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Bo Xilai avrebbe preso soldi per villa di Jiang Zemin

Sarebbero serviti a pagare la costruzione di una villa per l’ex presidente cinese Jian Zeming i 5 milioni di yuan (oltre 600.000 euro) che avrebbe sottratto Bo Xilai, l’ex alto papavero cinese in attesa della sentenza di condanna. Lo rivelano fonti del South China Morning Post. Durante il processo a Bo, svoltosi solo qualche settimana fa, è emerso che l’ex potente di Chongqing – un tempo figura emergente della nomenklatura comunista fino a essere ribattezzato ‘il principe rosso’ – avrebbe avuto la somma durante il periodo in cui era governatore della provincia settentrionale del Liaoning, nel 2002. In udienza è stato detto che la somma era servita a completare un progetto a Dalian, dove Bo era stato sindaco, senza scendere in ulteriori dettagli. Secondo il South China Morning Post, invece, il Partito avrebbe versato la somma per la costruzione di una villa per le vacanze di Jiang Zeming, allora presidente prossimo alla pensione, che aveva visitato Dalian nel 1999 e non aveva nascosto il suo apprezzamento per quella citta’. Secondo questa versione, Bo, destinando quella somma alla costruzione di una residenza per il presidente, avrebbe voluto compiacerlo per entrare nelle sue grazie in vista di promozioni future. Il denaro, secondo quanto sostiene il quotidiano di Hong Kong, sarebbe stata versata tramite Gu Kailai, la moglie di Bo (attualmente in carcere condannata alla pena capitale commutata in carcere a vita per l’omicidio del businessman britannico Neil Heywood).

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Arresti durante il processo a Bo Xilai

Numerose persone sono state arrestate a Jinan durante lo svolgimento del processo contro Bo Xilai, l’ex leader del partito di Chongqing caduto in disgrazia, accusato di corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere per il quale si è in attesa della sentenza. Secondo quanto riferiscono fonti provenienti da Tianwang, una organizzazione che si occupa di tutela dei diritti umani nella provincia del Sichuan, durante i giorni del processo sarebbero state arrestate centinaia di persone tra cui una ventina davanti al tribunale. Tra questi vi sarebbe Yang Xiuqiong, membro di Tianwang che, secondo le informazioni disponibili, sarebbe stato arrestato per “aver partecipato ad incontri a favore di Bo Xilai e per far parte del gruppo controrivoluzionario Tianwang”. Intanto le autorità cinesi stanno cancellando dalla rete, e in particolare da Weibo, il twitter cinese, tutti i commenti espressi in favore dell’ex leader politico. Interrogato poi dalla polizia anche Sun Wenguang, professore universitario in pensione, per aver parlato al telefono, con alcuni giornalisti stranieri, del caso Bo Xilai. “Tenevano sotto controllo il mio telefono – ha detto il professore – e quando hanno sentito quello che dicevo mi hanno subito interrogato e detto che non devo rilasciare interviste. Ho cercato di dire che ho diritto di farlo, ma mi hanno detto di no, che erano ordini dall’alto”. Sun ha aggiunto che ci sono ora due poliziotti che lo sorvegliano, che non fanno entrare nessuno e non gli permettono di uscire. “Mi hanno detto – ha concluso Sun – che se ne andranno dopo che si sarà chiusa la vicenda del processo a Bo Xilai”.

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Migliaia di followers per account del tribunale del processo a Bo Xilai

Boom di contatti per l’account aperto sul microblog Sina Weibo dal tribunale di Jinan, nella provincia orientale dello Shangdong, dove giovedì sarà processato l’ex papavero di Pechino, Bo Xilai. L’account, aperto ieri per dare l’annuncio del processo, ha registrato subito migliaia di followers, molti dei quali hanno poi immediatamente commentato la notizia. Mentre per un po’ di tempo le maglie della censura erano state lievemente allentate, le autorità cinesi hanno ripreso a controllare i messaggi che hanno per oggetto Bo Xilai. L’ex ministro del Commercio e segretario politico di Chongqing, infatti, conta nel Paese ancora molti sostenitori e la mossa censoria dell’autorità tende a evitare che questo sostegno possa diffondersi e monopolizzare i commenti. Per cui, chiunque si unisca ora all’elenco di coloro che commentano la notizia del processo, trova un avviso nel quale viene informato che il messaggio sarà moderato. Bo Xilai, che era destinato ad essere un membro importante del gotha politico-amministrativo della Cina, giovedì dovrà rispondere di tangenti, corruzione e abuso di potere. Accuse che risalgono all’epoca nella quale era sindaco di Dalian, periodo nel quale si sarebbe ingiustamente arricchito di oltre 3 milioni di euro.

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Giovedì il processo a Bo Xilai

Si celebrerà giovedì 22 agosto a porte chiuse il ”processo del secolo”, quello che vedrà unico imputato Bo Xilai, l’ex potente segretario del partito di Chongqing. L’annuncio è stato dato stamattina dall’agenzia Nuova Cina, secondo la quale il processo sarà celebrato in un’aula del tribunale della città di Jinan, nella provincia orientale dello Shandong, a partire dalle 8:30 del mattino. Probabilmente basterà una sola giornata per definire la condanna, scontata, dell’ex “principino” rosso, che era destinato ad occupare un posto di rilievo nell’attuale leadership cinese. Ora invece è accusato di corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere, reati per i quali potrebbe essere anche condannato a morte e che avrebbe commesso mentre era sindaco di Dalian, intascando oltre 3 milioni di euro. La sentenza, come di consuetudine in Cina, sarà resa nota dopo qualche giorno. Giovedì comincerà dunque l’ultimo atto della storia più scabrosa che ha scosso la Cina da decenni, probabilmente la più seria dal punto di vista politico dal 1976, da quando Jiang Qing, vedova di Mao Zedong, fu arrestata insieme ai suoi sodali della Banda dei quattro per essere poi processata tra il 1981 e il 1982. La vicenda di Bo Xilai aveva avuto degli antefatti l’anno scorso, con il processo a sua moglie, Gu Kailai e al braccio destro di Bo, l’ex superpoliziotto Wang Lijun dal quale cominciò tutto. Era febbraio e la Cina si preparava lentamente al congresso che avrebbe sancito il passaggio di potere dall’establishment che l’aveva guidato negli otto anni precedenti e che ha eletto poi Xi Jinping, l’uomo che ha fatto della battaglia della corruzione nel partito la sua bandiera. Tra i papabili per un importante ruolo c’era Bo Xilai, 64 anni: era stato sindaco dell’importante città di Dalian, poi ministro del commercio cinese ed infine segretario del partito di Chongqing, la più popolosa città cinese con oltre 33 milioni di abitanti. Qui, aiutato da Wang Lijun, mise in atto una imponente azione di repulisti nei confronti della mala locale, le triadi, portando a quasi 30 condanne a morte e molte altre al carcere a vita, oltre a centinaia di altre condanne. Chongqing divenne anche un centro dell’ortodossia rossa, con propaganda diffusa in qualsiasi modo. Ma all’inizio di febbraio dell’anno scorso, Wang Lijun scappa da Congqing e si rifugia nel consolato americano di Chengdu. Dopo oltre 24 ore di trattative, si consegna agli agenti arrivati da Pechino e non a quelli arrivati da Chongqing. Da quel momento, di lui non si sa più nulla. Il mese dopo, Bo viene silurato dalla sua carica di segretario del partito di Chongqing. Comincia una operazione di terra bruciata intorno a lui, con interrogatori ai suoi sodali. Ad aprile viene espulso dal comitato centrale del Partito e sua moglie Gu Kailai è messa sotto inchiesta per omicidio, dopo la morte dell’imprenditore inglese Neil Heywood nel novembre 2011. Omicidio per il quale la donna è stata condannata a morte (con sospensione di due anni, che di fatto cambia la condanna in ergastolo), nell’agosto dell’anno scorso, quando si dichiarò colpevole di aver ucciso l’uomo di affari perchè minacciava il figlio della coppia ”reale” di Chongqing. A settembre dell’anno scorso, fu la volta di Wang Lijun di andare alla sbarra: è stato condannato a 15 anni per diserzione, abuso di potere, corruzione e per aver strumentalmente usato la legge a proprio favore. Ma il tribunale gli ha riconosciuto l’attenuante di aver collaborato alle indagini su Gu Kailai e suo marito. Pochi giorni dopo, il 29 settembre, poco più di un mese prima del nuovo congresso del partito, Bo Xilai è stato espulso dal partito comunista, cosa che di fatto ha dato il via alla sua incriminazione e al processo che comincia giovedì.

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Al partito comunista cinese serve una struttura snella, lo dice uno studioso

Il Partito comunista cinese deve trovare il modo di migliorare il sistema relativo alle dimissioni dei suoi membri, anche per riuscire a mandare via coloro che non sono qualificati o che sono corrotti. Lo riferisce il Global Times citando un editoriale pubblicato su una rivista specializzata del Peoplés Daily. L’articolo, scritto da un professore dell’Università dello Shandong, Zhang Xìen, evidenzia la necessità di snellire la struttura del partito. “Il partito attualmente conta più di 80 milioni di membri – ha commentato Cai Zhiqiang, professore della scuola di partito della commissione centrale del Partito -: è un numero troppo elevato che rappresenta una sfida enorme per la sua gestione. I membri dovrebbero essere sostenitori e convinti assertori dell’ideologia ma spesso sono solo persone che cercano benefici professionali e opportunità”. Cai ha aggiunto che è ancora prevalente un vecchio concetto in base al quale solo i traditori se ne vanno e quindi questi sono ancora discriminati e mal considerati. “I membri che decidono di lasciare devono essere trattati in modo giusto”, ha concluso.

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Pena di morte sospesa a ex vicecapo polizia Chongqing

Condanna a morte, ma con esecuzione della pena sospesa, per l”ex vice capo della polizia di Chongqing, Jang Tenhua, accusato di aver intascato mazzette. Lo rivela la stampa di Hong Kong, in mancanza di altre conferme. Secondo il South China Morning Post, l’uomo che era il braccio destro di Wang Lijun, a sua volta braccio destro dell’ex segretario del partito di Chongqing Bo Xilai, invischiati entrambi in torbide vicende di presunta corruzione, ha ricevuto una sospensiva di due anni, formula che spesso porta all’ergastolo. Secondo la corte, Tang sarebbe stato trovato in possesso di molto denaro del quale non è riuscito spiegare l’origine: denaro che secondo alcune fonti arriverebbe quasi a 20 milioni di euro. Bo Xilai, destinato a ruoli importanti nel partito a lvello nazionale, cadde in disgrazia l’anno scorso, proprio a seguito della fuga di Wang Lijun nel consolato Usa di Chengdu. Da allora é cominciata la parabola discendente per l’ex ‘principe rosso’, espulso dal partito ed in attesa di processo, mentre sua moglie é stata già condannata a morte con sospensione della pena. Wang è stato invece condannato a 15 anni.

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Inchiesta americana sul Wall Street Journal: ha pagato fonti governative cinese

Il Dipartimento di Giustizia americano ha aperto un’inchiesta nei confronti dei vertici dell’ufficio del Wall Street Journal di Pechino, accusati di aver pagato alti esponenti del governo cinese per ottenere notizie. L’iniziativa segue un’altra indagine avviata dalla stessa New Corp, l’azienda che possiede il noto giornale finanziario americano. Il Dipartimento di Giustizia ha cominciato le sue indagini grazie alla segnalazione di una fonte secondo cui uno o piu’ dipendenti del Wall Street Journal ha fatto regali ad alti ufficiali cinesi in cambio di dritte, di informazioni utili per il loro lavoro giornalistico. Al momento non si conoscono i dettagli dell’inchiesta. Quello che e’ emerso e’ che la News Corp sta collaborando con le autorita’ americane. Ma non e’ chiaro se i sospetti informatori in realta’ fossero agenti a stretto contatto con i vertici di Pechino e avessero lo scopo di impedire reportage poco graditi nei confronti della leadership cinese. Al momento pero’ non sembra che siano emerse prove schiaccianti su questi contatti. Le accuse riguarderebbero i rapporti tra il giornale e Bo Xilai, un alto dirigente cinese caduto in disgrazia, di stanza a Chongqing. Pare che gli inquirenti stiano passando al setaccio ben 5 anni di attivita’ di reporting da questa zona della Cina. Il signor Bo era una stella nascente del partito comunista cinese sino a quando incappo’ in uno scandalo legato alla morte misteriosa di un inglese e l’incriminazione della moglie. Nel 2012 il Wsj scrisse molti articoli su questa storia pieni di dettagli, e su come quella brutta storia stesse mettendo nei guai i vertici cinesi. Quindi seguirono altri articoli sulle ricchezze e la corruzione imperante tra gli altri ‘papaveri’del regime che secondo le accuse non avevano delle verifiche indipendenti.

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Il nuovo vertice cinese si presenta

”Realizzare il sogno di una grande rinascita della nazione cinese”: il nuovo presidente cinese Xi Jinping ha chiuso oggi su una nota nazionalista i lavori dell’ Assemblea Nazionale del Popolo, esaltando il ”socialismo con caratteristiche cinesi” e invitando le forze armate ad essere ”pronte a vittoriosi combattimenti”. Al nuovo premier Li Keqiang e’ toccato mostrare il volto moderno e pacifico della Cina con la promessa di un’abolizione dei campi di lavoro entro l’anno. I leader della nuova generazione all’unisono hanno invece confermato la volonta’ di procedere con la crescita economica e con la collaborazione con la comunita’ internazionale, ma hanno anche riaffermato le particolarita’ della Cina e la sua intransigenza su quelli che ritiene essere i suoi ”interessi fondamentali”. Chiudendo oggi i lavori dell’ Assemblea Nazionale del Popolo che ha segnato il momento conclusivo del passaggio dei poteri alla nuova generazione di dirigenti comunisti cinesi Xi, 59 anni e Li, 57, si sono divisi accuratamente i compiti. Con aria grave, parlando davanti ai quasi tremila delegati dell’ Assemblea, Xi Jinping ha detto che bisogna ”continuare a battersi per la causa del socialismo con caratteristiche cinesi e per realizzare il sogno di una grande rinascita della nazione cinese” e ha rivendicato il rafforzamento dell’ ‘Esercito di Liberazione Popolare, in corso da due decenni con tassi di aumenti della spesa militare a due cifre. Parole che non devono essere suonate piacevoli alle orecchie non solo del Giappone – a causa della disputa sulle isole Senkaku/Diaoyu – ma anche di Filippine, Vietnam, Malaysia e Brunei, tutti Paesi che hanno dispute con Pechino nel Mar della Cina meridionale. Parlando nella sua prima conferenza stampa da premier, Li Keqiang ha sottolineato che il primo obiettivo del suo governo e’ la crescita ”sostenibile dell’ economia”. Il premier ha fatto riferimento in particolare all’ inquinamento e alla sicurezza alimentare, temi che preoccupano l’ opinione pubblica cinese. Li, apparso insolitamente rilassato e sorridente, ha inoltre invitato gli Usa ad ”evitare scambi di accuse infondate” sul problema degli attacchi informatici e, rispondendo alla domanda insolitamente coraggiosa di una giornalista cinese, si e’ impegnato a presentare entro la fine dell’ anno la ”riforma” dei campi di lavoro. Si tratta dei cosidetti ”laojiao”, gestiti dalla polizia nei quali oggi i cittadini cinesi possono essere inviati per quattro anni per via amministrativa, senza la necessita’ di un intervento della magistratura. I campi di rieducazione attraverso il lavoro non vanno confusi con i ‘laogai’, i campi di lavoro. Questi ultimi sono stati formalmente chiusi nel 1997, ma ci sono ancora reati che possono essere puniti con i “lavori forzati”. Nei ‘laojiao’ in genere vengono rinchiusi tossicodipendenti, prostitute e piccoli criminali. Li non ha invece accennato all’abolizione dell’ ‘hukou’, il permesso di residenza che divide gli 1,3 miliardi di cinesi tra chi è residente nelle campagne e chi nelle città, categorie che hanno diversi diritti e diversi doveri, ma ha sottolineato che il tumultuoso processo di urbanizzazione che e’ alla base della crescita economica della Cina deve essere indirizzato non solo verso le grandi metropoli come Pechino e Shanghai, ma verso le cosiddette citta’ di ”seconda fascia”. Il gruppo dirigente cinese ha cosi’ completato con successo il secondo ricambio dei vertici avvenuto senza scosse e nel rispetto del copione faticosamente concordato in mesi di trattative tra le varie fazioni comuniste. Rimane aperto il problema del processo a Bo Xilai, l’ ambizioso leader caduto in disgrazia l’ anno scorso e oggi in prigione in attesa di processo. Bo, 63 anni, e’ ritenuto colpevole di corruzione e abuso di potere ma, ad oltre un anno dal suo arresto, nessuna accusa e’ stata formalizzata contro di lui

fonte: Beniamino Natale per ANSA

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Chi è Xi Jinping

Xi Jinping, 59 anni, eletto oggi presidente della Repubblica popolare dopo essere stato nominato segretario del Partito Comunista, e’ il primo ”principe” a salire al vertice dello Stato cinese. Suo padre Xi Zhongxun e’ stato infatti uno dei rivoluzionari della prima ora insieme al presidente Mao Zedong e un convinto riformista negli ultimi anni della sua vita. Sposato ad una famosa cantante – peraltro sparita dalla pubblica vista da quando il marito e’ stato indicato come il successore designato del presidente Hu Jintao – Xi e’ considerato un riformista ”prudente” e un acceso nazionalista. Appoggiato dagli altri ”principi” – molti dei quali oggi sono in posizioni chiave – e dall’esercito, Xi dovra’ affrontare problemi come la dilagante corruzione, le crescenti differenze tra ricchi e poveri e i danni provocati all’ambiente dal tumultuoso sviluppo economico degli ultimi anni. Nelle sue prime uscite pubbliche dopo essere stato nominato, in novembre, segretario del Partito Comunista, il nuovo leader cinese ha sottolineato la necessita’ di uno ”stile di lavoro” modesto e di evitare gli eccessi di servilismo spesso mostrati dai leader delle province verso quelli nazionali. Quattro anni fa, nel corso di una visita in Messico, Xi mostro’ il suo volto aggressivo accusando ”alcuni stranieri con la pancia piena” di criticare la Cina a vanvera.

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Al via l’assemblea nazionale che inconronerà Xi Jinping

Si riunisce a partire da domani a Pechino l’Assemblea Nazionale del Popolo (Npc nella sigla inglese), che avrà come primo punto all’ordine del giorno l’ultimo atto del passaggio di poteri da una generazione all’altra al vertice della Cina. I circa tremila deputati della Npc eleggeranno il “nuovo imperatore” Xi Jinping alla sua terza carica, quella di presidente della Repubblica. Xi, 60 anni, è stato nominato in novembre segretario del Partito Comunista e presidente della potente Commissione militare centrale (Cmc), il posto dal quale si ha il controllo sull’Esercito di liberazione popolare. Il suo numero due sarà Li Keqiang, 58 anni, che diventerà premier. L’uno e l’altro, che avranno in mano le redini del potere per i prossimi 10 anni, hanno fama di “riformisti” – anche se nel significato estremamente limitato che questo termine ha nel linguaggio politico cinese – come del resto i loro predecessori, i settantenni Hu Jintao e Wen Jiabao, che hanno però deluso le aspettative. L’altra “camera” dell’istituzione più simile ad un Parlamento della Cina contemporanea, l’ Assemblea Consultiva del Popolo, ha iniziato ieri la sua sessione annuale e continuerà i suoi lavori in parallelo alla Npc. La stagione delle “due sessioni” si concluderà a metà marzo con la prima conferenza stampa di Li Keqiang. Oltre che delle nomine, l’ Npc si occuperà di economia – indicando, sembra, nel 7,5% il tasso ‘ideale’ di crescita dell’economia – e di spese per la difesa. Le spese militari della Cina sono cresciute a due cifre per tutti i due decenni scorsi e oggi la portavoce dell’Assemblea Fu Ying ha annunciato che l’aumento ci sarà anche nel 2013, anche se non ha fatto cifre, né percentuali. Il tasso di crescita ‘ideale’ non è un’indicazione programmatica e spesso viene superato nella realtà. La nuova dirigenza cinese è di fronte alla sfida del riorientamento del modello di crescita, con le esportazioni in discesa e la necessità di aumentare i consumi interni. A trainare l’economia sarà, come sempre, l’urbanizzazione, che porterà nelle metropoli centinaia di milioni di cinesi che vivono ancora nelle zone rurali. Attualmente circa la metà dei 1,3 miliardi di abitanti del Paese vivono in realtà urbane. Il processo potrebbe essere facilitato dalla riforma dell’ ‘hukou’, il permesso di residenza che ancora lega i cittadini al loro luogo di nascita. Una riforma della quale si parla da anni, che non si è mai concretizzata, come del resto quella che prevede l’abolizione dei ‘laojiao’, i campi di “rieducazione attraverso il lavoro”, della quale si è tornato a parlare nelle ultime settimane.

fonte: Beniamino Natale per ANSA

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