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Per Greenpeace, sostanze nocive in abbigliamento bambini

Ci sarebbero “imprevedibili rischi per la salute” nell’usare abbigliamento per bambini made in China, secondo la sezione taiwanese di Greenpeace. E’ la stessa organizzazione ambientalista a scriverlo in un comunicato, ripreso dalla stampa locale. Greenpeace ha infatti analizzato diversi capi di abbigliamento e calzature per bambini provenienti dalla Cina, prodotti principalmente a Zhili, nella provincia dello Zhejiang, e a Shishi, in quella del Fujian, riscontrando alti livelli di nonifenolo etossilato, sostanza utilizzata nella lavorazione dei tessuti, ma ritenuto molto nocivo. Già in passato, Greenpeace aveva denunciato la presenza in molti fiumi cinesi di grandi quantità di questa sostanza che provoca, tra l’altro, morte e alterazione del processo riproduttivo dei pesci. L’uso nelle lavorazioni tessili é vietato dall’Ue. In più del 90% dei capi analizzati a Taiwan, inoltre, sono stati trovati pericolosi residui di antomonio, un agente chimico velenoso usato anche negli estintori. I capi sono stati acquistati tra giugno e ottobre su alcune piattaforme web cinese disponibili anche per compratori di Taiwan.

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Rimossi da Apple Store programmi anti censura

Apple priva gli utenti cinesi della possibilità di aggirare gratuitamente la censura che impedisce di accedere ad alcuni siti. Come denunciano alcune Ong, il colosso di Cupertino ha deciso di rimuovere la possibilità di installare sui propri dispositivi l’applicazione OpenDoor, un software gratuito che permette – collegandosi con un ip straniero – di aggirare la censura del grande fratello cinese. “Praticamente l’unico strumento gratuito per navigare su internet, è ormai andato – ha affermato deluso Kevin Wang, uno studente cinese della scuola superiore -. Per diverso tempo ho usato OpenDoor per navigare sul web in forma anonima e rimanere in contatto con amici americani su Facebook. Avevo raccomandato l’applicazione a quasi tutti i miei amici che vogliono superare la censura e l’ingiusto controllo su internet”. OpenDoor è un vpn (virtual private network)molto usato nei paesi dove ci sono restrizioni su internet, come la Cina ma anche l’Iran. Secondo dati forniti dagli sviluppatori di questo software, OpenDoor è stato scaricato in Cina circa 800.000 volte. Molte sono le vpn che possono essere utilizzate ma la maggior parte sono a pagamento. “Apple è determinata ad avere una quota della grande torta che è il mercato cinese di internet – ha scritto un altro utente – e sa che senza una rigorosa auto-censura, non può entrare nel mercato cinese”. OpenDoor non è la prima applicazione ad essere rimossa dalla Apple in Cina. Precedentemente era stata rimossa un’applicazione di un’emittente tv con sede negli Stati Uniti fondata dal gruppo Falun Gong, il gruppo condannato come “eretico” dal partito comunista. Cancellata anche un’applicazione che consentiva agli utenti di accedere a libri e scritti vietati in Cina.

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Sei laser atmosferici italiani monitoreranno aria Pechino

Fornire alla Cina sei laser che rilevano l’inquinamento atmosferico nei cieli di Pechino: è questo l’obiettivo della commessa firmata tra il Consorzio nazionale interuniversitario per le scienze fisiche della materia (Cnism) e l’Istituto di ricerca Telemetria di Pechino (Brit) dell’Agenzia Spaziale cinese (Casc). La commessa ha un valore di due milioni di euro che serviranno per produrre in Italia sei laser atmosferici chiamati Lidar (Laser Imaging Detection and Ranging). Il progetto è stato sviluppato dal gruppo di ricerca di Nicola Spinelli, dell’università Federico II di Napoli, mentre a realizzare una delle principali componenti del Lidar, la sorgente laser, è l’azienda Bright Solutions di Pavia. Uno dei lidar da produrre sarà un prototipo che verrà testato su un aereo e se i test saranno positivi, sarà sviluppato e successivamente verrà fornito ai cinesi per metterlo su satellite e controllare l’inquinamento dallo spazio. Il Brit, si è detto interessato, inoltre, a progetti di ricerca e prospettive di produzione industriale in comune col Cnism per dotare l’area urbana di Pechino, una delle più inquinate del pianeta, di una rete di monitoraggio composta da 150 lidar di diverse lunghezze d’onda. Un lidar è un laser a cui vengono aggiunti un telescopio e un rivelatore della luce emessa dal laser e riflessa dalle sostanze presenti in atmosfera. La produzione dei lidar avviene in due tempi: dapprima la Bright Solution realizza il laser della giusta lunghezza d’onda, quindi all’università di Napoli il laser si trasforma il lidar con l’aggiunta di un telescopio e di un rivelatore. I lidar che saranno forniti ai cinesi avranno diverse lunghezze d’onda per intercettare differenti tipi di inquinanti.

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Piano quinquennale per ridurre l’inquinamento in Cina

Il governo cinese ha presentato oggi un piano d’azione quinquennale articolato su più fronti per affrontare il problema dell’inquinamento nel paese. Lo riferisce l’agenzia Nuova Cina. In primo luogo Pechino intende ridurre il consumo di carbone portandolo al di sotto del 65% del consumo totale di energia primaria entro il 2017, incrementando le forniture di energia pulita. Sarà poi vietata la costruzione di nuove centrali elettriche a carbone sia nella regione dell’Hebei, sia sul delta del fiume Yangtze e su quello del fiume delle perle. Entro il 2017, la capacità totale dei reattori nucleari della Cina raggiungerà i 50 milioni di kilowatt e la quota di energia da combustibili non fossili sarà elevata al 13%. Secondo il piano, la Cina sta anche considerando un taglio di circa il 20% del consumo di energia per unità di valore aggiunto industriale entro il 2017. Anche la capitale Pechino ha diffuso il suo piano per proteggere l’ambiente, con la decisione di tagliare il consumo di carbone di 13 milioni di tonnellate entro il 2017, contro i 23 milioni consumati nel 2012. Deciso anche il taglio della capacità di produzione di cemento di quattro milioni di tonnellate entro il 2017. Tutte le industrie, entro i prossimi cinque anni, dovranno ridurre le emissioni del 30% rispetto a quanto emettono oggi. La capitale cinese, promuoverà anche l’uso di energia pulita nei veicoli pubblici, con l’obiettivo di avere 200.000 veicoli ad energia pulita sulle strade entro il 2017. La Cina intende agire su piu’ fronti per affrontare il problema dell’inquinamento nel paese. Secondo quanto riferisce l’agenzia Nuova Cina, il governo di Pechino ha oggi reso noto un piano d’azione mirato in cinque anni. In primo luogo il paese intende ridurre il suo consumo totale di carbone portandolo al di sotto del 65% del suo consumo totale di energia primaria entro il 2017, incrementando le forniture di energia pulita. Sara’ poi vietata la costruzione di nuove centrali elettriche a carbone sia nella regione dell’Hebei, sia sul delta del fiume Yangtze e su quello del fiume delle perle. Entro il 2017, la capacità totale dei reattori nucleari della Cina raggiungerà i 50 milioni di kilowatt e la quota di energia da combustibili non fossili sarà elevata al 13%. Secondo il piano, la Cina sta anche considerando un taglio di circa il 20% del consumo di energia per unità di valore aggiunto industriale entro il 2017. Anche la capitale Pechino ha diffuso il suo piano per proteggere l’ambiente, con la decisione di tagliare il carbone di 13 milioni di tonnellate entro il 2017, contro i 23 milioni consumati nel 2012. Decisa anche il taglio della capacità di produzione del cemento di 4 milioni di tonnellate nel 2017. Tutte le industrie, entro i prossimi cinque anni, dovranno ridurre le emissioni del 30% rispetto a quanto emettono oggi. La capitale cinese, promuoverà anche l’uso di energia pulita nei veicoli pubblici, con l’obiettivo di avere 200.000 veicoli ad energia pulita sulle strade nel 2017.

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100 tonnellate di pesce morto in fiume

Migliaia di pesci morti nel fiume Fuhe, nella provincia centrale dell’Hubei, a causa di un grande quantitativo di ammoniaca rilasciata da un impianto chimico della zona. Secondo quanto ha riferito la stampa locale, circa 100.000 chilogrammi di pesce morto sono stati estratti da un tratto di 40 chilometri del fiume Fuhe, nei pressi della città di Wuhan. Un campione del materiale emerso dal fiume, inviato all’archivio di Scienza e Tecnologia dell’Hubei per accertamenti, ha evidenziato come la densità di ammoniaca abbia raggiunto un valore di 196 mg per litro, un limite di gran lunga superiore alla norma nazionale, secondo il dipartimento provinciale di protezione ambientale. La fabbrica responsabile degli scarichi dannosi è un impianto chimico che si trova nella città di Xiaogan e che è anche quotata in borsa. Il dipartimento provinciale di protezione ambientale ha ordinato alla società di sospendere le operazioni e di verificare le sue strutture di controllo dell’inquinamento. L’incidente ha creato molta preoccupazione tra gli abitanti del villaggio di Huanghualao nel distretto Huangpi di Wuhan, dove la maggior parte dei 2.000 abitanti del villaggio vive proprio di pesca nel fiume Fuhe.

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Greenpeace, fino a 16.000 morti in cina per centrali a carbone

Le emissioni provenienti da nuove previste centrali a carbone nella provincia del Guangdong potrebbero causare la morte di 16.000 persone nei prossimi 40 anni. A rivelarlo è una ricerca commissionata da Greenpeace a Andrew Gray, un consulente privato americano esperto in qualità dell’aria. La scioccante rivelazione ha rimesso in discussione per la provincia l’apertura dei 22 nuovi impianti, dei quali la metà sono già in costruzioni e l’altra metà in fase di progettazione, tornando alla vecchia politica del 2009 che prevedeva l’alt all’apertura di nuovi impianti nella zona del Delta del fiume delle Perle. Nel solo 2011 ci sono state 3600 morti riconducibili all’inquinamento da emissioni provenienti dai 96 impianti già operativi nella provincia del Guangdong e a Hong Kong, e 4000 casi di asma infantile. Ma non tutti sembrano d’accordo sull’ipotesi di bloccare i nuovi impianti. “Che dovrebbe fare il Guangdong? – ha scritto sul suo microblog Yu Yang, uno studente della Stanford University che si occupa di ricerche sulle politiche ambientali – trasportare elettricità dalla zona sud occidentale del paese?”. Yang ha anche aggiunto che una tale ipotesi creerebbe più inquinamento e danni per l’ecologia locale. Altra ipotesi sarebbe quella di fare ricorso all’energia nucleare, ma la stessa Greenpeance ha portato avanti campagne contro l’energia nucleare sollevando questioni di sicurezza. Delle ipotetiche 16.000 morti che si verificherebbero nei prossimi 40 anni, i due terzi avverrebbero per ictus e il resto per cancro al polmone e per malattie cardiache. L’inquinamento provocherebbe anche 15.000 nuovi casi di asma e 19.000 casi di bronchite cronica.

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Quasi 10mila vittime in Cina settentrionale nel 2011 per inquinamento da carbone

Sono 9.900 le persone decedute prematuramente a Pechino, a Tianjin e nella provincia dell’Hebei nel 2011 a causa dell’inquinamento causato dalle centrali elettriche a carbone. Lo riferisce uno studio condotto da Greenpeace con la collaborazione di esperti americani del settore. Oltre ai decessi, secondo lo studio, le emissioni dannose sarebbero state responsabili anche di 11.110 casi di asma e 12.100 casi di bronchite. Tra le morti, 850 sarebbero avvenute per cancro legato a metalli pesanti – come l’arsenico, il piombo, il cadmio e il nichel – e il resto sarebbero state attribuite a ictus, problemi cardiaci e respiratori comunque derivati dall’inquinamento. Il rapporto ha ulteriormente fatto aumentare la preoccupazione della popolazione sulla questione dell’inquinamento e sui danni che può provocare alla salute. “Seriamente – ha commentato un utente su un microblog – ora è venuto il momento di pensare di lasciare Pechino”. Ma la situazione peggiore sembra quella rinvenuta nella provincia dell’Hebei, nella Cina settentrionale, che è il terzo maggior consumatore di carbone nel paese e dove sono avvenuti la maggior parte dei decessi. Pechino dal canto suo sta cercando di ridurre il suo consumo nazionale di carbone, portandolo da 27 milioni di tonnellate nel 2010 a 20 milioni di tonnellate nel 2015, laddove la provincia dell’Hebei da sola nel 2011 ha consumato 307 milioni di tonnellate di carbone. “Per l’Hebei – ha spiegato Huang Wei, che conduce per Greenpeace una campagna sul clima – è arrivato il momento di fare cambiamenti sostanziali e ridurre il suo consumo di carbone che ha provocato ben 6700 morti premature nella zona”.

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