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Da tre mesi detentuta giornalista cinese di Die Zeit

Una giornalista cinese che lavora come assistente del corrispondente a Pechino del settimanale tedesco Die Zeit, è in carcere da tre mesi con l’accusa di disturbo dell’ordine pubblico, spesso usata dalle autorità contro gli attivisti e i dissidenti. Zhang Miao lo scorso due ottobre era appena tornata da Hong Kong dove aveva documentato per la testata tedesca le proteste anti cinesi, quando è stata arrestata da quattro uomini. Anche la corrispondente della rivista tedesca, Angela Kockritz, è stata chiamata e interrogata dalle autorità, con la minaccia dell’arresto e in quanto la collega cinese l’avrebbe accusata. Anche da qui, la decisione per la Kockritz di lasciare la Cina. Per non inficiare il lavoro diplomatico con il quale si stava cercando la liberazione di Zhang, fino ad ora la Kockritz aveva deciso di non rivelare la notizia. Ma dopo tre mesi di detenzione, dopo che la collega cinese ha potuto incontrare solo a dicembre un avvocato, è stato deciso di far conoscere la storia. Le autorità cinesi hanno risposto sull’arresto che l’atto è stato compiuto in quanto la giornalista cinese non aveva i permessi adatti. E’ vietato a cinesi lavorare per giornali stranieri. I corrispondenti possono avere degli assistenti che comunque vengono istruiti dalle autorità sul lavoro. Secondo i dati diffusi da Freedom House, sotto Xi Jinping la pressione sui giornalisti soprattutto stranieri, è aumentata.

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Dopo quasi un anno, rilasciato giornalista arrestato, aveva denunciato potente

Le autorità cinesi hanno liberato su cauzione un giornalista detenuto per quasi un anno, mentre conduceva un’inchiesta sulla corruzione nella metropoli di Chongqing e nella provincia dello Shaanxi. Liu Hu, giornalista investigativo del New Express, quotidiano della metropoli meridionale di Guangzhou, era stato arrestato a fine agosto dell’anno scorso, dopo aver lanciato accuse in particolare su Ma Zhengqi, un potente dirigente politico che in passato e’ stato vicesindaco della metropoli di Chongqing. Nelle sue inchieste, Liu aveva più volte più volte accusato diversi funzionari di abusi di potere e corruzione. Per il suo legale, le accuse sono senza fondamento, anche se non è certo che l’inchiesta sia stata chiusa. Al suo rilascio, il giornalista ha trovato vari colleghi a festeggiarlo all’uscita del carcere. Come Liu, un altro reporter investigativo, Chen Baocheng, del settimanale finanziario Caixin, era stato rilasciato su cauzione un mese fa, dopo circa un anno di detenzione. Era stato arrestato per aver partecipato ad una protesta per bloccare la demolizione di case nel suo villaggio.

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Accoltellato giornalista “scomodo”

L’ex direttore del quotidiano Ming Pao di Hong Kong, Kevin Lau, e’ stato accoltellato oggi da ignoti aggressori ed e’ stato ricoverato in un ospedale dell’ex colonia britannica in condizioni “critiche”. L’aggressione avviene mentre le polemiche sulla liberta’ di stampa nel territorio sono roventi. Al licenziamento di Lau, in gennaio, e’ seguito infatti quello della popolare giornalista radiofonica Li Weiling, le cui opinioni erano considerate poco ortodosse. Lau era apprezzato ad Hong Kong per i suoi editoriali fortemente critici verso la corruzione dei politici e le violazioni dei diritti umani. La scorsa settimana migliaia di persone hanno partecipato ad una manifestazione per la difesa della liberta’ di stampa organizzata dalla locale associazione dei giornalisti. Hong Kong e’ dal 1997 una Speciale regione amministrativa (Sar) della Cina e gode di una larga autonomia. Il territorio ha conservato alcune istituzioni che aveva come colonia britannica, tra cui una stampa libera e aggressiva verso il potere.

fonte: ANSA

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La Cina respinge le accuse americane dopo espulsione giornalista Nyt

La Cina respinge le accuse americane, espresse ieri in un comunicato del Dipartimento di Stato, circa la sua decisione di non rinnovare il visto a un giornalista del New York Times. Per Hong Lei, portavoce del ministro degli esteri cinese, la questione è in ossequio alle leggi e i regolamenti interni alla Cina, avendo il giornalista in questione, Austin Ramzy, non rispettato le leggi. Il portavoce ha spiegato che Ramzy era in Cina come corrispondente del settimanale Time fino a maggio, quando lasciò il lavoro e restituì la tessera giornalistica. Secondo le leggi cinesi, in quel momento il suo visto cinese era scaduto. Poco dopo, il New York Times presentò alle autorità di Pechino una domanda per Ramzey affinchè ricevesse le credenziali da giornalista residente in Cina, domanda che non è stata ancora approvata. Il giornalista, secondo Hong Lei, non avrebbe mai cambiato il suo visto e il suo permesso di residenza dopo la fine del lavoro con Times e avrebbe usato, cosa che “costituisce una violazione delle leggi e dei regolamenti in Cina” come ha detto Hong Lei, il vecchio visto e il vecchio permesso di residenza per stare nel paese e viaggiare. Al giornalista era stato dato un visto di 30 giorni, per “questioni umanitarie” con l’impossibilità di lavorare, dal momento che il Nyt aveva chiesto un aiuto visto che Ramzy aveva ancora delle questioni pendenti in Cina. Alla scadenza, Ramzy ha dovuto lasciare il paese ma, secondo il portavoce, non è stato “allontato né deportato”. “La Cina esprime il suo dispiacere – ha detto Hong Lei – non accettiamo le accuse ingiustificate dalla parte americana e gli chiediamo il rispetto dei fatti e di usare azioni e parole caute”. Il portavoce ha ribadito che la Cina continua a dare il benvenuto ai giornalisti stranieri continuandone a proteggere i diritti e gli interessi secondo la legge, ma chiede loro di osservare i regolamenti e le leggi cinesi. Il caso di Ramzy arriva 13 mesi dopo l’allontanamento di un altro giornalista americano, Chris Buckley. Anche in quel caso, la Cina addusse motivi di lavoro, in quanto il giornalista non aveva comunicato il cambio del datore di lavoro dalla Reuters al New York Times. Il quotidiano americano era nell’occhio del ciclone in Cina per aver pubblicato una inchiesta sui beni milionari dei partenti dell’allora premier Wen Jiabao.

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Espulso giornalista del New York Time, polemiche e proteste dalla Casa Bianca

Sulla liberta’ di stampa e’ scontro tra Washington e Pechino. La Cina e’ infatti accusata di ricorrere alle maniere dure nei confronti dei giornalisti stranieri, ostacolandone il lavoro. A scaldare gli animi e’ stata l’espulsione annunciata dalla Cina di Austin Kramzy, corrispondente del New York Times, a cui e’ stato ritirato il visto dopo che gli era stato negato il rinnovo. Kramzy e’ stato quindi costretto a imbarcarsi su un volo verso Taiwan da dove tornerà negli Stati Uniti. La reazione del presidente americano Barack Obama non si e’ fatta attendere. “Siamo profondamente preoccupati per il fatto che i giornalisti stranieri in Cina continuino a confrontarsi con una serie di restrizioni che impediscono lo svolgimento del loro lavoro”, afferma il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, che parla di ritardi nel concedere i visti e di limitazioni per gli spostamenti e i viaggi in alcune località ritenute sensibili da Pechino. Ma gli Usa denunciano anche “violenze per mano delle autorità locali”. Sono infatti di pochi giorni fa le immagini di un giornalista della Cnn, David McKenzie, visibilmente maltrattato in strada da alcuni agenti della polizia cinese mentre realizzava un servizio su un processo a carico di alcuni attivisti per i diritti umani. “Queste restrizioni e questi comportamenti non sono coerenti con la libertà di stampa, e contrastano nettamente col trattamento che gli Usa riservano ai giornalisti cinesi e di altri Paesi”, sottolinea Carney. La Casa Bianca, comunque, auspica che Stati Uniti e Cina “rafforzino la loro cooperazione sul fronte dell’attività dei media in uno spirito sempre più di comprensione e fiducia reciproche”. Pechino viene quindi invitata ad accelerare le procedure attraverso le quali vengono concessi visti e credenziali ai giornalisti stranieri e a sbloccare i siti dei media americani inaccessibili alla popolazione cinese. Kramzy era in Cina dal 2007, prima come corrispondente del Time e poi del New York Times. Il sospetto e’ che la sua espulsione sia una ritorsione – come quella avvenuta anche nei confronti di Bloomberg News – per punire i media Usa che hanno pubblicato diverse rivelazioni sulle ricchezze e sui ‘traffici’ della famiglia del presidente Xi Jinping e di quella dell’ex premier Wen Jabao. E per il New York Times quello di Ramzy e’ il secondo caso in 13 mesi. Prima di lui, Chris Buckley era stato costretto a lasciare Pechino nel dicembre del 2012.

fonte: ANSA

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Rifiutato visto a giornalista americano, polemiche

La Cina nega il rinnovo del visto ad un giornalista del New York Times. Austin Ramzy, a Pechino dal 2007 prima come corrispondente per Time Magazine, dovra’ lasciare il Paese entro la fine del mese, ufficialmente a causa del visto scaduto. Secondo il governo cinese, il giornalista sarebbe andato contro le procedure previste quando ha interrotto il rapporto di lavoro con il Time per passare al New York Times. “Purtroppo – ha detto un portavoce – il signor Ramzy ha continuato ad entrare e uscire dal Paese usando il suo vecchio permesso di soggiorno e cosi facendo ha infranto le regole cinesi”. In realta’, stando a fonti Usa, pare che si tratti di una ritorsione contro il New York Times, mentre Washington, anche dopo la recente visita del vice presidente Joe Biden, ha espresso preoccupazione per lo stato dei giornalisti stranieri in Cina. Secondo le accuse, Pechino avrebbe negato visti a testate giornalistiche che hanno scritto storie negative sulla Cina. Non a caso é più di un anno che sia il New York Times sia Bloomberg News si vedono negare visti per il loro giornalisti dopo aver pubblicato storie sulla ricchezza dei familiari dell’ex premier Wen Jiabao e dell’attuale presidente Xi Jinping. Per il New York Times, quello di Ramzy e’ il secondo caso in 13 mesi. Prima di lui, Chris Buckley e’ stato costretto a lasciare Pechino nel dicembre del 2012, dopo il suo passaggio da Reuters al quotidiano newyorkese.

fonte: ANSA

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Arresti a Guangzhou in anninversario manifestazioni per stampa libera

Diversi attivisti e un avvocato sono stati arrestati a Guangzhou, l’ex Canton nella provincia meridionale cinese del Guangdong, in occasione dell’anniversario della protesta dei giornalisti del Southern Weekend per un intervento censorio. Da qualche giorno, gli agenti hanno circondato la sede del giornale con un nastro, per evitare manifestazioni. Il sette gennaio dell’anno scorso, i giornalisti manifestarono contro la decisione di Tuo Zhen, leader del Dipartimento per la propaganda del Guangdong, di rimuovere l’editoriale di inizio d’anno che sosteneva la necessità di riforme, con uno scritto da lui stesso e favorevole al governo. In seguito, in uno vicenda straordinaria per la Cina, centinaia di cittadini hanno inscenato una manifestazione di sostegno ai giornalisti davanti agli uffici del giornale a Guangzhou, chiedendo a gran voce la libertà d’informazione. Dopo alcune settimane, la situazione tornò alla calma e nel giornale fu inserita la figura di un censore interno. Nell’editoriale di questo inizio d’anno, il giornale ha ribadito l’intento di continuare a operare per la libertà di informazione. Per scongiurare ulteriori manifestazioni, gli agenti nei giorni scorsi hanno operato arresti di dissidenti della zona.

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