ conquistato una vasta popolarita’, che lo mette nella posizione ideale per conquistarsi un posto al sole. Oltre alla lotta alla mafia, Bo Xilai ha lanciato la riscoperta dell’ideologia comunista. Guida personalmente delle assemblee nelle quali si cantano le canzoni rivoluzionarie e ha promosso l’introduzione di segmenti di trasmissioni ”patriottiche” sulle reti della televisione di Stato. Inoltre, ha lanciato un ”microblog rosso” (i microblog sono il sostituto cinese di Twitter che, come tutti i siti di comunicazione sociale, e’ bloccato dalla censura), sul quale esalta la figura e le idee di Mao Zedong. La sua ultima iniziativa e’ stata quella di esportare a Pechino, lo scorso fine settimana, uno spettacolo ”rivoluzionario” di ballerini e cantanti di Chongqing. Lui stesso, Bo Xilai, e’ salito tra gli applausi sul palco per unirsi ai cori rivoluzionari. Una delle caratteristiche delle celebrazioni del novantesimo anniversario del Partito e’ la riscoperta del presidente Mao Zedong, il fondatore della Cina comunista. Tra gli anziani che tutte – o quasi – le mattine vanno a cantare felici a Jingshan Park nessuno parla della carestia della fine degli anni cinquanta, provocata secondo gli studiosi dal ”grande balzo in avanti”, il fallito tentativo di industrializzazione accelerata promosso proprio dal Grande Timoniere. Il periodo piu’ difficile per i cinesi – secondo Zuo Zumo, un ex ufficiale dell’esercito di 78 anni – e’ stato quello della Rivoluzione Culturale (1966-76), anch’essa lanciata da Mao Zedong. ”Ha fatto il 70% delle cose giuste e il 30% sbagliate – dice Zuo ripetendo il mantra che il Partito va ripetendo da 30 anni – ma se non ci fosse stato Mao non saremmo qui…”.

fonte: ANSA

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Evviva il sol dell’Avvenire. Il partito comunista cinese vuole arruolare il Pd

Una maggiore collaborazione e maggiori scambi fra il Partito Democratico italiano e il Partito Comunista cinese (Cpc): e’ la richiesta che He Guoqiang, membro del bureau politico del comitato centrale del partito che governa la Cina, ha fatto a Pier Luigi Bersani, in un incontro tra i due leader politici a margine del primo forum ad alto livello di partiti politici Europa-Cina che si e’ chiuso oggi a Pechino. A dare notizia della richiesta e’ anche l’agenzia Nuova Cina. He ha ricordato come quest’anno ricorra il quarantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche Italia-Cina e l’anno della cultura cinese in Italia. Il componente del comitato centrale del Cpc si e’ detto desideroso di ”espandere la cooperazione pragmatica e mantenere le relazioni bilaterale ad un nuovo alto livello”. Per He e’ importante aumentare gli scambi tra il Cpc e il maggior partito di opposizione in Italia. Per Bersani, l’incontro ed il forum e’ stato molto proficuo: ”Abbiamo avuto modo di parlare della situazione di individuare le criticita’ del momento. I cinesi sono molto preoccupati dalla situazione dell’euro, si rendono conto che il processo di integrazione europea non e’ compiuto, preferirebbero un interlocutore unico. Hanno esigenza di essere rassicurati con dei fatti. Ho detto che l’Euro e’ partito piccolo, e’ diventato altissimo ed ora e’ sceso solo di soli due centimetri”. Quali i giudizi sul nostro paese? ”I miei interlocutori cinesi in questi due giorni – continua il segretario del Pd – hanno dimostrato tutti una grandissima simpatia verso l’Italia e cercano rapporti sempre piu’ stretti e relazioni e investimenti maggiori. Dobbiamo essere pronti a questa sfida”. Nel forum si e’ molto parlato di organismi internazionali, delle loro funzioni, della crisi. ”Da tutti – continua Bersani – e’ emersa la necessita’ di organismi internazionali piu’ rappresentativi e piu’ coinvolgenti. C’e grossa preoccupazione su come si regola il mondo. Formati come il G8 hanno fatto il loro tempo. Il G20, non istituzionalizzato, puo’ essere molto utile. Bisogna anche accettare che l’Europa si presenti da sola, non lasciare iniziativa ai singoli paesi. C’e’ bisogno di regole ma non di protezionismi, se ne dovra’ discutere meglio anche in sede Wto per favorire il mercato. Anche sull’ambiente – continua Bersani – si e’ discusso molto, perche’ poi a conti fatti andando a pescare il fondo, dal loro punto di vista la loro posizione e’ anche legittima. Non lo e’ in chiave internazionale se pensiamo alle emissioni. Bisogna lavorare su questo, ma ho trovato ampi spiragli”. Ha rivisto il suo passato qui in Cina? Cosa, se c’e’ una cosa, che invidia al Partito Comunista Cinese? ”No, per carita’ – conclude Bersani – non invidio nulla. Per scherzare potrei dire che l’unica cosa potrebbe essere il fatto che chi lo comanda ha qualche comodita’ in piu’. Ma non e’ cosi’. Loro sono informatissimi, sanno benissimo qual’e’ stato il nostro percorso e lo hanno apprezzato. La cosa che invidio, dimostrata dalla loro storia, forse e’ che hanno una idea del futuro”.

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