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Limitato a Shanghai il numero di turisti ai giardini del mandarino Yu, si teme la ressa

Dopo l’incidente che a capodanno ha causato 36 vittime per la folla, la municipalità di Shanghai ha deciso di limitare il numero di persone che potranno accedere al giardino del mandarino Yu, il più famoso luogo turistico della città, unica memoria della Shanghai antica. Qui, tradizionalmente, i turisti stranieri e cinesi sono migliaia ma aumentano soprattutto durante i festeggiamenti del capodanno cinese che cade oggi, dove si uniscono a moltissimi locali. Le autorità, temendo la folla, hanno già cancellato il tradizionale Festival delle Lanterne e hanno deciso di limitare a 40.000 persone l’ingresso al complesso che contiene, oltre al palazzo storico del mandarino, anche centinaia di negozi di souvenir, te e pietre preziose. Oltre alla limitazione numerica, le autorità hanno deciso di limitare l’accesso e di rendere a senso unico, il ponte a zig zag sul laghetto nel complesso, dinanzi alla casa da te. La notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio scorsi oltre 300 mila persone erano sul Bund, il lungofiume di Shanghai, per assistere ai fuochi d’artificio che salutavano il nuovo anno, quando da un ristorante furono gettati dei soldi poi scoperti essere falsi. La calca creatasi per cercare di prendere i soldi, provocò la morte di 36 persone.

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Auto sfonda portone d’ingresso del consolato Usa a Shanghai

Momenti di terrore ieri sera a Shanghai quando un’auto ha sfondato la protezione del consolato americano nella capitale economica cinese. Poco prima delle 22 un’auto nera è sbandata ed ha sfondato il portone di ingresso della struttura consolare in Wulumuqi Lu, ferendo un agente cinese di guardia. Il consolato americano di Shanghai è una palazzina bassa circondata da un muro di cinta all’esterno del quale ci sono anche dei jersey e altre barriere. All’interno dell’auto, un uomo in evidente stato confusionale. Arrestato, l’uomo ha detto di non sapere perchè si trovava li. Originario di Sanming nella provincia del Fujian, l’uomo ha detto di aver guidato tutto il giorno da Hangzhou a Shanghai e di essere in pericolo perchè qualcuno voleva ucciderlo. Le analisi fatte eseguire dalla polizia hanno escluso che l’uomo fosse sotto effetto di droga o alcol.

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Aumenta a 52 il bilancio delle vittime dell’incidente in raffineria

E’ salito a 52 il bilancio delle vittime dell’incidente avvenuto venerdì scorso nella provincia orientale cinese dello Shandong, con esplosioni seguite ad una perdita in un oleodotto. Lo scrive l’agenzia Nuova Cina. Quattro delle vittime non sono state identificate, sei sono invece i vigili del fuoco periti nell’incidente, mentre 11 persone risultano ancora disperse. Dieci dei 136 feriti che si trovano ancora in ospedale, sono in condizioni definite critiche dai sanitari, per cui si teme che il bilancio delle vittime possa aumentare. Si vanno delineando anche i contorni dell’incidente. Venerdì scorso, intorno alle 3 del mattino, del petrolio è fuoriuscito da un oleodotto della Sinopec a Qingdao. I tecnici hanno chiuso 15 minuti dopo le valvole. Il combustibile si è propagato nelle condotte che raccolgono l’acqua piovana della città e sette ore dopo ci sono state due esplosioni sul posto dove degli operai stavano riparando queste condutture. Circa 18.000 residenti nell’area sono stati fatti evacuare dopo le esplosioni che hanno fatto saltare pezzi di strade, auto e rotto vetri dei palazzi limitrofi.

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Sepolti 83 minatori da una gigantesca frana in Tibet

Una gigantesca colata di fango con un fronte di tre chilometri ed un volume di due milioni di metri cubi è scivolata dal pendio di una montagna ed ha travolto e sepolto almeno 83 minatori a 4.600 metri sulle montagne del Tibet. La tv di stato Cctv, sul posto, a un centinaio di chilometri a est del capoluogo tibetano Lhasa, afferma che “la situazione é gravissima” e che l’area sepolta dal fango “é di almeno tre o quattro chilometri quadrati”. Il disastro è avvenuto alle 6 di questa mattina (quando in Italia erano le 23 di ieri), ma i media ufficiali cinesi, Nuova Cina compresa, hanno dato la notizia solo 15 ore più tardi. Sul posto, alla ricerca di eventuali sopravissuti, è al lavoro un piccolo esercito di un migliaio di poliziotti, pompieri e personale medico con 200 veicoli e una quindicina di cani da soccorso e 15 dispositivi per la localizzazione di superstiti. Il nuovo presidente cinese, Xi Jinping, in visita in Congo, e il primo ministro, Li Keqiang, hanno ordinato che “si faccia tutto il possibile per salvare vite umane”. Ma il fango, mischiato a terra e massi, difficilmente lascia scampo a chi vi rimane sepolto. E le squadre di soccorso dichiarano finora di non aver rilevato segnali da superstiti. Una fonte ospedaliera della zona dichiara che finora nessun ferito è stato trasportato nei suoi reparti, che comunque sono attrezzati per l’emergenza. Gli 83 minatori sepolti, impiegati dalla compagnia China National Gold Group, tranne due di etnia tibetana, sono tutti di etnia Han, predominante in quasi tutta la Cina, per lo più immigrati delle vicine province di Yunnan, Guizhou e Sichuan, che hanno beneficiato della politica di incentivazione alla migrazione voluta da Pechino, che tende a distribuire i Han in tutto il Paese. Una politica duramente osteggiata dai tibetani, che vedono nella diluizione della loro etnia sul proprio territorio, nello sviluppo economico e sociale forzato e nel degrado del loro ambiente – il Tibet è punteggiato di miniere e cave, che contribuiscono all’erosione del terreno, producendo disastri come quello di oggi – una lenta distruzione della loro cultura tradizionale.

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