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Uighuro condannato a morte, è terrorista

Un tribunale cinese ha condannato a morte Abdukerem Mamut appartenente alla minoranza musulmana degli uighuri che vivono nella regione nord occidentale dello Xinjiang, riconosciuto colpevole di aver organizzato lo scorso febbraio un attentato terroristico a febbraio nel quale sono morte 16 persone. Lo riferisce l’agenzia Nuova Cina, secondo cui il terrorista avrebbe confessato il proprio crimine. Secondo i giudici del tribunale di Kashgar già a luglio l’uomo si era contraddistinto per il suo estremismo religioso e per atti terroristici nella regione a capo di un gruppo di nove terroristi. Poi lo scorso 28 febbraio lanciò un attacco contro civili che camminavano sulla Xingfu Walking Street di Yecheng a Kashgar. In quella occasione, quindici persone sono morte sul colpe e 14 rimasero ferite, una delle quali morì in ospedale. La polizia arrestò Abdukerem Mamut sul posto e uccise i suoi otto complici, mentre un poliziotto restò ucciso.

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Uiguri uccisi da polizia, forse preparavano attentati

Quattro uiguri sono stati uccisi dalla polizia cinese nel corso di un raid nella provincia nord occidentale cinese dello Xinjiang. Lo riferisce il sito di Radio Free Asia. L’episodio, secondo le informazioni fornite dalla polizia locale, e’ avvenuto nei pressi della citta’ di Korla. Il raid e’ stato deciso dopo che un uomo era stato scoperto e arrestato mentre nella sua abitazione fabbricava un ordigno rudimentale, destando nelle forze dell’ordine il sospetto di un suo collegamento con un gruppo ritenuto responsabile delle tensioni e di numerosi scontri tra uiguri e cinesi di etnia han. Dopo aver interrogato l’uomo e una ventina di altre persone della zona la polizia, trovando conferma ai propri sospetti, ha fatto irruzione in una casa di campagna poco distante. Inizialmente nell’abitazione i poliziotti hanno trovato solo due donne e alcuni bambini ma – a quanto riferisce Rfa – a seguito dell’insistenza degli agenti che rifiutavano di andarsene, poco dopo diversi uomini hanno fatto irruzione nel locale attaccando gli agenti, che hanno anche dovuto chiamare rinforzi, con coltelli e accette. La polizia ha sparato uccidendo 4 persone. ”Nella casa sono stati rinvenuti diversi materiali per la fabbricazione di bombe – ha spiegato un ufficiale di polizia – crediamo che stessero preparando un attacco”.

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Presentato nuovo testo della legge sulla detenzione dei dissidenti

La polizia cinese ha la facoltà di non comunicare ai familiari l’ arresto di un cittadino, se è sospettato di “crimini contro lo Stato, terrorismo o di gravi episodi di corruzione”. In tutti gli altri casi, la detenzione dovrà essere notificata alle famiglie entro 24 ore. Lo afferma il nuovo progetto di legge sulla criminalità che verrà presentato nei prossimi giorni all’ Assemblea Nazionale del Popolo, la versione cinese di un parlamento, che in genere si limita a sancire le decisioni già prese dal governo. La nuova legge, il cui testo è stato diffuso oggi, non consente alla polizia di detenere i sospetti in “residenza sorvegliata”, senza rispettare la regola delle 24 ore, come invece prevedeva una precedente versione del testo. “E’ un piccolo passo in avanti”, ha dichiarato all’ ANSA Nicholas Bequelin, ricercatore basato a Hong Kong di Human Rights Watch (Hrw). I gruppi umanitari temevano che, se non fosse stato cambiato il testo della legge, sarebbero risultate legalizzate le “sparizioni” – le detenzioni per lunghi periodi dei dissidenti in prigioni segrete – usate l’ anno scorso contro critici del governo di Pechino come l’ artista Ai Weiwei.

fonte: ANSA

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Madri Tiananmen inviano lettera chiedendo giustizia

Mentre mancano ormai pochi giorni all’apertura della sessione annuale della Conferenza consultiva del popolo cinese (Cppcc) e dell’Assemblea Nazionale del Popolo (Npc), le “madri di Tiananmen” hanno inviato una nuova lettera aperta, indirizzata a tutti i membri delle due Assemblee, invocando che finalmente si faccia chiarezza e giustizia sui fatti del 4 giugno 1989. Nella lettera, resa nota dal gruppo ‘Human Rights in China’, 122 donne che persero i loro figli nella strage di piazza Tiananmen, chiedono in primo luogo che si smetta di rinviare ancora di riconsiderare quanto avvenne nel giugno di 22 anni fa. “Quello che accadde – si legge – ha causato enormi sofferenze al paese e alla gente. Si è trattato dell’episodio più grave e atroce verificatosi in Cina durante il secolo passato e non può essere cancellato da un colpo di penna da parte degli esecutori di quella strage, come Deng Xiaoping, Li Peng ed altri che hanno raggiunto le loro conclusioni in totale discordanza con i fatti e senza tenere conto dell’opinione pubblica”. Non è la prima volta che le ‘madri di Tiananmen’ scrivono lettere come questa invocando verità e giustizia. In particolare, quello che viene chiesto ancora una volta, è che le autorità, infrangendo il silenzio su quegli avvenimenti, possano aprire una nuova indagine e rendere pubblica la verità, punendo i responsabili. Per quanto infine riguarda i risarcimenti, più volte le madri di Tiananmen hanno respinto l’ipotesi di “accordi singoli e privati”, chiedendo invece un risarcimento trasparente e giusto per tutti. “Se voi – conclude la lettera – sinceramente desiderate fare qualcosa per il nostro popolo e per il paese, allora noi ferventemente attendiamo di vedere che voi usiate il potere nelle vostre mani per aprire un dialogo aperto, faccia a faccia con le madri di Tiananmen per risolvere in maniera adeguata la questione del 4 giugno 1989”.

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Venti morti per scontri etnici nello Xinjiang

E’ salito a 20 vittime il bilancio delle violenze a sfondo etnico che si sono verificate ieri nella tormentata regione del Xinjiang, nel nordovest della Cina, abitata dalla minoranza etnica degli uighuri, turconfoni e di religione islamica. Lo afferma il governo della regione in un comunicato comparso sul suo sito web. Nell’ attacco – verosimilmente condotto da uighuri contro immigrati cinesi – 13 persone sono state uccise dai terroristi a colpi di coltello nella contea di Yecheng, a 200 chilometri dalla città di Kashgar. Sette degli assalitori sono stati uccisi dalla polizia, che ne ha arrestati altri due. Il Xinjiang é di fatto chiuso ai giornalisti e agli altri osservatori indipendenti dal 2009, quando quasi duecento persone persero la vita in violenze tra gli uighuri e gli immigrati cinesi. Da allora dal territorio filtrano periodicamente notizie di violenze, che sono costate la vita a decine di persone. Il portavoce governativo Hong Lei, parlando in una conferenza stampa a Pechino, ha sottolineato che il Congresso nazionale degli uighuri – un’ organizzazione di uighuri esiliati – ha “immediatamente” emesso un comunicato nel quale si afferma che 84 persone sono state arrestate in seguito all’ attacco. “Non é forse chiaro chi ispira questi atti?”, ha aggiunto polemicamente il portavoce. Gli esuli uighuri accusano Pechino di esagerare ad arte la portata della minaccia terroristica nel territorio per giustificare la propria politica “repressiva”.

fonte: ANSA

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Condannato a due anni di rieducazione per voci su Sars

La polizia di Baoding, nel nord della Cinam ha condannato a due anni di “rieducazione attraverso il lavoro” un uomo colpevole di aver diffuso voci infondate su una nuova epidemia di Sars nel Paese. In un comunicato, la polizia afferma di aver agito “nel rispetto della legge”. In Cina, la polizia ha la facoltà di condannare i sospetti alla “rieducazione” per un massimo di due anni senza dover consultare la magistratura. Il condannato – sempre secondo la polizia locale – aveva diffuso su Internet la voce che un caso di Sars era stato confermato da un ospedale di Baoding. Nel 2003, l’epidemia di Sars fu prima negata, poi confermata dalle autorità cinesi. Il virus della malattia si diffuse a Pechino, Hong Kong e Toronto, probabilmente portato da viaggiatori. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ottomila persone si ammalarono di Sars (Severe acute respiratory syndrome) e 775 persero la vita.

fonte: ANSA

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Operazione anti estremismo (?) nello Xinjiang

Le autorita’ del Xinjiang, la regione del nordovest della Cina teatro negli ultimi tre anni di una serie di episodi di violenza a sfondo etnico, hanno lanciato una campagna contro l’ estremismo religioso. Il Xinjiang e’ abitato dalla minoranza etnica degli uighuri, di religione musulmana, ed e’ stato sconvolto da una serie di gravi episodi di violenza dopo che, nell’ estate del 2009, 156 persone rimasero uccise nella capitale, Urumqi, in scontri tra uighuri e immigrati cinesi. L’ agenzia Nuova Cina scrive che nelle principali citta’ della regione verranno tenute una serie di ”letture pubbliche” per ”creare un sostegno di massa alla politica religiosa del governo e scoraggiare le attivita’ religiose illegali” oltre a ”promuovere il patriottismo e gli sforzi per mantenere la pace e scoraggiare la violenza”. In settembre, quattro persone sono state condannate a morte nel Xinjiang per gli incidenti che hanno causato la morte di 32 persone nelle citta’ di Kashgar e di Hotan. La Cina attribuisce gli incidenti agli estremisti musulmani che vorrebbero scatenare una ”guerra santa”. I gruppi di esuli uighuri sostengono che Pechino esagera la portata della minaccia islamica e che gli episodi di violenza sono una ”reazione disperata” alla ”repressione” cinese.

fonte: ANSA

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Superpoliziotto indagato da commissione disciplina

Sarebbe stato sottoposto ad una inchiesta da parte della Commissione centrale di disciplina (Ccdi, Central Commission for Discipline Inspection), Wang Lijun, il controverso superpoliziotto cinese in fuga dalla sua citta’ che avrebbe chiesto asilo politico agli Usa nei giorni scorsi. La notizia, apparsa sul settimanale Caixin, e’ stata poi ripresa anche da alcuni media stranieri. Secondo le voci che si rincorrono in rete, il caso di di Wang sarebbe stato affidato al Ccdi, organo che indaga e punisce i casi di corruzione, come mezzo per colpire in realta’ Bo Xilai, segretario del partito di Chongqing e personaggio politico di primo piano nel panorama cinese tanto da essere candidato ad un posto nel comitato centrale del politburo di Pechino. Wang potrebbe cioe’ aver fatto una sorta di accordo con il Ccdi accettando di fornire informazioni segrete su Bo, utili a farlo cadere politicamente, in cambio di un trattamento ”soft” sulla sua posizione. I guai di Wang Lijun sono cominciati lo scorso 2 febbraio quando il governo di Chongqing annuncio’ la destituzione dell’uomo da capo della polizia facendolo diventare vice sindaco con alcune deleghe minori. Trasferito al dipartimento cultura, istruzione e protezione ambientale, dopo qualche giorno Wang si reco’ al consolato americano a Chengdu, dove vi rimase per un giorno intero, per poi andarsene, a quanto dicono anche gli americani ”di sua spontanea volonta”. Tanto e’ pero’ bastato per parlare subito di richiesta di asilo politico. E intanto le speculazioni continuano. Il mistero e’ ancora fitto.

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Uighuri e tibetani metà dei giornalisti arrestati in Cina

Oltre la metà dei 27 giornalisti incarcerati in Cina sono di etnia tibetana e uigura. Lo sostiene il (CPJ), Committee to Protect Journalist, in un rapporto pubblicato sul suo sito web. In aggiunta il CPJ ha denunciato che due giornalisti uiguri risultano scomparsi sin dalla sera di una loro programmata apparizione in televisione nel 2011. “Questi due casi – spiega Madeline Earp, ricercatore per il programma Asia di CPJ – sono la prova che sono stati arrestati per privare le comunità di una voce. Si tratta di una tendenza che risale ai disordini etnici in Tibet e nello Xinjiang nel 2008 e 2009”. I reporter Abdulghani Memetemin (condannata a nove anni nel 2002 per aver rivelato segreti di stato), e Mehbube Ablesh (condannato a tre anni con l’accusa di separatismo nel 2008) avrebbero dovuto essere entrambi rilasciati nel 2011 ma finora rimangono irreperibili e non ci sono ulteriori informazioni sui loro casi. Altri casi citati dalla Earp comprendono Dhondup Wangchen che ha inviato la sua famiglia dal Tibet a Dharamsala, nel nord dell’India, poco prima di essere arrestato nel 2008 (per aver realizzato un documentario sulla vita tibetana sotto il dominio cinese), Gheyret Niyaz, responsabile di un sito internet uiguro, imprigionato per aver accettato un colloquio con i media di Hong Kong, e Dilixiati Paerhati, la cui scomparsa fu denunciata dal fratello che vive nel Regno Unito. L’unica notizia positiva del rapporto del CPJ, relativamente alla Cina, riguarda il fatto che il paese non più il peggior carceriere per il mondo della stampa. La Cina, secondo le ultime statistiche, èinfatti finita al terzo posto dopo Iran e Eritrea, che hanno al momento rispettivamente 42 e 28 giornalisti dietro le sbarre.

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Sempre più fitto il mistero sul superpoliziotto cinese. Scappato o epurato?

i tinge sempre piu’ di giallo la storia del superpoliziotto cinese in fuga dalla sua citta’ che avrebbe chiesto asilo politico agli Usa e del quale non si sa nulla. Dopo smentite, voci, ‘no comment’ e notizie impazzite sulla rete, le uniche certezze nel caso di Wang Lijun sono davvero poche. La prima e’ che l’uomo il 2 viene dimesso dalla carica di capo della polizia di Chongqing e viene ‘smilitarizzato’, divenendo vice sindaco della citta’ piu’ popolosa di Cina. Quella che puo’ sembrare una promozione in Cina invece ha i contorni dell’epurazione. Il 6, come ha confermato ieri sera tardi l’agenzia Nuova Cina che ha annunciato una indagine governativa, Wang e’ stato tutto il giorno nel consolato americano di Chengdu. Non si sa se sia uscito in serata o la mattina dopo, ma si sa, grazie agli americani, che lo ha fatto ‘di sua spontanea volonta”’, anche se nessuno spiega il perche’ ci sia andato. Il consolato e’ stato circondato da forze di polizia cinesi, presenza non richiesta dal consolato come ha detto il portavoce dell’ambasciata a stelle e strisce a Pechino. Ora Wang sarebbe in ”vacanza forzata” per ritemprarsi e riposarsi per il troppo lavoro. Fin qui i fatti. Le speculazioni che ampliano il mistero sono tante. Piu’ o meno tutte convergono su una questione: la ‘fuga’ di Wang colpisce direttamente il suo mentore, il potente segretario politico di Chongqing Bo Xilai, uno dei politici piu’ in vista del panorama cinese tanto da essere candidato ad un posto nel comitato centrale del politburo di Pechino. Sia che Wang sia scappato per difendersi da una inchiesta per corruzione, sia che l’abbia fatto per altre ragioni, da piu’ parti viene detto che la carriera politica di Bo Xilai, quello delle canzoni rivoluzionarie obbligatorie e del rinverdimento del maoismo, sembra fermarsi. Per aggiungere altra carne a cuocere oggi in rete e’ apparsa una lettera attribuita a Wang che accusa delle peggiori nefandezze Bo, l’uomo che grazie alla campagna moralizzatrice contro le triadi di Wang ha fatto la sua fortuna. Ma sia Bo che Wang devono fare i conti con i loro predecessori. Quello di Wang e’ stato condannato a morte con sentenza eseguita per corruzione. Quello di Bo, attuale capo del partito nel Guangdond, lo avversa politicamente ed e’ un suo concorrente alle prossime nomine di ottobre. Che Bo Xilai sia in queste ore in decadenza lo si nota anche dalla stampa di Chongqing: le sue calligrafie e le le sue foto, presenza quotidiana sulla prima pagina del maggiore quotidiano, oggi lasciano il posto alle foto e notizie del sindaco della citta’. Oggi sui media cinesi era difficile in alcuni momenti trovare notizie su Bo ma non su Wang. Secondo alcuni, parte della polizia mandata al consolato sarebbe stata inviata da Bo, altra sarebbe arrivata da Pechino preoccupata dei segreti che Wang avrebbe rivelato agli americani. Tra i due l’ex poliziotto avrebbe scelto Pechino dove si troverebbe ora. Il consolato americano avrebbe negato l’asilo (la cui richiesta da parte di Wang e’ stata confermata da un avvocato americano vicino al dissidente Ai Weiwei) per non urtare la suscettibilita’ cinese in vista della visita che la settimana prossima portera’ a Washington Xi Jinping, prossimo presidente cinese e segretario generale del partito. Xi deve gia’ difendersi dalle accuse sui diritti civili. Dopo che ieri il vicepresidente americano Joe Biden ha incontrato quattro esperti e sostenitori dei diritti umani e delle riforme in Cina parlando di ‘deterioramento della situazione’, oggi Pechino ha risposto con una nuova forte ondata repressiva. A sette anni, per una poesia che gli e’ valsa l’accusa di sovversione, e’ stato condannato Zhu Yufu. Altri tre sono stati condannati fino a dieci anni per aver criticato l’ex presidente Jiang Zemin. Ge Xun, un cinese emigrato negli Stati Uniti nel 1986, e’ stato picchiato dalla polizia e trattenuto per essere interrogato per 21 ore consecutive per aver deciso di andare a fare visita a una delle cosoddette ”madri di Tiananmen”.

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