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Ombrelli gialli nel parlamento di Hong Kong

Articolo pubblicato da Affarinternazionali

Mentre il presidente cinese Xi Jinping era impegnato ad Hangzhou a dimostrare il valore politico e il ruolo che Pechino vuole acquisire nel mondo, l’establishment cinese riceveva un sonoro ceffone da Hong Kong.

Nelle elezioni dell’ex colonia britannica, che servivano a disegnare il nuovo parlamentino (Legislative Council of Hong Kong, LegCo), non solo si è registrata la più grande affluenza al voto nella storia elettorale locale iniziata del 1998 (58%) , ma gli hongkonghini hanno fatto chiaramente sapere che non vogliono perdere il loro status, arrendendosi a diventare una filiale della madre patria.

L’ex colonia britannica ancora assetata d’indipendenza
I leader della protesta del 2014, poi ribattezzata la rivoluzione degli ombrelli dopo essere stata Occupy central, sono entrati in parlamento, cavalcando lo slogan dell’indipendenza. E questo crea non pochi problemi a Pechino.

Il parlamento di Hong Kong conta 70 seggi, 35 dei quali vengono assegnati dal verdetto delle urne e il resto su scelta (diciamo cooptazione) anche di aziende, ma sempre dietro pressioni di Pechino. Questo perché il governo centrale cinese, quando nel 1997 ha preso in mano dagli inglesi Hong Kong, voleva assicurarsi una base su cui poteva contare per far passare idee e leggi.

Mai il legislatore cinese dell’epoca avrebbe potuto pensare che l’ex colonia un giorno si sarebbe rivoltata contro come è successo dal 2014 ad oggi. Gli indipendentisti e gli oppositori a Pechino hanno conquistato, infatti, più dei 24 seggi necessari per bloccare riforme costituzionali. E qui il mal di testa di Pechino che avrà vita non facile per imporre propri cambiamenti in vista del 2047, quando Hong Kong tornerà completamente sotto controllo cinese.

Fino ad allora, dovrebbe vigere il principio di “un paese due sistemi” che dovrebbe garantire una certa autonomia a Hong Kong. Da qualche anno a questa parte però, la pressione di Pechino sull’ex colonia britannica si è fatta sempre più forte, complici soprattutto gli ultimi due leader del governo locale (uno dei quali, Leung Chun-ying, derogando alla tradizione, ha addirittura giurato alla sua nomina in mandarino, lingua della capitale cinese e non i cantonese, parlato a Hong Kong), che non hanno perso occasione per ribadire la filiazione dell’ex colonia dalla “madre patria”.

Suffragio universale, non alla cinese
Proprio sulla figura del capo del governo locale si sono accesi gli animi che hanno portato agli scontri nel 2014. Pechino aveva promesso che le prossime elezioni del 2017 sarebbero state le prime nelle quali la Cina avrebbe concesso il suffragio universale per la scelta del capo del governo locale (chief executive), come stipulato nella Legge Fondamentale, la mini-costituzione di Hong Kong.

Il progetto di riforma di Pechino prevedeva un suffragio universale “alla cinese”: i cittadini di Hong Kong avrebbero sì potuto eleggere il loro candidato preferito alla carica di capo dell’esecutivo locale, ma tra una rosa di due o tre nomi, scelti da un gruppo di 1200 persone per la quasi totalità vicine a Pechino.

Ad agosto 2014, l’annuncio di questa riforma (poi respinta), scatenò le proteste di larga parte dell’opinione pubblica hongkonghina, che sfociarono nell’autunno successivo in settimane di manifestazioni. Una Occupy Hong Kong che chiedendo un vero e proprio suffragio universale, catapultò l’ex colonia britannica sui media internazionali per il grande numero di partecipanti, soprattutto giovani universitari, che si battevano contro il potere di Pechino.

Un vento di cambiamento pericoloso per Pechino
I leader di quella rivolta, tutti giovanissimi, siedono ora in parlamento, uno di loro è il più giovane deputato mai eletto e un altro il più votato in assoluto. Bisogna ora vedere se avranno la capacità politica di non restare fossilizzati sulle loro posizioni (ultimamente parlano solo di indipendenza da Pechino) o saranno in grado di riuscire a stringere alleanze con gli altri partiti anti Pechino, per portare a casa, passo dopo passo, risultati che allontanino la Cina da Hong Kong.

Qui, infatti, si potrebbe davvero realizzare quella piena autonomia che Pechino ha sempre promesso in altre regioni, come Tibet e Xinjiang, ma che non è mai stata realizzata. Per ora Pechino tace, segno che sta pensando a una soluzione.

La Nuova Cina, l’agenzia ufficiale Xinhua, ha riportato il comunicato dell’ufficio del Consiglio di Stato per gli affari di Hong Kong e Macao, nel quale si ribadisce la ferma opposizione a qualsiasi forma di indipendenza contraria alla costituzione cinese e alle altre leggi.

Ma i mal di testa restano e i vertici di Pechino dovranno dimostrare le capacità diplomatiche e di statisti che Xi Jinping ha voluto mettere in mostra ad Hangzhou per accreditarsi con il mondo. Altrimenti, da Hong Kong può spirare (ma è davvero una ipotesi remota) un vento di cambiamento in tutto il Paese. Ed è forse questo il timore maggiore per Pechino.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell’Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l’Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).

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Difficile il cammino della ribelle Wukan

A un anno dalle ‘vere’ elezioni che la popolazione di Wukan, il “villaggio ribelle” della Cina meridionale, si era conquistata con una dura battaglia contro gli speculatori e i politici corrotti locali, dire che l’atmosfera è di depressione non rende pienamente l’idea. Lin Zuluan (69 anni), il leader della rivolta e ora presidente del comitato di villaggio, e il suo giovane collaboratore Hongrui Chao (29), sembrano entrambi invecchiati di dieci anni. “Se mi ripresenterò alle prossime elezioni? E’ escluso, nessuno si mette in croce da solo”, afferma Lin. Hongrui gli fa eco: “Ho imparato molto in questo anno, per esempio che amministrare un villaggio è veramente difficile… quando ho cominciato ero pieno di gioia e di energia, ora mi sento stanchissimo, svuotato…”. Le terre espropriate per le quali è scoppiata la rivolta sono state recuperate solo in parte, e ancora devono essere redistribuite tra i circa 13 mila abitanti di questo paese di pescatori sulla costa meridionale della Cina, nella ricca provincia del Guangdong. Qualche settimana fa il nuovo comitato é stato contestato da decine di paesani che – ricorda Hongrui con un sorriso amaro – hanno sfasciato le vetrine dei loro uffici per dimostrare il loro malcontento. Per la Cina, le elezioni che si sono tenute il 5 marzo del 2012 erano state una novità assoluta: nessuna lista bloccata, nessuna pressione, tutto il processo autogestito. Risultato: oltre Lin e di Hongrui, altri cinque tra i leader della rivolta sono stati eletti nel nuovo comitato. Ad innescare la ribellione di Wukan, non dissimile da altre decine di migliaia che avvengono ogni anno nella Cina rurale, era stata la vendita di una vasta porzione di terra ad una grande impresa edile della vicina Hong Kong. In Cina, la terra è in teoria proprietà pubblica ma di fatto viene gestita dalle amministrazioni locali per le quali è spesso la principale fonte di reddito. Dopo la morte di uno dei leader della protesta, Xue Jinbo, mentre era nelle mani della polizia, la popolazione di Wukan cacciò i membri dell’allora comitato e il villaggio si autogestì per una decina di giorni mentre la polizia lo circondò, isolandolo dal resto del Paese. La situazione fu risolta dall’ intervento di Wang Yang, l’allora capo del Partito Comunista del Guangdong, che licenziò il vecchio comitato e concesse le elezioni, libere da interferenze. “Sono caduti in una trappola”, sostiene oggi la figlia di Xue Jinbo, Xue Jianwan, una ragazza di 22 anni molto popolare nel villaggio. “Il governo (della provincia, ndr) oggi chiede loro solo di mantenere la stabilità e non fa nulla per risolvere il problema della terra, e la rabbia popolare si dirige verso di loro, verso i membri del comitato che avevano promesso di restituirla”. I due membri del comitato non lo dicono ma uno di loro, il giovane Hongrui, esprime lo stesso concetto quando dice di sentirsi “come la fetta di carne di un hamburger”, presa tra le due grosse fette di pane. “I nostri compaesani pensano che si possa recuperare tutta la terra che è stata venduta negli anni passati, e questo non è vero”, spiega Lin Zuluan. “Solo una piccola parte è stata venduta in modo che si può dimostrare illegale (circa un terzo di quello che ritengono la maggior parte degli abitanti di Wukan, ndr). Anche ridistribuirla – aggiunge Hongrui – non è così facile. Bisogna stabilire chi ha diritto a cosa, ricostruire come stavano le cose prima delle vendite. E questo richiede tempo”. L’uno e altro affermano di avere la coscienza a posto e di aver fatto del proprio meglio. Hanno ancora un anno di tempo, poi dovrà essere eletto un nuovo comitato. “La soluzione? Sta in un compromesso – conclude Lin Zuluan – non si può insistere fino a portare il problema in un vicolo cieco”.

Beniamino Natale per l’Ansa

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A Hong Kong vince “il lupo”, si allontana democrazia, ombra Pechino sempre più forte

Le elezioni per il Capo dellûEsecutivo a Hong Kong si sono concluse oggi, con la vittoria al primo turno di Leung Chun-ying, il candidato preferito di Pechino dopo la spettacolare caduta di Henry Tang, passato dall’ essere il super-favorito a il più inviso in seguito a una serie di scandali ampiamente riportati dalla stampa locale. Leung diventa dunque il terzo Capo dellûEsecutivo di Hong Kong dal ’97, data del passaggio di sovranità di Hong Kong da Londra a Pechino, dopo 155 anni come Colonia britannica. Malgrado le promesse fatte all’epoca, Hong Kong continua a non godere del suffragio universale, richiesto a gran voce dai cittadini: è stato scelto da un Comitato elettorale composto di appena 1.200 persone, a loro volta selezionate da un gruppo ristretto di cittadini scelti da Pechino. Lûelezione si è conclusa in modo convincente, con 689 voti per Leung, 285 per Tang, e 76 voti per Albert Ho, lo sfidante del Partito Democratico che dice di aver partecipato per mostrare fino a che punto le elezioni erano truccate. Leung, nato nel 1954 a Hong Kong da una famiglia proveniente dal Shandong, è legato all’immobiliare, è comunemente soprannominato “il lupo” per il suo grande acume politico. Per la prima volta, però, Hong Kong sarà governata da una figura vista come un outsider rispetto ai candidati provenienti dal mondo del business, come il primo Capo dell’esecutivo, l’armatore Tung Chee-hwa, o dell’ amministrazione solidificatasi in epoca britannica, come il Capo dellûesecutivo uscente, Donald Tsang, che era stato fatto baronetto dalla Regina Elisabetta (titolo a cui rinunciò in seguito per non offendere Pechino). In una metropoli dove il Partito Comunista continua a non esistere alla luce del sole, per quanto non sia più illegale come in tempi coloniali, Leung è reputato essere un membro del Partito Comunista clandestino: per quanto lui abbia smentito le voci (confermate però da alcuni fra i suoi più stretti collaboratori), la solidità del suo sostegno per Pechino e le politiche cinesi fa sì che nella popolazione, che non è stata ammessa a votare o nominare i suoi candidati preferiti, la sensazione che ora Hong Kong sarà governata dall’ “uomo di Pechino” è molto forte. Più di 1000 persone si erano recate oggi davanti al Convention and Exhibition Centre, dove si sono tenute le elezioni, per protestare contro Leung, e l’ intero sistema elettorale. Nelle ultime settimane, man mano che lûelezione si faceva più combattuta, molti hanno denunciato una crescente interferenza da parte di Pechino, con telefonate intimidatorie alle redazioni dei giornali in lingua cinese affinché smettessero di pubblicare articoli non lusinghieri su Leung. La direttrice dell’ Associazione dei giornalisti di Hong Kong, Mak Yin-ting, ha detto che “questo tipo di interferenza si è fatta sempre più violenta negli ultimi tempi, ed è totalmente inaccettabile”. Nel corso della campagna elettorale la popolarità di Leung è passata dal 51% al 39%, man mano che il pubblico veniva messo al corrente di una serie di conflitti di interesse e dei legami con il Partito Comunista cinese del nuovo Capo dellûEsecutivo. Ieri notte i risultati di un esercizio elettorale fittizio, organizzato dal Dipartimento di statistica dellûUniversità di Hong Kong, a cui hanno partecipato più di 300,000 persone – che hanno fatto lunghe cod dopo che misteriosi hackers avevano reso impossibile il voto su Internet – mostravano più del 54% di schede bianche, il 17% per Leung, 16% per Tang e lû11% per Ho. Le schede bianche erano divenute il simbolo della protesta di Hong Kong nei confronti delle “elezioni a circolo ristretto”.

fonte: ANSA

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Il punto sulle elezioni ad Hong Kong

Nessuno si aspettava che delle elezioni decise da un piccolissimo circolo di persone potessero diventare così sofferte e dibattute, e con tali colpi di scena, ma questo è quanto è avvenuto a Hong Kong negli ultimi mesi, uno sconvolgimento tale da rendere impossibile prevedere con certezza chi uscirà vincitore questa domenica 25 marzo. In gioco, il posto più importante della politica dell’ ex-colonia britannica che dal 1997 è una Speciale regione amministrativa della Cina, quello di “capo dell’esecutivo”. Gli elettori, in una città di più di sette milioni di abitanti, saranno 1200, lo 0.02 percento della popolazione, selezionati dal governo centrale cinese fra i settori “rappresentativi” della comunità. I prescelti formano il comitato elettorale, i cui componenti sono i soli cittadini di Hong Kong con diritto di voto. Quando la Cina stava discutendo con la Gran Bretagna i termini con cui Hong Kong sarebbe tornata sotto sovranità cinese, infatti, l’enorme scarto fra il sistema politico di Hong Kong, semi-democratico, e quello cinese, una “dittatura del proletariato” guidata dal Partito Comunista Cinese, fece sì che venne istituito, per la selezione dei leader di Hong Kong, un sistema elettorale parziale e bizantino, che unisce i peggiori aspetti dell’era coloniale a quelli “a circolo ristretto” di una nazione allergica alla democrazia come lo è la Cina. Nel comitato elettorale spiccano dunque i nomi dei più noti uomini d’affari di Hong Kong – da Li Ka-shing ai fratelli Kwok. Inoltre, ne fanno parte esponenti dei gruppi politici “liberali” e di alcuni gruppi sociali e religiosi. I candidati per la massima carica, che devono aver ottenuto l’appoggio di cento membri del comitato elettorale per qualificarsi, sono tre. Henry Tang viene da una famiglia di industriali nel ramo tessile ed era considerato, fino a poco fa, la scelta sicura. Unico dettaglio: per quanto Pechino abbia fatto il possibile per evitare che il campo chiamato “pro-democrazia” governi, non ha potuto sbarazzarsi di una stampa che, malgrado frequenti interferenze, resta libera e battagliera. Così, quando sembrava che Hong Kong non avesse modo di influenzare la decisione di Pechino, una serie di scandali rivelati dai media hanno macchiato in modo irreparabile la reputazione di Tang: ha avuto diverse avventure extra-coniugali, costruito una cantina abusiva in casa sua, dapprima mentendo poi incolpando la moglie, e avrebbe perfino un figlio illegittimo. In una comunità rispettosa delle regole, tutto questo è parso eccessivo, e Pechino si è allontanata dal suo candidato preferito. Secondo in lizza è dunque Leung Chun-ying, un uomo la cui intelligenza politica è universalmente riconosciuta – ma non nel senso migliore del termine: è infatti soprannominato “il lupo” (sempre meglio del soprannome “il maiale” che accompagna Tang) ed era visto come troppo apertamente pro-Pechino per essere considerato un candidato possibile – farebbe infatti parte del Partito Comunista clandestino, voci che non ha mai smentito. Leung, sul quale però si sono stese ombre inquietanti rispetto ad un possibile legame con le triadi di Hong Kong, è diventato d’ un tratto il più probabile vincitore dell’esercizio di domenica: legato al settore immobiliare, e contemporaneamente funzionario governativo per buona parte della sua carriera, non ha l’arroganza di Tang, e si è avvicinato alle elezioni senza la sicumera che ha reso così inviso il suo rivale. “Tang è diventato imbarazzante per Pechino, ma il timore di molti è che Leung potrebbe danneggiare molto di più le istituzioni e l’ autonomia di Hong Kong”, commenta Willy Wo Lap-lam, analista politico. Il terzo candidato, invece, partecipa più che altro per mostrare fino a che punto le elezioni siano una farsa: si tratta di Albert Ho, del Partito Democratico di Hong Kong, quello più fortemente pro-democrazia ed inviso a Pechino, che non consente nemmeno alla maggior parte dei suoi più noti rappresentanti di varcare il confine che tuttora separa Hong Kong dalla Cina. Ma il ruolo di Ho è quello di denunciare le “elezioni a circolo ristretto”, e nessuno si aspetta che possa aggiudicarsi più di un centinaio di voti. La partita, dunque, per quanto sorprendente appaia, è ancora aperta: la vibrante piattaforma finanziaria del sud della Cina si troverà dunque ad essere governata da un lupo, o da un maiale?.

fonte: ANSA

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I ribelli di Wukan vincono le elezioni

In un’atmosfera di festa paesana, migliaia di residenti del ”villaggio ribelle” di Wukan, sulla costa meridionale della Cina, hanno votato oggi per eleggere i sette membri del comitato di villaggio in quella che e’ stata definita la prima ”vera” elezione libera nella Cina comunista. Le votazioni si sono svolte in modo apparentemente regolare nel cortile della scuola elementare di questo borgo di 13mila abitanti, che l’anno scorso e’ stato teatro di un’aspra battaglia dei residenti contro la requisizione forzata delle terre. Elezioni per i Comitati di villaggio si svolgono dagli anni novanta nei villaggi cinesi. Quello che distingue le elezioni di Wukan dalle altre e’ che sono state completamente autogestite da un apposito comitato i cui componenti sono tutti i leader della battaglia per la restituzione delle terre. Di solito, le elezioni si svolgono sulla base di una lista bloccata elaborata dai locali dirigenti comunisti. Lin Zuluan, un ex-imprenditore di 67 anni, leader della contestazione e dal 1965 (secondo l’agenzia Nuova Cina) membro del Partito comunista, e’ stato eletto segretario del nuovo Comitato dai circa settemila elettori (l’ 81,5% degli aventi diritto) che si sono recati alle urne. Con lui, gli altri sei componenti del Comitato – i cui nomi si sapranno nei prossimi giorni – sono stati scelti dagli elettori da una lista di 21 candidati, tutte persone che sono state impegnate in prima fila nella lotta per la terra. Muovendosi nel grande cortile, seguito da un codazzo di fotografi e cameraman, Lin evita di rispondere direttamente alle domande dei giornalisti, accorsi da tutto il mondo per assistere alle elezioni ”libere”. ” La prima cosa che dobbiamo fare – si limita a dire – e’ studiare tutti i documenti della vendita”. Secondo i residenti, oltre due terzi della terra del villaggio sono stati ”illegalmente” venduti ad una grande impresa edile di proprieta’ di capitalisti di Hong Kong e – sospettano – di alcuni potenti locali. Lin e’ stato eletto a sorpresa, in gennaio, segretario della locale sezione comunista, dopo l’intervento diretto di Wang Yang, il leader del Partito comunista della provincia nella quale si trova Wukan, il Guangdong, ed esponente di spicco dell’ala riformista e moderata del Partito a livello nazionale. La scelta e’ stata approvata – secondo un residente – da ”tutta” la popolazione del villaggio, e ha disinnescato la tensione dopo che i dirigenti locali ritenuti corrotti erano stati allontanati con la forza da Wukan e che il villaggio si era autogestito per dieci giorni, circondato dalla polizia, ma sostenuto dal tam-tam su Internet e dalla rilevanza che la storia ha avuto sulla grande stampa internazionale. I contestatori, dunque, vanno al potere ma, dal modo nel quale si sono svolte le elezioni appare chiaro che un compromesso con le autorita’ provinciali c’e’ stato. ”Le elezioni sono un primo passo, ora dobbiamo pensare a recuperare le nostre terre”, ha dichiarato all’ANSA Zhuang Lie Hong, un altro dei ribelli-candidati. Dopo le elezioni il problema della terra rimane aperto. Come rimane aperto l’altro, grande problema di Wukan, cioe’ la morte in custodia di Xue Jinbo, uno dei rappresentati eletti dai residenti per trattare con le autorita’ nelle prime fasi della rivolta. La polizia afferma che e’ deceduto per un ”improvviso attacco di cuore”, ma la famiglia sostiene che Jinbo non aveva mai avuto problemi cardiaci. Che esista, come ha detto qualcuno, un ”modello Wukan” per la soluzione dei problemi legati alla proprieta’ della terra rimane tutto da dimostrare.

fonte: ANSA

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La ribelle Wukan alle elezioni

Wukan, il villaggio ribelle della Cina meridionale, ferve di attività . Domani, gli ottomila elettori di questo villaggio sulla costa meridionale del Paese, nella ricca provincia del Guangdong, potranno scegliere i sette membri del comitato che li rappresenterà nella battaglia che stanno conducendo da più di tre anni per riavere le loro terre che – affermano – sono state vendute “illegalmente” ad un’ azienda edile dal precedente comitato. “Per la prima volta saranno elezioni vere” dice Liu Wanwei, 33 anni, seduto in una delle sale della sede del comitato, il centro dell’ attività dei ribelli. L’ edificio è pieno di giovani, meno giovani, ragazze in minigonna, ragazzi in giubotti alla moda, ragazzini che si rincorrono, vecchi che predicano la calma, motorini che entrano ed escono dal cortile con a bordo fino a sei persone. “Ho diritto al voto da quando avevo 18 anni – racconta Liu – e ho votato solo la prima volta. Sulle schede c’ erano dei nomi sconosciuti e quando l’ ho fatto presente ai funzionari mi hanno risposto che mi avrebbero indicato loro i candidati da scegliere”. Questa volta, alle elezioni si presentano 21 candidati: “li conosco tutti, so che tipi di persone sono”, sottolinea il giovane. Per il posto di segretario del comitato il candidato è uno solo, che sarà eletto a furor di popolo: si tratta di Lin Zuluan, 67 anni, uno dei leader della rivolta nominato a sorpresa, in gennaio, segretario della locale sezione del Partito comunista cinese (Pcc), il vero centro di potere del villaggio. Prima di questa improvvisa svolta, che viene attribuita all’ intervento personale leader del Pcc del Guangdong Wang Yang, capofila dell’ ala riformista del Partito e possibile, futuro dirigente nazionale, la vicenda di Wukan aveva ricalcato quella di altre migliaia di villaggi cinesi. Accortisi per caso che oltre due terzi delle loro terre erano state vendute dal comitato di villaggio alla società Jiaye, una joint venture tra ricchi di Hong Kong e potenti locali, i residenti hanno cominciato a protestare, prima inviando lettere al governo provinciale, poi a quello nazionale e infine con le manifestazioni di piazza, iniziate nel settembre scorso. Wukan é salito alla cronache nazionali e internazionali nei mesi seguenti quando i dirigenti locali del Partito sono stati costretti a fuggire da una folla inferocita. Sono seguiti gli abituali arresti e uno dei leader della rivolta, Xue Jinbo, è morto in custioda della polizia in dicembre, in circostanze che rimangono oscure. La morte di Xue ha dato nuova forza alle proteste, che si sono calmate solo con l’ intervento di Wang, la nomina di Lin Zuluan a segretario del Partito locale e all’ inizio del “vero” processo elettorale che avrà il suo culmine con l’ elezione del nuovo comitato. “E’ solo il primo passo”, afferma Hong Ruichao, 28enne candidato alle elezioni. “Poi dovremo riprenderci le terre, e non sarà facile. Ma siamo fiduciosi e non siamo disposti a mollare”. “Sette persone non possono risolvere il problema, ma dietro di loro ci sono diecimila abitanti di Wukan”, aggiunge. Hong non si nasconde che i problemi sono grandi: “prima di tutto – spiega – la vendita illegale, poi l’ occupazione illegale delle terre (da parte dei rappresentanti della Jiaye).”. E rimane irrisolto il mistero della morte di Xue Jinbo. Una delle sua figlie, Xue Jianwan, 21 anni, insegnante, é candidata alle elezioni. “Ma anche se sarò eletta, penso che rinuncerò” – ha dichiarato all’ ANSA – “c’ è una forte pressione da parte della mia famiglia, hanno paura di quello che potrebbe succedere dopo”. “Solo mia madre mi sostiene ma tutti i miei zii e gli altri parenti dicono che già abbiamo cosa succede ad esporsi eccessivamente, che già abbiamo perso mio padre”.

fonte: ANSA

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Prove di campagna elettorale alla cinese

Il candidato Gui Qingjie risponde con pazienza alle domande degli elettori, riuniti in una sala della stazione di polizia di Huang Cun, un villaggio-quartiere alla periferia di Pechino. ”I delegati del popolo sono eletti dal popolo e per il popolo – declama Gui, un uomo piccolo e dall’ apparenza modesta di 46 anni -, e mettero’ gli interessi del popolo al primo posto…”. Prove di democrazia con caratteristiche cinesi. Gia’, perche’ Gui e’ anche da qualche anno il locale segretario del Partito Comunista Cinese, circostanza che rende sicura la sua elezione. La sala e’ piena, con Gui ci sono altri due candidati alle elezioni per il Congresso del Popolo di Pechino, due donne. Dai Congressi del Popolo locali, salendo ad ogni tornata nella scala della piramide del sistema politico cinese, usciranno i deputati dell’ Assemblea Nazionale del Popolo, l’ organismo piu’ simile ad un Parlamento occidentale che esista in Cina. Prove di democrazia in un Paese nel quale i detenuti politici sono migliaia (20-25mila secondo le stime delle organizzazioni umanitarie internazionali) tra cui il premio Nobel per la pace Liu Xiabo, che sta scontando una condanna ad 11 anni di prigione per aver promosso apertamente un sistema pienamente democratico. La ”township” di Huang Cun consiste di sette villaggi ”urbani”, cioe’ inglobati nella sterminata municipalita’ di Pechino, che ha oltre 20 milioni di abitanti. Per raggiungerlo in autobus dal centro della metropoli ci vuole un’ ora, durante la quale c’ e’ traccia di campagna. Capannoni, cantieri, centri commerciali sono tutto quello che si vede. ”Tutti i cittadini possono presentarsi, basta che raccolgano dieci firme di sostegno… io ne ho avute 700”, spiega Gui dicendo una mezza verita’. Se infatti e’ vero che quella e’ la lettera della legge, e’ altrettanto vero che le candidature devono essere approvate dalla commissione elettorale competente. E le commissioni elettorali sono composte esclusivamente da membri del Partito. Quest’ anno alcuni candidati ”indipendenti” hanno provato a presentarsi, spesso usando Internet per autopromuoversi al di fuori dei canali ufficiali. Molti di loro hanno avuto guai con la polizia, altri si sono ritirati ”spontaneamente” dalla competizione. Difficilmente qualcuno di loro sara’ eletto. Le elezioni per i Congressi del Popolo locali avvengono ogni cinque anni. Dieci anni fa, in un quartiere centrale di Pechino, fu eletto un giovane e brillante avvocato di nome Xu Zhiyong. La sua elezione fu annunciata trionfalmente dalla stampa governativa e portata ad esempio dell’ avanzare, seppur lento, della democrazia in Cina. In seguito Xu fu tra i promotori del cosidetto ”movimento degli avvocati” e tra i fondatori dell’ organizzazione non governativa Costituzione Aperta, che si sono battuti per il rispetto della legge da parte di tutti gli organi dello Stato, oltreche’ dei cittadini. Nel 2009, dopo aver trascorso un mese in prigione per evasione fiscale, Xu fu rilasciato e Costituzione Aperta multata di 1,4 milioni di yuan (circa centomila euro). Da allora e’ ridotto al silenzio, come gli altri avvocati del movimento, alcuni arrestati, altri ”spariti” o messi in condizione di non svolgere alcuna attivita’. A Huang Cun le elezioni si terranno l’ 8 novembre, hanno diritto a parteciparvi 5082 elettori registrati.

fonte: ANSA

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