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Prove disgelo epr la Corea del Nord: Obama invita Kim a collaborare

Forse e’ prematuro parlare di disgelo. Ma dopo settimane di enorme tensione, nei rapporti tra la Corea del Nord e la comunita’ internazionale sembra tornare un po’ di sereno. Il primo gesto lo ha fatto il leader supremo di Pyongyang che – secondo quanto riferiscono fonti del governo di Seul – ha deciso di revocare lo stato di massima allerta e di spostare i missili a medio raggio negli ultimi tempi puntati su possibili obiettivi ‘nemici’. Per il momento, dunque, le provocazioni sembrano aver lasciato il posto a un atteggiamento piu’ cauto. Cosi’ a Washington il presidente americano, Barack Obama, e la presidente sudcoreana, Park Geun-hye – incontratisi alla Casa Bianca – usano toni che sembrano un po’ meno duri rispetto al passato: ”Gli Stati Uniti sono pronti a difendere se stessi e gli alleati”, ha ribadito Obama, insistendo pero’ sul fatto che l’America e’ soprattutto pronta da tempo al dialogo con un regime nordcoreano ”sempre piu’ isolato”. Il presidente Usa – su invito di un giornalista sudcoreano nel corso della conferenza stampa con la Park – lancia un messaggio al giovane ed aggressivo leader di Pyongyang: ”Non lo conosco personalmente, ma quello che so e’ che le sue provocazioni lo hanno portato in un vicolo cieco. Deve invece ricongiungersi alla comunita’ internazionale – auspica Obama – collaborare per la denuclearizzazione della penisola coreana e assicurare cosi’ prosperita’ del suo popolo”. In questo caso tutti sono pronti ad accoglierlo. Il ruolo che puo’ essere svolto dalla Cina viene sottolineato dalla presidente Park, che ricorda come Pechino ”puo’ esercitare un’influenza fondamentale per indurre la Corea del Nord a rimettersi sulla retta via, rispettando gli obblighi internazionali a partire dalle risoluzioni delle Nazioni Unite”. Dunque, Pyongyang deve impegnarsi davvero per la denuclearizzazione della penisola coreana: e fino a quando esistera’ la minaccia nucleare – avverte Park – ”il nostro impegno sara’ quello di rafforzare le difese”. Le crescenti tensioni nella penisola coreana avevano portato Pyongyang a decidere il 26 marzo scorso il livello di massima allerta per tutte le unita’ strategiche missilistiche e di artiglieria, in risposta a Corea del Sud e Usa impegnati in manovre militari congiunte. Il regime aveva quindi puntato vettori balistici contro obiettivi importanti su continente americano, Hawaii e Guam, nonché su altre basi militari Usa di Pacifico e Corea del Sud. Ora, l’allerta sembra essere terminata intorno al 30 aprile.

fonte: ANSA

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La Corea del Nord invia spiragli, chiede cancellazione sanzioni Onu. Condizioni inaccettabili per Usa, Tokyo e Seul

La Corea del Nord accantona i toni apocalittici e lancia primi segnali di dialogo, peraltro tutti da verificare, in funzione delle pesanti condizioni poste. La Casa Bianca ribadisce la richiesta di “segnali chiari e credibili” sulla strada dell’abbandono dei propositi nucleari. Il segretario di Stato John Kerry precisa che le condizioni imposte dalla Corea del nord “sono inaccettabili”, pur leggendo le mosse di Pyongyang come “una tattica d’apertura”. Seul e Tokyo bocciano la piattaforma che comprende anche il ritiro delle sanzioni delle Nazioni Unite. La potente Commissione nazionale di Difesa, che è l’organo istituzionale di grado più alto a Pyongyang, ha reso noto che Usa e Corea del Sud devono sospendere le provocazioni e gli atti di aggressione (con le scuse per le azioni passate), mentre le risoluzioni Onu, incluse le sanzioni, devono essere revocate. Gli Stati Uniti e la Corea del Sud devono, come prima mossa, “fermare immediatamente tutti i loro atti provocatori” contro Pyongyang e “chiedere scusa per tutti quelli fatti”, ha rilanciato la Kcna, citando in forma anonima un portavoce della Commissione presieduta dal ‘giovane generale’ Kim Jong-un. Non solo: come “segnale di buona volontà”, dovrebbero essere tolte le risoluzioni con le sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, mentre Seul dovrebbe smettere di attribuire le colpe al Nord dell’affondamento della corvetta Cheonan di marzo 2010 e per gli attacchi informatici alle reti sudcoreane. Nella seconda fase, Washington e Seoul “dovrebbero dare garanzie formali di fronte al mondo che non manderanno in scena ancora una volta esercitazioni di guerra nucleare per minacciare o ricattare” Pyongyang. Infine, Stati Uniti e Corea del Sud “dovrebbero decidere di ritirare tutti i mezzi di guerra nucleare dalla Corea del Sud e dalle sue vicinanze e rinunciare al tentativo di reintrodurle, come dovere immediato”. La dichiarazione è maturata a pochi giorni dalla visita, conclusasi lunedì, del segretario di Stato Usa, John Kerry, in Estremo Oriente, con tappe a Seul, Pechino e Tokyo. Proprio nella capitale nipponica, Kerry aveva ribadito che da parte di Washington c’é apertura a negoziati purché “onesti” e con la controparte, Pyongyang, in grado di mostrare volontà “autentica e credibile sulla denuclearizzazione”. Il tutto con “misure significative per dimostrare di onorare gli impegni” presi: “la palla – aveva concluso Kerry – è nel loro campo”. Una posizione ribadita appieno dalla Casa Bianca, proprio in relazione alla mossa inattesa del regime comunista. Le condizioni poste, invece, sono considerate “totalmente incomprensibili” da Seul, secondo Cho Tai-young, portavoce del ministero degli Esteri. “Questo è assurdo – ha aggiunto -. Invitiamo il Nord a bloccare richieste incomprensibili e a fare scelte di buon senso, come abbiamo più volte incoraggiato”. La cancellazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sono poi state “inserite per ragioni grottesche”. Anche il Giappone ha espresso contrarietà. Le risoluzioni dell’Onu, ha spiegato il portavoce del governo, Yoshihide Suga, contengono obblighi di “grande portata” e Pyongyang dovrebbero rispettarli. “La comunità internazionale deve collaborare in modo che la Corea del Nord non faccia atti provocatori”. Insomma, primi segnali di un cammino negoziale non semplice e lungo, mentre Wu Dawei, rappresentante speciale della Cina per gli affari coreani e a capo del negoziato a Sei per l’abbandono delle ambizioni nucleari del Nord, sarà negli Usa la prossima settimana negli sforzi per definire una via d’uscita.

fonte: ANSA

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Smentito il rafforzamento dell’esercito cinese in frontiera con Corea Nord

La Cina ha smentito oggi le notizie secondo le quali avrebbe rafforzato il suo dispositivo militare sulla frontiera con la Corea del Nord. “Queste notizie non sono vere”, ha affermato il portavoce del ministero della Difesa Yang Yujun in una conferenza stampa a Pechino. Il portavoce si è limitato a sottolineare che Pechino “segue con grande attenzione” gli sviluppi della tensione nella penisola coreana. Pyongyang, alla quale sono stata imposte nuove sanzioni economiche dopo il test nucleare dello scorso febbraio, ha rivolto nei giorni scorsi minacce alla Corea del Sud, agli Stati Uniti e al Giappone.

fonte: ANSA

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Pressing Cina e Usa per denuclearizzazione Corea del Nord

Gli Stati Uniti e la Cina rilanciano congiuntamente il processo di distensione con la Corea del Nord che nel 2005 aveva portato ad un accordo in base al quale Pyongyang avrebbe rinunciato agli armamenti nucleari in cambio di massicci aiuti economici. Dopo una lunga riunione – durata circa quattro ore – nella guest house di Diaoyutai alla periferia di Pechino, il segretario di Stato americano John Kerry e il consigliere di Stato (una carica che in Cina è più importante di quella di ministro) Yang Jiechi, hanno affermato che le due potenze sono d’accordo sull’obiettivo della “denuclearizzazione della penisola coreana”. Dato che solo la Corea del Nord è dotata di armamenti nucleari, il significato della dichiarazione dei due massimi esponenti delle diplomazie di Usa e Cina è chiaro. Kerry, arrivato oggi nella sua prima visita in Cina nella veste di segretario di Stato, ha incontrato i massimi esponenti della rinnovata gerarchia cinese: il presidente Xi Jinping, il premier Li Keqiang e il ministro degli esteri Wang Yi. Il tono é stato da subito positivo. Oltre ad aver riaffermato che le due potenze intendono collaborare su una serie di questioni di rilevanza per loro e per il resto del mondo – commercio, valute, sicurezza cibernetica, ambiente – tutti gli interlocutori cinesi del segretario di Stato hanno sottolineato che la Cina vuole una penisola coreana senza armi nucleari e che vuole arrivare a questo risultato col dialogo. Pechino ha risposto positivamente all’invito che gli era stato rivolto dallo stesso Kerry perché prema con decisione sui suoi alleati nordcoreani per convincerli a rinunciare alle provocazioni e all’aggressività. In cambio, gli Usa hanno moderato i toni e rilanciato – come già avevano fatto ieri con gli alleati sudcoreani – il processo di pace a sei (le due Coree, la Cina, gli Usa, il Giappone e la Russia), un’invenzione della diplomazia cinese che nel 2005 aveva portato all’accordo. Kerry ha definito la sua giornata a Pechino “estremamente costruttiva” e ha sottolineato che ha prodotto “più di quanto mi aspettavo”. Alla Corea del Nord ha detto che un nuovo test missilistico – che secondo alcuni potrebbe avvenire nei prossimi giorni – sarebbe “un errore” e le ha chiesto di “tenere fede” agli impegni che ha preso, siglando l’accordo sul disarmo nucleare. Al presidente Xi Jinping il segretario di Stato ha detto che la situazione nella penisola coreana è in un “momento critico”, secondo fonti della delegazione americana. La televisione di Stato cinese, nel suo telegiornale della sera, ha citato il premier Li Keqiang, che avrebbe affermato che “la tensione nella penisola non è nell’interesse di nessuno”. La collaborazione sino-americana sembra rafforzata anche dall’accordo – annunciato da Kerry – sulla creazione di un gruppo di lavoro congiunto sulla sicurezza informatica, un aspetto che gli americani considerano strategico. Solo qualche settimana fa Obama aveva accusato le autorità cinesi di orchestrare i cyber-attacchi contro gli Stati Uniti, minacciando conseguenze se questi non fossero cessati al più presto. Domani Kerry sarà in Giappone, ultima tappa del suo viaggio asiatico. Non è difficile prevedere che Tokyo, pur sentendosi minacciata direttamente dalla Corea del Nord, avallerà il tentativo di rilanciare le trattative a sei approvato da Usa, Corea del Sud e Cina. Rimane da capire quale sarà la risposta dell’imprevedibile Corea del Nord. Il 15 aprile cade l’anniversario della nascita del suo fondatore Kim Il-sung – nonno dell’ attuale numero uno Kim Jong-un – e nel piccolo e impoverito Paese si preparano le celebrazioni. L’agenzia sudcoreana Yonhap ha scritto oggi che negli ultimi due giorni non sono stati notati movimenti dei missili, dopo che nei giorni scorsi era trapelata la notizia che cinque missili erano stati messi in posizione di lancio sulla costa orientale del Paese. Il Rodong Sinmun, organo del partito unico di governo, ha lanciato però una nuova invettiva contro le manovre militari congiunte tra Usa e Corea del Sud in corso da alcune settimane, minacciando con gli abituali toni trucidi di “annientare” il nemico con “l’uso di potenti mezzi nucleari”.

fonte: Beniamino Natale per ANSA

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Secondo esperto cinese, ci sarebbe il 70% di possibilita’ che scoppi la guerra pe rla Corea del Nord

Secondo Zhang Lianghui, uno dei maggiori esperti di Corea del Nord della Cina, ci sono il 70% di probabilita’ che la crisi in corso nella regione sfoci in guerra aperta. ”Ci sono tra il 70 e l’ 80% di possibilita’ che scoppi una guerra – ha dichiarato Zhang – perche’ il nuovo leader nordcoreano Kim Jong-un vuole usare quest’ occasione per arrivare alla riunificazione della penisola coreana”. Pechino ha approvato le sanzioni imposte dall’ Onu a Pyongyang dopo il test nucleare effettuato in febbraio. In un indiretto ma chiaro riferimento alla Corea del Nord, il presidente cinese Xi Jinping ha affermato domenica scorsa che ”a nessuno deve essere consentito di creare il caos” per promuovere i suoi interessi particolari. Secondo fonti giapponesi, la Corea del Nord e’ pronta ad effettuare un test missilistico, probabilmente prima del 15 aprile, quando ricorre l’ anniversario della nascita del fondatore del Paese, Kim il-sung.

fonte: ANSA

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Ambasciate sfidano regime in Corea del Nord, “restiamo”

Le ambasciate straniere a Pyongyang declinano, per il momento, ‘l’invitò avanzato dalla Corea del Nord a valutare l’evacuazione del personale perché non in grado dopo il 10 aprile di garantire la loro sicurezza nello svolgimento delle funzioni in caso di conflitto. Una vicenda finita verosimilmente nel colloquio telefonico di oggi tra il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e il neo ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, sugli sviluppi della crisi: condividendo profonda preoccupazione per l’escalation, Ban ha detto di “essere impegnato a fare tutto il possibile per disinnescare” ogni tensione, dichiarandosi fiducioso che anche la leadership cinese avrebbe fatto “del suo meglio per contribuire a calmare la situazione e aiutare Pyongyang a invertire la rotta”. Parole, riportate in una nota, che sono il segnale di un pressing su Pechino, ultimo alleato del Nord. “Ad ora non ci sono motivi per andare via”, hanno riferito all’ANSA fonti diplomatiche del coordinamento del network delle rappresentanze, in base alla convinzione diffusa che si debba restare e vedere l’evoluzione degli eventi (“nessun piano sulla partenza, ma aspettiamo”), nonostante la crescente escalation dei toni, rimasti finora solo verbali. “La riunione si è tenuta nel pomeriggio intorno al nucleo europeo”, tra cui Germania, Regno Unito e Svezia, che al solito rappresenta gli Usa, in assenza di rapporti diplomatici tra Washington e Pyongyang. “Poi – ha detto la stessa fonte – c’é stato il consueto collegamento con tutti quanti, con la Russia e anche la Cina”. In altri termini, nessuno “ha ritenuto e visto alcuna necessità”, in base alla situazione attuale, di lasciare la capitale nordcoreana: non è chiara la ragione della data del 10 aprile e, soprattutto, è sospetto il fatto che la comunicazione sia avvenuta venerdì, “ad appena 5 giorni dalla scadenza”. Un mondo, forse, per far aumentare la tensione. Questo è l’orientamento delle oltre 20 ambasciate straniere, incluse quelle cinese e russa, e gli uffici di rappresentanza delle agenzie internazionali nella capitale nordcoreana, tra le riconducibili all’Onu e ad altre organizzazioni umanitarie, nel complesso meno di una decina. I diplomatici restano dunque, mentre la Farnesina, dal sito ‘viaggiaresicuri’, invita i cittadini a “posticipare temporaneamente eventuali viaggi in Corea del Nord”. Il governo della Corea del Sud, nel frattempo, ha informato le missioni diplomatiche a Seul che non sono stati rilevati segnali nel Nord relativi a un possibile lancio di un attacco, escludendo le ipotesi di timori sulla sicurezza. In particolare, un alto funzionario della Presidenza sudcoreana, citato in forma anonima dall’agenzia Yonhap, ha riferito il capo dell’Ufficio sulla sicurezza nazionale, Kim Jang-soo, ha tenuto in giornata una riunione di alto livello per un esame aggiornato. “Dall’incontro è emerso che, per ora, non ci sono segnali di cambiamento o sviluppi a Pyongyang o in altre città”. L’unico elemento, legato alla propaganda, è un ordine all’ aumento della produzione di pezzi di artiglieria impartito dal leader nordcoreano Kim Jong-un: la Kctv, il network televisivo, ha trasmesso una sorta di documentario in cui è apparso Kim durante una riunione di consultazione con i lavoratori dell’ industria della difesa, tenuta lo scorso 17 marzo.

Antonio Fatiguro per l’ANSA

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Da crisi Corea del Nord, cambio di passo in relazioni Usa-Cina

Non tutti i mali vengono per nuocere se, come sembra, la crisi nella penisola coreana sta favorendo un cambio di passo nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. In seguito all’escalation delle minacce di Pyongyang verso Seul e Washington, Pechino è rimasta sorprendentemente in silenzio, tradendo una certa insolita irritazione verso il governo della Corea del Nord, suo tradizionale alleato. Le cosa non è sfuggita alla Casa Bianca, che ha quindi rafforzato il pressing inviando a Pechino una serie di stretti collaboratori del presidente Barack Obama. Già sabato sarà il il segretario di Stato John Kerry, in un viaggio che lo porterà anche a Seul e Tokyo. Una settimana dopo arriverà il generale Martin Dempsey, capo di stato maggiore interforze, e poi sarà il turno di Tom Donilon, consigliere del presidente per la sicurezza nazionale. A sua volta, Obama incontrerà il nuovo presidente cinese Xi Jinping a settembre, ma ha già parlato con lui al telefono poco dopo la sua elezione. “Il tempismo è importante”, ha affermato Donilon, secondo cui si tratta di “un importante primo esercizio tra Stati uniti e Cina. Primo per quanto riguarda Xi Jinping (presidente solo dal 14 marzo scorso, ndr) e primo per quanto riguarda il secondo mandato del presidente Obama”. Anche se la cosa non può certo fargli piacere, la Cina non ha reagito al dispiegamento da parte degli Stati Uniti di navi e aerei da guerra nella regione, e in maniera sorprendentemente veloce ha sottoscritto le nuove sanzioni imposte il mese scorso dalle Nazioni Unite a Pyongyang, sottolineano fonti dell’ amministrazione Usa citate oggi dal New York Times. Resta da vedere la volontà cinese di applicarle con efficacia, le sanzioni; ma tutto fa pensare, ha affermato Donilon, che la posizione della Cina riguardo alla Corea del Nord si stia “evolvendo”. Sulla base degli incontri avuto finora, funzionari dell’amministrazione hanno affermato di ritenere che il presidente Xi abbia un approccio verso Pyongyang più pragmatico di quello del suo predecessore, Hu Jintao. Soprattutto perché il mese scorso, nota ancora il NYT, Xi ha parlato al telefono con il nuovo presidente sudcoreano Park Geun-hye, al quale ha detto quanto la Cina apprezzi le sue relazioni con la Corea del Sud e ha offerto assistenza nella “riconciliazione e cooperazione”. Allo stesso tempo, il giovane presidente nordcoreano Kim Jong-un ha avuto ben pochi contatti con gli alti dirigenti di Pechino. E l’auspicio che le relazioni tra Pechino e Washington raggiungano un stadio superiore riguarda anche altri argomenti che Kerry avrà certamente nella sua agenda nei prossimi colloqui a Pechino, come il problema della cyber-sicurezza e cyber-spionaggio, o i cambiamenti climatici, un tema che sta molto a cuore al nuovo segretario di Stato.

fonte: ANSA

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Reportage di Beniamino Natale dell’Ansa da Dandong, confine con la Corea del Nord

La citta’ nuova di Dandong e’ uno dei miracoli della Cina contemporanea. La sua costruzione e’ cominciata due anni fa e gia’ ci sono i grattacieli-condomini, le villette a schiera unifamiliari, i massicci edifici destinati ai centri commerciali e lo stadio e’ quasi finito. Gran parte del milione di abitanti della citta’, che sorge sulle rive del fiume Yalu, sul confine con la Corea del Nord, si dovrebbero presto trasferire qui. Nei giorni di festa i piu’ ricchi vengono gia’ con i pullman a guardare le villette – e in piu’ ci saranno tutti i manager e gli impiegati delle imprese, che arriveranno da altre parti della Cina e naturalmente dall’ estero… tutto cio’ dovrebbe avvenire quando sara’ operativa la prima zona economica speciale gestita congiuntamente dai cinesi e dai nordcoreani, chiamata Huang Jinping, che si puo’ tradurre approssimativamente come ”Pianura d’ oro”. Qui, sulla costa della provincia del Liaoning, Cina e Corea del Nord sono separate solo dallo Yalu. Per ospitare la ”Pianura d’ oro” e’ stata scelta un’ isola nordcoreana, che sorge a pochi metri dalla sponda cinese. Tra l’ altro sono in stadio avanzato di costruzione due ponti che collegheranno l’ isola e la terraferma. Si tratta di un grande progetto, che proietterebbe Dandong nel gruppo delle citta’ cinesi in rampa di lancio per la prossima fase dello sviluppo, come Chengdu e Chongqing. Peccato che i nordcoreani, invece di impegnarsi nel fare la loro parte per far diventare realta’ il sogno della “Pianura d’ oro” si dedichino agli esperimenti atomici, accompagnati da oscure minacce di attacchi e di distruzioni rivolte ai loro ”nemici imperialisti”, cioe’ Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti. L’ accordo per la creazione della Zona economica speciale, che attirerebbe capitali prima di tutto dalla stessa Cina e dalla Corea del Sud, ma sicuramente anche dal resto del mondo, e’ stato firmato all’ inizio del 2010. I cinesi hanno cominciato i lavori dopo pochi mesi e li hanno cominciati a modo loro, cioe’ a un ritmo indiavolato. Erano gia’ a buon punto quando e’ arrivato sulla scena il nuovo leader nordcoreano, il 29enne Kim Jong-un, terzo esponente della dinastia iniziata dopo la Seconda Guerra Mondiale da suo nonno Kim Il-sung, e proseguita dal padre Kim Jong-il, morto alla fine del 2011, a 70 anni. Jong-un, grasso, con un taglio di capelli a meta’ tra il militare e il punk, ha studiato in Svizzera e gli osservatori ritengono che sia orientato, sul lungo periodo, a far seguire al suo Paese la strada cinese di riforme e apertura. Sara’ perche’ – come molti dicono a Dandong – fatica ad imporre la sua autorita’ ai vecchi generali abituati ad essere aggressivi e onnipotenti ma nel 2011 Jong-un comincia a mostrare il volto intransigente e spesso provocatorio della Corea del Nord. Si comincia coi missili e si arriva, nel febbraio scorso, al terzo esperimento atomico (i precedenti erano stati eseguiti da Jong-il nel 2007 e 2009). La Cina e’ tutt’ altro che contenta e all’ Onu vota a favore delle sanzioni economiche contro Pyongyang. I lavori per la costruzione della nuova Dandong e della ”Pianura d’ oro” non si bloccano, ufficialmente, ma procedono a rilento. Il sogno di Dandong svanisce, ed e’ la seconda volta che succede. Gia’ nel 2002, Kim Jong-il aveva accettato di creare insieme alla Cina una zona economica speciale a Sinuiji, che sorge sulla sponda coreana dello Yalu. Ma si era affidato ad un ambiguo personaggio, un faccendiere arricchitosi in modo misterioso chiamato Yang Bin. Yang deve aver pestato qualche piede sbagliato e nel 2003 viene arrestato e condannato a 18 anni di prigione per evasione fiscale e altri reati economici. Tutto rinviato. La speranza riaccesa dall’ accordo del 2010 si e’ spenta davanti alla nuova aggressivita’ di Kim Jong-un. I cantieri della nuova Dandong oggi appaiono semideserti. Dall’ altra parte della rete una decina contadini nordcoreani zappano la terra arida e salutano con la mano.

fonte: Beniamino Natale per ANSA

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Cina e Corea del Nord, un’alleanza a prova di Bomba. Reportage di Beniamino Natale al confine tra i due paesi

I turisti affollano, come sempre, il ‘Ponte Corto’ di Dandong, una vivace città commerciale di un milione di abitanti nel nordest della Cina, sul confine con la Corea del Nord. “Forse sono un po’ più del solito”, dice una donna che vende souvenir nordcoreani, il volto coperto da un fazzoletto e la testa da un cappellaccio calato sulle orecchie, per proteggersi dalle folate di vento che di tanto in tanto spazzano le coste del fiume Yalu, che separa i due Paesi. Il ponte deve il suo nome ad un bombardamento effettuato dall’ aviazione americana durante la guerra di Corea (1950-53), che lo ha spezzato a metà. Dalla parte cinese, i turisti ridono e si fotografano l’uno con l’altro. Un soldato nordcoreano, le mani in tasca, passeggia sull’altra sponda, a non più di cinquanta metri di distanza, con aria tutt’altro che marziale. Se davvero si sta preparando una guerra, a Dandong non se n’é accorto nessuno. Il giudizio degli abitanti sull’effetto delle sanzioni, che la Cina ha approvato insieme agli altri membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu dopo il test nucleare nordcoreano del 12 febbraio, è unanime: qualche cambiamento di facciata, ma in sostanza “business as usual”, affari come al solito. Dandong è la porta degli scambi tra la Corea del Nord e la Cina del nordest. Commerciati e piccoli imprenditori dei due Paesi, spesso ex militari, portano materie prime in Cina e manufatti dall’altra parte della frontiera. Le regioni settentrionali della Corea del Nord hanno nella relazione con la Cina una fonte insostituibile di beni di consumo e di reddito: secondo un imprenditore locale, sono circa 40mila i lavoratori nordcoreani impiegati nelle fabbriche della zona. “Alcune imprese cinesi hanno aperto delle fabbriche in Corea del Nord – spiega uno di loro – lì si spende un po’ di meno ma i controlli sulla qualità del prodotto sono molto più difficili”. L’afflusso dei lavoratori, secondo notizie apparse sulla stampa cinese e internazionale, sarebbe stato ridotto dopo l’approvazione delle sanzioni, ma i controlli sono impossibili. Le banche hanno congelato i conti intestati a cittadini della Corea del Nord ma non quelli dei loro partner cinesi. “Nella pratica i nostri affari non sono stati toccati”, ha dichiarato un commerciante locale al quotidiano giapponese Asahi Shimbun. Un altro imprenditore afferma che il flusso di camion carichi di merce da una parte all’altra del ‘Ponte dell’Amicizià – costruito dopo la fine della guerra a pochi metri di distanza dal ‘Ponte Corto’ – è diminuito di giorno ma rimane intenso dopo il tramonto. La situazione di Dandong riflette il dilemma della Cina di fronte alle intemperanze del suo turbolento vicino. A Pechino le voci che chiedono di abbandonare la Corea del Nord al suo destino sono sempre più insistenti. Ma le considerazioni geo-strategiche – la possibilità, in futuro, di uno showdown con gli Usa nel Pacifico – e il timore che un crollo del regime di Pyongyang provochi un destabilizzante afflusso di profughi coreani nel nord della Cina – spingono Pechino a mantenere un atteggiamento estremamente prudente verso il piccolo Paese alleato. “E’ vero che nella dirigenza cinese c’é stato un cambiamento fondamentale nel modo di guardare alla Corea del Nord”, sostiene Kim Heung-kyu, professore di Scienze Politiche alla Sungshin Women University di Seul ed esperto della relazioni tra la Cina e le due Coree. “Il precedente presidente, Hu Jintao, considerava la Cina un Paese in via di sviluppo. Il suo successore Xi Jinping ritiene invece che la Cina si debba affermare come la nuova potenza sulla scena internazionale”. “In quest’ottica la Corea del Nord rimane un Paese ‘fratello’, ma un fratello minore, che deve ubbidire a Pechino”. “Ma prima che questo si traduca in cambiamenti visibili della politica cinese verso la Corea del Nord, passeranno degli anni”, assicura il professore.

fonte: Beniamino Natale per Ansa

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La Corea del Nord chiede evacuazione delle ambasciate, 2 missili in rampa

La Corea del Nord ha invitato tutte le ambasciate straniere a Pyongyang a prepararsi per l’eventuale evacuazione: l’ultima mossa del regime, unita al rilevamento di due missili a medio raggio già in rampa di lancio (e nascosti) sulla costa orientale, scuote ancora l’Estremo Oriente. Il messaggio veicolato in mattinata alle rappresentanze diplomatiche, incluse Cina (l’alleato più stretto) e Cuba, si basa sulla considerazione che Pyongyang non potrebbe essere in grado di garantire la sicurezza dell’esercizio delle funzioni del personale dopo il 10 aprile in caso di conflitto. Che non sia finita qui, ne sono convinti anche gli Stati Uniti: non sarebbero “sorpresi” se la Corea del Nord effettuasse a breve altri test missilistici, ha detto oggi il portavoce della Casa Bianca Jay Carney. A Cuba, lo stesso ex ‘lider maximo’ Fidel Castro, in una delle sue ‘riflessioni’ pubblicate dal sito internet Cubadebate, si è appellato al senso di responsabilità chiedendo alla Corea del Nord di “evitare una guerra” che non produrrebbe “alcun beneficio” ai due Paesi della penisola coreana e “causerebbe danni a oltre il 70% della popolazione del pianeta”. Le ragioni della scadenza non sono chiare: in settimana Pyongyang, bloccando i nuovi ingressi ai lavoratori sudcoreani alla zona industriale di Kaesong, ha chiesto alle 123 aziende di Seul presenti nel distretto a sviluppo congiunto l’elenco delle persone che avrebbero lasciato l’area proprio entro il 10 aprile. Gli italiani nella capitale nordcoreana “sono meno di 10: siamo in stretto contatto con loro, così come lo siamo stati nei giorni scorsi”, ha assicurato l’ambasciatore italiano a Seul, Sergio Mercuri, con credenziali a Pyongyang, secondo cui “la loro incolumità è garantita”. “Non risulta che le rappresentanze diplomatiche” stiano evacuando, ha aggiunto Mercuri raggiunto telefonicamente, osservando che “ci sono rapporti continui con le altre rappresentanze diplomatiche per seguire gli sviluppi del caso”. L’Italia è presente da oltre 10 anni con la normalizzazione dei rapporti diplomatici promossa nel 2000 dal ministro degli Esteri Lamberto Dini a seguito di una visita a Pyongyang. I connazionali al momento nel Paese comunista sono soprattutto coinvolti nelle attività delle organizzazioni internazionali e dell’Onu, con scopi umanitari. Secondo quanto appreso dall’ANSA, il ‘warning’ di Pyongyang avrebbe una sua logica: nel momento in cui “siamo un bersaglio, dobbiamo mettere in guardia tutti sui rischi connessi”, ha notato una autorevole fonte militare. “Sui rischi di guerra, c’é da ricordare – ha aggiunto – che gli oltre 7 milioni di riservisti non sono stati richiamati”. Il Foreign Office britannico ha definito dal canto suo l’evacuazione come “retorica anti-Usa”, mentre Mosca (che con la Gran Bretagna ha ufficialmente commentato la mossa nordcoreana) è in stretto contatto con la Cina, gli Usa, la Corea del Sud e gli altri membri del sestetto di mediatori sulla richiesta della Corea del Nord di valutare l’evacuazione dello staff delle ambasciate a Pyongyang, ha rilevato il ministro degli Esteri, Serghiei Lavrov, “preoccupato dalla tensione, anche se solo a parole”. Intanto, i missili a medio raggio, caricati su rampe mobili e nascosti sulla costa orientale, sono diventati due. “All’inizio di questa settimana, il Nord ha spostato su un treno due missili Musudan”, ha affermato un alto funzionario militare citato dall’agenzia Yonhap. C’é l’ipotesi di un lancio a sorpresa, ha aggiunto la fonte, confermando quanto detto ieri dal ministro della Difesa, Kim Kwan-jin, sull’incertezza relativa all’iniziativa: test o esercitazione militare. All’inizio della settimana, era emerso che la Corea del Nord aveva spostato sulla costa orientale un Musudan, vettore a media gittata fino a 3-4.000 km, spingendo gli Usa a piazzare sistemi anti-missile sull’isola di Guam. In risposta, la Corea del Sud ha reso operativi i due cacciatorpediniere Aegis, equipaggiati con sistemi radar di rilevazione e contrasto anti-balistici, per seguire più direttamente la situazione sia sul mar del Giappone sia sul mar Giallo.

Antonio Fatiguso per ANSA

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