Archivi tag: mao

Ricerca: sul twitter cinese Gesù è più popolare di Mao

Su Sina Weibo, il twitter cinese, si parla più di Gesù e dei temi religiosi piuttosto che del comunismo e dei leader cinesi. In base ad una ricerca dello scorso 3 aprile pubblicata su The Leaf Nation, media online della rivista Foreign policy, è emerso che la ricerca della parola ”bibbia” su weibo ha prodotto oltre 17 milioni di risultati recenti, mentre la citazione del ”piccolo libro rosso” di Mao ha ricevuto poco meno di 60.000 commenti o citazioni. ”Congregazione cristiana”raccoglie quasi 42 milioni di post o commenti mentre ”partito comunista” solo 5.3 milioni. A determinare la differenza, con tutta probabilità, sono in buona parte gli implacabili censori cinesi. Infatti sul popolare social cinese i post che contengono argomenti considerati ”politicamente sensibili” vengono cancellati come pure quelli che contengono commenti sui leader cinesi. E cosi’ mentre Xi Jinping ha ottenuto su weibo ”solo” 4 milioni di commenti, sono stati oltre 18 milioni quelli che hanno parlato di ”Gesu”. Il che non vuol dire che la chiesa cristiana in Cina possa considerarsi libera o esente da censura. Provando su weibo a fare una ricerca inserendo le parole ”chiesa sotterranea” si ottiene solo una pagina bianca con al centro una scritta che dice ”i risultati di questa ricerca non possono essere mostrati a causa delle norme e delle leggi locali”. I cristiani comunque sono aumentati notevolmente in Cina negli ultimi anni. Stime ufficiali parlano di 25 milioni di cinesi cristiani anche se molti ritengono che il numero reale si avvicini ai 60 milioni.

Lascia un commento

Archiviato in Navigar m'è dolce in questo mare

Autocritiche in tv con il presidente Xi Jinping, torna il maoismo

Con un’iniziativa che ricorda i tempi del maoismo e della rivoluzione culturale, il presidente cinese Xi Jinping ha personalmente partecipato ad una serie di sessioni di “critica e autocritica” con i funzionari del Partito Comunista Cinese dell’Hebei, la provincia che circonda la capitale Pechino. La sessione del 25 settembre, nella quale alcuni funzionari sono stati visti sudare copiosamente mentre altri erano evidentemente vicini alle lacrime, è stata trasmessa dalla televisione di Stato, la Cctv. L’agenzia Nuova Cina ha precisato che Xi ha presieduto quattro sessioni di autocritica, dal 22 al 25 settembre. I funzionari, alti dirigenti del Partito nell’Hebei, sono stati costretti ad ascoltare le critiche che gli venivano rivolte dalla ‘base’, consultata per settimane dai dirigenti del Partito prima di dare il via alle sedute, a confessare i propri sbagli e a scrivere e riscrivere le dichiarazioni di colpevolezza fino a 30 volte. Nelle immagini televisive Xi è apparso seguire il calvario dei suoi sottoposti con aria concentrata e severa. Uno degli accusati, il segretario della commissione per la disciplina dell’Hebei, Zang Shengye, ha confessato per esempio di “cercare di piacere a troppa gente” e di essere “troppo preso dal suo ruolo di signor Piacione” (“mister Nice”, nel testo in inglese). Il segretario dell’Hebei, Zhou Benshun, ha invece “poca pazienza nell’ascoltare le opinioni degli altri” e questa è una “debolezza del suo carattere”. Il giornale di Hong Kong South China Morning Post spiega che si tratta di una pratica lanciata nel 1940 dal fondatore della Repubblica Popolare Cinese Mao Zedong a Yanan, la località dove si trovava a quei tempi la principale base del Pcc. La pratica viene chiamata “incontri di vita democratica” e fu rilanciata negli anni Sessanta nel corso della Rivoluzione culturale. L’ultima vittima nota di questa pratica fu Hu Yaobang, il segretario riformista del Partito deposto nel gennaio del 1987 nel corso di un “incontro”. Willy Lam, un commentatore politico di Hong Kong, sostiene che “come tutti i leader conservatori del Pcc, Xi sembra ritenere che il suo governo possa realizzare importanti riforme economiche rafforzando allo stesso tempo il pesante controllo del partito sull’ideologia, la cultura e i media”. Inoltre, questa riscoperta di regole semi-maoiste “può servire l’ulteriore scopo di rafforzare la sua autorità personale” all’interno del Partito, aggiunge Lam. Altri commentatori hanno sottolineato la coincidenza delle pubblicizzate sedute di autocritica con l’avvicinarsi di una cruciale riunione del Comitato centrale comunista, prevista per novembre, nella quale dovrebbero essere lanciate una serie di riforme dell’economia tese a rafforzare il ruolo del mercato. Il rilancio delle pratiche politiche del maoismo viene a pochi giorni di distanza dalla condanna all’ergastolo di Bo Xilai, l’ambizioso leader del Pcc di Chongqing, caduto in disgrazia l’anno scorso con le accuse di essere un corrotto e di aver abusato del proprio potere. Bo era anche il portabandiera della ‘sinistra’ del Partito, e lui stesso aveva lanciato a Chongqing la pratica di riunioni di massa con canti delle vecchie canzoni rivoluzionarie. Secondo alcuni commentatori, Xi Jinping avrebbe ripreso queste pratiche dando vita a quella che è stata chiamata “la politica di Bo Xilai senza Bo Xilai”.

fonte: Beniamino Natale per ANSA

Lascia un commento

Archiviato in sol dell'avvenire

Ex leader delle guardie rosse: via ritratto di Mao da Tiananmen

Un ex leader delle Guardie Rosse ha detto pubblicamente che il ritratto di Mao Zedong dovrebbe essere rimosso da Piazza Tiananmen. L’ affermazione è stata fatta da Kuai Dafu durante una conferenza all’università Tsinghua di Pechino. Durante il contestato periodo della rivoluzione culturale di Mao, Kuai Dafu aveva guidato le truppe delle Guardie Rosse denunciando, tra gli altri, Deng Xiaoping. Kuai fu all’epoca ritenuto responsabile per gran parte degli scontri causati dalle Guardie Rosse, incluso quello che, proprio all’ università Tsinghua, provocò la morte di cinque persone e il ferimento di altre settecento. Nel dire che il ritratto del ‘grande timoniere’ dovrebbe essere rimosso, l’ ex leader ha però specificato di non essere antimaoista, definendo anzi Mao come “un eroe nazionale cinese”.

Lascia un commento

Archiviato in sol dell'avvenire

Nipote di Mao Zedong è riccona, il web insorge

Chissà cosa direbbe suo nonno. Ha un patrimonio che si aggira intorno ai 620 milioni di euro e che le ha permesso di guadagnare, insieme al marito, il 242esimo posto nella classifica delle 500 persone più ricche della Repubblica popolare cinese, stilata dal magazine finanziario locale ‘New Fortune’. Il suo nome è Kong Dongmei, una giovane quarantenne, sposata e con tre figli. A riportare la notizia è stato il ‘South China Morning Post’, nella sua versione online, creando un vespaio di polemiche per il fatto che la milionaria non è altro che la nipote del padre della rivoluzione, Mao Zedong. In molti infatti hanno ironizzato sul web denunciando “l’ipocrisia del regime che continua ufficialmente a portare avanti l’ideale rivoluzionario del fondatore” della Repubblica popolare. “Il presidente Mao ci ha portato all’eliminazione della proprietà privata – ha scritto polemicamente sul web Luo Chongmin, consigliere governativo secondo la France Presse – ma una sua discendente ha spostato un capitalista e ha così violato la politica della famiglia”. Kong – che è figlia di Li Min, i cui genitori erano Mao Zedong e la sua seconda moglie He Zizhen – dopo essersi laureata all’università di Pechino in Aeronautica nel 1992 ha iniziato a lavorare con il marito in una compagnia assicurativa. Nel 1999, dopo avere ottenuto un Master alla University of Pennsylvania, é tornata nella madrepatria e ha aperto una libreria a Pechino che aveva come obiettivo la “protezione” della cultura comunista, scrivendo anche quattro bestseller sul potente nonno. Le rivelazioni sulla fortuna della famiglia di Kong sembrano però contraddire quanto affermò nel 2009 il generale Mao Xinyu, secondo figlio di Mao: “l’eredità della nostra famiglia – disse – è onesta e chiara. Nessuno di noi si è mai dedicato al business e tutti abbiamo degli stipendi modesti”. Un’eredità, quella di Mao Zedong, che in un modo o nell’altro, ha dato i suoi frutti ai posteri.

fonte: ANSA

Lascia un commento

Archiviato in sol dell'avvenire, Vita cinese

Indagine su droga e prostitute coinvolge manager e politici a fiera del lusso ad Hainan

Festini e droga durante una fiera del lusso in Cina, che hanno coinvolto politici e aziende del lusso. Secondo quanto riferisce lo Shanghai Daily, nella provincia cinese di Hainan, durante la annuale fiera di articoli di lusso, tra cui jet, macchine di lusso e barche, che si e’ tenuta da sabato a martedi’ scorso, molti funzionari, politici e uomini di affari, sarebbero stati coinvolti in festini a base di sesso e droga. In alcuni post on line sono state anche pubblicate fotografie che ritraggono alcune celebrita’ e modelle cinesi. In uno di questi post si afferma che uno dei partecipanti, che ovviamente ha mantenuto l’anonimato, ha detto che una di queste ragazze ha guadagnato in tre sere, per incontri di natura sessuale, oltre 600.000 yuan (oltre 65.000 euro) e che sarebbero stati comprati e utilizzati piu’ di 2.000 preservativi. Sempre secondo alcune voci la polizia di Hainan sarebbe intervenuta in uno di questi festini e avrebbe portato via delle persone per sottoporle al test sulla droga. Diverse personalita’ presenti hanno detto che ci sono state delle feste ma che sono state delle normali cene ad ‘alto livello’ e che le false voci sono probabilmente state messe in giro da qualcuno che si era irritato per non essere stato invitato. La societa’ organizzatrice dell’evento ha pubblicato un annuncio nel quale ha evidenziato come queste false e infamanti informazioni danneggino la reputazione dell’intero evento, che si tiene ogni anno e attrae centinaia di aziende del lusso in vari campi e migliaia di visitatori.

Lascia un commento

Archiviato in Vita cinese

A giudizio ottantenne per omicidio durante rivoluzione culturale

Le autorita’ della provincia orientale cinese dello Zhejiang hanno deciso di processare un ottantenne in relazione a un omicidio commesso durante gli anni dei disordini politici della Rivoluzione Culturale (1966-1976). Lo riferisce Radio Free Asia. L’uomo, identificato solo con il cognome, Qiu, e’ accusato di aver ucciso un medico nel 1967, strangolandolo con l’aiuto di complici e poi seppellendone il corpo.Qiu e’ stato fermato dopo quasi tre decenni di latitanza, in quanto l’accusa di omicidio venne formulata contro di lui nei primi anni ottanta. Il caso sta suscitando molte polemiche nel paese, alcuni commentatori on-line hanno detto che l’uomo non dovrebbe essere perseguito per un crimine che e’ accaduto più di 40 anni fa, mentre altri parlano di una possibile resa dei conti con la violenza politica di quel discusso periodo storico. L’avvocato per i diritti umani, Liu Xiaoyuan, ha detto tramite il suo account su Sina Weibo, il twitter cinese, che non e’ giusto accanirsi ora contro un solo uomo, per giunta vecchio, quando tanti omicidi ebbero luogo durante lo stesso periodo e sono rimasti impuniti. “La rivoluzione culturale – ha detto invece l’attivista Du Guangda – e’ stata una calamita’, e tutti i cinesi sono state le sue vittime”, paragonando poi il processo a Qiu al perseguimento dei criminali di guerra nazisti che si erano nascosti in sud america. Il numero di persone che sono morte durante la Rivoluzione Culturale non e’ noto, anche se uno studioso di Harvard, John K. Fairbank, ha stimato che nel solo 1967 morirono circa mezzo milione di persone.
Secondo un avvocato di Pechino, Ding Jiaxi, tuttavia, nel caso di Qiu non si puo’ pensare di andare a processo anche perche’ sarebbero passati i 20 anni di prescrizione previsti dal diritto penale cinese. La rivoluzione culturale e i suoi lati oscuri costituiscono ancora quasi un tabu’ in Cina. Nel 2010 i piani di organizzare una celebrazione per le vittime della Rivoluzione culturale a Pechino sono stati archiviati. Dall’altro lato pero’, poco dopo, un gruppo di ex guardie rosse di Mao, costituito da ex studenti che denunciarono e perseguirono in quegli anni insegnanti, medici in nome della rivoluzione, hanno espresso le loro pubbliche scuse nei confronti delle loro vittime. Nel 2006, nella citta’ di Shantou, nella provincia dello Shandong, e’ stato costruito un museo per onorare coloro che sono morti in quella provincia meridionale durante il caos politico di quegli anni. Secondo i dati disponibili, nella sola Shantou, 100.000 persone sono state accusate come criminali, mentre piu’ di 4.500 sono stati feriti o sono rimasti disabili, e circa 400 persone sono morte.

Lascia un commento

Archiviato in Diritti incivili, sol dell'avvenire

Morto Zhuang Zedong, protagonista de “la diplomazia del ping pong”

Il suo incontro casuale con un altro giocatore di tennis da tavolo, l’americano Glenn Cowan, cambiò la storia dei rapporti tra Cina e Stati Uniti, spalancandogli le porte della leggenda come artefice della ‘diplomazia del ping pong’. La vicenda di Zhuang Zedong, morto oggi a 73 anni, fu un episodio cruciale per la politica e la cultura degli anni Settanta, tanto da essere immortalato nell’affresco sull’America di Winston Groom ‘Forrest Gump’, portato poi magistralmente sugli schermi da Robert Zemeckis e Tom Hanks. Come giocatore Zhuang era considerato un vero e proprio eroe popolare, tre volte campione nazionale e tre volte mondiale, fino a diventare tra i preferiti di Jiang Qing, moglie di Mao Tze Dong. Nell’aprile del 1971 Zhuang si trovava in Giappone per partecipare ai mondiali con la squadra nazionale cinese, che ovviamente aveva ‘l’ordiné di vincere. Un pomeriggio Glenn Cowan, un giocatore del team Usa – morto nel 2004 – si attardò per fare un po’ di allenamento con un atleta cinese. Perse il bus della sua squadra e, a sorpresa, fu accolto su quello cinese. All’epoca le relazioni tra Washington e Pechino erano di reciproca ostilità, anche se le frizioni tra Mao e l’Urss, già degenerate sul finire degli Anni ’60 in scontri militari al confine, attiravano l’attenzione degli americani – Henry Kissinger in testa – interessati a saldare un asse anti-sovietico in Asia. “Erano passati 10 minuti, ma nessuno sembrava prestargli attenzione”, ricordò Zhuang anni dopo l’incontro sul bus: ai cinesi era vietato parlare con gli americani, “ero cresciuto con lo slogan ‘Abbasso l’imperialismo americanò, ma ho pensato che era solo un atleta, non un politico, e dovevo andare a salutarlo”. Zhuang si avvicinò a Cowan, si presentò e gli regalò un’immagine su seta delle montagne Huangshan. La leggenda vuole che Cowan avesse solo un pettine per ricambiare: “Davvero non posso darti questo”, disse l’americano, che poi comprò una maglietta con il simbolo della pace e la scritta ‘Let it be’. La notizia, e le foto dei due, fece il giro del mondo, arrivando anche sul tavolo di Mao: “Zhuang Zedong non solo sa giocare bene a ping-pong, è anche un ottimo diplomatico”, pare fu il commento del Grande Timoniere. Qualche settimana dopo, la ‘diplomazia del ping-pong’ percorse i suoi primi passi: un team americano sbarcò in Cina, per una serie di partite e incontri. Solo 10 mesi dopo, nel febbraio del 1972, a Pechino arrivò Richard Nixon in persona, una visita che pose fine a quasi 25 anni di gelo. In realtà, la diplomazia ufficiale già lavorava da anni al riavvicinamento tra i due Paesi, in particolare dopo la rottura tra Mosca e Pechino sul nucleare, che avevano spinto la Cina a lavorare in proprio per l’atomica – il primo test venne effettuato nel 1964. Kissinger si era recato in segreto in Cina nel luglio del 1971 per preparare la strada alla visita di Nixon, che segnò la fine del duopolio russo-americano. Per Zhuang Zedong gli anni successivi si rivelarono però molto difficili: entrato nelle grazie delle moglie di Mao nel corso della Rivoluzione culturale si apprestava a entrare nel Comitato centrale del Partito comunista. Ma nel 1976, con la morte di Mao e la caduta in disgrazia della ‘banda dei quattro’, guidata appunto dalla moglie del Grande Timoniere, Zhuang finì in carcere per 4 anni e scontò il divieto di giocare a ping pong fino al 1980. “Ho fatto degli errori durante la Rivoluzione culturale – disse anni fa – ma voglio essere ricordato come sportivo, non per altro. Il ping-pong è stato il grande amore della mia vita”.

Lascia un commento

Archiviato in Vita cinese