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Un terzo dei rifiuti di plastica che inquinano gli oceani arrivano dalla Cina

Ogni anno finiscono negli oceani fra cinque e 13 milioni di tonnellate di plastica: una quantità che potrebbe coprire un’area compresa tra 21 e 64 volte gli 87,5 chilometri quadrati di Manhattan, e che potrebbe aumentare di dieci volte entro il 2025. Un terzo di tutti questi rifiuti di plastica che inquinano i mari, vengon dalla Cina: 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno, poco meno del 30% della quantità di tutto il mondo. È la stima che emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Science dal gruppo dell’università americana della Georgia coordinato da Jenna Jambeck. I ricercatori hanno calcolato la quantità di rifiuti solidi prodotta in 192 Paesi costieri di tutto il mondo, compresa l’Italia, e con un modello matematico hanno calcolato che la quantità di plastica arrivata in mare nel 2010 è stata di circa 275 milioni di tonnellate. Fra i 20 maggiori produttori di rifiuti (dei quali non fa parte l’Italia) la Cina che è al primo posto, è seguita da Indonesia e Filippine, al ventesimo posto ci sono gli Stati Uniti.

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Inquinato il 16,1% del suolo della Cina

Circa il 16,1% del suolo cinese è inquinato. Lo rivela uno studio congiunto del Ministero della protezione dell’ambiente e quello della terra e delle risorse, diffuso dall’agenzia Nuova Cina. Secondo lo studio inoltre, il 19,4% della terra agricola è inquinata, e la situazione totale è “non ottimistica”, in quanto la qualità della terra agricola sta preoccupando sempre più. Per lo studio, l’82,8% della terra inquinata è contaminata da materiali inorganici e i tre maggiori inquinanti sono cadmio, nichel e arsenico. Lo studio è stato eseguito dall’aprile del 2005 al dicembre dell’anno scorso su 630 chilometri quadrati di terra in tutto il paese, eccetto Hong Kong, Macao e Taiwan.

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Per amiraglio cinese, smog miglior difesa contro laser Usa

“Lo smog della Cina è la miglior difesa contro le armi laser americane”. Lo ha detto, in una intervista televisiva, Zhang Zhaozhong, ammiraglio della marina cinese ed esperto di questioni militari presso l’Università nazionale della difesa. Zhang, parlando durante la trasmissione, ha detto che “le armi al laser hanno paura dello smog”. “Quando non c’è smog – ha spiegato l’esperto – un’arma al laser può colpire a una distanza di 10 chilometri. Se invece c’è smog, la distanza si riduce a un chilometro”. Ciò accade, ha aggiunto Zhang, perché lo smog è fatto di particelle sottilissime che per il laser è difficilissimo penetrare. Le dichiarazioni dell’ammiraglio arrivano solo dopo pochi giorni dalla notizia che gli Stati Uniti avrebbero intenzione di schierare la prima arma laser a bordo di una nave di quasi 17.000 tonnellate che verrà posizionata in medio oriente. Le parole di Zhang hanno subito suscitato molte polemiche in rete in quanto le sue osservazioni sono state considerate come una difesa dell’inquinamento, considerato quasi un fatto positivo. Su Sina Weibo, il twitter cinese, la notizia è stata ritwettata e commentata oltre 10.000 volte. L’ammiraglio si è difeso dicendo che le sue frasi sono state estrapolate dal contesto e che la sua intenzione non era quella di parlare in senso positivo dell’inquinamento. Pechino e gran parte della Cina del nord, intanto, continuano a patire gli effetti di un inquinamento sempre più intenso con livelli di Pm 2,5 (le particelle di diametro inferiore a 2,5 micron) elevatissimi. Nella capitale sia ieri che oggi il livello ha superato i 400.

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Troppo smog a Pechino, ambasciatore Usa torna a casa

Troppo smog a Pechino e l’ambasciatore americano getta la spugna. Gary Locke, l’inviato di Barack Obama in Cina, ha annunciato le dimissioni: lascerà il posto all’inizio del 2014, dopo appena due anni e mezzo di servizio, per far ritorno nella sua Seattle. Locke, il primo sino-americano a rappresentare gli Stati Uniti nel Paese dei suoi antenati, era arrivato in Cina nel 2011 ma sua moglie e i tre figli sono tornati quest’anno in America. Secondo il Financial Times, che cita fonti vicine alla famiglia, tra le ragioni della partenza anticipata ci sarebbe la preoccupazione per gli straordinari livelli di inquinamento nella capitale cinese: un’inquietudine analoga a quella che ha già indotto molti executive stranieri e diplomatici, specie se con famiglie e figli piccoli, ad andarsene da un Paese dove all’inizio di novembre una bimba di otto anni è morta di cancro ai polmoni. Le dimissioni di Locke sono arrivate mentre a Varsavia gli esperti Onu sono di nuovo al capezzale del pianeta minacciato dai gas serra. Nell’annunciarle, l’ambasciatore ha addotto “motivi personali” e un portavoce della missione americana a Pechino si è limitato a dire che “la signora Locke e i suoi figli sono tornati a Seattle per finire il liceo nelle scuole di lì”. Una tesi ribadita dalla stessa “ambasciatrice”, che nei giorni scorsi aveva smentito il “chiacchiericcio” su Weibo, il Twitter cinese, a proposito di una fuga a causa dello smog: “L’aria della Cina ha sconfitto l’ambasciatore. Per sopravvivere se ne è dovuto andare a vivere nella sua bellissima Seattle”, aveva scritto un commentatore sul sito di microblogging. L’inquinamento a Pechino era stata una causa celebre di Locke e della sua ambasciata, che da anni pubblica aggiornamenti orari sulla qualità dell’aria nel Paese: un’iniziativa che di recente, anche grazie al pressing dell’opinione pubblica, ha costretto il governo cinese ad ammettere la gravità del problema nella Cina del Nord e a pubblicare le sue valutazioni. Secondo il Financial Times, il caso Locke non è per niente unico. Molte aziende e Paesi trovano difficoltà a reclutare personale qualificato pronto a trasferirsi in Cina proprio a causa dei timori per la salute: in particolare nel caso di famiglie con figli piccoli. A Pechino, le morti per cancro ai polmoni sono aumentate del 56 per cento dal 2001 al 2010. Un quinto di tutti i malati di cancro soffre di questo tipo di cancro, che nel 2010 è stato la principale causa di decesso tra gli uomini e la seconda tra le donne, dopo il cancro al seno.

fonte: ANSA

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