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Il vertice Brics in India: cinque paesi con cui bisogna fare i conti

Riporto una serie di articoli pubblicati dall’Ansa sugli incontri dei paesi Brics (Brasile Russia, India e Cina con l’aggiunta del Sudafrica), un gruppo con il quale tutti devono fare i conti.

Vertice Brics a Delhi, vogliamo contare di più

Le nazioni sviluppate che fino ad oggi hanno gestito la governance mondiale sono avvisate: gli strumenti di intervento utilizzati non sono più efficaci per affrontare e sconfiggere le molteplici crisi politiche ed economiche che affliggono i cinque continenti, per cui si dovrà rapidamente pensare a ridisegnarli, ridistribuendo poteri e responsabilità. E’ questo il messaggio lanciato oggi dai cinque paesi membri del Brics riuniti in un vertice a New Delhi. Al loro quarto appuntamento annuale dal 2009 i capi di Stato di questi ‘nuovi grandi’ (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) hanno manifestato il chiaro proposito di voler contare di più nel dibattito mondiale pur non rappresentando, come evidenzia la ‘Dichiarazione di Delhi’ da loro firmata, nulla di più di “una piattaforma di dialogo e cooperazione”. Una piattaforma però, aggiungono, che “raccoglie il 43% della popolazione mondiale”, il 20% del prodotto interno lordo (pil) globale e, come ha ricordato la presidente del Brasile Dilma Rousseff, “più della metà della crescita (56%) prevista dal Fondo monetario internazionale (Fmi) per il 2012”. Di fronte ad un pianeta che non cessa di essere turbolento, il Brics sollecita una riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che tenga conto delle potenze emergenti, ma nel frattempo propone che la comunità internazionale operi per disinnescare le crisi più importanti, avviando senza esitazione il negoziato per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, che è fonte di molti altri conflitti nella regione. E la ‘Dichiarazione di Delhi’ sollecita che per le tensioni in Siria e Iran si utilizzi il dialogo, permettendo nel caso dei siriani “l’avvio di un processo nazionale con la partecipazione delle parti coinvolte”. Nel caso di Teheran, invece, i cinque paesi “riconoscono il suo diritto all’uso del nucleare a fini pacifici, pur rispettando gli obblighi internazionali”. “Non si può trasformare la situazione riguardante l’Iran in un conflitto – si dice infine – le cui conseguenze non sono nell’interesse di nessuno”. Non c’é contrapposizione con le grandi potenze (Usa, Europa e Giappone), ma il Brics sottolinea la necessità non rinviabile di dare più spazio ai paesi emergenti nelle istituzioni della governance globale “perché ciò rafforzerà la loro efficacia nel raggiungimento degli obiettivi fissati”. Quello che più preoccupa Brasilia, Mosca, New Delhi, Pechino e Pretoria è “l’attuale situazione economica mondiale”, determinata dalla persistente crisi della zona euro, con un aumento dei debiti sovrani e con l’introduzione di misure di aggiustamento fiscale a medio e lungo termine che “producono in ambiente incerto per la crescita economica”. E’ il G20, di cui la Russia assumerà la presidenza, l’organismo che può e deve facilitare un forte coordinamento delle politiche macroeconomiche “anche con un miglioramento dell’architettura monetaria e finanziaria internazionale” che “deve contemplare una maggiore rappresentanza dei paesi emergenti” per ottenere “un sistema monetario internazionale che possa servire gli interessi di tutti i paesi”. In questo ambito il Brics studia la creazione di una Banca di sviluppo sud-sud, la cui realizzazione sarà esaminata nel 5/o Vertice che si svolgerà nel 2013 a Johannesburg, e dovrà mettere a disposizione dei paesi emergenti risorse da investire nella crescita macroeconomica. Al riguardo è apparso scettico il presidente uscente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, per il quale la creazione di una nuova banca “é una iniziativa complicata” che comporterebbe delicate sfide come quelle di ottenere capitali e un buon rating dalle agenzie finanziarie internazionali.

Focus: la sfida di Delhi passa da Fmi e tassi di cambio

La riforma del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale per riflettere i nuovi equilibri globali, la svalutazione competitiva di euro e dollaro che danneggia gli emergenti, la maxi-liquidita’ in eccesso creata da Fed e Bce. Passa attraverso questi due nodi fondamentali la sfida che le nuove potenze economiche dei ‘Brics’, riunite oggi al vertice di Nuova Delhi, lanciano al tradizionale Gotha dell’economia mondiale: sintomo di un malessere sempre piu’ diffuso per un ordine mondiale da rifondare, ma che tradisce anche la scarsa coesione e le divisioni ancora presenti fra le leadership di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Mentre l’Europa discute di come aumentare il proprio fondo di salvataggio proprio per favorire un potenziamento del ‘firewall’ del Fmi ad aprile, dal ‘Brics Summit’ di Delhi arriva l’altola’: ”l’attuale sforzo per aumentare la capacita’ di finanziamento del Fmi – – dice la ‘Delhi Declaration’ – avra’ successo solo se c’e’ fiducia che tutti i membri dell’istituzione s’impegneranno davvero a implementare la riforma del 2010 in buona fede”. Solo con un aumento del peso specifico dei Brics nel board del Fmi, insomma, potra’ esserci un aumento di capitale del Fmi. Ma la strada e’ tanto stretta quanto fitta e’ la ragnatela di interessi, veti incrociati e scambi di favori attraverso cui puo’ passare un simile accordo. ”I vertici di Fmi e Banca mondiale – recita ancora la dichiarazione congiunta – devono essere selezionati in un processo aperto e basato sul merito”. I Brics un candidato forte alla presidenza ce l’avrebbero: il ministro delle FInanze nigeriano Ngozi Okonjo-Iweala, un curriculum secondo molti migliore di quello del sudcoreano Jim Yong Kim, proposto da Obama. Gli Usa hanno sempre prevalso alla Banca mondiale, ma gli emergenti avrebbero perlomeno un valido piedistallo per dimostrare la loro unita’ d’intenti. Eppure una simile candidatura non e’ emersa al summit di Delhi, segno che le divisioni prevalgono ancora fra i Brics. Sullo sfondo dei colloqui nella metropoli indiana, ancora una volta, la crisi del’Eurozona, la ripresa stentata degli Usa, i segnali di stanchezza della locomotiva cinese e le potenziali ”disastrose conseguenze” di un’escalation militare sull’Iran, da evitare anche perche’ la corsa al nucleare di Tehran appare legittima ai leader riuniti in India. Gli squilibri mondiali emersi nel 2008 oggi, paradossalmente, sono persino aumentati e gli Usa continuano a finanziarsi vendendo debito alla Cina. E cosi’ e’ toccato a Dilma Roussef accusare di uno ”tsunami monetario” i Paesi occidentali, con Fed e Bce impegnate a creare cosi’ tanta nuova moneta da causare una svalutazione delle rispettive valute e tempo una fuga di capitali verso gli emergenti che toglie loro competitivita’. All’Occidente i Brics hanno chiesto ”politiche economiche e finanziarie responsabili”. Ma – con buona dose di realismo – hanno anche offerto collaborazione con le autorita’ internazionali per ravvivare la crescita globale.

Scheda: Brics, prove di unione tra 5 nuove potenze

Nato nel 2001 da un saggio dell’economista Jim O’Neill di Goldman Sacks, l’acronimo Bric (Brasile, Russia, India e Cina), allungato poi in Brics con l’ingresso del Sudafrica, e’ diventato con gli anni un termine per indicare le ”nuove potenze emergenti” che ridisegneranno gli equilibri geo politici nei prossimi decenni. Con la crisi finanziaria negli Usa e in Europa, il club dei cinque Paesi e’ diventato anche la ”locomotiva” dell’economia mondiale inceppata dalla recessione nel mondo industrializzato. I Brics, che rappresentano il 40% della popolazione mondiale e un quarto della superficie del pianeta, oggi producono il 25% della ricchezza mondiale. Considerando i loro alti tassi di crescita, si prevede che nel 2027 possano superare la ricchezza del vecchio G7 e nel 2050 addirittura quella di tutti i Paesi sviluppati. Tuttavia, la strada per una vera e propria integrazione tra i giganti e’ ancora lunga e secondo molti impossibile. Innanzitutto c’e’ un’ostacolo geografico. A differenza di altri blocchi economici, i Brics sono sparsi su quattro continenti e per ora hanno un limitato interscambio, anche se proprio a New Delhi hanno deciso di rafforzarlo attraverso transazioni nelle proprie monete. Secondo punto, ci sono grosse differenze tra i due ”big” di Cina e India, ancora separati da annose dispute su confini e da altre questioni politiche come il Tibet, nonostante l’ambizione di una ”Cindia” economica. In disparte poi c’e’ la Russia, alleato dell’India durante la Guerra Fredda ma che guarda con una certa diffidenza a Pechino. Il Brasile, che non ha contenziosi aperti con i vicini, dove c’e’ una solida democrazia e che non ha le enorme disparita’ sociali dell’India, e’ forse quello con le carte piu’ in regola. Ma al di la’ delle profonde divergenze, e’ innegabile che i Brics godono di una sempre maggiore influenza in seno ai consessi economici internazionali, come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, fino all’Organizzazione Mondiale del Commercio dove fanno fronte comune. La loro genesi risale a un incontro informale, a livello di ministri degli Esteri, nel 2006 al margine di un’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Mentre il primo vertice e’ solo nel 2009 a Yekaterinburg, seguito da Brasilia nel 2010 e Sanya (Sudafrica) nel 2011 dove si e’ consolidata la volonta’ comune di creare dei meccanismi finanziari e valutari alternativi a quelli dominati dalle potenze occidentali.

Vertice Brics a New Delhi tra proteste tibetane

I leader dei cinque Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) si riuniscono domani a New Delhi per il loro quarto vertice, ma l’evento è stato adombrato da massicce proteste dei rifugiati tibetani contro il presidente cinese Hu Jintao. La polizia indiana ha arrestato oggi decine di manifestanti tibetani e “blindato” i loro quartieri di residenza per impedire proteste e disordini contro Pechino. La sede del vertice, un hotel nell’area diplomatica e anche un altro albergo a cinque stelle dove alloggia il premier Hu, sono state trasformate in “fortezze” con lo schieramento di migliaia di poliziotti e anche dei reparti speciali. Le autorità indiane temono che altri tibetani possano seguire l’esempio del 27enne Jamphel Yeshi morto stamattina per le ustioni riportate due giorni fa quando si è immolato dandosi fuoco durante un corteo anti cinese. Il giovane è l’ultimo suicida di una lunga lista di almeno 30 “bonzi” tibetani che nell’ultimo anno si sono trasformati in torce umane in diverse parti del Tibet. Per Pechino, che oggi celebra il 53esimo anniversario della “liberazione” dell’altipiano himalayano, la colpa è del Dalai Lama che incoraggia la sua gente a compiere questi drammatici gesti. I cinque leader – oltre cinese Hu sono giunti oggi il russo Dmitry Medvedev, il sudafricano Jacob Zuma, mentre la brasiliana Dilma Roussef è arrivata ieri – si incontreranno domani mattina per parlare di “governance” mondiale e sviluppo sostenibile. Come recita lo slogan del vertice (“Brics Partnership for Global Stability, Security e Prosperity”) l’intenzione è quella di delineare un equilibrio mondiale alternativo sganciato dai vecchi schemi dominati dalle potenze occidentali ormai in declino. Dalla loro i Brics hanno il potere demografico (sono il 40 per cento della popolazione planetaria), il ricco mercato interno e le risorse naturali e umane, ma per ora rimangono ancora separati da profonde divergenze. A questo proposito, il summit di domani, dove il premier Manmohan Singh farà gli onori di casa, potrebbe gettare le fondamenta per l’ambizioso progetto di creare una sorta di “banca dello sviluppo Brics” o “banca di sviluppo Sud-Sud”. La nuova istituzione finanziaria potrebbe funzionare come la Banca Mondiale, quindi prestare soldi per grandi opere pubbliche, intervenire per aiutare i paesi più poveri (di cui il Brics intende essere capofila) e eventualmente anche intervenire nelle crisi come quella che ha colpito l’Unione Europea. “La strada è ancora molto lunga” come ha riconosciuto lo “sherpa” indiano Sudhir Vyas in un incontro con i giornalisti di preparazione al summit. Intanto, domani saranno firmati due accordi materia bancaria per facilitare i crediti e le transazioni finanziarie. In particolare, un’intesa permetterà alle banche di estendere linee di credito agli altri Paesi Brics nella loro moneta evitando così le commissioni per i cambi di valuta. Da molti è visto come i primo passo per scalzare il predominio del dollaro. Sul fronte politico è attesa anche la “dichiarazione comune”, approvata per consenso, dove sarà delineata una “road map” da seguire per decisioni future su grandi temi di politica globale. In agenda ci sono ovviamente le grandi crisi come quella dell’Iran e della Siria.

Vertice Brics, ministri denunciano sussidi agricoltura

I ministri del Commercio dei Paesi Brics hanno accusato i Paesi sviluppati di ”mettere a rischio la sicurezza alimentare mondiale” mantenendo i sussidi agricoli. E’ quanto emerge da un comunicato congiunto dei responsabili della politica commerciale di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica reso noto al termine di una riunione oggi a New Delhi alla vigilia del vertice tra i cinque leader. ”I sussidi all’agricoltura applicati da alcuni Paesi sviluppati continuano a distorcere il commercio e a minacciare la sicurezza alimentare e lo sviluppo dei Paesi in via di sviluppo” si legge. I ministri hanno inoltre sottolineato la necessita’ di resistere alle tendenze protezioniste” nei momenti di crisi. Hanno inoltre deciso di creare un meccanismo per effettuare transazioni finanziarie interne all’area Brics nelle loro monete. Hanno poi fissato l’obiettivo di raddoppiare l’interscambio a 500 miliari di dollari entro il 2015 (al momento e’ di 212 miliardi di dollari).

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Per Pechino i ribelli libici sono importanti interlocutori

Il ministro degli esteri cinese Yang Jiechi ha definito oggi il Consiglio di transizione nazionale (Cnt) dei ribelli libici ”un’importante forza politica”. Yang ha ricevuto Mahmud Jibril, responsabile della diplomazia del Cnt, invitato per la prima volta in visita a Pechino. Secondo il resoconto dell’ incontro pubblicato dal ministero degli esteri sul proprio sito web, Yang ha affermato che il Consiglio ”e’ diventato ogni giorno piu’ forte da quando e’ stato istituito ed e’ gradualmente diventato un’ importante forza politica” nel Paese nordafricano. ”La Cina – ha detto il ministro a Jibril – vi vede come un importante partner col quale dialogare”. Pechino ha forti interessi in Libia, dove prima dell’inizio della guerra civile lavoravano 36mila cinesi, ma non ha mai avuto col regime del colonnello Muammar Gheddafi rapporti stretti come con altri governi africani. All’inizio di giugno, Pechino ha ricevuto la visita del ministro degli esteri di Gheddafi, Abdelati Obeidi, e sottolinea di essere in contatto con entrambe le parti. Indicando che la Cina sta cercando una mediazione, Yang ha sostenuto che ”la crisi in Libia prosegue e il popolo libico sta soffrendo per i disagi e il caos portati dalla guerra…questo preoccupa la Cina”. ”Speriamo che i due gruppi in conflitto diano la giusta importanza agli interessi del popolo e del Paese, e che considerino con obiettivita’ le proposte della comunita’ internazionale, cessino rapidamente le ostilita’ e risolvano la crisi libiCa attraverso canali politici”. La Cina, che in quanto membro permanente del Consiglio di sicurezza ha il diritto di veto, si e’ astenuta sulla risoluzione che ha autorizzato l’ intervento della Nato contro le forze di Gheddafi.

fonte: ANSA

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Per la Cina in Libia deve decidere il popolo

La Cina ha chiesto oggi a tutte le parti in causa nella faccenda libica di dare priorita’ all’interesse del paese e del suo popolo, considerando seriamente la road map predisposta dall’Unione Africana per risolvere la crisi del paese nordafricano. Lo ha detto in conferenza stampa Hong Lei, il portavoce del ministero degli esteri cinese. Pechino, secondo quanto ha detto Hong, chiede a tutte le parti in Libia di raggiungere un cessate il fuoco e risolvere la crisi attraverso mezzi politici, sottolineando che la Cina intende lavorare con la comunita’ internazionale per trovare una soluzione politica. ”Il futuro della Libia dovrebbe essere decisa dal suo popolo e la Cina rispetta la scelta del popolo libico”, ha detto ai giornalisti Hong Lei. Oggi arriva in Cina anche Abdelati Obeidi, ministro degli esteri libico, che si tratterra’ fino a giovedi’ per incontri con le autorita’ cinesi come inviato speciale del governo libico. La Cina non ha avallato l’intervento armato in Libia, astenendosi (non esercitando il diritto di veto) iin sede di consiglio di sicurezza Onu. Ha poi criticato duramente i radi. Non è mai stata molto vicina a Gheddafi, ma prende dall’area la metà del petrolio necessario a portare avanti la sua crescita. E’ stato il primo paese a far partire dalla Libia martoriata dalla guerra una petroliera e ha subito attivato contatti con il governo di transizione. La settimana scorsa il governo cinese confermo’ che il suo ambasciatore in Qatar Zhang Zhiliang aveva incontrato il presidente del Consiglio nazionale di transizione della Libia, Mustafa Abdel Jalil. Un comunicato del ministero degli Esteri sul suo sito, spiega che un diplomatico cinese di base in Egitto ha incontrato il leader del consiglio di transizione libica oltre ad aver visitato una citta’ orientale libica per informarsi sulla situazione umanitaria.

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Cina preoccupata per vittime civili in Libia

La Cina si e’ dichiarata ”preoccupata” per le vittime civili in Libia. Lo ha detto oggi in conferenza stampa la portavoce del ministero degli esteri cinese, Jiang Yu, commentando con i giornalisti l’uccisione dei familiari del leader libico Muammar Gheddafi da parte dei raid della Nato. ”La Cina ha avuto notizie che il figlio di Gheddafi, Saif al-Arab e altri sono stati uccisi nei raid. Siamo molto preoccupati per la morte e i ferimenti dei civili causati dall’escalation del conflitto in Libia”, ha detto la portavoce della diplomazia cinese. ”La Cina – ha aggiunto la Jiang – disapprova ogni atto dietro l’autorizzazione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e spera che tutte le parti in causa cessino immediatamente il fuoco e risolvano la crisi politica attraverso il dialogo e altre misure pacifiche”.

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Il Brics critica attacco Nato in Libia

I cinque Paesi emergenti del cosiddetto Brics – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – hanno criticato oggi le operazioni della Nato in Libia, affermando che esse non rispettano la risoluzione dell’Onu che ha autorizzato l’intervento per difendere la popolazione civile. Riuniti a Sanya, una localita’ turistica nel sud della Cina il presidente cinese Hu Jintao e i suoi ospiti Dimitri Medvedev (Russia), Dilma Rousseff (Brasile), Manmohan Singh (India) e Jacob Zuma (Sudafrica) hanno anche espresso il loro sostegno ad un rafforzamento del ruolo dei Diritti Speciali di Prelievo (Sdr nella sigla inglese) nel commercio internazionale e ad un ridimensionamento del dollaro. Nella ”dichiarazione di Sanya” che ha concluso il vertice la questione della Libia e’ all’ultimo posto, sotto il titolo ”turbolenze regionali”. Nel testo si sottolinea che i cinque sono ”fortemente preoccupati” per la situazione ”nel Medio Oriente, Nord Africa e Africa Occidentale” e che ”condividono il principio secondo il quale l’ uso della forza va evitato”. Parlando alla stampa dopo la conclusione del vertice, Medvedev e’ stato piu’ esplicito. Il presidente russo ha sostenuto che le risoluzioni del Consiglio di sicurezza ”…devono essere applicate in accordo con la loro lettera e con il loro spirito”. ”Quale risultato abbiamo avuto? Abbiamo essenzialmente un’operazione militare e la risoluzione non dice nulla di questo”, ha aggiunto polemicamente. Pur disponendo del diritto di veto, Russia e Cina si sono astenute nel voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu che ha autorizzato l’intervento contro le forze del colonnello libico Muammar Gheddafi. Il Sudafrica ha votato a favore ma domenica scorsa, nel corso di una visita a Tripoli, Zuma ha chiesto la fine dei raid aerei. Nella ”dichiarazione di Sanya”, i Paesi del Brics hanno rivendicato un maggior peso all’ interno del Consiglio. Sul piano dell’ economia , i cinque hanno affermato che la ripresa economica internazionale e’ ”ancora minacciata da molte incertezze”, mettendo l’ accento sul massiccio afflusso di valuta speculativa nelle economie emergenti oltreche’ sulla ”volatilita”’ dei prezzi dei prodotti energetici e dei cereali. ‘Bric’ e’ una definizione inventata dal banchiere Jin O’Neill della Goldman Sachs per indicare i Paesi con maggior potenziale di crescita economica nei prossimi anni. Il Sudafrica e’ stato invitato per la prima volta. ”Il Sudafrica e’ piccolo rispetto a questi Paesi…non capisco proprio perche’ i cinesi e gli altri lo abbiano accettato”, ha dichiarato lo stesso O’Neill alla rete televisiva Bbc. ”Ci sono altri Paesi con caratteristiche simili come Turchia, Indonesia, Messico, Corea del Sud, anche Arabia Saudita”, ha aggiunto il banchiere.

fonte: ANSA

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Cina e India: accordi, telefono rosso e boom del commercio

India e Cina hanno deciso di rafforzare la loro cooperazione politica e risolvere le loro differenze per potere meglio giocare il ruolo di potenze emergenti sulla scena globale. Nel loro incontro, oggi a New Delhi, il premier cinese Wen Jiabao e quello indiano Manmohan Singh hanno raggiunto un consenso “strategico” su diversi settori, tra cui quello dello squilibrio commerciale, disarmo, risorse idriche e assistenza all’Afghanistan. Hanno poi istituito un “telefono rosso” e un meccanismo di consultazioni regolari, tra cui annuali incontri al vertice. Sul fronte commerciale, i due paesi hanno stabilito l’obiettivo di raddoppiare l’interscambio portandolo a 100 milioni di dollari entro i prossimi cinque anni. La premessa, già ribadita in altre occasioni è che “c’é abbastanza spazio nel mondo per entrambi”. Anche se rimangono irrisolte alcune contese, come quella sui confini himalayani e sulle rivendicazioni territoriali, India e Cina sembrano aver preso coscienza della loro importanza geopolitica. Quando i due giganti parlano con una sola voce, “il mondo ascolta” ha detto Wen in un brindisi con l’anziano e riservato Singh. Nel comunicato finale, in 18 punti, rilasciato al termine dell’incontro durato un’ora e mezza, i due governi riconoscono che “le loro relazioni sono andate oltre l’ambito bilaterale e hanno acquisito una importanza strategica globale”. L’alleanza mostrata a Cancun sul tema del cambiamento climatico è l’esempio più recente dell’influenza sino-indiana sulla scena mondiale. Da qui la necessità di stabilire un sistema di consultazione immediata, come la “hotline” tra i rappresentanti dei due governi, già entrata in funzione da qualche giorno. I due paesi hanno firmato sei accordi in diverse aree, tra cui le tecnologie verdi, lo scambio di giornalisti, la collaborazione delle banche centrali e la condivisione di dati idrogeologici. Sui punti di attrito ci sono stati alcuni passi in avanti, anche se non corrispondono forse alle aspettative di New Delhi preoccupata anche dalla crescente influenza egemonica della Cina in Asia. Dopo aver incassato il pieno supporto degli Stati Uniti e Francia alla candidatura a membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, New Delhi ha ottenuto anche una timida apertura da Pechino che “riconosce e appoggia le aspirazioni dell’India a giocare un più grande ruolo nelle Nazioni Unite, incluso il Consiglio di Sicurezza”. Sulla contesa dei 3.500 chilometri di confine (su cui ci sono stati già 14 round di negoziati dal 2003) le due parti si sono limitate a generiche dichiarazioni di principio. Su queste frontiere è stata combattuta la miniguerra del 1962 e alcune rivendicazioni territoriali, come quelle sul Kashmir e sull’Arunachal Pradesh, sono dei costanti punti di attrito. Nei colloqui, l’India ha sollevato la questione dei “visti separati” rilasciati negli ultimi due anni ai cittadini dello stato indiano del Jammu e Kashmir. “Wen ha detto di considerare la questione seriamente” e “che si avvieranno colloqui per trovare una soluzione soddisfacente” ha dichiarato Nirupama Rao, la segretario agli Esteri, in un incontro con i giornalisti subito dopo il vertice (che non è stato seguito da una conferenza stampa dei due leader, come è prassi per le visite di delegazioni straniere). Nessun accenno invece sulla scottante questione tibetana e sul Pakistan, dove Wen si recherà in visita domani. La tv Cnn-Ibn, in serata, commentava il silenzio del premier cinese sulla strage di Mumbai del 2008 considerata opera di un gruppo estremista pachistano.

fonte: ANSA

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Il governo tibetano in esilio invita a discutere di Tibet

Fino a quando non sara’ definita la questione del Tibet, India e Cina ”non potranno risolvere le loro divergenze sulla delimitazione dei confini”. Lo ha detto oggi Samdhong Rimpoche, primo ministro del governo tibetano in esilio, secondo quanto riferito dal Times of India. ”Nella realta’ non esiste un confine ufficiale sino-indiano. Il Tibet e’ parte della disputa tra i due paesi – ha aggiunto – Occorre la volonta’ politica di entrambi per risolvere la contesa”. Il capo del governo tibetano, che ha sede nella citta’ indiana di Dharamsala, ha poi sottolineato che ”l’Amministrazione Centrale Tibetana vuole relazioni stabili tra i due giganti asiatici”. Intanto, anche oggi, secondo giorno della visita del premier cinese Wen Jiabao in India, decine di dimostranti tibetani hanno organizzato manifestazioni di protesta della capitale. La polizia indiana ha fermato quattro manifestanti che stavano marciando verso il palazzo dove si tenevano i colloqui ufficiali tra Wen e il primo ministro Manmohan Singh.

fonte: ANSA

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Il premier cinese in visita ini India

Cina ed India sono destinate ad assumere un ruolo sempre maggiore sulla scena mondiale dove esiste per loro “abbastanza spazio di crescita senza conflitti”. E’ questo il messaggio che il premier cinese Wen Jibao ha lanciato al suo arrivo oggi a New Delhi per una visita ufficiale di tre giorni molto legata alle prospettive di cooperazione e sviluppo economico bilaterali. Sorrisi e strette di mano dell’etichetta diplomatica, comunque, non devono ingannare, perché pur schierati a livello internazionale su posizioni spesso vicine, cinesi ed indiani, che rappresentano oltre un terzo della popolazione mondiale, hanno strategie indipendenti ed un importante contenzioso di difficile rapida soluzione. In questa chiave vanno letti ad esempio la decisione indiana di partecipare comunque all’assegnazione ad Oslo del Premio Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo giorni prima dell’arrivo di Wen, e la scelta di quest’ultimo di legare questo viaggio ad una visita nel vicino Pakistan, con cui l’India ha relazioni pessime. E se ciò non bastasse il Dalai Lama, bestia nera del governo di Pechino per la questione tibetana, ha scelto proprio la giornata odierna per sbarcare nel Sikkim, al confine indo-cinese, per una visita di otto giorni, mentre nella capitale indiana centinaia di suoi seguaci hanno manifestato con lo slogan: ‘Giu’ le mani dal Tibet, Wen!’ Tuttavia questo non ha impedito al premier cinese di giungere a New Delhi alla testa di una delegazione di 400 uomini d’affari per la firma di accordi in campo industriale, finanziario e tecnico per 16 miliardi di dollari destinati a far schizzare in alto l’interscambio commerciale bilaterale. E gli analisti ritengono che la Cina diventerà il primo partner commerciale dell’India, sostituendo in questo l’Unione europea (Ue). E già oggi, dopo una visita ad una scuola indiana dove si insegna il mandarino, Wen Jibao ha partecipato ad un seminario organizzato da una associazione di industriali indiani (Ficci) in cui ha avuto l’opportunità di anticipare i suoi ambiziosi progetti. Respingendo l’idea che esista un confronto-scontro tra “il dragone e l’elefante”, come spesso sono chiamati i due giganti asiatici, ha detto che c’é abbastanza spazio per lo sviluppo e la prosperità di entrambi i paesi. “Non sono d’accordo – ha assicurato – con la visione di India e Cina come concorrenti”. Il leader cinese ha poi ricordato che la forte espansione dell’economia dei due paesi ha permesso di alleviare in parte la crisi economica e finanziaria internazionale, ed ha perfino auspicato che “Pechino e New Delhi possano entro breve aprire negoziati per un trattato di libero scambio” Intuendo però che questo è impossibile dato che l’interscambio favorisce per ora enormemente le esportazioni cinesi, Wen ha detto che ne discuterà con il collega Manmohan Singh e che “l’economia cinese potrebbe aprirsi a compagnie indiane delle aree tecnologica, farmaceutica e agricola”. La crescente importanza indiana in ambito internazionale è stata segnata dalle recenti visite dei presidenti americano e francese, Barack Obama e Nicolas Sarkozy, e da quella la prossima settimana del presidente russo Dmitri Medvedev.

SCHEDA: I PUNTI DI FRIZIONE TRA INDIA E CINA
Considerate le due potenze emergenti della politica e dell’economia planetaria, India e Cina hanno tuttavia un ampio contenzioso bilaterale, che condizionera’ la visita ufficiale cominciata oggi a New Delhi dal premier cinese Wen Jibao. Ecco i principali punti: – FRONTIERE E FIUMI: Da tempo la Cina rivendica territori di due Stati indiani (Harunachal Pradesh e Sikkim) sui 3.500 chilometri di confini comuni, dove nel 1962 vi fu anche una guerra. D’altro canto l’India respinge la presenza cinese in parte del Kashmir. Gli indiani inoltre denunciano anche la costruzione di due dighe idroelettriche sul fiume Brahmaputra in territorio cinese prima dell’ingresso nell’Harunachal Pradesh. – DALAI LAMA: Pechino non ha mai digerito che l’India concedesse asilo al Dalai Lama dopo la fallita rivolta in Tibet. Questo tema e’ stato evidenziato dalla visita cominciata oggi dal capo spirituale tibetano in Sikkim. – RIFORMA ONU: Gli indiani non hanno fatto mistero recentemente di ambire ad un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. La Cina ha accolto con molta freddezza l’appoggio manifestato durante la sua visita a New Delhi dal presidente americano Barack Obama. – CORSA ALLE MATERIE PRIME: India e Cina sono impegnate a livello internazionale ad acquisire, soprattutto in Asia, Africa e America latina, minerali e prodotti agricoli per alimentare le loro economie in espansione. New Delhi cerca di recuperare il ritardo accumulato una decina d’anni fa. Basti pensare che i cinesi avevano investito in un solo paese africano (Ghana) nel 2006 quanto l’India in quell’intero continente. – SQUILIBRI COMMERCIALI: L’interscambio raggiungera’ nel 2010 i 60 miliardi di dollari. Tuttavia esso favorisce enormemente la Cina. E l’India ha presentato molte denunce anti-dumping contro presso l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto).

fonte: ANSA

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