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Polizia spara su manifestanti tibetani, cinque morti

Almeno 5 dimostranti tibetani sono stati uccisi in seguito a una protesta di piazza nella Cina sud occidentale, sfociata nell’intervento della polizia cinese che secondo testimoni ha sparato indiscriminatamente sulla folla. Tre delle vittime sono state riconsegnate alle famiglie, altre due persone – ferite e arrestate – sono morte in custodia. I tibetani del villaggio di Shukpa, nella provincia del Sichuan, erano scesi in piazza lo scorso 12 agosto per protestare contro l’arresto di un leader locale della loro comunità.

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Ex bancario lancia molotov per vendetta contro ex colleghi, 39 feriti

E’ stato arrestato Yang Xianwen, l’ex bancario responsabile dell’attentato di stamani in un istituto di credito del nord ovest del paese che ha provocato 49 feriti, 19 dei quali, in gravi condizioni. Erano circa le 8,30 locali del mattino quando Yang Xianwen, 39 anni, ha deciso di vendicarsi dei suoi ex colleghi della Banca Rurale di Credito Cooperativo di Wuwei, nella contea autonoma tibetana di Tianzhu. Yang era stato licenziato un mese fa per aver sottratto dei soldi dalle casse della banca, come ha spiegato in un comunicato il governo della contea sul proprio sito web. Testimoni hanno raccontato che subito dopo l’esplosione, le fiamme si sono sprigionate all’interno della struttura che ospita la banca, tanto che alcuni dipendenti, per sfuggire al fuoco, si sono lanciati dalle finestre del palazzo di quattro piani. Sul posto sono arrivate polizia e ambulanze. All’inizio gli agenti avevano puntato il dito contro i tibetani, che in zona rappresentano la maggioranza della popolazione. Ma successive indagini hanno fatto emergere il movente della vendetta personale. Dopotutto la minoranza tibetana non si era mai resa protagonista di un episodio del genere. In un precedente attentato, il mese scorso a Pechino, un giovane aveva fatto esplodere un ordigno, che aveva costruito seguendo le istruzioni su Internet, ferendo un americano dinanzi ad un bar, per protestare contro l’ingiustizia del sistema sociale.

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Stop Killing in Tibet, una campagna contro le esecuzioni in Tibet

Mi associo alla campagna lanciata dall’associazione Italia-Tibet per tentare di fermare le esecuzioni in Tibet, delle quali ho già riferito. Posto il manifesto della campagna e invito chiunque volesse aderire a collegarsi qui e scaricare il modulo per la raccolta di firme.

STOP KILLING IN TIBET

Fermiamo le esecuzioni in Tibet

Campagna di raccolta firme promossa dall’Associazione Italia-Tibet

Il 10 marzo 2008 la frustrazione della popolazione di Lhasa esplose in una serie di manifestazioni che, partite dai tre grandi monasteri di Drepung, Sera e Ganden, infiammarono ben presto tutta la città. L’ondata delle proteste si estese rapidamente in tutto il Tibet e, tra i mesi di marzo e aprile 2008, l’intero altipiano insorse contro lo strapotere e l’arroganza dell’occupante cinese. L’insurrezione popolare dilagò fino alle province orientali del Tibet. Religiosi e laici, uomini e donne, giovani e anziani chiesero di essere liberi e di vedere rispettate le loro fondamentali libertà.

La reazione cinese fu durissima. A Lhasa fu imposto il coprifuoco. Polizia ed esercito posero la città in stato d’assedio, il paese fu chiuso alla stampa e agli osservatori stranieri. Iniziarono le uccisioni, le deportazioni e gli arresti di massa, con perquisizioni e irruzioni casa per casa. Si contarono oltre duecento morti, centinaia di feriti, migliaia di persone tratte in arresto o scomparse.

Nell’aprile 2009 iniziarono i processi. Due giovani tibetani, Lobsang Gyaltsen (27 anni) e Loyak (25 anni), furono condannati a morte con esecuzione immediata della sentenza. Furono fucilati il 20 ottobre dello stesso anno.

Altri cinque giovani tibetani furono condannati a morte ma l’esecuzione della sentenza fu sospesa per due anni. Questi i loro nomi:

Tenzin Phuntsok, 27 anni, condannato nell’aprile 2009

Kangtsuk, 22 anni, condannato nell’aprile 2009

Penkyi, 21 anni, condannata nell’aprile 2009

Pema Yeshi, 28 anni, condannato nel novembre 2009

Sonam Tsering, 23 anni, condannato nel maggio 2010

Queste sentenze sono di natura politica e vi sono buoni motivi per ritenere che i processi non siano stati celebrati in conformità alle disposizioni internazionali di legge. La Cina ricorre ad ogni possibile metodo per intimorire i tibetani e cercare di normalizzare il Tibet soffocando ogni tentativo di opposizione alla forzata occupazione del paese.

Per non lasciare soli Tenzin, Kangtsuk, Penkyi, Pema e Sonam e tutti i loro fratelli che stanno scontando lunghe pene detentive, l’Associazione Italia-Tibet lancia una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sui crimini e le gravi violazioni della giustizia quotidianamente commesse in Tibet.

Lancia inoltre una campagna di raccolta firme per chiedere alle autorità della Repubblica popolare:

La cessazione immediata dell’esecuzione di tutte le sentenze capitali La commutazione delle condanne a morte già pronunciate Processi pubblici e secondo giustizia La sospensione dei processi connessi con i fatti dei mesi di marzo e aprile 2008 fino a quando non sarà consentito a organismi indipendenti di condurre un’inchiesta sui fatti realmente accaduti

La cessazione delle torture inflitte ai prigionieri e la possibilità che sia loro concesso di ricevere le visite dei famigliari e degli avvocati nonché di ricevere le necessarie cure mediche

La campagna si concluderà il prossimo 10 marzo 2011, 52° anniversario dell’insurrezione di Lhasa e 3° anniversario delle proteste del 2008.

Per un’azione più incisiva e unitaria, l’Associazione Italia-Tibet chiede la collaborazione di tutti i gruppi, associazioni, partiti, movimenti e privati cittadini che hanno a cuore il popolo tibetano e la sua causa.

Associazione Italia-Tibet

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