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La corte dell’Aia ha deciso: le isole del mar cinese meridionali non sono della Cina

Articolo pubblicato da Affarinternazionali

È storica la sentenza del Tribunale internazionale dell’Aja di ieri per la quale la Cina non ha alcun diritto di rivendicare le risorse marine del Mar cinese meridionale, nell’ambito della cosiddetta “linea dei nove punti”, formulata da Chiang Kai Sheke poi ereditata dai governi cinesi successivi.

Comprende un’area vastissima di circa 3,5 milioni di chilometri quadrati. Questo in sintesi il parere dei giudici su una questione che va avanti ormai da molti anni e che vede Cina e Filippine (oltre a diversi altri Paesi contro il gigante asiatico) in continua battaglia per il predominio su quest’area. “La Cina ha violato i diritti sovrani delle Filippine nella sua zona economica esclusiva (Zee) interferendo con i loro diritti di pesca e di esplorazione petrolifera costruendo isole artificiali e senza impedire che pescatori cinesi agissero nell’area”, dice la sentenza.

Dalla secca di Scarborough alle Spratley
Le Filippine avevano presentato il ricorso al Tribunale dell’Aja nel 2013, incentrandolo in primo luogo sulla proprietà della secca di Scarborough, che consiste in un gruppetto di scogli che affiorano per circa due metri sul livello del mare, e che si trovano nel Mar cinese meridionale a 250 km dalle coste di Manila e a 900 da quelle cinesi. La secca è stata occupata dalla Cina che ne rivendica la sovranità. Per le Filippine invece la Cina ha violato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).

La disputa sul Mar cinese meridionale, che vede in prima battuta antagoniste proprio Cina e Filippine, coinvolge in verità anche diversi altri paesi dell’area tra i quali Malaysia, Brunei, Vietnam e Taiwan, tutti interessati al controllo di isolotti e scogli di questo tratto di mare, tra cui le isole Spratley e le Paracelse, tratto considerato ricchissimo di risorse naturali, gas e petrolio principalmente.

Qui, specie negli ultimi anni, Pechino ha costruito installazioni militari e civili, aeroporti. Nella sentenza si legge che Pechino ha anche in tal modo creato danni all’ambiente naturale, distruggendo o facendo morire alcune parti della barriera corallina.

Per i giudici del tribunale dell’Aja il 90% dell’area rivendicata da Pechino appartiene dunque in realtà ad acque internazionali ed è indebitamente considerata propria dal Paese del dragone.

Il governo di Manila, pur soddisfatto dell’esito del ricorso, mantiene al momento un atteggiamento moderato, temendo forse un pericoloso aumento della tensione con la Cina che potrebbe persino portare ad un conflitto tra i due Paesi. Lo stesso presidente filippino, Rodrigo Duterte, ha chiesto moderazione e sobrietà al suo popolo in questa occasione, dichiarandosi favorevole al dialogo. “Le Filippine plaudono e accolgono con rispetto questa decisione che rappresenta una pietra miliare e un contributo fondamentale nelle controversie nel Mar cinese meridionale”, ha invece detto il ministro degli Esteri filippino Perfecto Yasay.

La sentenza di oggi, in effetti, potrebbe anche dare la stura ad un’altra serie di ricorsi analoghi da parte degli altri paesi dell’area, coinvolti nella disputa e interessati alla sovranità del Mar cinese meridionale.

Pechino contro l’Aja
Pechino, dal canto suo, confermando quanto aveva già detto nei giorni scorsi, ha subito fatto sapere di considerare la sentenza dell’Aja, “carta straccia”, negando anche la stessa giurisdizione della Corte sulla materia. Il portavoce del ministero degli esteri cinese, Lu Kang, ha dichiarato che il verdetto “non ha alcun tipo di valore legale”.

Nei giorni scorsi, forse anche già presagendo quanto sarebbe stato stabilito dalla sentenza, la Cina aveva anche provato a screditare i giudici, mettendone in dubbio la capacità e la trasparenza di giudizio. Quella della Filippine in verità è più una vittoria di immagine che di sostanza.

È probabile che poco o nulla cambierà, almeno nell’immediato futuro e che la Cina proseguirà imperterrita sulla sua strada. Il problema infatti deriva soprattutto dal fatto che la Corte internazionale dell’Aja, essendo stata chiamata in causa unilateralmente dalle Filippine che hanno presentato il ricorso, non ha nessun potere vincolante nei confronti della Cina, non può cioè costringerla a rispettare quanto deciso.

Ed è su questo che la Cina confida. A fare la differenza a questo punto potrebbe essere solo la posizione degli Stati Uniti e degli altri Paesi occidentali. Resta infatti ora da vedere cosa farà Washington e come, di conseguenza, la Cina deciderà di muoversi in seguito. Vero è che solo pochi giorni fa il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, in un colloquio con il Segretario di Stato americano, Kerry, aveva invitato gli Stati Uniti a non intromettersi nella disputa territoriale nel Mar cinese meridionale.

Appunto a Ulaan Baatar
Fra pochi giorni, il 15 e 16, a Ulaan Baatar, in Mongolia, Cina e Filippine si troveranno faccia a faccia o, meglio, seduti di fianco nel vertice asiatico-europeo Asem, che riunisce ogni due anni i capi di stato e di governo di oltre 50 paesi. Pechino, a capo della cui delegazione c’è il primo ministro Li Keqiang, ha già annunciato dichiarazioni a riguardo. I giapponesi, che siederanno allo stesso tavolo, hanno fatto trapelare di voler anch’essi far sentire la loro voce a riguardo. Dal mare, la battaglia per la sovranità su un gruppo di scogli, si sposterà sulle colline della capitale mongola.

Nicola Berto mi suggerisce che: La sentenza sarà comunque vincolante Art. 296 UNCLOS non potrà essere “enforced” ma ritorsioni ecc.

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La Cina aumenta l’importo degli aiuti alle Filippine dopo le polemiche

Dopo le polemiche dei giorni scorsi, la Cina ha deciso di aumentare l’importo destinato agli aiuti per i danni prodotti dal passaggio del devastante tifone Haiyan nelle Filippine. Lo scrive la stampa cinese. Il governo di Pechino aveva annunciato lunedì un aiuto di 100mila dollari, più altrettanti messi a disposizione dalla Croce Rossa cinese. L’importo aveva scatenato polemiche per la sua esiguità. Il portavoce del ministero degli estri ha annunciato che l’esecutivo cinese ha deciso di donare 10 milioni di yuan (oltre 1,2 milioni di euro) in attrezzature di emergenza (tende, medicine, coperte, cibo, acqua) all’arcipelago devastato dal tifone, che vanno ad aggiungere ai 100mila dollari in contanti. Il presidente cinese Xi Jinping, in un messaggio, ha anche inviato le condoglianze al suo omologo filippino. Lunedì, all’annuncio della donazione, si erano sviluppate molte polemiche in rete, continuate sulla stampa cinese il giorno dopo: da un lato coloro che considerano pochi quei soldi donati da una potenza come la Cina, leader nell’area; dall’altro coloro che la ritengono adeguata, soprattutto in considerazione dei rapporti fra i due paesi. Cina e Filippine sono al centro di dispute territoriali nel Mar cinese meridionale.

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La stampa cinese si divide sugli aiuti alle Filippine. Pechino manda solo 100.000 dollari

La stampa cinese è in contrasto sulla questione degli aiuti alle Filippine devastate dal tifone Haiyan, tra chi li reputa insufficienti e chi, al contrario, accusa il governo filippino di ingratitudine verso la Cina. “Se la Cina dara’ un aiuto di poca importanza alle Filppine – scrive in un editoriale il Global Times – le nostre perdite potrebbero superare quelle inflitte a loro da aiuti insufficienti”. Il giornale ha aggiunto che e’ interesse della Cina mostrare generosita’ verso un paese vicino in condizione di bisogno e che dare aiuto alle popolazioni in difficolta’ non deve considerarsi in conflitto con la difesa delle posizioni cinesi in materia di territorialita’ nel mar cinese meridionale. In contrasto con il Global Times, il Southern Daily, quotidiano ufficiale della provincia del Guangdong, che ha bollato come “ingrato” il governo filippino. “Il governo cinese – si legge – e la gente ama le Filippine ma le Filippine non hanno mai apprezzato l’amore della Cina, aspettandosi sempre di piu'”. Secondo Guo Zhongshi, capo del dipartimento di giornalismo dell’Università Battista di Hong Kong, interpellato dal South China Morning Post, non e’ strano che i media cinesi oggigiorno abbiano un approccio diverso su alcune questioni o addirittura si contraddicano. Du Ping, commentatore di Phoenix Tv, una emittente privata con sede a Hong Kong, ha detto che “la Cina dovrebbe mostrare simpatia e supporto alle Filippine anche se il presidente Aquino considera la Cina un nemico”. Il governo cinese ha stanziato a favore delle Filippine colpite dal tifone 100.000 dollari, una somma non elevata sia se comparata a quanto offerto da altri paesi sia a donazioni fatte in passato dalla stessa Cina in situazioni simili. Nel 2011 la Cina ha invece contribuito con un milione di dollari a seguito della tempesta tropicale Washi che sempre nelle Filippine uccise centinaia di persone.

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Cina-Usa: Pechino contro Hagel su forze navali nel Pacifico

Pechino critica le affermazioni del segretario alla difesa Chuck Hagel sull’ impegno militare degli Usa nel Pacifico mentre si avvicina il vertice tra il presidente americano Barack Obama e quello cinese Xi Jinping, che si incontreranno in California sabato prossimo. Ricordando che Hagel – parlando alla conferenza sulla sicurezza in Asia “Shangri-la Dialogue” che si è svolta a Singapore – ha annunciato che entro il 2020 il 60% della forza navale americana sarà dispiegata nel Pacifico, il quotidiano Global Times accusa gli Usa di “praticare dei trucchi privi di senso”. In un editoriale pubblicato oggi, il quotidiano filogovernativo afferma che la strategia del presidente Obama nel Pacifio non è altro che una “facile iniziativa tesa a rassicurare gli alleati degli Usa”. Pechino, scrive il Global Times, è “impegnata in una crescita pacifica” e il rafforzamento della presenza militare americana è uno “sforzo mal concepito” per contenerla. Negli ultimi due anni anche la Cina ha incrementato sua presenza nel Pacifico, dove una serie dispute territoriali la oppongono a Giappone, Vietnam, Filippine, Malaysia, Brunei e Taiwan. Nel suo intervento allo “Shangri-la Dialogue” il generale cinese Qi Jianguo, intervenuto subito dopo Hagel, ha cercato di rassicurare i vicini, sostenendo che Pechino “non nutre ambizioni egemoniche” nella regione.

fonte: ANSA

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Trenta pescherecci cinesi verso isole contese mari del Sud

Una flottiglia record di trenta navi da pesca cinesi e’ partita ieri verso le isole Spratly, Nansha in cinese, un arcipelago di piccole isole nel mar cinese meridionale al centro di una disputa tra Pechino, Vietnam e Filippine, oltre a Taiwan. Le navi, ognuna con una capacita’ di oltre 100 tonnellate, rimarranno intorno alle isole per una quarantina di giorni. A supporto dei pescherecci anche una nave per l’approvvigionamento e una scorta militare. ”Stiamo esplorando i modi per sfruttare le risorse del mare in maniera sistematica”, ha detto Huang Wenhui, che dirige l’ufficio per la pesca presso il Dipartimento per l’oceano e la pesca nella provincia di Hainan. ”L’obiettivo finale di questa operazione – ha aggiunto Huang – e’ che i pescatori possano pescare intorno alle isole Nansha su base regolare”. I 30 pescherecci, secondo le informazioni, dovrebbero arrivare sul posto in quattro giorni. Il Giappone, il Vietnam, Taiwan, Brunei, la Malesia e le Filippine si contendono la sovranita’ su vaste aree del mar cinese meridionale, ricco di risorse, incluse le isole Spratly. Ma la Cina afferma la sua sovranita’ sulla quasi totalita’ di queste aree.

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Si cerca il dialogo tra Cina e Giappone, forse domani a Pechino delegazione Tokyo

Giappone e Cina stanno progettando di tenere colloqui tra funzionari della Difesa che, in base a indiscrezioni, potrebbero vedere domani una delegazione di Tokyo partire per Pechino, con al centro il caso delle Senkaku-Diaoyu. Lo riporta l’agenzia Kyodo, a conferma delle dichiarazioni del portavoce del governo nipponico, Yoshihide Suda, che ha fatto intendere che i due Paesi stavano provando ad allentare le tensioni sulla sovranita’ del piccolo arcipelago, nel controllo di Tokyo e rivendicato da Pechino. ”Stiamo lavorando, il Giappone dialoga con la Cina”, ha affermato Suga in conferenza stampa, secondo cui Pechino e’ ”un vicino importante”. Le otto motovedette cinesi, intanto, hanno lasciato nella serata di ieri le acque delle isole Senkaku/Diaoyu, controllate da Tokyo e rivendicate da Pechino, dopo un blitz durato 12 ore. In base a quanto riferito dalla guardia costiera nipponica, e’ stata la piu’ grande intrusione finora fatta dalle navi del servizio di sorveglianza marittima cinese intorno al piccolo e disabitato arcipelago, ritenuto essere ricco risorse naturali, come il gas, oltre ad avere fondali ricchi per la pesca. Tra Tokyo e Pechino c’e’ stato ieri un duro uno scambio di proteste e prese di posizione.

fonte: ANSA

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Ultime notizie sul fronte sino-giapponese: isole contese e visita a santuario di guerra

Guerra di nervi e di parole tra Cina e Giappone sia sulle isole contese Diaoyu/Senkaku che sulla visita a Yasukuni, memoriale giapponese della seconda guerra mondiale, che ha provocato le ire dei cinesi. L’ambasciatore di Pechino in Giappone, Cheng Yonghua, ha protestato nei confronti del governo di Tokyo per quella che considera una intrusione territoriale cinese, cioe’ l’arrivo nelle acque contese di pescherecci giapponesi con attivisti. La protesta e’ arrivata durante l’incontro che il diplomatico ha avuto con il vice ministero degli esteri giapponese Chikao Kawai, che aveva convocato il cinese per esprimergli la stessa protesta, dopo che motovedette cinesi erano state viste nei pressi delle isole. Il viaggio degli attivisti giapponesi e’ stato definito ”illegale” e portatore di problemi” dalla portavoce del ministero degli esteri di Pechino Hua Chunying. Ma la Cina continua a protestare anche per la visita di esponenti dell’amministrazione centrale di Tokyo al memoriale di guerra Yasukuni, dove si onora la memoria dei militari di guerra e che ha scatenato anche le proteste sud coreane. Dopo l’offerta rituale di tre pini da parte del premier giapponese Shinzo Abe e la visita di ministri del suo governo, oggi sono stati al santuario 169 parlamentari di Tokyo, ”il piu’ alto numero dal 2005” scrive la Nuova Cina, che definisce la visita ”l’esposizione della codardia dei politici (giapponesi, ndr)”.

Il Giappone e’ pronto a respingere ogni sbarco cinese alle Senkaku/Diaoyu, isole controllate da Tokyo e rivendicate da Pechino, anche con ”l’uso della forza”. ”Sarebbe normale avviare un allontanamento con la forza in caso di sbarco”, ha detto il premier nipponico, Shinzo Abe, in un dibattito parlamentare, rispondendo a una domanda sul tema. Abe ha assicurato che l’attivita’ di sorveglianza nipponica ha lo scopo di ”impedire a chiunque di poter sbarcare” sul piccolo arcipelago conteso e disabitato.

Una flottiglia di una decina di pescherecci giapponesi, con a bordo esponenti di associazioni di nazionalisti, è diretta verso le isole Senkaku/Diaoyu, in una iniziativa che ha lo scopo di ribadire la sovranità nipponica. Partita in nottata dal porto di Ishigaki, riporta la tv Nhk, la spedizione è stata voluta dall’associazione ‘Ganbare Nippon’ (‘Forza Giapponé).

Quasi 170 parlamentari nipponici hanno visitato oggi il controverso santuario Yasukuni, visto come il simbolo del passato imperialista e militarista del Giappone, alimentando nuove tensioni regionali. Secondo i media locali, un numero eccezionalmente alto (ben 168) ha voluto pregare al luogo dedicato ”alle anime di soldati e persone morte combattendo per l’imperatore”, tra cui 14 criminali di Classe A. La visita e’ maturata all’indomani della protesta della Cina e della cancellazione del viaggio a Tokyo del ministro degli Esteri sudcoreano, Yun Byung-se.

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