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Ricompense milionarie per catturare terroristi uighuri

Le autorità della provincia occidentale cinese dello Xinjiang, dove vive la comunità turcofona islamica degli uighuri, hanno stanziato circa 40 milioni di euro in ricompense a coloro che aiutino la ricerca e l’arresto dei ‘terroristi’, termine con il quale i funzionari di Pechino chiamano gli uighuri che si battono per l’autodeterminazione del proprio popolo. Una prima parte di ricompense sono state già elargite in una cerimonia pubblica nella prefettura di Hotan ieri, alla quale hanno preso parte 10.000 tra funzionari e residenti. Questi, per aver aiutato le autorità a rintracciare un gruppo di 10 terroristi, hanno ricevuto 500 mila euro in totale. Lo Xinjiang è da alcuni anni al centro di violenti scontri tra la parte musulmana e i cinesi di etnia Han, la cui massiccia e forzata immigrazione in zona ha fatto diventare una minoranza gli uighuri, ai quali è vietato parlare nella propria lingua e seguire i dettami religiosi. Solo nella scorsa settimana, si sono registrate più di cento vittime, in particolare in attacchi nella contea di Kashgar, in quello che è considerato l’attacco più importante da quello che nel luglio 2009 a Urumqi, il capoluogo della regione, fece 197 morti e oltre 1.700 feriti.

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Processo d massa nello Xinjiang, tre condanne a morte

Almeno tre condanne a morte e centinaia di anni di prigione sono stati inflitti a 55 imputati nella regione cinese dello Xinjiang nel corso di un raduno di massa. Il processo, che ha risvegliato le memorie dei raduni delle Guardie Rosse negli anni duri del comunismo, si è svolto in uno stadio nella città di Yining davanti ad un pubblico di circa settemila persone, secondo l’agenzia Nuova Cina. Foto diffuse su internet che in seguito sono state cancellate mostrano camion di militari in tenuta anti-sommossa dai quali vengono fatti scendere gli imputati, che indossano le divise arancioni dei galeotti. Gli spalti dello stadio sono gremiti di spettatori. Un dirigente locale del Partito Comunista Cinese (Pcc), Li Minghui, ha dichiarato che il raduno ha messo in evidenza la “risoluta determinazione” delle autorità a sconfiggere i “tre mali” e cioè, secondo uno slogan del Pcc, “il terrorismo, il separatismo e l’estremismo”. Dagli articoli non risulta chiaro quale autorità abbia condotto il processo, né se siano stati presenti avvocati difensori degli imputati. I media aggiungono che in un analogo processo collettivo la scorsa settimana sono stati condannati alcune decine di imputati. Inoltre, è stato annunciato che altre 65 persone sono state arrestate e che verranno giudicate nei prossimi giorni. Gli imputati sono accusati di reati che vanno dal “terrorismo” al secessionismo all’appartenenza a gruppi terroristici. Le tre condanne a morte, secondo Nuova Cina, sono state inflitte a persone accusate di aver massacrato con “sistemi estremamente violenti” una famiglia di quattro persone. I resoconti non forniscono particolari sull’etnia dei condannati ma non ci possono essere dubbi che si tratta in grande maggioranza di uighuri, turcofoni e musulmani. I processi di massa vengono dopo una serie di attentati attribuiti all’ala estremista degli uighuri, che secondo Pechino è legata all’internazionale islamica del terrore che ha le sua basi in Pakistan e in Afghanistan. I principali gruppi attivi nello Xinjiang, sempre secondo le autorità cinesi, sono il Movimento Islamico del Turkestan dell’Est (Etim) e Turkestan Islamic Party (Tip). Gli esuli uighuri, la cui rappresentante più conosciuta è l’ex imprenditrice Rebiya Kadeer, affermano che Pechino esagera ad arte la forza di questi gruppi per giustificare una politica di repressione e di genocidio culturale. Gli uighuri oggi sono circa il 40% dei venti milioni di abitanti dello Xinjiang, che nei decenni passati è stato meta di una massiccia immigrazione da regioni povere della Cina. Le relazioni tra gli uighuri e i cinesi di etnia han sono estremamente tese dal 2009, quando quasi 200 persone furono uccise nella capitale provinciale Urumqi in scontri a sfondo etnico. Da allora la regione è militarizzata ed è impossibile visitarla per osservatori indipendenti. Sono stati eseguiti migliaia di arresti e celebrati centinaia di processi nei quali sono state comminate decine di condanne a morte. Migliaia di uighuri sono emigrati clandestinamente, o hanno tentato di farlo, raggiungendo vicini paesi dell’Asia centrale o sudorientale. Dall’anno scorso è stato un crescendo di attentati che, oltre alle principali città dello Xinjiang, si sono verificati in posti lontani come la capitale Pechino e Kunming, nel sud del paese. Nell’attacco più recente, che secondo la polizia cinese è stato condotto da cinque terroristi suicidi, 39 persone sono state uccise a Urumqi in un mercato frequentato dai cinesi han.

Beniamino Natale per Ansa

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Operazioni contro mongoli, sono “terroristi”

Le autorità cinesi hanno lanciato una campagna ‘antiterrorismo’ nella zona della Mongolia interna, travagliata da una serie di tensioni tra la popolazione cinese e quella di etnia mongola su una serie di questioni come il problema della confisca delle terre, il posizionamento di mine e la distruzione ambientale da parte dei cinesi. Secondo quanto ha riferito il gruppo Smhric (Southern Mongolia Human Rights and Information Center), la campagna consiste nel sequestro delle armi e degli esplosivi ai civili. L’operazione è stata lanciata nella città di Tongliao, dove risiedono oltre un milione e mezzo di persone di etnia mongola. All’operazione hanno partecipato circa 1.700 agenti e 15 mezzi della polizia e dei vigili del fuoco. Le autorità hanno fatto sapere di avere già confiscato circa 50 tonnellate di esplosivo, oltre 120.000 detonatori, 2.000 fucili e 32.000 coltelli alla popolazione locale, anche se non sono chiare le circostanze dei sequestri. Secondo alcune fonti, le autorità cinesi hanno utilizzato la campagna anti terrorismo come scusa per reprimere la minoranza mongola, che rappresenta circa il 20% della popolazione della Mongolia interna.

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