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Eseguite otto condanne a morte nello Xinjiang

Otto persone sono state messe a morte in Cina perché ritenute coinvolte in “attentati terroristici” attribuiti a gruppi separatisti radicali degli uiguri: l’indocile minoranza islamica cinese dello Xinjiang (nord-ovest del Paese) di ceppo turcomanno. Lo riferisce l’agenzia Nuova Cina, precisando che fra i capi d’imputazione considerati nel processo c’era anche quello di complicità nell’attacco suicida perpetrato nell’ottobre del 2013 in piazza Tiananmen, a Pechino, con un bilancio di due turisti uccisi e 40 feriti. Interpellato via mail dall’Afp, Dilxat Raxit, portavoce del Congresso mondiale degli Uiguri in esilio, ha denunciato il processo come preconfezionato e le esecuzioni delle otto persone come inique. “Un tipico caso di giustizia al servizio della politica” del regime di Pechino, ha accusato.

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Scontri nello Xinjiang, cinque morti

Continuano gli scontri nella regione dello Xinjiang. Secondo quanto riferisce Radio Free Asia, le forze di sicurezza cinesi hanno ucciso cinque persone di minoranza uigura. Il fatto è accaduto venerdì scorso (anche se la notizia è trapelata ora) nella città di Yingwusitang nella contea di Yarkand (in cinese Shache) quando la polizia ha circondato una casa e aperto il fuoco contro cinque persone, uccidendole, contro le quali sembra, secondo quanto ha fatto sapere il gruppo con sede a Monaco, World Uyghur Congress, non sono state formulate accuse, né sono state sospettate di crimini. “Tutto è avvenuto in prossimità della festa musulmana di Eid – ha detto Dilxat Raxit, portavoce del gruppo – quando il personale di sicurezza cinese armato ha fatto irruzione. Le autorità hanno poi cercato di coprire l’accaduto. Forse pensavano di trovare dei sospetti nella casa”. “Nelle due settimane precedenti, sette uiguri sono stati uccisi dalla polizia in scontri separati sempre nella contea di Yarkand, evidenziando un trend di crescente violenza nello Xinjiang, dove i musulmani uiguri lamentano atti di discriminazione e di controllo continuo da parte di Pechino. Oltre alle uccisioni, almeno 9 persone sempre di minoranza uigura, sono state arrestate per aver manifestato contro le autorità. Lo Xinjiang è la provincia autonoma del nord ovest del paese dove è forte la presenza della comunità musulmana degli uiguri, che lamentano l’annientamento delle loro tradizioni e della loro lingua da parte delle autorità di Pechino. Per questo ci sono state diverse manifestazioni di protesta negli anni da parte degli uiguri che chiedono maggiore autonomia e rispetto delle tradizioni. Pechino bolla questi manifestanti come terroristi.

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Operazioni contro mongoli, sono “terroristi”

Le autorità cinesi hanno lanciato una campagna ‘antiterrorismo’ nella zona della Mongolia interna, travagliata da una serie di tensioni tra la popolazione cinese e quella di etnia mongola su una serie di questioni come il problema della confisca delle terre, il posizionamento di mine e la distruzione ambientale da parte dei cinesi. Secondo quanto ha riferito il gruppo Smhric (Southern Mongolia Human Rights and Information Center), la campagna consiste nel sequestro delle armi e degli esplosivi ai civili. L’operazione è stata lanciata nella città di Tongliao, dove risiedono oltre un milione e mezzo di persone di etnia mongola. All’operazione hanno partecipato circa 1.700 agenti e 15 mezzi della polizia e dei vigili del fuoco. Le autorità hanno fatto sapere di avere già confiscato circa 50 tonnellate di esplosivo, oltre 120.000 detonatori, 2.000 fucili e 32.000 coltelli alla popolazione locale, anche se non sono chiare le circostanze dei sequestri. Secondo alcune fonti, le autorità cinesi hanno utilizzato la campagna anti terrorismo come scusa per reprimere la minoranza mongola, che rappresenta circa il 20% della popolazione della Mongolia interna.

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Religione su internet, detenzioni e multe a uighuri

Sono stati puniti, con ammonizioni, multe e detenzioni, 256 uighuri per aver diffuso online informazioni che – a giudizio delle autorità cinesi – minacciano la stabilità nella regione. Oltre a queste, altre 139, sempre appartenenti alla minoranza musulmana uighura della provincia nord occidentale dello Xinjiang, sono state punite (con detenzione e multe) per la diffusione di idee religiose, alcune delle quali, secondo fonti della stampa cinese, inneggiavano alla jihad. La provincia è attraversata dal 2009 da scontri etnici tra i musulmani e la maggioranza Han, che hanno portato a perdite di vite umane e arresti. La Cina chiama secessionisti e terroristi gli uighuri che si battono per l’indipendenza dell’area. Secondo la stampa cinese, in quest’ultimo caso, in molti avrebbero diffuso libri, idee e documenti secessionisti o religiosi sulla rete. In base a una direttiva emessa di recente dalla Suprema corte del popolo, un crimine online viene considerato “grave” se il post contenente informazioni false o pericolose viene letto o inoltrato più di 500 volte. In questo caso la persona può essere condannata fino a tre anni di carcere.

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Aumenta numero di “terroristi” uccisi nello Xinjiang

Sono 22 e non 15 come si era detto i un primo momento i presunti terroristi uccisi dalle dalla polizia cinese in una sparatoria a Yilkiqi, nella tormentata regione nord occidentale dello Xinjiang. Il nuovo bilancio è stato diffuso poco fa da Radio Free Asia, la stessa che aveva annunciato lunedì l’uccisione di quelli che Pechino chiama terroristi. Secondo le testimonianze, la sparatoria è avvenuta nei confronti di un gruppo di uighuri, abitanti dello Xinjiang di fede musulmana, oramai una minoranza rispetto agli Han, considerati terroristi e identificati da un elicottero della polizia. L’uccisione è avventa dopo che la polizia ha arrestato centinaia di uighuri per attività ritenute sospette. Ad Urumqi, capitale della provincia, nel 299 ci furono scontri etnici con oltre 200 vittime e da allora la regione è sotto stretto controllo della polizia cinese.

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Nel mondo 27 milioni di schiavi secondo rapporto Usa, dito puntato contro Russia e Cina

Nel mondo ci sono almeno 27 milioni di schiavi: uomini, donne e bambini, vittime del traffico di esseri umani. Lo afferma in un rapporto annuale il Dipartimento di Stato Usa, che stila anche una lista dei Paesi che attivamente contrastano il fenomeno, tra cui l’Italia, e di quelli che invece fanno troppo poco o nulla, tra cui, assieme a Iran e Corea del Nord e altri, da quest’anno elenca anche Cina e Russia, che pertanto ora rischiano sanzioni unilaterali. E che hanno anche prontamente reagito, respingendo con forza le accuse: “Purtroppo, invece di uno studio approfondito e oggettivo sull’ampiezza crescente del traffico di esseri umani, anche negli Usa stessi, gli autori del rapporto hanno utilizzato il nuovo approccio ideologico e inaccettabile che divide le Nazioni in gruppi a seconda delle simpatie o antipatie politiche del Dipartimento di Stato”, ha affermato il ministero degli esteri russo, aggiungendo che “il solo fatto di sollevare la possibilità di sanzioni provoca indignazione”. Sullo stesso tono la replica di Pechino. “Gli Usa dovrebbero adottare un punto di vista obiettivo e imparziale verso gli sforzi della Cina per mettere fine al traffico di esseri umani”, e “smetterla di emettere giudizi arbitrari e unilaterali sulla Cina”, ha detto la portavoce del ministero degli esteri Hua Chunying. L’amministrazione Obama dovrà ora decidere se applicare una serie di sanzioni commerciali unilaterali, che certamente provocherebbero ulteriori frizioni nelle relazioni di Washington con Mosca e Pechino. Tuttavia, nota il New York Times, in passato la Casa Bianca ha evitato di applicare sanzioni a Paesi con cui gli Usa hanno importanti relazioni strategiche, come l’Arabia Saudita, il Kuwait o lo Yemen. Tra i Paesi più virtuosi c’é invece l’Italia, il cui governo, è scritto nel Rapporto, “ha pienamente assolto ai suoi compiti di prevenzione e lotta al traffico umano”. Unico rilievo arriva sulle politiche migratorie che, scrive il rapporto, per la loro durezza “rendono più difficile, alle vittime di questo mercato, l’ottenimento di un permesso di residenza temporaneo”. Il documento sottolinea come il nostro Paese sia un luogo di arrivo e di passaggio per donne, uomini e bambini soggetti al traffico umano. In particolare, da Paesi come Nigeria, Romania, Marocco, Tunisia, Moldavia, Ucraina, Cina, Brasile, Pakistan, Egitto e India. Tra i problemi maggiori per contrastare il fenomeno della “schiavitù moderna”, il rapporto segnala l’identificazione delle vittime. Lo sorso anno ne sono state individuate solo 40mila circa. E anche l’individuazione dei responsabili. Nel 2012 sono state incriminate 7.705 persone e 4.746 sono state condannate. Di più rispetto al 2011, quando ci sono state 7.206 incriminazioni e 4.239 condanne. Ma è certo ancora troppo poco. “Ci sono innumerevoli persone senza voce, innumerevoli persone senza nome, se non per le loro famiglie o forse un falso nome con cui vengono sfruttati”, ha affermato il segretario di Stato Usa John Kerry presentando il rapporto.

fonte: ANSA

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Scontri nello Xinjiang, cinque morti

Nuovi violenti scontri tra cinesi di etnia han e uighuri hanno provocato vittime durante lo scorso fine settimana nella irrequieta regione dello Xinjiang, nella Cina nord occidentale. Lo riferisce il sito di Radio Free Asia che parla di scontri nella zona del bazar della citta’ di Kargilik (in cinese, Yecheng) nei quali sarebbero morte almeno cinque persone. Numerosi i feriti. Circa un mese fa 23 persone morirono nella contea di Maralbeshi (Bachu in cinese) a Kashgar. A seguito di questi ultimi scontri sono stati intensificati tutti i controlli nella zona. Il personale degli ospedali dove sono stati portati i feriti sarebbe stato invitato a non divulgare informazioni sulle persone ricoverate. La regione dello Xinjiang e’ dal 2009 sotto stretto controllo della polizia e dell’esercito cinese, da quando cioe’ quasi 200 persone persero la vita in scontri tra uighuri e immigrati cinesi nella capitale, Urumqi. Le autorita’ cinesi ritengono che i responsabili delle violenze siano estremisti musulmani legati all’internazionale islamica del terrore, mentre gli esuli sostengono che Pechino esagera la minaccia del terrorismo islamico per giustificare la repressione contro la popolazione uighura. Pechino, infatti, spesso bolla come terroristi persone che combattono per l’affermazione dei diritti dell’etnia locale.

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