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Si espande in silenzio il soft power di Pechino

La voce della Cina, la superpotenza emergente sulla scena mondiale, arriva in Europa attraverso i mezzi di comunicazione legati a Pechino, come l’ agenzia Nuova Cina e la televisione di Stato Cctv, che hanno investito miliardi di dollari per promuovere l’ immagine del loro Paese. Ma Pechino sta usando con sempre maggior frequenza media apparentemente indipendenti che non dichiarano la loro appartenenza al governo cinese, come la società Global Broadcasting Times (o Gbtimes), che è basata in Finlandia e che opera in numerosi Paesi dell’ Europa. In Italia, Gbtimes è proprietaria all’ 80% dell’ emittente di Milano Radio Globale, che diffonde i suoi programmi. A sua volta, ha dichiarato all’ ANSA il vicepresidente Henrik Resman, Gbtimes è di proprietà per il 60% di Radio China International e di due fondi d’ investimento cinesi, mentre il restante 40% è di proprietà di individui sia finlandesi che cinesi. Una serie di scatole cinesi dalla quale risulta che il governo di Pechino é coproprietario con quote di maggioranza di questi mezzi di comunicazione. La redazione di Radio Globale non ha risposto ad una email con la quale le venivano chiesti chiarimenti sulla struttura della sua proprietà. Il problema è già emerso in altri Paesi europei come la Danimarca, dove la SBS media, attraverso due emittenti radiofoniche, diffonde a pagamento i programmi della Gbtimes. In seguito ad un’ inchiesta del giornale “Dagbladet Information” la competente autorità danese, il Consiglio per l’ Informazione, sta ora valutando la possibilità che le due emittenti – The Voice e Radio Nova – abbiano violato la legge facendo passare della pubblicità pagata per informazioni prodotte autonomamente dai loro giornalisti. La vicenda Gbtimes-Radio Globale ricorda quella denunciata lo scorso novembre dal corrispondente da Pechino dell’ Australian Broadcasting Corporation (Abc), Stephen McDonell e che riguarda la Camg Media, un’ emittente di Melbourne il cui azionista di maggioranza è, ancora una volta, la cinese Rci, che però si presenta come “indipendente”. McDonell si era insospettito rilevando che nelle conferenze stampa legate al 18/mo congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc), spesso la parola veniva data all’inviata della Camg Media, una ragazza sinoaustraliana che poneva domande innocue, evitando accuratamente i temi scottanti come gli scandali politici e la situazione dei diritti umani. Sul suo sito web (www.camg-media.com) la compagnia si presenta come un mezzo di comunicazione “emerso dall’ Oceania, che porta avanti progetti culturali e d’ informazione su tutta la regione dell’ Asia Pacifico”. Allo stesso modo la Gbtimes afferma sul suo sito web (http://gbtimes.com) di avere come obiettivo quello di “promuovere la comunicazione e la comprensione tra la Cina e il resto del mondo”, utilizzando il “terzo angolo”, vale a dire un punto di vista originale che “amplifichi le voci di culture diverse in modo tale che possano essere ascoltate”. Però, non chiarisce di essere un media del governo cinese. Anche Radio Globale (www.radioglobale.it) si presenta al pubblico affermando di voler “creare un ponte culturale tra la comunità cinese e quella italiana su base locale” ma non fa cenno ai suoi stretti rapporti con Gbtimes e Radio China International, cioé mezzi di informazione che sono legati al governo di Pechino e che ne riflettono le opinioni.

fonte: Beniamino Natale per ANSA

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Libro per evitare traduzioni sbagliate in inglese dei piatti cinesi. Mai più “gallina che non ha fatto sesso” sui menù

Un libro con le traduzioni corrette, dal cinese all’inglese, dei nomi dei principali piatti serviti nei ristoranti cinesi. E’ quello che ha deciso di pubblicare il governo della citta’ di Pechino con lo scopo di evitare ai ristoranti di presentare alla clientela straniera, sui loro menu’, traduzioni quantomeno bizzarre o imbarazzanti. Secondo quanto riferisce l’Agenzia Nuova Cina, l’iniziativa e’ stata adottata per venire incontro ai sempre piu’ numerosi stranieri che spesso lamentano, anche nei ristoranti, difficolta’ di comprensione nel paese del dragone. Traduzioni errate e ridicole provocano infatti spesso l’ilarita’ degli avventori stranieri causando anche incomprensioni sulle abitudini alimentari cinesi. Cosi’ ad esempio in alcuni menu’ di ristoranti cinesi il pollo tenero e giovane era diventato ”galline che non hanno ancora avuto esperienze sessuali”, un piatto a base di maiale era stato tradotto come ”testa rossa di leone bruciato” e cosi’ via.
In realta’ un libro del genere era stato gia’ pubblicato nel 2008, sempre dalla municipalita’ di Pechino, in occasione delle Olimpiadi e, in quell’occasione, venne raccomandato ai ristoranti della capitale e agli alberghi di consultarlo e utilizzarlo per effettuare le traduzioni dei piatti per evitare problemi con le numerose delegazioni e i numerosi turisti stranieri giunti in citta’ per i giochi. ”Quello pubblicato adesso – spiega un funzionario dell’ufficio affari esteri di Pechino – e’ la versione aggiornata di quello del 2008. Tutti i ristoranti sono invitati a farne uso, anche se certo non e’ obbligatorio”. Effettuare traduzioni accurate dal cinese all’inglese non e’ comunque cosa facile in quanto alcuni termini cinesi sono intraducibili o in ogni caso non hanno un esatto equivalente in un’altra lingua.
I traduttori che hanno compilato il testo, dopo aver condotto uno studio sui ristoranti cinesi presenti nei paesi di lingua inglese, hanno diviso i nomi dei piatti in base a quattro categorie, cioe’ gli ingredienti, il metodo di cottura, il gusto e il nome di una persona o di un posto. Non e’ ancora chiaro se il libro, dopo Pechino, verra’ diffuso in altre parti della Cina ma intanto pare aver avuto molto successo, destando anche molta curiosita’ nella rete internet. Oggi, sul sito weibo.com, il twitter cinese, la pubblicazione del libro e le traduzioni dei piatti sono stati gli argomenti piu’ trattati, con oltre 200.000 tweet raggiunti solo sino alle 16.00.

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Beijing ama l’Italia

Un articolo tratto da Orientalia4all

Ora anche la polizia cinese della capitale ha un portale, un blog, un podcast e un video-sharing, parte del programma Safe Beijing. Per migliorare la qualità del rapporto con i cittadini e per aiutarli con consigli e suggerimenti – per esempio su come difendersi dai ladri di strada o come proteggere gli appartamenti dagli svaligiatori.

Blog, podcast e video-sharing si raggiungono da Sina, Sohu, il sito di notizie News 163 e il video-sharing Ku6. Dove ho cercato gli articoli sull’Italia e ho trovato questa idilliaca descrizione di un viaggio personalizzato per CEO et similia:

I due hanno passato parte dei loro 13 giorni di viaggio in un castello vecchio di 600 anni, hanno cucinato gli spaghetti con uno chef locale e hanno soggiornato in un ex palazzo dell’XI secolo sulla costiera amalfitana. Hanno nuotato in una lussuosa piscina circondata da ruderi medioevali e contemplato le favolose sfumature blu dell’oceano.

“Le sfumature blu dell’oceano”?
Grazie Cina, ma forse parli di un altro film.

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Vietato l’inglese nelle tv cinesi

Il governo cinese ha vietato alle televisioni l’uso delle abbreviazioni in inglese. Basta quindi a Nba (National Basket Association), Fbi, Cia, Gdp (Gross Domestic Product, prodotto interno lordo), Cpi (consumer price index, l’indice dei prezzi al consumo), Wto (World Trade Organization, Organizzazione Mondiale del Commercio), sostituiti dalla traduzione cinese. Lo hanno riferito al quotidiano China Daily, i vertici della China Central Television (Cctv), e quelli della Beijing Television (Btv), i quali pero’ non hanno rivelato quante e quali abbreviazioni siano state bandite. La notizia non e’ stata per ora confermata dall’autorita’ statale che controlla Tv e Radio. Lo stesso ordine da parte del governo centrale e’ giunto ad alcune televisioni locali provinciali che quindi, come i due colossi televisivi, dovranno obbligare i loro giornalisti a fornire spiegazioni e traduzioni in cinese delle piu’ comuni sigle in inglese. La mossa, secondo quanto scrive il China Daily, sarebbe dovuta alla pressante richiesta di un elevato numero di politici e parlamentari che hanno chiesto al governo centrale di prendere misure per preservare la purezza del cinese. ”Se non faremo attenzione e prenderemo misure per fermare la commistione tra cinese e inglese – ha detto al giornale Huang Youyi, direttore del China International Publishig Group e segretario generale dell’associazione cinese dei traduttori – nel giro di qualche anno la lingua cinese non rimarra’ pura. Perderemo il nostro ruolo di sistema linguistico indipendente”. La proposta di Huang e’ anche rivolta ai politici, i quali nei loro discorsi non dovranno usare le abbreviazioni economiche in inglese come Wto, Gdp e Cpi. Ma la proposta va oltre: Huang e la sua associazione premono per una legge che regoli l’uso dei termini stranieri, stilando una serie di traduzioni in cinese per i termini tecnici stranieri. Ma le proposte di Huang e la direttiva governativa alle televisioni, hanno trovato l’opposizione di molti, soprattutto di esperti di comunicazione che parlano di ”conservatorismo culturale” e che l’uso di termini stranieri e’ inevitabile in un mondo globalizzato come quello odierno. Liu Yaoying, professore alla Universita’ di Comunicazione della Cina, oltre a criticare le tesi anti inglese, fa notare come alcuni paesi e giornali stranieri, come il New Straits Times di Singapore e il londinese Daily Telegraph, parlando di Cina soprattutto nei loro report del Congresso Nazionale del Popolo, utilizzino parole cinesi o inglesizzate, nello slang che Liu chiama ”chinglish”. ”Se gli altri utilizzano nostri termini – ha detto al giornale il professore Liu – perche’ non dovremmo farlo anche noi?”.

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Esame di marxismo per aspiranti giornalisti

La Cina introdurra’ un esame di Stato per gli aspiranti giornalisti, che sara’ basato sulla conoscenza ”della storia del giornalismo del Partito Comunista Cinese e del punto di vista marxista sulle notizie e sull’ etica dei mezzi di comunicazione di massa”. Lo ha dichiarato Li Dongdong, vicedirettrice dell’ Amministrazione Generale della Stampa e delle Pubblicazioni, l’ organismo statale che esercita uno stringente controllo sulle pubblicazioni cinesi. Li ha aggiunto che l’ istituzione del nuovo esame, che sara’ obbligatorio per avere il tesserino da giornalista senza il quale il mestiere non puo’ essere esercitato in Cina, e’ stata decisa in seguito all’ ”aumento delle lamentele del pubblico sulle volgarita’, il cattivo gusto e la mancanza di etica” dimostrata dalla stampa cinese. L’ anno scorso un reporter del Quotidiano dei Contadini, Li Junqi, e’ stato condannato a 16 anni di prigione per aver accettato una ”bustarella” di 200mila yuan (circa 20mila euro) in cambio del suo silenzio su un incidente in una miniera. Huang Yu, insegnante di giornalismo all’ Universita’ di Hong Kong, ha dichiarato al quotidiano South China Morning Post di ritenere che la decisione di introdurre l’ esame ”abbia molto piu’ a che fare con la paura del dissenso che col desiderio di sradicare il giornalismo non professionale e disonesto”.

fonte: ANSA

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