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Eseguita condanna a morte per ex funzionario governativo pedofilo. Aveva stuprato 11 bambine

Le autorita’ cinesi hanno eseguito la condanna a morte per fucilazione di un ex funzionario governativo condannato per aver violentato undici minorenni. Lo scrive l’agenzia Nuova Cina. L’uomo, Li Xiongong, ex vice segretario generale del comitato cittadino del partito comunista di Yongcheng, nella provincia centrale dell’Henan, e’ stato arrestato nel maggio dell’anno scorso per aver violentato le ragazzine dalla seconda meta’ del 2011. Dopo la condanna, l’uomo fece appello ma fu rigettato. La condanna a morte e’ stata approvata dalla Corte suprema del Popolo. La stessa corte suprema il mese scorso ha annunciato un irrigidimento e un inasprimento delle condanne per crimini contro i minorenni, mostrando tolleranza zero contro questi crimini e cercando di proteggere maggiormente i bambini.

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L’isola dei famosi cinese: la Tv di stato mostra ultimi istanti di condannati a morte

Il caustico sorriso di Naw Kham, ammanettato e stretto tra impassibili ufficiali di polizia, ha introdotto la macabra sfilata andata in onda oggi sulla televisione di Stato cinese. La Cctv ha infatti trasmesso in diretta le immagini dell’omicida e boss della droga Naw e di tre suoi collaboratori mentre venivano portati al patibolo. Protagonisti, loro malgrado, di uno spettacolo di due ore che, sebbene interrotto a pochi minuti dalla loro esecuzione, ha provocato un’ondata di reazioni contrastanti, ora di applausi ma soprattutto di sdegno in tutta la Cina. Nelle immagini della Cctv il birmano Naw Kham, il thailandese Hsang Kham, l’apolide Yi La e il laotiano Zha Xika sono stati ripresi mentre venivano prelevati dalle loro celle della prigione di Kunming, città del Sud-Ovest, fatti entrare nelle auto della polizia e portati nella stanza della morte dove hanno poi subito un’iniezione letale. Tutti e quattro avevano mani e piedi ammanettati e su tutti le riprese hanno indugiato a lungo, a partire dal volto di Naw, considerato il capo di una banda che nell’ottobre del 2011 rapì e uccise 13 cinesi sul fiume Mekong, reato per il quale i quattro sono stati condannati a morte. La scelta della Cctv di trasmettere i loro ultimi momenti di vita non è stata casuale, tanto che solo ieri la stessa emittente aveva trasmesso un’intervista in cui Naw mostrava tutta la sua disperazione. “Non dormo da due giorni. Mi manca mia madre ed è davvero doloroso non essere con i miei figli”, aveva detto il bandito, del quale l’agenzia ufficiale Xinhua ha annunciato l’esecuzione pubblicando una sua foto con le mani congiunte sulla fronte. A testimonianza del fatto che quella andata in onda oggi sembra essere una vera e propria operazione mediatica che rimanda alle ‘sfilate della morte’ dell’era di Mao, nelle quali i condannati venivano condotti per le strade cittadine prima di giungere al patibolo. “Non c’é stata alcuna ripresa delle esecuzioni. Abbiamo solo visto la paura e la debolezza dei narcotrafficanti davanti alla morte”, ha commentato su Sina Weibo – il twitter cinese – la Cctv reagendo alla miriade di proteste emerse dalla rete e non solo. Come quella di un noto avvocato per i diritti umani, Liu Xiaoyuan, secondo il quale la decisione della Cctv “ha violato la legge”. O come quella di tantissimi utenti che, in un Paese dove il numero di esecuzioni è un segreto di Stato ma secondo diverse Ong supera le 4mila all’anno, hanno giudicato “crudeli e voyeuristiche” le immagini dei condannati. In tanti però hanno applaudito la scelta vista anche l’eco che ebbe il caso di Naw Kham e dei suoi complici, arrestati in Laos nel maggio scorso e condannati a morte per aver rapito e ucciso 13 turisti cinesi mentre navigano sul fiume Mekong – nel suo tratto thailandese – in una zona soprannominata ‘il Triangolo d’Orò, compresa tra Cina, Thailandia, Laos e Birmania, dove agiscono più o meno liberamente gruppi secessionisti, pirati e trafficanti di droga. Una vera spina nel fianco per Pechino che da tempo ha deciso di usare il pugno di ferro. E le immagini dei 4 condannati, peraltro tutti stranieri e arrestati fuori dai confini cinesi, appaiono proprio come un chiaro monito per i banditi del Mekong.

fonte: ANSA

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Petizione per evitare pena di morte a donna vittima di abusi

Oltre cento tra avvocati e docenti universitari hanno sottoscritto una petizione inviata alla Suprema Corte cinese affinché ritiri la sentenza di morte nei confronti di una donna che ha ucciso il marito perché questi la sottoponeva a ripetute violenze domestiche. La motivazione della richiesta, secondo quanto scrive la stampa cinese, risiede nel fatto che condannando alla pena capitale una vittima di abusi domestici mostra che queste vittime non sono protette dalla società e dalla legge. Li Yan, della contea di Zizhong nella provincia meridionale del Sichuan, è stata condannata a morte per aver ucciso con una pistola suo marito, dal quale subiva ripetute violenze, il 3 novembre del 2010. Nel dibattimento, che ha portato alla condanna lo scorso agosto, è emerso che l’uomo la picchiava ripetutamente, anche la stessa sera nella quale è stato ucciso, e non le permetteva di comunicare all’esterno. L’uomo le tagliò anche un dito e usava spegnere le sigarette sul corpo della donna, oltre a lasciarla per ore al freddo sul balcone con abiti leggeri. La donna avrebbe anche provato invano a divorziare. In suo favore, si è schierata anche Amnesty International. La sentenza, confermata a metà gennaio, dovrebbe essere eseguita nelle prossime settimane.

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Diminuite le esecuzioni capitali in Cina, ma sono sempre 4000 l’anno

Diminuite, in Cina, di circa il 50% le esecuzioni capitali dal 2007 ad oggi. Il dato e’ stato reso noto dai vertici della Fondazione, con sede in America, Dui Hua, che si occupa di tutela dei diritti umani. Secondo i dati forniti, attualmente sono circa 4000 all’anno le condanne a morte eseguite in Cina, un numero ancora elevato ma molto piu’ basso rispetto al passato. Secondo gli analisti, la diminuzione sarebbe collegata alla nuova normativa, che risale appunto al 2007, che impone che ogni condanna a morte emessa da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema. Anche se Pechino ha introdotto una serie di iniziative per limitare l’applicazione della pena di morte, secondo Amnesty International, nel paese sono comunque eseguite piu’ condanne a morte che in tutto il resto del mondo.
”La Cina ha fatto enormi progressi nel ridurre il numero delle esecuzioni – ha commentato John Kamm, direttore esecutivo di Dui Hua, ma il numero e’ ancora troppo alto e troppo lentamente in declino”. Attualmente la Cina prevede la pena di morte per 55 reati (nello scorso febbraio il governo l’ha rimossa per 13 reati). Fino al 1997 era prevista anche per il furto.
Secondo molti avvocati e attivisti per i diritti umani molte persone condannate a morte subiscono torture e vengono costrette spesso a confessare anche reati non commessi durante gli interrogatori, e non hanno la possibilita’ di difendersi in giudizio adeguatamente. Solo martedi’ le autorita’ della provincia sudoccidentale di Kunming hanno eseguito la condanna a morte per due uomini e una donna, condannati per il loro coinvolgimento in un traffico di droga, prostituzione, estorsione e diffusione di denaro falso.

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Eseguite tre condanne a morte in Cina

Il capo di un’ organizzazione mafiosa e due dei suoi luogotenenti sono stati messi a morte oggi a Kunming, nel sud della Cina, secondo l’agenzia Nuova Cina. Le condanne a morte, emesse nel 2009, sono state eseguite dopo essere state approvate dalla Corte Suprema di Pechino, come prevede la legge. Si tratta di Jiang Jiatian, 58 anni, che, secondo l’agenzia, si è “arricchito negli anni novanta” con il traffico di droga riciclando poi i proventi in case da té, Internet café e alberghi, della sua amante Yang Jufen e di Xie Mingxiang. Le autorita” di Kunming, guidate dal segretario del Partito comunista della metropoli e astro nascente della politica cinese Bo Xilai, hanno lanciato nel 2009 una campagna contro le potenti organizzazioni locali che ha portato a centinaia di condanne a pene detentive. Prima dei tre uccisi oggi, era stato messo a morte l’ anno scorso Wen Qiang, ex-direttore della polizia giudiziaria della metropoli. La Cina è il paese che esegue il maggior numero di condanne a morte del mondo. Il loro numero è segreto ma sono migliaia ogni anno secondo le organizzazioni umanitarie internazionali.

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Eseguite due condanne a morte in Cina

Le autorità cinesi hanno eseguito oggi due condanne a morte ad una donna cinese e ad un uomo filippino. Wang Ziqi, secondo i giudici di Chongqing, nel sud ovest della Cina, insieme a sua sorella, era ritenuta a capo di una organizzazione criminale che dal 1994 al 2009 ha forzato più di 300 ragazze alla prostituzione, gestendo case di appuntamenti , minacciandole e sequestrando loro i documenti. Le ragazze provenivano principalmente dalle campagne ed erano arrivate nella più grande città cinese in cerca di lavoro. La donna è stata condannata a morte nell’agosto del 2010. Sua sorella, Wang Wanning, era scappata all’estero, ma è stata riportata lo scorso aprile in Cina. Attualmente è sotto processo e rischia la stessa pena della sorella, la cui condanna a morte è stata eseguita stamattina a Chongqing. Sempre stamattina, ma a Gulin, nel sud del paese, nella provincia autonoma del Guangxi, tramite una iniezione letale è stata eseguita la condanna a morte di un filippino accusato di traffico di droga. Nonostante le richieste e le preghiere arrivate da Manila, il governo cinese ha proceduto all’esecuzione della pena capitale tramite iniezione letale. La conferma non è ancora arrivata dalle autorità cinesi ma da quelle filippine e la notizia è rimbalzata su diversi siti di organizzazioni che si battono per i diritti civili. Il 35nne filippino, del quale non è stato diffuso il nome, è stato arrestato il 13 settembre del 2008 all’aeroporto internazionale di Guilin con l’accusa 1,5 chili di eroina provenienti dalla Malaysia. Lo scorso novembre la conferma da parte delle autorità della condanna a morte. Il presidente delle Filippine Benigno Aquino III ha anche inviato una lettera al suo omologo cinese Hu Jintao chiedendo clemenza per l’uomo e la commutazione della pena capitale nell’ergastolo. Diversi incontri sono stati effettuati con le autorità cinesi e in diverse chiese di Manila sono state celebrate messe per l’uomo.

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Un boia si racconta: il mio, un lavoro facile

Uccidere la gente? Niente di piu’ facile. Almeno secondo il racconto shock di un boia cinese, che in una rarissima intervista pubblicata dal giornale Beijing Evening News, ha sostenuto che il suo lavoro non e’ ”difficile” come potrebbe sembrare. Tutt’altro. L’uomo, che il giornale identifica come Hu Xiao, ”un veterano della polizia giudiziaria”, racconta che tutti gli addetti alle esecuzioni usano dei fucili. ”Ci mettiamo a quattro metri dal condannato inginocchiato, con fucili la cui canna e’ lunga un metro, prendiamo la mira e spariamo, e questo e’ quanto”, afferma gelido il boia, che sembra non provare alcuna emozione nel fare il suo ”lavoro”. Hu aggiunge che la maggior parte dei condannati sono talmente terrorizzati che cadono a terra semisvenuti. ”Solo uno, che era un ex militare, non sembrava spaventato e si e’ messo a correre. Così abbiamo dovuto sparare a un bersaglio mobile”, racconta. Il numero delle condanne a morte e delle esecuzioni e’ considerato dal governo cinese un segreto di Stato, e non viene rivelato. Le organizzazioni umanitarie internazionali ritengono che la Cina sia il Paese con il maggior numero di condanne a morte del mondo. Fino al 2007 si parlava di 5-10mila esecuzioni all’anno. In quell’ anno fu stabilito che tutte le condanne a morte avrebbero dovuto essere approvate dalla Corte Suprema di Pechino, più restia dei tribunali locali a comminare la pena capitale. Secondo Dui Hua (Dialogo), un’organizzazione basata negli Usa che si occupa soprattutto di detenuti, ”sembra” che da allora le esecuzioni siano diminuite del 15%. Nonostante questo, Dui Hua valuta che nel 2009 in Cina siano state messe a morte cinquemila persone. Nel suo rapporto sulla Cina per il 2011, Amnesty International si astiene dal fornire una cifra definita, e si limita a parlare di ”migliaia” di esecuzioni. Dui Hua riferisce di un sondaggio effettuato in Cina tra il 2007 e il 2008, nel quale il 64% degli intervistati ha dichiarato di ritenere che il governo dovrebbe rivelare il numero delle persone che vengono messe a morte. Tutto quello che riguarda le condanne a morte continua ad essere coperto da un muro di segretezza e l’ articolo del Beijing Evening News rappresenta un’eccezione sorprendente. L’articolo parla in generale delle attività’ della polizia giudiziaria e ha al suo interno l’intervista con il boia. Hu Xiao racconta di aver iniziato a fare il suo attuale mestiere nel 1992. ”Sono stato per alcuni anni nell’esercito e quando l’ho lasciato ho fatto domanda per la polizia giudiziaria. Quando mi sono presentato mi chiesero se ero disposto anche a uccidere i condannati a morte. Non avevo mai sparato a nessuno, ma accettai”. ”La prima volta non ero spaventato, anzi provai una certa eccitazione”, racconta il boia, che da allora ha effettuato centinaia di esecuzioni. ”Alcuni dei nuovi assunti nella polizia giudiziaria all’inizio non riescono a fare il lavoro. Bisogna dargli un po’ di tempo per abituarsi”, aggiunge. Si ritiene che in Cina la maggior parte della popolazione sia favorevole alla pena di morte e che solo pochi intellettuali illuminati cerchino di ridurre il numero delle esecuzioni. Hu Xiao sembra confermare quest’opinione: ”Si meritano tutti quello che gli facciamo”, sostiene.

fonte: ANSA

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