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Cina installa missili su isole contese

La Cina ha installato un potente sistema di missili terra-aria su una delle isole al centro delle dispute territoriali nel mar Cinese meridionale: lo ha reso noto Fox News, in base all’esame delle foto satellitari. La vicenda, che è un ulteriore passo del rafforzamento militare nell’area, è stata anche confermata dalle autorità di Taiwan. L’isola, su cui è stato installato anche un sistema radar, è quella di Yongxing, nelle Paracel, rivendicata (e nota pure come Woody Island) da Vietnam e Taiwan. La notizia è emersa durante il summit tra Usa e Paesi dell’Asean di Sunnylands, in California, il cui articolato documento finale, pur precisando la libertà di navigazione e la soluzione pacifica delle controversie, non ha fatto menzione esplicita di Cina o Mar Cinese meridionale a causa delle diverse valutazioni in capo ai leader partecipanti. Secondo Fox News, l’episodio è “un’altra evidenza del fatto che la Cina sta rafforzando la militarizzazione delle isole nel mar Cinese meridionale facendo salire le tensioni nella zona”. I funzionari Usa, ha aggiunto l’emittente Usa, hanno confermato l’accuratezza delle immagini e identificato i missili terra-aria nei sistemi HQ-9, forti di una gittata di circa 200 chilometri e quindi potenziale minaccia per qualsiasi aereo civile o militare in volo nelle vicinanze. A Taiwan, il ministero della Difesa ha confermato la mossa dei militari di Pechino precisando, in una nota, che Tapei “guarda da vicino gli sviluppi” mettendo in guardia le parti coinvolte, senza mai nominare la Cina, dal prendere “qualsiasi azione unilaterale” che possa far salire le tensioni a danno della pace e della stabilità della regione.

 

fonte: ANSA

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Isole Spratly: sabbia, scogli e Super-Potenze. Venti di guerra fredda tra Cina e Usa

Un mio articolo pubblicato da AffariInternazionali
Un po’ di sabbia e scogli, quattro chilometri quadrati di terra suddivisi in oltre 750 atolli in un’area di 425 kmq nel mar Cinese Meridionale, stanno facendo tornare climi da guerra fredda tra gli Stati Uniti da una parte e la Cina dall’altra.

Oggetto delle dichiarazioni di fuoco sull’asse Washington-Pechino, è l’incessante opera dei cinesi che continuano a costruire basi, piste e infrastrutture sulle isole Spratly, scogli tra il Vietnam, il Brunei, le Filippine e la Malaysia, che la Cina considera sue, come le altre isole dell’area, Paracelse e Scarborough.

Cantieri aperti sulle isole Spratly
A differenza di queste ultime, le Spratly sono però ben lontane dal territorio cinese e sono già in parte occupate dagli altri Paesi limitrofi sia militarmente che civilmente.

Ma Pechino non vuole sapere ragioni: come mostrano immagini satellitari diffuse dalla stampa americana, l’Esercito del Popolo ha compiuto ulteriori progressi nella costruzione di una pista di atterraggio sulle Spratly. Le immagini mostrano lavori di costruzione su una porzione di terra emersa sul Fiery Cross Reef, in grado di ospitare una pista per velivoli lunga oltre 3mila metri. Non si esclude che essa possa avere finalità militari.

Una prospettiva che preoccupa i governi dell’Asia-Pacifico e, in particolare, Filippine e Vietnam. Ma i lavori di Pechino interessano non solo il Fiery Cross Reef: altre opere sono in fase di progettazione e altri cantieri sono già avviati.

Sono in corso anche opere di dragaggio a sud della barriera corallina, per potenziare le strutture portuali già esistenti. Secondo altre informazioni di intelligence americana, la Cina potrebbe costruire una seconda striscia di terra sulla Subi Reef, anch’essa nelle Spratly, distante soli 25 km da un’isola parte dell’arcipelago filippino e abitata da civili.

I timori di Usa e loro alleati
Quello che inquieta di più i paesi dell’area (e che ha indotto Washington a un’aspra reazione tramite il segretario alla difesa Ash Carter) sono le immagini satellitari che mostrano veicoli militari cinesi con artiglieria dispiegati sulle isole. La preoccupazione ha spinto Carter a chiedere alla Cina di fermare subito la costruzione di basi e di terre, dichiarando Washigton “profondamente turbata dal ritmo dei lavori e dalla bonifica di terre nel Mar Cinese meridionale”, da parte di Pechino.

E ve n’è ben donde: in poco più di un anno, la Cina ha realizzato terre per oltre 8 chilometri quadrati, in tempi tipicamente cinesi. Le preoccupazioni americane non sono altro che il megafono degli amici/alleati dell’area: Vietnam, Filippine, Malaysia, Taiwan e, seppur alla lontana, Giappone.

Pechino ovviamente respinge le accuse e continua nella sua opera, giustificando il tutto con la protezione dei propri confini e dei propri interessi interni civili e militari e richiamando la propria sovranità nell’area come fatto storico.

In zona, negli ultimi tempi, c’è stato un assembramento di navi militari piccole e grandi, di aerei militari, droni e sommergibili. Ma la guerra non è presa in considerazione: è solo una dimostrazione di forza, ognuno vuole mostrare i muscoli all’altro.

Guerra esclusa, ma prove di forza
La Cina da sola e, contro, tutti gli altri. Washington non ha propri interessi manifesti nell’area, ma intende appoggiare gli altri paesi per conservare il suo ruolo di pivot, di gestore dell’area ricavato dalla seconda guerra mondiale e, soprattutto, limitare l’ascesa di Pechino.

Che nell’ultimo anno ha assestato non pochi colpi al potere americano nell’area, soprattutto in termini economici, con la creazione della propria banca di investimenti e il lancio del progetto della Ftaap (Free trade area of the Asia-Pacific), l’accordo di libero scambio per integrare le 21 economie dell’Asia-Pacific EconomicCooperation (Apec), ufficialmente (ma solo tale) non in contrasto con il simile progetto americano del Partenariato trans-pacifico (Trans-Pacific Partnership, Tpp).

Ma in campo c’è altro. Non solo il controllo militare di un’area strategica, che permetterebbe a Pechino di avere avamposti lì dove gli Usa hanno sempre scorrazzato senza problemi, ma anche risorse economiche e controlli commerciali non indifferenti. La zona, infatti, è un ottimo bacino ancora non del tutto esplorato di risorse naturali, in particolare gas e petrolio.

Non solo prestigio, anche risorse
La crescente richiesta energetica cinese spinge ovviamente Pechino a mettere una bandierina su qualsiasi possibile giacimento per raggiungere un’indipendenza energetica necessaria ma lontana.

La zona è anche un trafficatissimo canale commerciale non solo attraverso i paesi dell’area, ma soprattutto verso la Cina, con un traffico merci di gran lunga superiore a quello di Suez e Panama. Pechino non vuole perdere l’occasione di allargare il suo controllo in Asia, soprattutto rosicchiando terreno agli Usa.

A Washington infuria la battaglia politica, perché l’atteggiamento del presidente Obama viene giudicato dai falchi troppo accondiscendente nei confronti di Pechino. Ecco perché l’uscita di Carter è stata salutata positivamente.

Ma a Pechino si fanno orecchie da mercante. Neanche le minacce degli altri Paesi, le basi militari di questi già presenti e i ricorsi presentati all’Onu riescono a fermare Pechino dai suoi intenti espansionistici. Se non è guerra fredda con Washington, ci siamo molto vicini. – See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3090#sthash.Q8C0FS1p.dpuf

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La Cina costruisce scuola su isola contesa

La Cina ha iniziato la costruzione di una scuola su una piccola isola nel mare cinese meridionale, Sansha, che ha una popolazione di 1.443 persone, appartenente al gruppo delle isole Paracelso, contese dalla Cina, dal Vietnam, dalle Filippine e da altri paesi. Lo riferisce il South China Morning Post. Il governo dell’isola in un comunicato ha fatto sapere che la costruzione dell’edificio scolastico è iniziata sabato scorso e dovrebbe essere ultimata entro 18 mesi. La nuova scuola dovrebbe essere destinata ai circa 40 bambini in età scolare che vivono a Sansha. Sull’isola dal 2012 sorgono abitazioni, un ufficio postale, negozi e un ospedale tutto costruito dai cinesi per ribadire il proprio controllo sull’isola. Il Vietnam e le Filippine, ma anche gli Stati Uniti hanno duramente criticato Pechino per la sua decisione di stabilire un nucleo fisso di abitanti e residenti su quest’isola remota, evidenziando come si sia trattato solo di una mossa, da parte della Cina, per ribadire il suo predominio sulle Paracelso. Le relazioni sino-vietnamite sono peggiorate il mese scorso dopo che la Cina ha installato una piattaforma petrolifera nelle acque contese. E sempre il mese scorso alcuni cinesi sono stati uccisi in Vietnam a seguito di tumulti anti-cinesi.

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Il presidente cinese chiede che la portaerei sia pronta a combattere

Il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto al capitano dell’unica portaerei della Repubblica Popolare Cinese di “prepararsi rapidamente ad essere in grado di combattere e di avere il necessario sostegno logistico”. Lo scrive il mensile ‘Dangjian’ (Costruiamo il Partito), un giornale del Partito Comunista Cinese, riportando le affermazioni fatte dal presidente e segretario generale del Partito nel corso di una sua recente visita alla portaerei, la Liaoning. La portaerei è al centro dell’attenzione a causa delle crescenti tensioni nel Pacifico, dove la Cina ha dispute territoriali con numerosi paesi vicini tra cui Giappone, Vietnam e Filippine. La Cina ha comprato la nave, di un modello sovietico chiamato Ammiraglio Kuznetsov, dall’Ucraina nel 1998. Dopo essere stata ristrutturata, è attiva dal settembre 2012. La Liaoning è stata al centro di un episodio di tensione con l’americana USS Cowpens l’anno scorso, quando due delle imbarcazioni che la scortano si sono pericolosamente avvicinate alla nave da guerra statunitense sfiorando – secondo gli Usa – la collisione.

fonte: ANSA

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Usa a Pechino: telefono rosso con Giappone e Sud Corea

Gli Stati Uniti invitano la Cina a istituire un ‘telefono rosso’ con i i Paesi vicini – Corea del Sud e Giappone – nel tentativo di allentare la tensione dovuta alla ‘zona di difesa aerea’ voluta da Pechino sull’area delle isole contese delle Senkaku, nel mar della Cina orientale. Una decisione unilaterale quella delle autorita’ cinesi duramente criticata dagli Usa, come ha ribadito il vicepresidente americano Joe Biden da Seul, ultima tappa del suo viaggio in Asia: ”Gli Stati Uniti non riconoscono la zona area di difesa e identificazione che non avra’ alcun effetto sulle operazioni americane”, ha sottolineato con forza il numero due dell’amministrazione Obama, che nei giorni scorsi ha anche incontrato le autorita’ cinesi. Da Washington Marie Harf, portavoce del Dipartimento di Stato, ha quindi sottolineato come ”la Cina dovrebbe lavorare con Giappone e Corea del Sud per mettere in campo delle misure tese a ristabilire un clima di fiducia tra i Paesi dell’area”. Tra queste misure, anche ”un canale di comunicazione di urgenza per affrontare i rischi legati al recente annuncio di Pechino”. Un ‘telefono rosso’, appunto, che contribuisca a risolvere una situazione ”destabilizzante” che potrebbe portare gli Stati della regione a reagire in maniera pericolosa. La Casa Bianca nei giorni scorsi aveva bollato la decisione di Pechino della ‘zona aerea difensiva’ sulle Senkaku come ”una provocazione”.

fonte: ANSA

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Usa a compagnie aeree, rispettate zona identificazione

L’amministrazione Obama chiede alle compagnie aeree americane di rispettare la ‘zona aerea di difesa e identificazione’ imposta dalla Cina e di notificare in anticipo il sorvolo. E Delta e American Airlines sono le prime due a farlo. La richiesta punta a evitare un eventuale scontro involontario mentre la tensione nell’area continua a salire. Gli Stati Uniti infatti continuano a sfidare Pechino inviando aerei militare nella zona e ribadiscono di respingere la dichiarazione unilaterale di controllo della zona aerea da parte della Cina. Ma la richiesta avanzata alle compagnie statunitensi potrebbe essere vista da Pechino come una concessione, che si oppone al rifiuto delle compagnie giapponesi e sud coreane di presentare i propri piani di volo a meno che la destinazione finale non sia la Cina. Proprio il Giappone, a caccia di un maggiore sostegno internazionale contro la posizione di Pechino, ha chiesto all’agenzia dell’Onu che supervisiona l’aviazione civile di valutare se la nuova zona di difesa aerea cinese possa mettere in pericolo le compagnie aeree civili. Con la richiesta di un esame all’International Civil Aviation Organization, il Giappone si augura che aumentando l’attenzione internazionale la Cina sia costretta a tornare sui propri passi. ”Il governo americano si attende che le compagnie americane che operano a livello internazionale rispettino” i requisiti richiesti da paesi stranieri, ma questo non indica che gli Stati Uniti accettano i requisiti imposti dalla Cina, precisa il Dipartimento di Stato spiegando la richiesta avanzata alle compagnie aeree americane. La decisione dell’amministrazione mette in evidenza la delicata posizione del presidente Barack Obama, alle prese con una disputa geopolitica che metterà alla prova la sua volontà di contenere le ambizioni cinesi in Asia. Una delle maggiori sfide di Obama – e del vice presidente Joe Biden che la settimana prossima sarà in visita proprio in Giappone, Cina e Corea del Sud – sarà quella di navigare fra le complicate personalità dei leader di Tokyo e Pechino, con il premier giapponese Shinzo Abe che ha promesso la mano ferma contro ogni violazione cinese, mentre il presidente Xi Pinping si e’ impegnato a portare avanti una politica estera che faccia conquistare alla Cina un maggior riconoscimento come potenza internazionale.

fonte: ANSA

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Alta tensione nel Pacifico, caccia cinesi contro jet Usa

Prova di forza nei cieli delle isole Senkaku. Dopo aver annunciato lo stato di massima allerta dell’aviazione militare cinese nel Mar della Cina orientale, Pechino ha fatto alzare in volo d’urgenza i propri jet per seguire e controllare aerei americani e giapponesi penetrati oggi nella “zona aerea di difesa e identificazione”, dichiarata unilateralmente sabato scorso. Il Pentagono non si è fatto intimidire e ha replicato: “Continueremo ad operare normalmente”. “Diversi aerei da combattimento sono stati inviati d’urgenza per verificare l’identità” degli aerei entrati nella zona, ha annunciato l’agenzia Nuova Cina citando il portavoce dell’aviazione Shen Jinke. La pattuglia cinese, che comprendeva almeno due caccia, ha identificato due aerei da ricognizione americani e dieci velivoli giapponesi, tra cui un F-15, ha precisato Shen, dopo che martedì scorso altri aerei – compresi due bombardieri Usa B52 – erano entrati nello spazio aereo. Stamattina il portavoce del ministero della Difesa di Pechino, Yang Yujun, aveva messo in guardia Washington e Tokyo: “L’aviazione militare cinese è in stato di allerta e prenderà misure per fronteggiare le varie minacce aeree e difendere con fermezza la sicurezza dello spazio aereo nazionale”. Il portavoce aveva però aggiunto che è “sbagliato” pensare che Pechino abbatterà gli aerei che non rispettano le regole che ha stabilito unilateralmente con la creazione della zona. E cioè: tutti gli aerei che vi si avventurano nella zona devono comunicare il loro piano di volo e la loro nazionalità, e restare in contatto radio con le autorità cinesi. La “zona di identificazione” comprende una vasta area del Mar della Cina orientale, sovrapponendosi a quelle del Giappone e della Corea del Sud, estendendosi fino a sfiorarne le coste. Nella ‘zona’ sono comprese le isole Senkaku (Diaoyu, per i cinesi) che sono controllate da Tokyo ma rivendicate da Pechino. La tensione con Usa e Giappone continua dunque a montare pericolosamente. Il quotidiano Global Times, controllato come tutti gli organi di stampa dal governo, ha evocato oggi apertamente la possibilità di un limitato scontro militare con Tokyo. Pur lodando la “calma” dimostrata dal governo di fronte alle “provocazioni”, il giornale avverte il Giappone che, se i suoi aerei continueranno a sorvolare la zona, “ci saranno probabilmente frizioni e confronti ed (è possibile) anche una collisione aerea”. Sarebbe il ‘casus belli’ che tutti temono e che avrebbe conseguenze devastanti. La Cina, aggiunge infatti il giornale, deve prepararsi per “un potenziale conflitto”. Il portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang, ha poi accusato la responsabile della politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, di non aver valutato la situazione “obiettivamente e razionalmente”. Ieri, Ashton aveva affermato che la creazione della zona “aumenta i rischi di escalation nella regione”, invitando “tutte le parti in causa di esercitare prudenza e moderazione”. Le speranze di un raffreddamento della situazione sono affidate alla missione del vicepresidente americano Joe Biden, che la prossima settimana visiterà Giappone, Cina e Corea del Sud. Secondo fonti americane a Pechino, Biden incontrerà tra gli altri il presidente Xi Jinping, col quale esaminerà la possibilità di ridurre la tensione e riaprire spazi alla diplomazia.

fonte: Beniamino Natale per ANSA

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