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Per il Dalai Lama, l’elezione di Papa Francesco è “storica”

Un’elezione “storica” quella di di Papa Francesco. Così il Dalai Lama ha espresso, in un messaggio indirizzato al nuovo Papa e pubblicato sul suo sito, il suo saluto e il suo “senso di gioia”a augurandosi di poter incontrare presto il nuovo capo della Chiesa di Roma. Il leader dei buddisti tibetani ha scritto di non essere un esperto di santi cattolici ma, essendo anche stato ad Assisi per l’incontro interreligioso, conosce San Francesco e si è detto “toccato” dalla scelta del cardinale Bergoglio di assumere il nome del poverello d’Assisi come suo nome per il pontificato. “La sua disciplina – scrive il Dalai Lama riferendosi a San Francesco – la semplicità della sua vita e il suo amore per tutte le creature sono qualità che io trovo altamente ispiranti. Sono veramente toccato nel sapere che è questo il nome scelto dal Papa”. Il Dalai Lama nel suo messaggio ricorda di aver già incontrato Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e di aspettare un incontro con il nuovo Papa. “Sono stato molto contento di aver incontrato i suoi immediati predecessori – ha scritto il Dalai Lama rivolgendosi a Papa Francesco – con i quali ho avuto conversazioni amichevoli durante gli ultimi 40 anni circa, così come ho avuto scambi con i miei fratelli e sorelle cristiani. Spero di avere l’onore di incontrare anche lei qualche volta nel prossimo futuro”.

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Cantante tibetano condannato per canzoni pro Tibet

Un tribunale della provincia occidentale cinese del Qinghai ha condannato a sei anni di carcere un cantante tibetano per aver, con un suo disco, inneggiato all’indipendenza del Tibet. Lo riferisce il sito di Radio Free Asia. Lo Lo, trentenne cantante tibetano, era stato arrestato nell’aprile dello scorso anno dopo aver pubblicato un suo disco dal titolo “Raise High the Flag of Tibet, Sons of the Snows” (Innalzate la bandiera del Tibet, figli della neve) contenente canzoni aventi prevalentemente per tema la causa tibetana. Rilasciato, il cantante è stato poi nuovamente arrestato il 23 febbraio scorso e condannato insieme a un monaco, Lobsang Jinpa, che era stato arrestato il 1 settembre 2012, autore di alcuni dei testi delle canzoni di Lo. Lobsang Jinpa è stato condannato a cinque anni di carcere. Secondo alcune fonti tibetane il monaco, 31 anni, durante il periodo di detenzione sarebbe stato ripetutamente torturato. Due altri monaci, che erano originariamente stati arrestati insieme a lui, sono stati rilasciati a causa delle loro condizioni di salute. Intanto tre monaci del monastero di Lingkha Shi Yaso nella contea di Bathang (in cinese Batang) nella provincia del Sichuan, lo scorso 8 marzo hanno effettuato una protesta pubblica a favore del Tibet issando bandiere e cantando slogan per il ritorno del Dalai Lama. La polizia, giunta sul posto, ha arrestato uno dei monaci, Tashi Dorje. Sembra che la protesta dei monaci sia scaturita dal fatto che nel monastero di Lingkha Shi Yaso è stata costruita una statua raffigurante il Dalai Lama ma le autorità cinesi non hanno finora permesso che venisse consacrata. I residenti della zona hanno poi anche protestato contro il governo cinese per la presenza di mine nella zona che rappresentano un serio pericolo per i locali.

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Autorità cinesi bloccano reti cellulari in monasteri tibetani

Le autorità cinesi hanno inasprito ulteriormente i controlli nella capitale del Tibet, Lhasa, bloccando le reti dei telefoni cellulari. Secondo quanto riferisce Phayul, un apposito team inviato da Pechino ha cominciato a controllare, il 10 marzo scorso, 54esimo anniversario della rivolta tibetana, tutti i telefonini usati dai monaci del monastero di Drepung. Tibetan Centre for Human Rights and Democracy (Tchrd) un gruppo che si occupa di questioni tibetane con sede a Dharamsala, nel nord dell’India (dove risiede il Dalai Lama e il governo tibetano in esilio), in un suo comunicato ha fatto sapere che la decisione del governo cinese “mira soprattutto a colpire quei tibetani che diffondono informazioni sul Tibet a paesi stranieri”. Secondo Tchrd, le autorità cinesi utilizzano il reato di ‘rivelazione di segreto di Stato’ per accusare i tibetani che denunciano all’estero i soprusi e le vessazioni alle quali sono soggetti. Il gruppo ha anche aggiunto che Pechino ha deciso di adottare misure sempre più severe inclusa la detenzione nei confronti dei tibetani.

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Forte tensione in Tibet pe ril 54mo anniversario della rivolta

La tensione è alta nella Regione autonoma del Tibet e in altre aree a popolazione tibetana della Cina, secondo residenti e gruppi di esuli tibetani. Domani cade infatti il 54/mo anniversario sia della rivolta anticinese del 1959 – che si concluse con la fuga in India del Dalai Lama, il leader spirituale del Tibet – che di quella del 2008, nella quale persero la vita circa 200 persone. Residenti di Lhasa, la capitale storica del Tibet, affermano che la presenza delle forze di sicurezza cinesi intorno al Jokang, il tempio più importante del buddhismo tibetano nel cuore della città vecchia, è “massiccia”, ed è stata rafforzata negli ultimi giorni. La Campagna internazionale per il Tibet afferma sul suo sito web (www.savetibet.org) che alla fine di febbraio le celebrazioni di Losar – il Capodanno tibetano – si sono svolte cerimonie alle quali hanno partecipato migliaia di persone in luoghi dove negli ultimi due anni si sono verificate “autoimmolazioni”, cioé suicidi di protesta contro la Cina, come il monastero di Labrang (nella provincia del Gansu) e quello di Rebkong (Qinghai). Oltre cento tibetani di sono “immolati” dandosi fuoco dal 2009. Pechino afferma che il Dalai Lama di “istiga” le immolazioni ma il leader tibetano ha respinto le accuse.

fonte: ANSA

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A processo in Cina nove tibetani per incitamento alle immolazioni

Nove tibetani sono stati messi sotto processo ieri nella provincia cinese del Gansu con l’accusa di aver spinto un uomo ad immolarsi per la causa tibetana lo scorso mese di novembre. Secondo quanto riferisce Radio Free Asia, l’udienza si e’ svolta sotto lo stretto controllo delle forze dell’ordine nella contea di Luchu (in cinese Luqu). Non e’ stato reso noto quali accuse siano state con esattezza contestate ai nove imputati ma si ritiene che siano ritenuti responsabili di aver incoraggiato Tsering Tashi, un uomo di 31 anni, padre di due bambine, ad immolarsi per l’indipendenza del Tibet lo scorso 29 novembre. Solo uno dei nove tibetani messi alla sbarra e’ un monaco ma tutti provengono dallo stesso villaggio, quello di Dzamtsa Lotso nella contea di Luchu. Le autorita’ cinesi nelle scorse settimane hanno arrestato una dozzina di persone, tra cui alcuni monaci, in connessione con le immolazioni avvenute nei mesi scorsi. Alcune hanno gia’ ottenuto condanne detentive, anche severe, fino a alla pena di morte con sospensione per due anni. Intanto le zone dove si sono verificate le auto-immolazioni sono state messe sotto strettissima sorveglianza e sono state limitate le comunicazioni e gli spostamenti da e verso queste aree. Solo ieri si era appreso che altri cinque tibetani (tre dei quali monaci) erano stati arrestati, sempre nel Gansu, per aver convinto tre uomini ad immolarsi ad ottobre e novembre scorso.

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Cinque tibetani arrestati per incitamento ad immolazione

Le autorità cinesi hanno arrestato cinque tibetani colpevoli di aver sostenuto e incoraggiato le ultime tre immolazioni in Tibet, avvenute pochi giorni fa. Lo riferisce l’agenzia Nuova Cina. I cinque sarebbero legati in qualche modo al Tibetan Youth Congress (Tyc), l’associazione dei giovani tibetani che si trova in India (dove c’é anche la sede del governo tibetano in esilio), e sarebbero stati spinti a fomentare le immolazioni da giornalisti di Voice of America. Secondo fonti della diaspora tibetana, i cinque sono stati arrestati perché trovati sul posto delle immolazioni nella provincia del Gansu, a scattare foto con i cellulari. Foto che, secondo le accuse cinesi, avrebbero passato ai giornalisti e al Tyc come prova dell’avvenuta immolazione. Per i cinesi, i cinque, alcuni dei quali sarebbero legati anche ad altre immolazioni nel passato, hanno anche aiutato coloro che si sono immolati a trovare il combustibile necessario per compiere il loro gesto. Lo scorso 31 gennaio, una corte della provincia meridionale del Sichuan ha condannato un tibetano a morte, con pena sospesa per due anni, sempre con l’accusa di aver favorito e incoraggiato le immolazioni. Insieme a lui, è stato condannato anche suo nipote, a 10 anni di carcere. La polizia ha poi arrestato altri tibetani per lo stesso reato.

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Terza immolazione in Tibet in tre giorni, otto solo a febbraio

Terza immolazione in tre giorni di tibetani contro il controllo cinese del Tibet. Secondo informazioni che giungono da Dharamshala, sede del governo tibetano in esilio in India, un monaco si è dato fuoco a Ngaba (Aba per i cinesi), nella provincia del Sichuan. Con questa, salgono a 11 le immolazioni dall’inizio di quest’anno, 107 dal 2009. Secondo le informazioni che circolano in rete, il monaco di cui non si conosce l’eta’, Sangdag, si e’ immolato sulla strada principale della cittadina di Ngaba intorno alle 10 di stamattina. Non si conoscono le sue attuali condizioni, ne dove sia, perche’ e’ stato immediatamente prelevato dalle autorita’ cinesi che prima l’hanno portato in ospedale e poi in un luogo sconosciuto. Il monaco faceva parte del monastero Dhiphu Gon Gelek Terzoe Ling, che conta piu’ di 500 monaci. Secondo testimoni, mentre le fiamme lo avviluppavano, il monaco ha urlato slogan per il Tibet libero e per il ritorno del Dalai Lama. Ieri e domenica altri due tibetani avevano deciso di ricorrere a questo estremo gesto di protesta. Degli undici tibetani che si sono immolati dall’inizio del 2013, otto lo hanno fatto solo a febbraio.

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