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Chen Guangcheng denuncia vessazioni contro fratello

Il dissidente cinese non vedente, Chen Guangcheng, che l’anno scorso riuscì a fuggire dagli arresti domiciliari, a rifugiarsi nell’ambasciata americana e poi a partire per gli Stati Uniti dopo un braccio di ferro fra Washington e Pechino, ha denunciato oggi alla stampa che il fratello – che vive nella Repubblica popolare – da una decina di giorni è oggetto di angherie e vessazioni da parte delle forze di sicurezza. Gli attacchi a Chen Guangfu, 56 anni, che abita nel villaggio di Dongshigu, sono iniziati il 18 aprile scorso, con lanci di pietre, bottiglie, carcasse di pollame contro la sua casa, e sono proseguiti fino a oggi ha proseguito il dissidente, parlando da New York, dove studia Legge. “Questo è un Paese di banditi, non è un Paese dove vige la legge”, ha detto. “Se hai dei principi, e fai quello che è giusto, perché devi avere paura della gente? – ha aggiunto -. E poi cosa significano questo genere di attacchi notturni?”, ha continuato a chiedersi il dissidente, definendo gli autori di questi episodi come dei “ladri” o della “gente che ha una visione del mondo ristretta”. E questo, aggiunge, è quello che è diventato il Partito Comunista cinese”.

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Liu Xia esce dopo oltre due anni, “dite a tutti che non sono libera”

“Dite a tutti che non sono libera. Nessuno di noi è libero”. E’ il grido di Liu Xia, la moglie del premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, che per la prima volta dopo due anni è riuscita a rompere il silenzio forzato al quale é stata costretta da arresti domiciliari blindatissimi. L’occasione è stata un’udienza in tribunale, che le ha permesso di uscire dalla sua ‘prigione’. E lei non se l’é lasciata sfuggire. Il resto lo ha fatto una foto e, soprattutto, twitter. Così le parole della poetessa, rea solo di sostenere e appoggiare le battaglie del marito (di fatto non è accusata di alcun reato) hanno fatto il giro del web. E del mondo. Liu Xia non può lasciare la sua casa di Pechino da quando suo marito, che ha partecipato ai moti di Tiananmen ed è promotore del documento ‘Charta08’ sulla necessità di instaurare in Cina un sistema politico democratico, è stato insignito del Nobel per la Pace nel 2010. Tanto che né lui, agli arresti dal 2009, né lei, sono riusciti a ritirare il prestigioso riconoscimento. Ma contro Liu Xia non esiste alcuna condanna: non è accusata di alcun reato, non è mai stata processata e la sua detenzione è illegale. Oggi il permesso di uscire per partecipare ad un’udienza del processo in corso nei confronti del fratello, finito nelle maglie delle autorità cinesi e arrestato il 31 gennaio scorso per una disputa immobiliare, risolta in realtà da tempo. Un breve istante di libertà che Liu ha deciso di sfruttare fino in fondo. E così quando l’auto sulla quale viaggiava è passata davanti a un gruppetto di giornalisti ha immediatamente abbassato il finestrino e lanciato il suo grido di dolore: “Dite a tutti che non sono libera. Mi mancate tutti tanto. Grazie per il vostro sostegno”. Lo scorso 28 dicembre, quattro attivisti, sfruttando il cambio delle guardie che stazionano dinanzi alla sua casa, sono riusciti ad avvicinarsi alla porta e a parlarle, filmandola. All’inizio di dicembre, due giornaliste sono riuscite a sfruttare un calo nei controlli degli agenti e si sono avvicinate alla porta della donna, riuscendo a scambiare con lei qualche parola, mentre mesi prima altri l’avevano filmata dalla strada. Ma mai il suo messaggio era giunto così forte e chiaro.

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Chen Guangcheng denuncia: “Pechino perseguita la mia famiglia”

Il dissidente cieco cinese Chen Guangcheng, che riuscì a riparare negli Stati Uniti lo scorso anno dopo essersi rifugiato nell’ambasciata Usa a Pechino, ha accusato le autorità cinesi di non rispettare i patti e di perseguitare i suoi familiari rimasti in Cina. In dichiarazioni rilasciate a Washington, Chen ha detto: “Non solo il governo non rispetta le promesse che aveva fatto un anno fa, ma la situazione è ulteriormente peggiorata perché non hanno smesso di perseguitare i miei familiari”. Chen, che era stato condannato a quattro anni per aver pubblicamente criticato gli eccessi della politica del figlio unico e posto agli arresti domiciliari, si conquistò in novembre i riflettori internazionali per essere riuscito a fuggire dal suo villaggio e a rifugiarsi nell’ambasciata Usa, scatenando una crisi diplomatica fra Pechino e Washington. Alla fine la Cina gli concesse di espatriare negli Stati uniti per studiare diritto a New York, dove vive con la famiglia. Fra le altre cose, un nipote di Chen è stato condannato a tre anni di carcere lo scorso novembre. “Questo basta a dimostrare che il regime comunista cinese non ha intenzione di cambiare”, ha detto Chen, che ha chiesto a Washington di pubblicare i verbali delle trattative segrete fra Usa e Cina quando lui era ospite dell’ambasciata.

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Arrestato cognato del premio Nobel Liu Xiaobo

La polizia di Pechino ha arrestato il cognato del premio Nobel per la pace Liu Xiaobo, che sta scontando una condanna a 11 anni di prigione per aver promosso il documento Charta08, che chiede l’ instaurazione in Cina di un sistema politico democratico. Secondo il suo avvocato Mo Shaoping, l’ uomo, Liu Hui, è stato arrestato il 31 gennaio. L’ avvocato sottolinea che l’ arresto è irregolare, perché legato ad una disputa tra società immobiliari risolta alcuni mesi fa. Liu Xiaobo, un professore universitario che dal 1989 si batte per la democrazia, ha ricevuto il Nobel nel 2010, due anni dopo essere stato arrestato. Da allora anche sua moglie Liu Xia, sorella di Liu Hui, è stata tenuta illegalmente agli arresti domiciliari, senza essere stata accusata di alcun reato. Secondo Mo Shaoping, l’ arresto é “un duro colpo alla famiglia” del premio Nobel, ed i particolare a Liu Xia, che è psicologicamente provata dalla detenzione del marito e dalla sua. L’ avvocato ha aggiunto che Liu Hui potrebbe essere processato quest’estate.

fonte: ANSA

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Giornalisti aggrediti dinanzi alla casa del premio Nobel Liu Xiaobo

Due giornalisti e un attivista di Hong Kong sono stati picchiati ieri davanti all’abitazione di Liu Xia, la moglie del premio Nobel detenuto Liu Xiabo, detenuta illegalmente da due anni agli arresti domiciliari. Lo stesso attivista, Yang Kuang, ha raccontato di essere stato aggredito, insieme a due cameraman della tv del territorio, da “una dozzina di uomini in borghese”. In seguito, Yang è stato bloccato da altre persone, sempre in borghese, e da allora non se ne hanno notizie. Si ritiene che gli aggressori fossero dei poliziotti e che Yang sia attualmente detenuto a Pechino. La situazione di Liu Xia, che pur senza essere stata accusata di alcun reato e senza essere stata processata è detenuta da due anni, è motivo di imbarazzo per la Cina, che in questi giorni è sotto i riflettori della stampa a cause della sessione dell’Assemblea nazionale del popolo, in corso dal 5 marzo. Liu Xiaobo, 58 anni, è un intellettuale impegnato da anni nella difesa dei diritti umani. Nel 2009 è stato condannato a 11 anni di prigione per aver promosso il documento Charta08, che chiede l’instaurazione di un sistema politico democratico nel Paese. Nel 2010 gli è stato assegnato il premio Nobel per la pace.

fonte: ANSA

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Mo Yan, il premio Nobel per la letteratura, ribadisce suo desiderio che Liu Xiaobo possa essere libero

Mo Yan, premio Nobel per la letteratura, ribadisce la sua speranza che Liu Xiaobo, il premio Nobel per la pace nel 2010 ancora agli arresti in Cina, possa trovare la liberta’. Lo fa rilasciando una intervista alla rivista tedesca Der Spiegel. Tanti i temi di discussione, politica, societa’, legge del figlio unico e diritti civili e Liu Xiaobo. ”Ho apertamente espresso la speranza che Liu Xiaobo possa riacquistare la sua liberta’ nel più breve tempo possibile. Ma ancora una volta, sono stato subito criticato e costretto a parlare di nuovo e di nuovo sullo stesso argomento”, ha detto il Nobel della letteratura che, all’indomani dell’assegnazione del premio, fu invitato da attivisti e dissidenti ad impegnarsi per Liu Xiaobo. Mo Yan risponde a tutto, a cominciare dal suo rapporto con i giornalisti e alla sua reticenza a parlare in pubblico. ”Non mi piace fare dichiarazioni politiche. Io sono uno scrittore – spiega Mo Yan a Der Spiegel – quando parlo pubblicamente, poi subito mi chiedo se sono stato chiaro. Le mie opinioni politiche sono abbastanza chiare comunque. Basta leggere i miei libri”. E anche dei suoi libri parla il Nobel per la letteratura, come ‘Le rane’, che affronta lo spinoso tema della legge del figlio unico. ” Come padre – ha commentato lo scrittore – ho sempre pensato che tutti dovrebbero quanti figli vogliono. Ma ho dovuto obbedire alla regola di avere un solo bambino, non di piu’. Il problema della popolazione cinese non si risolve facilmente. Sono sicuro di una cosa sola: a nessuno deve essere impedito di avere un figlio usando la violenza”. Mo Yan respinge poi le accuse di aver elogiato Bo Xilai, l’ex capo del partito di Chongqing poi caduto in disgrazia perche’ coinvolto in una storia di corruzione. ”E’ esattamente il contrario – afferma Mo Yan – io ho scritto una satira contro di lui. Quelli che mi contestano sono per lo piu’ scrittori e sanno benissimo che il mio scritto era una satira. Da quando sono stato onorato del premio Nobel usano lenti di ingrandimento per cercare i miei difetti e distorcere il significato di quello che scrivo”.

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Indennizzo per donna detenuta illegalmente in cimitero

Il governo cinese paghera’ un’ indennizzo alla donna che e’ stata illegalmente detenuta per tre anni in una baracca che si trova all’ interno di un cimitero. Il caso della donna, Chen Qingxia, e’ emerso in dicembre, in seguito alle denunce di cittadini che erano venuti a conoscenza dei fatti. La donna era stata arrestata dalla polizia della sua provincia, l’ Heilongjiang, nel nordest della Cina, per impedirle di recarsi a Pechino a denunciare il caso del marito, Song Lisheng, che era stato condannato a 18 mesi di ”rieducazione attraverso il lavoro” – ingiustamente, secondo la donna. Sei poliziotti sono stati licenziati e il governo locale ha promesso che fara’ di tutto per ritrovare il figlio della coppia, sparito dopo l’ arresto della madre. E’ la seconda volta in pochi giorni che le autorita’ cinesi intervengono a favore dei ”petitioners” (postulanti), che si recano a Pechino dalle province per denunciare le ingiustizie subite dalle autorita’ locali. All’ inizio di questa settimane tribunale di Pechino ha condannato dieci persone che avevano illegalmente arrestato alcuni ”petitioners” e averli rinchiusi in una delle cosiddette ”prigioni nere”, cioe’ illegali.

fonte: ANSA

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