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Notte di scontri a Hong Kong, almeno 90 feriti e 54 arrestati

Notte di violenti scontri ad Hong Kong con almeno 54 persone arrestate e circa 90 rimaste ferite nel quartiere di Mong Kok, dove la polizia ha cercato di far sgomberare i venditori di ‘fish ball’, le polpette di pesce tipiche del Capodanno cinese, scatenando le proteste di ambulanti e attivisti. La polizia ha usato manganelli e spray al peperoncino per allontanare i manifestanti armati di pietre, bottiglie e altri oggetti recuperati per strada. Le foto che circolano in rete mostrano, inoltre, che sono stati appiccati fuochi e danneggiate auto. La tensione è notevolmente salita quando gli agenti hanno sparato due colpi in aria per disperdere la folla. Si tratta degli scontri più violenti dalla ‘rivolta degli ombrelli’, le proteste per la democrazia del 2014. Secondo le autorità, la polizia avrebbe avvertito i venditori ambulanti di lasciare il quartiere ma loro si sono rifiutati. Di solito, scrive la Bbc, c’è una sorta di tolleranza nei confronti dei venditori per le strade di Hong Kong ma quest’anno la polizia ha deciso di usare il pungo di ferro contro chi non ha le licenze. Tra i manifestanti c’erano anche gruppi ‘anti-Pechino’, tra i quali il partito ‘Youngspiration’, sceso in piazza, secondo il leader Baggio Leung, per difendere le tradizioni locali. La protesta intanto è diventata virale sul web dove l’hashtag ‘#fishballrevolution’ è tra i più seguiti.

fonte: ANSA

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Sito del referendum pro democrazia di Hong Kong attaccato da hacker

Verrà esteso fino al 29 giugno il referendum online a Hong Kong per chiedere che le prossime elezioni si svolgano in maniera democratica dopo gli attacchi informatici che hanno rischiato di far fallire l’iniziativa. Lo riferisce il South China Morning Post. I membri di Occupy Central, il movimento di protesta che lotta per la democrazia nell’ex colonia britannica, parlano di un ”attacco senza precedenti” al sito dove è previsto il referendum online, gestito dall’Università di Hong Kong e dal Politecnico locale. Secondo un portavoce, ”il referendum è un mezzo di espressione pacifico dei cittadini, gli attacchi mirano a mettere in silenzio la gente di Hong Kong, affinché non possa opporsi allo svolgimento di elezioni false”. Il referendum, che avrebbe dovuto svolgersi inizialmente solo da venerdì a domenica, è stato invece ora esteso sino al 29 giugno per permettere a più gente possibile di accedere al sito, nonostante le intrusione degli hackers, e votare. I manifestanti chiedono che le prossime elezioni ad Hong Kong si tengano con il suffragio universale. Pechino ha accettato, ma insiste che sia una commissione ristretta di 1200 persone a stabilire chi possa candidarsi: di fatto restringendo il campo a figure non sgradite al governo centrale cinese.

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Migliaia di dipendenti dell’azienda di trasporti di Shenzhen scendono in piazza

Migliaia di dipendenti di un’azienda di trasporti di Shenzhen, nella provincia meridionale cinese del Guangdong, la Shenzhen East Public Transport Co., sono scesi in piazza per protestare contro le dure condizioni in cui sono costretti a lavorare. Secondo quanto riferisce China Labour Watch, un’organizzazione non governativa per la tutela del lavoro, i dipendenti hanno deciso di iniziare una protesta per chiedere un più trasparente sistema di calcolo dei salari, il pagamento degli arretrati, qualche giorno in più di riposo e soprattutto l’abolizione di un sistema che costringe gli autisti degli autobus a pagare di tasca propria per qualsiasi danno ai veicoli causato da incidenti. La protesta era iniziata domenica scorsa in maniera del tutto pacifica ma ha assunto toni molto più tesi dopo l’intervento delle forze dell’ordine. Centinaia di poliziotti si sono infatti recati sul luogo della dimostrazione e armati di bastoni hanno circondato i manifestanti. Cinque dipendenti sono stati arrestati e un autista di autobus, anche lui fermato dalla polizia, ha avuto un attacco cardiaco ed è in ospedale in gravi condizioni. L’azienda di trasporti, che gestisce in città 200 linee, ha fino a questo momento rifiutato qualsiasi trattativa con i dipendenti.

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Cristiani manifestano contro demolizione della loro chiesa

Sono scesi di nuovo in strada i fedeli della chiesa cristiana di Sanjiang, nella contea di Yongjia a Wenzhou, città della provincia orientale cinese dello Zhejiang. Ieri almeno 500 fedeli hanno circondato la struttura minacciata di demolizione all’inizio di aprile. In quei giorni, infatti, sul muro della chiesa era apparso il carattere cinese usato dalle autorità sulle strutture da demolire. I fedeli erano scesi in piazza ed erano riusciti a bloccare la demolizione, raggiungendo un accordo con le autorità per il quale sarebbero stati demoliti due piani degli uffici annessi ala struttura, considerati abusivi. Ieri, invece, si era diffusa la notizia che le autorità avessero rinnegato l’accordo e sarebbero state pronti alla demolizione della struttura. Di qui la decisione di scendere di nuovo in piazza. Centinaia di fedeli hanno circondato la chiesa ed altri sono stati invece bloccati da un cordone di polizia che ha impedito a manifestanti a piedi, in auto e su motorini di raggiungere il luogo. Secondo il Global Times, le autorità locali hanno smentito il blocco della polizia, parlando di normali controlli di traffico.

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Modello Femen, sei studentesse protestano a seno nudo in Cina

Sei studentesse dell’Universita’ del Guangdong (Cina del sud), hanno protestato contro la discriminazione sessuale sul lavoro scoprendosi il seno. E’ la prima volta in Cina che si ha notizia di questo tipo di proteste, inaugurate qualche anno fa dal gruppo femminista ucraino Femen, attivo in tutta Europa. La notizia e’ riportata dallla rivista online “That’s”, che pubblica anche delle foto nelle quali le giovani innalzano dei cartelli che recitano “Vogliamo pari opportunità nella ricerca di lavoro!” e altre frasi analoghe. La rivista pubblica un commento attribuito ad uno studente della stessa Università: “queste ragazze non hanno paura di farsi vedere nude, i ragazzi stanno diventando pazzi!”.

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Manifestò per far studiare la figlia, attivista alla sbarra

Le autorita’ della provincia orientale cinese dell’Anhui hanno iniziato il processo a carico di un attivista che aveva protestato contro l’espulsione di sua figlia dalla scuola a causa del suo impegno politico. Lo riferisce il sito di Radio Free Asia. Zhang Lin e’ accusato di “aver spinto la gente a scendere in piazza causando pubblico disordine” durante una manifestazione svoltasi lo scorso aprile in cui dozzine di persone protestarono per la decisione delle autorita’ locali di non permettere piu’ alla figlia di Zhang, Anni, di soli 10 anni, di frequentare la scuola elementare. Zhang, che in passato ha gia’ scontato 13 anni di carcere per sovversione dei poteri di stato, rischia ora fino a 5 anni. Anni e’ stata considerata “la piu’ giovane prigioniera cinese”. La bimba lo scorso febbraio venne cacciata dalla scuola, trattenuta per ore, impedendole persino di bere e mangiare e di avere una coperta per proteggersi dal freddo, e in seguito messa agli arresti domiciliari. Dallo scorso settembre vive negli Stati Uniti insieme alla sorella. Zhang, che e’ un veterano del movimento pro democrazia del 1989, e’ da tempo nel mirino delle autorita’. Arrestato il 22 agosto a seguito di una disputa con le autorita’ che avevano cacciato sua figlia dalla scuola, Zhang torno’ poi con la figlia nella sua citta’ di origine, agli arresti domiciliari, in aprile dopo che una trentina di attivisti si mobilitarono a suo favore. Di fronte al persistere del diniego di frequentare la scuola per la figlia, Zhang fuggi’ dagli arresti domiciliari per recarsi a Pechino a sottoporre il suo caso al governo centrale. Ma le autorita’ lo riportarono a casa e poco dopo lo misero in stato di detenzione. La piccola Anni protesto’ dinanzi dinanzi al centro di detenzione, innalzando un cartello con su scritto “Liberate mio padre e permettetemi di andare a scuola”.

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Proteste per inceneritore nel sud, arresti e feriti

Le autorità della provincia meridionale cinese del Guangdong hanno arrestato almeno 10 persone nel corso di alcuni scontri con la polizia, durante una manifestazione organizzata dalla popolazione del villaggio di Xinlian, per protestare contro la costruzione di un inceneritore in una zona vicina al centro abitato. Numerose persone sono rimaste ferite durante gli scontri. Lo riferisce il sito di Radio Free Asia. Secondo il racconto di alcuni residenti, il governo locale avrebbe confiscato 16 acri di terreno per costruire una nuova superstrada, ma solo quando i lavori sono iniziati la popolazione si è resa conto che in realtà il piano era quello di costruire un inceneritore per i rifiuti, a soli 500 metri dalle abitazioni. “Una volta che l’inceneritore comincerà a funzionare – ha spiegato Liu, un abitante della zona – il terreno e le falde acquifere saranno contaminate, la nostra aria e l’acqua che arriva sulle nostre tavole saranno inquinate”. Di qui la decisione della gente di scendere in strada. Già in passato precedenti tentativi di costruire impianti simili in altre zone del Guangdong aveva suscitato polemiche sui potenziali profitti che il governo locale avrebbe ottenuto in relazione a tali progetti. Lo scorso mese di agosto le autorità della città di Puzhai, sempre nella provincia del Guangdong, avevano dichiarato di voler cancellare i loro piani di costruzione di un inceneritore a seguito delle violente proteste della gente del luogo.

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