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In Cina il maggior numero di microblogger del mondo

La Cina ha il maggior numero al mondo di microbloggers. Lo rivela l’ultimo rapporto sullo sviluppo dei nuovi media nel paese. La relazione annuale, pubblicata dal dipartimento stampa dell’Accademia di Scienze Sociali, ha evidenziato che circa 274 milioni di cinesi hanno un microblog. Un numero che è aumentato vertiginosamente se si pensa che nel 2010 erano circa 63 milioni. Secondo il rapporto il successo di questo fenomeno è dovuto in gran parte al fatto che il servizio di microblogging è diventato un importante canale per il popolo cinese per poter esprimere le proprie idee, specie in merito a questioni pubbliche normalmente oggetto di censura, ma èdiventato anche un canale di comunicazione semplice ed a basso costo tra il governo e i cittadini. La relazione ha anche sottolineato come il governo abbia cominciato a capire l’influenza dei social network e abbia fatto uno sforzo maggiore per trovare con questi delle forme di cooperazione. Una ricerca ha mostrato come le autorità hanno risposto a circa il 71,9% dei problemi ampiamente discussi nei microblogs e nel 50,4% dei casi lo hanno fatto entro le 24 ore. Il rapporto ha però evidenziato anche come non esista ancora una legislazione che regoli queste nuove forme di media. Il numero di utenti di Internet in Cina è aumentato del 10,9% nell’ultimo anno, arrivando alla fine dello scorso mese di giugno a 538 milioni.

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Bloccate ricerche su web su Hu Jintao per celare foto curiosa

La censura cinese blocca sui siti le ricerche che abbiano come contenuto il nome del presidente, Hu Jintao, per evitare eventuali battute o ironie sulla sua persona dopo che il leader cinese e’ stato sorpreso nell’atto di staccare un adesivo con la bandiera cinese dalla suola delle sue scarpe, al G20 in Messico. Tutto e’ scaturito da una foto di gruppo scattata durante il recente G20. Per indicare esattamente la posizione che ogni leader doveva tenere, erano stati posizionati sul pavimento degli adesivi raffiguranti le varie bandiere nazionali. Mentre gli altri potenti del mondo si sono sistemati senza problemi, sembra che lo sticker destinato a Hu, staccandosi in parte, si sia attaccato alla sua scarpa. Il presidente cinese si e’ allora chinato per staccarlo e rimuovere la colla attaccatasi. Appena la foto si e’ diffusa, alcune agenzie cinesi hanno parlato di patriottismo, sostenendo che Hu si sarebbe chinato non per rimuovere lo sticker, ma solo per prendere e sollevare l’adesivo che raffigurava la bandiera, ”orgoglio della Cina”. In ogni caso, temendo che le immagini potessero suscitare i commenti divertiti degli utenti della rete, i censori cinesi hanno deciso di dare un taglio netto. Ogni ricerca che ha come chiave ”Hu Jintao” oppure ”Hu che raccoglie la bandiera” e’ stata bloccata e la pagina mostra un messaggio di errore.

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No a twitter locale a pagamento

Agli utenti cinesi non va di pagare per usare Weibo, il popolare servizio che rappresenta la versione cinese di Twitter. Il portale Sina Weibo che, seguendo le indicazioni governative, ha deciso dal mese scorso di rafforzare i controlli e aumentare la censura sui contenuti dei post, ha annunciato lunedì scorso il lancio di un nuovo sistema, che prevede sostanzialmente una serie di privilegi per gli utenti che pagheranno una quota associativa, 10 yuan (poco più di un euro) al mese. La notizia non è stata accolta con favore e, secondo un sondaggio condotto dal sito Morning News il 90% di 7.000 intervistati ha dichiarato di non essere intenzionato a pagare la tassa. Tra questi un blogger di Xiamen, Peter Guo, che ha dichiarato di voler boicottare il nuovo servizio e non accettare di pagare. “Non c’é nulla di strano – ha fatto invece sapere un dipendente di Sina che ha chiesto di rimanere anonimo – quelli che diventeranno membri pagando questa somma come abbonamento saranno un po’ come clienti vip, avranno delle possibilità in più di un utente normale, godranno di alcuni privilegi, ad esempio potranno seguire più persone, mentre gli account normali potranno seguire fino a un massimo di 2.000 persone”. Secondo molti utenti invece si tratterebbe dell’ennesimo sistema per controllare meglio gli utenti, per bloccarne anche gli indirizzi Ip in caso di con tenuti ritenuti sensibili o non opportuni. In un emendamento agli attuali regolamenti di gestione dei servizi Internet, il Ministero cinese dell’Industria e della Tecnologia dell’informazione (MIIT) renderà la registrazione del nome requisito legale per la partecipazione a forum, blog, microblog, e tutti gli altri servizi interattivi on-line.

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Cina studia legge per impedire anonimato su internet

La Cina punta a stringere, ulteriormente, le maglie della rete con una nuova legge per impedire l’anonimato su Internet. La proposta è contenuta in una bozza di aggiornamento del documento governativo “Metodi per la governance del sistema informativo internet” e tende ad estendere il concetto di servizio informazioni su Internet anche ai forum online, blog e microblog. Con il nuovo regolamento, le società dovranno avere una nuova autorizzazione e saranno obbligate ad assicurare le autorità sul fatto che gli utenti siano registrati con le loro vere identità. Al contrario di quanto accade attualmente: chiunque voglia usare un blog, non è infatti costretto a registrarsi avvalendosi della vera identità. Già a dicembre scorso, la Cina ha obbligato gli operatori di microblog a garantire che gli utilizzatori siano registrati con una vera identità. Obbligo che ha causato molte proteste sulla rete. Fino al 6 luglio, la bozza di documento è in discussione pubblica sul sito dell’ufficio nazionale e informazione e internet, che è sotto il controllo del gabinetto cinese, il Consiglio di Stato. Negli ultimi tempi, soprattutto in concomitanza con la ricorrenza dell’anniversario della strage di Tiananmen, il governo cinese ha messo una stretta su internet, aumentando i controlli. Nelle scorse settimane, dopo la fuga dell’attivista cieco Chen Guangcheng a Pechino (poi andato negli Usa) le autorità hanno applicato una censura maggiore, cancellando dalla rete, sia dai blog che dai microblog che offrono servizi tipo twitter, post ritenuti sconvenienti.

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Google aiuta cinesi contro censura su internet

Google da suggerimenti ai cinesi sulle parole da usare o meno per evitare la censura del grande fratello nel paese del dragone. Normalmente quando in Cina si effettua una ricerca tramite il motore di ricerca di Google senza usare una vpn (ovvero un software, virtual private network, che consente di collegarsi ad internet tramite un ip straniero e quindi di sottrarsi al controllo) e si digitano parole considerate ‘sensibili’, la pagina non si apre e la connessione viene temporaneamente bloccata. Il nuovo servizio Google consente ora agli utenti di sapere in anticipo che stanno digitando parole vietate, aiutandoli a trovare un’alternativa prima di arrivare al blocco della connessione. Attraverso il nuovo sistema nel caso in cui un utente stia per avviare una ricerca usando un termine potenzialmente a rischio apparirà un avviso che dice che “l’utilizzo di questo termine potrebbe bloccare la connessione e che tale interruzione è estranea al controllo di Google”. A questo punto l’utente ha la scelta di continuare la ricerca, a suo rischio, oppure di cambiare la chiave, utilizzando magari sinonimi non ‘sensibili’. Google non ha tuttavia affermato in maniera esplicita che la problematica sia connessa alla censura cinese, ma ha fatto sapere che i suoi tecnici hanno rilevato il problema correlato all’utilizzo di una certa quantità di termini, alcuni anche di uso molto diffuso. Tra questi ad esempio anche il carattere cinese ‘jiang’, che significa fiume ma che è anche un cognome piuttosto comune. Così si chiamava ad esempio anche l’ex presidente, Jiang Zemin. Così quando lo scorso luglio si diffuse la notizia, poi rivelatasi falsa, che Jiang Zemin era morto, il carattere venne bloccato e digitandolo si incorreva in problemi di blocco o interruzione della connessione.

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Cancellati post non graditi su attori

Il grande fratello cinese su internet colpisce anche gli attori. Alcuni messaggi pubblicati sul Twitter cinese, Sina Weibo, e che riguardano l’attrice Ziyi Zhang (vista, tra gli altri, ne La tigre e il Dragone, Memorie di una Geisha e Hero), sono stati cancellati. In particolare, un post di un consulente per i media di Shenzhen, con oltre 60.000 follower, e’ stato cancellato ieri perche’ rispondeva alla notizia, che si e’ diffusa su internet, che l’attrice non poteva lasciare la Cina a causa della sua amicizia o comunque legami con Boi Xilai, l’ex capo del partito a Chongqing, epurato e sotto inchiesta. La notizia era partita dagli Usa e aveva avuto una grossa eco sulla rete in Cina e, nonostante il nome di Zhang Ziyi sia ancora rintracciabile il rete, il post nel quale il consulente diceva che lei era ”diventata di nuovo rossa” e’ stato cancellato. Sotto la rete dei censori cinesi della rete e’ caduto anche Lei Yi, un famoso storico con oltre 108.000 follower sul Twitter cinese.

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L’ultima del regime: censura a punti per il twitter cinese

Un sistema a punti per poter accedere a Sina Weibo (il Twitter cinese), come quello della patente, per premiare i buoni e punire i cattivi. Solo che i cattivi non sono in questo caso guidatori imprudenti o ubriachi, ma uomini che esprimono le proprie opinioni sulla rete. E’ l’ultima trovata del ‘Grande fratello’ cinese per controllare l’opinione pubblica. Ottanta i punti di partenza che si possono avere accedendo al popolare social network cinese. Va tutto bene se si parla del piu’ e del meno, di sport o del tempo. Ma se si toccano argomenti considerati ‘sensibili’, se si pubblicano post su politica e temi sociali ‘caldi’, i punti scendono. Arrivati a sessanta punti, un messaggio avvisa che ci si sta cominciando ad avvicinare al momento in cui l’utenza, se non si fa attenzione a non perdere altri punti, potrebbe essere cancellata dal sistema. Al contrario, se per diverso tempo ci si comporta bene, evitando di dare fastidio, i punti possono aumentare. Potrebbero arrivare fino a 90 se gli utenti danno gli estremi della propria carta di identita’, accettando quindi di rivelare il proprio nome e non scrivere piu’ sotto pseudonimo o nickname; e si arriva fino a 100 se si inserisce anche il proprio numero di cellulare. In questo modo infatti, per il Grande Fratello cinese, il controllo diventa piu’ agevole. Operazione complessiva non facile, considerando che gli utenti di Sina Weibo sono, secondo le stime, oltre 300 milioni in tutto il paese. Ma e’ un inizio, un deterrente. ”Ora non potro’ piu’ postare commenti su politica o faccende sociali – commenta un utente ancora anonimo -. Se pian piano dovremo anche rivelare la nostra identita’, per poter scrivere sicuramente potro’ parlare solo di faccende personali, non di cose che interessano il paese”. I primi risultati dunque arrivano gia’. Il governo cinese, ormai alla vigilia del 18esimo congresso del partito e, soprattutto, alla vigilia del rinnovamento (non facile alla luce degli ultimi eventi) del politburo, vuole assicurarsi che non ci siano nuovi scossoni causati dall’opinione pubblica. Provato dalla vicende legate a Bo Xilai e Chen Guancheng (l’attivista cieco trasferitosi negli Usa), il governo di Pechino rafforza i suoi argini. E lo fa cercando di bloccare quello che e’ meno controllabile, internet. Non a caso a marzo, durante la tempesta legata a Bo Xilai, fu ordinata la chiusura di diversi siti internet che avevano ventilato un possibile colpo di stato. Da allora, siti come Sina Weibo e Tencent (servizio di microblogging) sono sotto continua pressione da parte delle autorita’ affinche’ si adeguino alle attuali necessita’ di silenzio e sobrieta’. Su internet girano notizie secondo le quali presso Sina Weibo lavorino oltre 1000 persone (e forse altre ne verranno assunte) che incessantemente operano come censori, controllando tutti i post e rimuovendo in tempi rapidissimi quelli considerati a rischio o individuando le parole in codice. Molti utenti, infatti, per bypassare la censura, utilizzano parole in codice per non destare sospetti. Cosi’ ad esempio recentemente alcuni usavano i caratteri cinesi della parola ‘Shawshank’ per riferirsi all’attivista cieco Chen Guancheng (il cui nome, come quello di Bo Xilai ed altri era stato bandito dai motori di ricerca cinesi e dai siti internet). ‘The Shawshank Redemption’, ‘Le ali della Liberta” in italiano, era un film del 1994 in cui si parlava della fuga di un prigioniero da una prigione americana.

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Mark Zuckerberg, fondatore di Facebok, attore involontario in spot polizia cinese

Se durante il suo viaggio in Cina avesse voluto entrare su Facebook, probabilmente gliel’avrebbero proibito, ma una traccia di quella vacanza è finita, ovviamente del tutto involontariamente, addirittura in uno spot sull’efficienza della polizia cinese. Protagonista il padre di FB, Mark Zuckerberg e l’allora futura moglie, che, del tutto ignari, compaiono per un paio di secondi, mentre passeggiano fianco a fianco, in uno spot della Polizia cinese trasmesso dal canale Cctv. La pubblicità, mostra la celebre coppietta assolutamente inconsapevole, al secondo 0,29, mentre passeggia in una strada di Shanghai, durante l’ultimo viaggio in Cina lo scorso marzo.

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Fondatore di Facebook visto per le strade di Shanghai. Come fa ad aggiornare il suo profilo con la censura?

Mark Zuckerberg, fondatore e presidente di Facebook, insieme la sua fidanzata cinese, Priscilla Chan, è in vacanza a Shanghai, dove sono stati ‘paparazzati’ da alcuni giornali locali. Giunto nella capitale economica cinese, secondo voci che si rincorrono nella rete, insieme al Ceo di Apple Tim Cook in visita in questi giorni in Cina a bordo di un jet privato, il fondatore di Facebook è stato fotografato in giro per i più famosi quartieri di Shanghai, specie in quelli noti per lo shopping fra i turisti, da Tianzifang alla centralissima Nanjing Lu. Zuckerberg si è anche fermato a lungo nell’Apple Store dove é stato visto provare diversi apparecchi e chiacchierare con la gente e dove, a detta di molti, avrebbe anche acquistato una cover per il suo cellulare. Ma a meno di usare un software che consenta di aggirare la censura, durante la sua vacanza a Shanghai Zuckerberg non dovrebbe essere in grado di aggiornare le pagine della sua creatura. Facebook, infatti, come pure Youtube e Twitter, non è accessibile in Cina. Non è la prima volta che il creatore del più famoso social network si reca in Cina. A dicembre del 2010 Zuckerberg aveva visitato il quartier generale di Baidu, uno dei più grandi motori di ricerca cinese.

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Renren, il Facebook cinese, sbarca a Wall Street

Primo! Renren, il clone cinese di Facebook, e’ il primo social network a tagliare il traguardo della quotazione a Wall Street. Oggi la sua Ipo ha raccolto 743,4 milioni di dollari, pari a 67 volte il fatturato dello scorso anno, e ha fatto correre gli investitori. Con questo risultato la societa’ pechinese – il cui nome significa ‘Tutti’ – doppia la valutazione di Facebook, che e’ ferma a 25 volte le entrate 2010 (50 miliardi), e apre a Zuckerberg la strada per la Borsa. Facebook potrebbe arrivare alla quotazione entro la primavera 2012, al culmine di una stagione fortunata per le Ipo. Ad aprile ci sono stati 34 annunci negli Stati Uniti, il numero piu’ alto dall’agosto 2007, ed e’ in arrivo il debutto da 61 miliardi di Glencore, una societa’ attiva nel trading delle materie prime che si quotera’ a Londra e a Hong Kong e sara’ probabilmente la piu’ grande Ipo dell’anno. Renren, da parte sua, puo’ vantare il maggior numero di pagine visitate in Cina e realizza in un solo paese circa un quarto degli utenti di Facebook nel mondo (117 milioni contro 500). Per il futuro punta a ”intensificare gli investimenti sul mobile” e ”non ha piani di espandersi all’estero”, come rivela il ceo Joseph Chen (41 anni) a Bloomberg. Sulle prospettive della societa’ pesa il prossimo debutto di Facebook in Cina, in partnership con il social network Baidu, e problemi legati alla trasparenza. Di recente, il presidente del consiglio di sorveglianza di Renren si e’ dimesso a seguito di uno scandalo e la societa’ ha dovuto rivedere al ribasso (dal 29% al 19%) il tasso di crescita dei suoi utenti nel primo trimestre a seguito di un errore. Nonostante queste difficolta’, grazie ad advisor come Morgan Stanley, Deutsche Bank e Credit Suisse, la quotazione e’ stata un successo: sono stati vendute 53,1 miliardi di azioni a 14 dollari per titolo. L’entusiasmo degli investitori per Renren e’ dovuta in parte ai tassi di crescita della Cina e allo sviluppo del web nel Paese. Pesa inoltre il fatto che, fino alla quotazione di Facebook o di LinkedIn, e’ l’unica opportunita’ per chi vuole investire sui social network e questo la rende ”uno degli affari piu’ importanti del decennio”, secondo un banchiere sentito dal Financial Times. Di parere opposto e’ l’analista di Reuters, George Chen, che sconsiglia l’investimento a chiunque ”non abbia mai aperto una pagina sul sito”.

fonte: ANSA

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