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Vietate, fino al prossimo congresso nazionale del partito, le cattive notizie

In Cina a partire da ora, e almeno fino al mese di ottobre, non ci saranno brutte notizie. O, meglio, se anche ci dovessero essere, non dovranno essere divulgate. A renderlo noto non è la profezia di qualche santone ma il dipartimento per la propaganda del partito comunista cinese, la cui unica preoccupazione è traghettare in maniera serena e indolore il paese fino al 18simo Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, quando cambierà la leadership del paese dopo dieci anni, previsto per il prossimo mese di ottobre. Oltre tre mesi dunque nei quali bisogna evitare scossoni e problemi che possano minare l’equilibrio o far incrinare gli equilibri. E allora divieto per i media di dare cattive notizie e divieto per i giornalisti di parlare di episodi o casi che non riguardino la regione in cui risiedono, salvo munirsi di una speciale autorizzazione. L’immagine della Cina, in primo luogo, da difendere a tutti costi e da salvaguardare anche a costo di non dire. E’ quello che ha deciso Li Changchun, membro del Politburo e capo del dipartimento per la propaganda di partito, che ha anche previsto quello che dovrà essere il tema ricorrente dei prossimi mesi rispetto al decennio che sta finendo, ovvero “il decennio d’oro, il decennio prospero”. Di questo e non di altro dovranno parlare media e siti web, dando il massimo risalto possibile ai risultati raggiunti in questi anni dal presidente Hu Jintao e dal premier Wen Jiabao. Ai giornalisti inoltre non verrà consentito scrivere su argomenti non previamente concordati con l’editore e in caso di violazione delle regole verrà loro ritirato il permesso di lavoro. Regole dure, che tuttavia alla Cina e ai cinesi in fondo non fanno specie, almeno non più di tanto. Del resto anche nel 2002, alla vigilia del congresso che determinò il passaggio del potere da Jiang Zemin a Hu Jintao, furono previste misure simili. Ma gli analisti sostengono che, rispetto al 2002, ora la situazione è più tesa e le regole imposte più rigide, come più rigido sarà il controllo sulla loro osservanza. Forse perché la Cina, se da un lato si prepara a presentare al suo popolo e al mondo intero il nuovo Politburo (che dopo gli scandali potrebbe essere ridotto da nove a sette membri), dall’altro è consapevole di aver vissuto di recente un momento sociale e soprattutto politico di grande complessità e tensione. La vicenda di Bo Xilai, l’ex potente segretario del partito di Chongqing epurato in seguito a scandali che hanno interessato anche sua moglie (accusata della morte dell’inglese la morte di Neil Heywood) riecheggia ancora tra i corridoi del potere e anche il nuovo leader di Chongqing, Zhang Dejiang, non ha esitato a dire che lo scandalo Bo Xilai “ha gravemente danneggiato l’immagine sia del paese che del partito comunista”. Una vicenda che da molti è stata definita come il più grande scossone politico che la Cina abbia subito negli ultimi anni, che ha avuto risvolti difficili, causando anche tensioni e incertezze nell’ambito della leadership di partito. “L’incidente Wang Lijun (il superpoliziotto braccio destro di Bo Xilai rifugiatosi al consolato americano di Chengdu e poi sotto custodia dei servizi di Pechino ai quali ha raccontato tutto di Bo Xilai, ndr), la morte di Neil Heywood e soprattutto la vicenda che ha coinvolto il compagno Bo Xilai – ha detto Zhang Dejiang – hanno avuto anche conseguenze negative sullo sviluppo delle riforme a Chongqing, dove ci sono problemi e deficienze. I funzionari di partito devono rappresentare un esempio nel seguire la legge”. Zhang ha però aggiunto che occorre continuare a lavorare duro e che bisogna tenere a mente i risultati ottenuti negli ultimi anni a prescindere da quanto accaduto con Bo Xilai.

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Archiviato in sol dell'avvenire, Taci, il nemico ci ascolta

Presentato nuovo testo della legge sulla detenzione dei dissidenti

La polizia cinese ha la facoltà di non comunicare ai familiari l’ arresto di un cittadino, se è sospettato di “crimini contro lo Stato, terrorismo o di gravi episodi di corruzione”. In tutti gli altri casi, la detenzione dovrà essere notificata alle famiglie entro 24 ore. Lo afferma il nuovo progetto di legge sulla criminalità che verrà presentato nei prossimi giorni all’ Assemblea Nazionale del Popolo, la versione cinese di un parlamento, che in genere si limita a sancire le decisioni già prese dal governo. La nuova legge, il cui testo è stato diffuso oggi, non consente alla polizia di detenere i sospetti in “residenza sorvegliata”, senza rispettare la regola delle 24 ore, come invece prevedeva una precedente versione del testo. “E’ un piccolo passo in avanti”, ha dichiarato all’ ANSA Nicholas Bequelin, ricercatore basato a Hong Kong di Human Rights Watch (Hrw). I gruppi umanitari temevano che, se non fosse stato cambiato il testo della legge, sarebbero risultate legalizzate le “sparizioni” – le detenzioni per lunghi periodi dei dissidenti in prigioni segrete – usate l’ anno scorso contro critici del governo di Pechino come l’ artista Ai Weiwei.

fonte: ANSA

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Condannato a due anni di rieducazione per voci su Sars

La polizia di Baoding, nel nord della Cinam ha condannato a due anni di “rieducazione attraverso il lavoro” un uomo colpevole di aver diffuso voci infondate su una nuova epidemia di Sars nel Paese. In un comunicato, la polizia afferma di aver agito “nel rispetto della legge”. In Cina, la polizia ha la facoltà di condannare i sospetti alla “rieducazione” per un massimo di due anni senza dover consultare la magistratura. Il condannato – sempre secondo la polizia locale – aveva diffuso su Internet la voce che un caso di Sars era stato confermato da un ospedale di Baoding. Nel 2003, l’epidemia di Sars fu prima negata, poi confermata dalle autorità cinesi. Il virus della malattia si diffuse a Pechino, Hong Kong e Toronto, probabilmente portato da viaggiatori. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ottomila persone si ammalarono di Sars (Severe acute respiratory syndrome) e 775 persero la vita.

fonte: ANSA

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Superpoliziotto indagato da commissione disciplina

Sarebbe stato sottoposto ad una inchiesta da parte della Commissione centrale di disciplina (Ccdi, Central Commission for Discipline Inspection), Wang Lijun, il controverso superpoliziotto cinese in fuga dalla sua citta’ che avrebbe chiesto asilo politico agli Usa nei giorni scorsi. La notizia, apparsa sul settimanale Caixin, e’ stata poi ripresa anche da alcuni media stranieri. Secondo le voci che si rincorrono in rete, il caso di di Wang sarebbe stato affidato al Ccdi, organo che indaga e punisce i casi di corruzione, come mezzo per colpire in realta’ Bo Xilai, segretario del partito di Chongqing e personaggio politico di primo piano nel panorama cinese tanto da essere candidato ad un posto nel comitato centrale del politburo di Pechino. Wang potrebbe cioe’ aver fatto una sorta di accordo con il Ccdi accettando di fornire informazioni segrete su Bo, utili a farlo cadere politicamente, in cambio di un trattamento ”soft” sulla sua posizione. I guai di Wang Lijun sono cominciati lo scorso 2 febbraio quando il governo di Chongqing annuncio’ la destituzione dell’uomo da capo della polizia facendolo diventare vice sindaco con alcune deleghe minori. Trasferito al dipartimento cultura, istruzione e protezione ambientale, dopo qualche giorno Wang si reco’ al consolato americano a Chengdu, dove vi rimase per un giorno intero, per poi andarsene, a quanto dicono anche gli americani ”di sua spontanea volonta”. Tanto e’ pero’ bastato per parlare subito di richiesta di asilo politico. E intanto le speculazioni continuano. Il mistero e’ ancora fitto.

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Sempre più fitto il mistero sul superpoliziotto cinese. Scappato o epurato?

i tinge sempre piu’ di giallo la storia del superpoliziotto cinese in fuga dalla sua citta’ che avrebbe chiesto asilo politico agli Usa e del quale non si sa nulla. Dopo smentite, voci, ‘no comment’ e notizie impazzite sulla rete, le uniche certezze nel caso di Wang Lijun sono davvero poche. La prima e’ che l’uomo il 2 viene dimesso dalla carica di capo della polizia di Chongqing e viene ‘smilitarizzato’, divenendo vice sindaco della citta’ piu’ popolosa di Cina. Quella che puo’ sembrare una promozione in Cina invece ha i contorni dell’epurazione. Il 6, come ha confermato ieri sera tardi l’agenzia Nuova Cina che ha annunciato una indagine governativa, Wang e’ stato tutto il giorno nel consolato americano di Chengdu. Non si sa se sia uscito in serata o la mattina dopo, ma si sa, grazie agli americani, che lo ha fatto ‘di sua spontanea volonta”’, anche se nessuno spiega il perche’ ci sia andato. Il consolato e’ stato circondato da forze di polizia cinesi, presenza non richiesta dal consolato come ha detto il portavoce dell’ambasciata a stelle e strisce a Pechino. Ora Wang sarebbe in ”vacanza forzata” per ritemprarsi e riposarsi per il troppo lavoro. Fin qui i fatti. Le speculazioni che ampliano il mistero sono tante. Piu’ o meno tutte convergono su una questione: la ‘fuga’ di Wang colpisce direttamente il suo mentore, il potente segretario politico di Chongqing Bo Xilai, uno dei politici piu’ in vista del panorama cinese tanto da essere candidato ad un posto nel comitato centrale del politburo di Pechino. Sia che Wang sia scappato per difendersi da una inchiesta per corruzione, sia che l’abbia fatto per altre ragioni, da piu’ parti viene detto che la carriera politica di Bo Xilai, quello delle canzoni rivoluzionarie obbligatorie e del rinverdimento del maoismo, sembra fermarsi. Per aggiungere altra carne a cuocere oggi in rete e’ apparsa una lettera attribuita a Wang che accusa delle peggiori nefandezze Bo, l’uomo che grazie alla campagna moralizzatrice contro le triadi di Wang ha fatto la sua fortuna. Ma sia Bo che Wang devono fare i conti con i loro predecessori. Quello di Wang e’ stato condannato a morte con sentenza eseguita per corruzione. Quello di Bo, attuale capo del partito nel Guangdond, lo avversa politicamente ed e’ un suo concorrente alle prossime nomine di ottobre. Che Bo Xilai sia in queste ore in decadenza lo si nota anche dalla stampa di Chongqing: le sue calligrafie e le le sue foto, presenza quotidiana sulla prima pagina del maggiore quotidiano, oggi lasciano il posto alle foto e notizie del sindaco della citta’. Oggi sui media cinesi era difficile in alcuni momenti trovare notizie su Bo ma non su Wang. Secondo alcuni, parte della polizia mandata al consolato sarebbe stata inviata da Bo, altra sarebbe arrivata da Pechino preoccupata dei segreti che Wang avrebbe rivelato agli americani. Tra i due l’ex poliziotto avrebbe scelto Pechino dove si troverebbe ora. Il consolato americano avrebbe negato l’asilo (la cui richiesta da parte di Wang e’ stata confermata da un avvocato americano vicino al dissidente Ai Weiwei) per non urtare la suscettibilita’ cinese in vista della visita che la settimana prossima portera’ a Washington Xi Jinping, prossimo presidente cinese e segretario generale del partito. Xi deve gia’ difendersi dalle accuse sui diritti civili. Dopo che ieri il vicepresidente americano Joe Biden ha incontrato quattro esperti e sostenitori dei diritti umani e delle riforme in Cina parlando di ‘deterioramento della situazione’, oggi Pechino ha risposto con una nuova forte ondata repressiva. A sette anni, per una poesia che gli e’ valsa l’accusa di sovversione, e’ stato condannato Zhu Yufu. Altri tre sono stati condannati fino a dieci anni per aver criticato l’ex presidente Jiang Zemin. Ge Xun, un cinese emigrato negli Stati Uniti nel 1986, e’ stato picchiato dalla polizia e trattenuto per essere interrogato per 21 ore consecutive per aver deciso di andare a fare visita a una delle cosoddette ”madri di Tiananmen”.

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Condannati a dieci anni per aver criticato Jiang Zemin

Tre uomini sono stati condannati a pene fino a dieci anni di carcere per aver criticato l’ex presidente cinese Jiang Zemin. Jiaping Lu, settantenne, ex soldato e scrittore di storia militare, sua moglie Yu Junyi, 71, e il loro socio, Jin Andi, di 58 anni sono stati ritenuti colpevoli di sovversione di stato per aver scritto degli articoli nei quali criticavano l’ex presidente Jiang Zemin. Le informazioni su quanto accaduto sono state rese note dall’ Information Centre for Human Rights and Democracy, una organizzazione non governativa che ha sede a Hong Kong e che ha diffuso la notizia tramite il South China Morning Post. Anche se i tre sono stati condannati diversi mesi fa, in maggio (Lu a 10 anni di carcere, sua moglie ad otto e il socio a tre anni con pena sospesa), le notizie sono circolate solo ora. Persino i parenti dei tre erano ignari di tutto in quanto di loro si erano perse le tracce sin dal settembre del 2010. Secondo un altro gruppo che opera per la difesa dei diritti umani, il China Human Rights Defenders (Chrd), i tre sono stati condannati a pene severe perché hanno osato mettere in discussione l’operato politico e le decisioni di un ex presidente e di un importante leader politico. Nel luglio dello scorso anno, diverse agenzie di stampa straniere erroneamente riferirono che l’ex leader cinese era morto. L’Agenzia Nuova Cina si affrettò a smentire le voci, e Jiang Zemin a ottobre si presentò alle celebrazioni del novantesimo anniversario del partito Comunista.

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Fermato e picchiato da polizia perchè incontra madre di Tianamen

Picchiato dalla polizia, trattenuto e interrogato per 21 ore consecutive per aver deciso di andare a fare visita a una delle cosiddette ”madri di Tiananmen”. Ge Xun, un cinese emigrato negli Stati Uniti nel 1986, e’ recentemente tornato in Cina per sistemare alcune cose dopo la morte della madre. Dopo aver sbrigato le sue faccende familiari, prima di ripartire per gli Usa, Ge ha deciso di andare a trovare Ding Zilin, una professoressa ormai in pensione il cui figlio fu tra le vittime della strage di piazza Tiananmen nel 1989 e che ora fa parte, insieme ad altre madri come lei, del gruppo delle ”madri di Tiananmen” che ancora lottano contro il governo cinese per avere giustizia, conoscere la verita’ sui fatti di quel giorno e avere adeguati risarcimenti. Ma appena e’ arrivato a casa della donna, Ge e’ stato bloccato dalla polizia e portato in una stazione dove e’ stato percosso e sottoposto a interminabili interrogatori prima di essere rilasciato. Ge Xun e’ anche nel mirino delle forze dell’ordine per aver creato un sito internet su una piattaforma gratuita a favore di una altro dissidente, il cieco Chen Guancheng, da mesi agli arresti domiciliari.

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Tv diede notizia falsa morte di Jiang Zemin, multata

L’autorità per la televisione di Hong Kong ha multato una rete televisiva per aver diffuso la notizia della morte dell’ex presidente cinese Jiang Zemin. Lo scrive l’edizione online del South China Morning Post. Secondo la Broadcasting Authority, la rete televisiva Asia Television avrebbe adottato un “approccio irresponsabile” anche durante l’indagine sui fatti, e la rete è stata ‘inaccurata’ nel riportare la notizie e nella tardiva correzione dell’errore. La decisione della multa di 300.000 dollari di Hong Kong, circa 30.000 euro, è stata presa considerando l’importanza della notizia della morte di Jiang sul pubblico e la mancanza di verifica da parte della rete. Lo scorso 6 luglio si diffuse la notizia della morte di Jiang Zemin, l’85nne presidente della Cina dal 1993 al 2003. L’Atv si buttò sulla cosa e parlando di conferme avute da esponenti del governo dell’ex colonia britannica e mantenne la notizia fino al giorno dopo. Sulla rete televisiva si sono anche addensati i sospetti di avere agito per conto di qualcuno e di avere ad arte diffuso la notizia della morte dell’anziano leader cinese. Quelli dell’Atv erano talmente convinti della morte di Jiang Zemin che cambiarono anche il colore del loro logo da arancio a grigio in segno di rispetto.

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Smentita la morte di Jiang Zemin

L’ex-presidente cinese Jiang Zemin é vivo e le notizie che si sono diffuse ieri sulla sua morte sono “semplici voci”. Lo afferma l’agenzia Nuova Cina citando “fonti autorevoli”. Le voci sulla scomparsa dell’ex-presidente si sono diffuse in seguito alla sua assenza dalle celebrazioni del 90/o anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese, venerdì scorso. Jiang, 85 anni, da alcuni mesi non gode di buona salute. Ieri la censura è intervenuta per bloccare i messaggi che parlavano della probabile morte dell’ex-presidente su Internet. Una rete televisiva di Hong Kong ne aveva addirittura annunciato la notte scorsa la morte, dandola per sicura.

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E’ morto Jiang Zemin? E il governo blocca le ricerche internet

In cinese, fiume si dice ”jiang”, una parola che e’ anche parte del nome dell’ex presidente Jiang Zemin. Secondo voci incontrollabili ma che da ieri notte circolano insistentemente l’ex presidente sarebbe morto o in fin di vita. Forse e’ per questo che oggi e’ stato impossibile trovare su internet notizie su qualsiasi fiume cinese compreso lo Yangtze, il fiume che taglia in due il Paese da ovest ad est, il cui nome cinese e’ ”Chang Jiang”, cioe’ ”fiume lungo”. Per tutta la giornata, qualsiasi ricerca sul web dedicata ad un fiume non ha dato risultati. Invece, appariva sullo schermo l’orwelliana scritta: ”in osservanza delle rilevanti leggi, regole e politiche, i risultati di questa ricerca non possono essere mostrati”. L’origine delle voci della morte dell’anziano leader – che ha 85 anni – e’ la sua assenza dalle celebrazioni per il 90esimo anniversario della fondazione del Partito Comunista, che si sono tenute venerdi’ primo luglio. In seguito, notizie sulla morte dell’ex presidente sono comparse sulla rete prima sporadicamente poi massicciamente. Troupe delle televisioni straniere sono accorse davanti all’ospedale militare numero 301 di Pechino, quello nel quale vengono abitualmente ricoverati gli alti dirigenti del Partito. A conferma dei sospetti sull’intervento dei zelanti censori addetti al controllo di Internet – che in Cina ha oltre 450 milioni di utenti – anche le ricerche che comprendevano il numero ”301” sono state impossibili per tutta la giornata. Per aggirare la censura gli internauti cinesi hanno usato, come sono abituati a fare, delle metafore. In questo caso e’ circolata su Weibo – il sostituto cinese di Twitter che, come gli altri siti di comunicazione sociale, in Cina e’ inaccessibile – l’immagine di una sedia con dei pantaloni rimboccati fino al polpaccio. Quella di rimboccarsi i pantaloni e’ un’abitudine diffusa in Cina che lo stesso Jiang Zemin non disdegnava, e ”hung”, che in inglese significa ”appeso”, in cinese e’ una delle parole che indicano la morte. Non e’ la prima volta che si diffondono voci sulla morte di Jiang Zemin ed e’ opinione diffusa che negli ultimi mesi l’ex presidente non abbia goduto di buona salute. Come tutto cio’ che riguarda i ”leader” le condizioni di Jiang sono circondante da una segretezza ossessiva. Rimane il fatto che venerdi’ scorso e’ stata la prima volta che Jiang Zemin non ha partecipato ad una scadenza di rilievo. In tutte le altre occasioni e’ stato vistosamente presente, quasi a sottolineare che, pur avendo rinunciato a tutte le cariche, la sua influenza sul Partito e sul governo e’ rimasta forte.

fonte: ANSA

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