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Esplosione in fabbrica chimica può rallentare uscita iPhone6

L’esplosione alla fabbrica chimica dello scorso due agosto a Kunshan, nella provincia orientale cinese del Jingsu, che ha provocato la morte di 75 persone, potrebbe provocare un rallentamento della produzione del nuovo iPhone6 della Apple. Lo scrive la stampa di Taiwan. In seguito all’esplosione alla Kunshan Zhongrong Metal Production Company, infatti, le autorità locali hanno deciso una serie di ispezioni in tutte le aziende e le fabbriche della zona, interrompendo le produzioni per oltre 40 di queste, fino a quando non saranno effettuati controlli approfonditi sui sistemi di sicurezza delle fabbriche. Tra gli impianti la cui produzione è stata interrotta, c’è anche uno della taiwanese Foxconn, l’azienda che produce per conto della Apple i ‘melafonini’ e gli altri prodotti della società di Cupertino. Il blocco della produzione potrebbe provocare quindi un rallentamento nell’assemblaggio del nuovo smartphone di casa Apple, ma anche di telefonini dei concorrenti Xiaomi e Meizu.

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Si allarga protesta degli operai del colosso di calzature

Si allarga la protesta degli operai del colosso taiwanese delle calzature Yue Yuen: come i loro colleghi di Dongguan, nella provincia meridionale del Guandong, anche i dipendenti dello stabilimento di Ji’an, nella provincia orientale dello Jiangxi, sono scesi in strada a manifestare chiedendo migliori condizioni di lavoro. Lo riporta la stampa di Taiwan. Dalla settimana scorsa oltre 30.000 operai della Yue Yuen – gruppo che produce scarpe e parti di scarpe per colossi come Nike, Adidas, Reebok e altri – manifestano chiedendo il miglioramento delle condizioni di lavoro e soprattutto migliori assicurazioni sociali, in quella che è considerata la protesta più importante mai organizzata in Cina. Da domenica, oltre 2.000 operai della sede di Ji’an della fabbrica di proprietà del gruppo taiwanese Pou Chen, hanno aderito alle proteste. A Dongguan ed a Ji’an ci sono stati, secondo i media, scontri con le forze dell’ordine, con alcuni operai arrestati.

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Sciopero in fabbrica che produce scarpe per Nike, Adidas e altri: in migliaia manifestano

Almeno diecimila operai di una delle più grandi fabbriche di scarpe al mondo, dove si producono calzature per le maggiori aziende mondiali, sono da due giorni in sciopero per rivendicare condizioni di lavoro migliori. La situazione nella fabbrica di Dongguan, nella provincia meridionale cinese del Guangdong, di proprietà del gruppo taiwanese Yue Yuen, dove si producono calzature per aziende come come Nike, Crocs, Adidas, Reebok, Timberland, Asics, New Balance e Puma, si fa sempre più difficile. Le stesse aziende temono di non riuscire ad approvvigionarsi in tempo e stanno cercando di prendere contromisure, perché la crisi nella fabbrica al momento è insanabile. Gli operai erano scesi in strada già lo scorso 5 aprile, ma ieri, al termine dei negoziati, la protesta è diventata globale, interessando tutti i colletti blu, in quello che è uno dei più grandi scioperi verificatosi in Cina negli ultimi anni. I lavoratori della Yue Yuen lamentano, tra le cose principali, il mancato pagamento delle assicurazioni e della previdenza sociale. Gli operai della fabbrica, infatti, essendo per lo più provenienti da altre province, non possono utilizzare nel luogo in cui lavorano le assicurazioni spettanti nella provincia di origine, non essendo previsto il trasferimento da una provincia all’altra e quindi, a meno di acquistare una polizza supplementare, non sono coperti. Non hanno disponibilità economiche tali da permettersi di acquistarne di nuove e chiedono l’aiuto dell’azienda, che però nicchia. Questo è il risultato delle politiche cinesi tendenti a scongiurare l’immigrazione nelle grandi città da parte di lavoratori di altre province, negando loro servizi basilari come sanità e scuole per i figli. Oltre a chiedere aiuto all’azienda per il pagamento delle polizze, gli operai chiedono migliori condizioni di lavoro, e soprattutto contratti di lavoro certi. Alcuni lavoratori di lungo corso, titolati a richiedere la residenza nella provincia, hanno raccontato ad esempio di aver avuto difficoltà ad iscrivere i propri figli a scuola a Dongguan. Quando infatti è stato loro richiesto dalla scuola di mostrare il contratto di lavoro per dimostrare la loro presenza fissa nella provincia, presentando il contratto stipulato con la Yue Yuen, è stato loro contestato trattarsi di un contratto non valido e quindi non hanno potuto mandare i propri figli nelle scuole locali. La Yue Yuen, che nel 2004 registrò la visita della stella del basket americano Michal Jordan che visitò il luogo dove venivano realizzate le scarpe con il suo nome, ha circa 60.000 dipendenti. E’ quotata presso la borsa di Hong Kong ed ha un valore di mercato di circa 5,4 miliardi di dollari.

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Muore a 15 anni per troppo lavoro, era alla catena di montaggio degli iPhone

Morire a 15 anni per troppo lavoro costruendo i gioielli tecnologici che invadono gli opulenti mercati occidentali. Succede ancora in Cina, a Shanghai, in una fabbrica della Pegatron, l’azienda taiwanese che, come la più famosa Foxconn (conosciuta anche come la ‘fabbrica dei suicidi’ per i tanti dipendenti che si sono suicidati a causa delle pessime condizioni di lavoro), costruisce gli iPhone 5 per la Apple. In pochi mesi sono state cinque le morti sospette in questa azienda e si comincia a scartare la possibilità di coincidenze. L’ultimo a morire è stato Shi Zaokun, un ragazzino di soli 15 anni, che lavorava in quell’azienda solo da un mese. Shi è morto in realtà a ottobre, ufficialmente per polmonite, ma la notizia è venuta fuori solo ora. Per China Labor Watch, l’organizzazione con base negli Usa che si occupa dei diritti dei lavoratori nel Paese del dragone, nella faccenda ci sono diverse anomalie. In primo luogo la questione dell’età. Shi aveva solo 15 anni ma nei documenti dell’ospedale dove è stato ricoverato e poi è deceduto risultava averne 20. L’ipotesi è che per assumerlo ed aggirare i divieti di far lavorare un minorenne, la Pegatron abbia falsificato i documenti, facendolo risultare più grande. Per l’azienda invece sarebbe stato il ragazzo, per potersi far assumere, a presentare una carta di identità falsa. E poi i turni e le ore di lavoro: non più di 60 ore settimanali per contratto. Eppure, secondo i timbri di entrata e di uscita dalla fabbrica, Shi avrebbe lavorato ogni settimana parecchie ore di più del dovuto, fino a 12 ore al giorno senza sosta. La Pegatron anche in questo caso ha detto la sua. Nei registri di entrata e di uscita, sostengono, sono segnalate solo le ore in cui il dipendente è in fabbrica ma non sono segnalate le pause, detratte le quali l’orario lavorato è quello previsto dalla legge e non di più. Secondo China Labor Watch, a questi operai viene anche spesso richiesto di lavorare persino nei giorni di festa nazionale, per non interrompere mai la produzione. Eppure Pegatron e la stessa Apple non ci stanno a subire queste accuse. L’azienda taiwanese ha negato con forza qualsiasi collegamento tra il lavoro nei suoi impianti e le morti, compresa quella di Shi. Apple, pur ribadendo la sua volontà di controllare che tutto avvenga secondo la legge, dopo aver inviato un team di medici esperti ha fatto sapere in un comunicato di non aver ravvisato nulla di anomalo. Resta il fatto che per China Labor Watch quantomeno restano dei dubbi da verificare. L’organizzazione ha chiesto di effettuare un’autopsia sul corpo del ragazzo per capire con certezza le cause della morte, tanto più che, stando anche alla famiglia, Shi non aveva problemi particolari e anzi quando era stato assunto alla Pegatron aveva effettuato dei test medici dai quali era risultato in ottima salute. L’ospedale però ha chiesto alla famiglia, per poter effettuare l’autopsia, 12.000 RMB (circa 1.500 euro), somma che la famiglia non è in grado di pagare. Per questo motivo Clw, su richiesta della famiglia, ha lanciato una raccolta fondi per ottenere la somma necessaria per l’autopsia. La famiglia del ragazzo, molto provata (alla notizia della morte del nipote la nonna è morta a sua volta), vuole a questo punto almeno sapere come sono andate esattamente le cose. A maggio sempre China Labor Watch aveva riportato un altro caso di un minorenne, un ragazzo di 14 anni, trovato morto nel dormitorio di un’altra azienda nel sud della Cina, la Yinchuan, che produce pezzi per la Asus. A giugno invece un giovane di 24 anni morì sul posto di lavoro per il troppo lavorare. Secondo le stime ufficiali, in Cina si contano 600mila morti all’anno per troppo lavoro, tra operai e colletti bianchi.

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Secondo sondaggio: a Guangzhou il 70% delle operaie subiscono molestie e violenze sessuali su luogo di lavoro

Donne sfruttate sul luogo di lavoro, private dei loro diritti, ma soprattutto molestate e persino spesso violentate nell’ambiente lavorativo. E’ questo lo sconfortante quadro che emerge da un sondaggio sulla condizione delle operaie nella Cina meridionale. La ricerca e’ stata condotta nella provincia del Guangdong (chiamata la “fabbrica della Cina” per l’enorme quantità di fabbriche), quella con capitale Guangzhou, la ex Canton, da una organizzazione che si occupa dei diritti delle lavoratrici cinesi, la Sunflower Women Workers Centre. Lo studio e’ stato effettuato interrogando operaie di diverse fabbriche del capoluogo, per lo più addette alle linee di produzione. Il 70% delle intervistate ha ammesso di essere stata violentata o molestata sessualmente sul posto di lavoro. Di queste il 32% ha denunciato continui palpeggiamenti da parte di colleghi e superiori, il 25% ha invece ricevuto telefonate oscene mentre al 30% sono state mostrate immagini pornografiche. Molte le donne che, a causa di queste situazioni, preferiscono lasciare il lavoro (secondo la ricerca sarebbero circa il 15%). Numerose altre invece hanno raccontato di non avere scelta, di non poter rinunciare ad un salario, sia pur modesto. In molti casi infatti si tratta di operaie ”migranti” di donne cioe’ provenienti da altre parti della Cina che per necessita’ economica, si spostano a cercare lavoro e accettano quel che trovano, lasciando a casa le famiglie. A peggiorare le cose spesso è la condizione di promiscuità in cui vivono e lavorano. Gli operai e le operaie vivono in fabbrica, nei dormitori comuni, in situazioni che nella maggior parte dei casi non garantiscono la minima privacy. Oltre i due terzi delle donne intervistate ha detto di essere ”disgustata” dal proprio molestatore. ”Vorrei ucciderlo – ha raccontato una delle operaie – quelli che si comportano così sono persone malate e psicopatiche. Sono così impaurita. Non riesco più a dormire e ho continui incubi. Vorrei solo scappare via”. Circa il 43% delle donne ha ammesso di soffrire in silenzio mentre il 47% ha detto di aver provato almeno una volta a opporsi. La ricerca di Sunflower Women Workers Centre contiene anche un elenco delle disposizioni normative che l’ordinamento cinese prevede a protezione delle donne. Disposizioni che pero’, secondo le intervistate, non sono applicate nella maggior parte dei casi. Quasi la totalita’ delle interpellate ha infatti detto che i datori di lavoro, le associazioni di categoria e persino organizzazioni come la Federazione delle donne possono fare poco per aiutarle. Diverse intervistate hanno detto che ”la fabbrica non si interessa di quello che succede loro e la polizia non ha il tempo di occuparsene”. Secondo molte delle operaie l’unico modo per cambiare, sia pure lentamente, sarebbe quello di promuovere campagne che sensibilizzino tutti sul problema, creando maggiore consapevolezza tra la gente e facendo in modo che la mentalità, specie nelle nuove generazioni, possa pian piano cambiare.

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Sondaggio: il 70% delle operaie di Guangzhou vengono molestate sessualmente

Donne sfruttate sul luogo di lavoro, private dei loro diritti, ma soprattutto molestate e persino spesso violentate nell’ambiente lavorativo. E’ questo lo sconfortante quadro che emerge da un sondaggio sulla condizione delle operaie nella Cina meridionale. La ricerca e’ stata condotta nella provincia del Guangdong (chiamata la “fabbrica della Cina” per l’enorme quantità di fabbriche), quella con capitale Guangzhou, la ex Canton, da una organizzazione che si occupa dei diritti delle lavoratrici cinesi, la Sunflower Women Workers Centre. Lo studio e’ stato effettuato interrogando operaie di diverse fabbriche del capoluogo, per lo più addette alle linee di produzione. Il 70% delle intervistate ha ammesso di essere stata violentata o molestata sessualmente sul posto di lavoro. Di queste il 32% ha denunciato continui palpeggiamenti da parte di colleghi e superiori, il 25% ha invece ricevuto telefonate oscene mentre al 30% sono state mostrate immagini pornografiche. Molte le donne che, a causa di queste situazioni, preferiscono lasciare il lavoro (secondo la ricerca sarebbero circa il 15%). Numerose altre invece hanno raccontato di non avere scelta, di non poter rinunciare ad un salario, sia pur modesto. In molti casi infatti si tratta di operaie ”migranti” di donne cioe’ provenienti da altre parti della Cina che per necessita’ economica, si spostano a cercare lavoro e accettano quel che trovano, lasciando a casa le famiglie. A peggiorare le cose spesso è la condizione di promiscuità in cui vivono e lavorano. Gli operai e le operaie vivono in fabbrica, nei dormitori comuni, in situazioni che nella maggior parte dei casi non garantiscono la minima privacy. Oltre i due terzi delle donne intervistate ha detto di essere ”disgustata” dal proprio molestatore. ”Vorrei ucciderlo – ha raccontato una delle operaie – quelli che si comportano così sono persone malate e psicopatiche. Sono così impaurita. Non riesco più a dormire e ho continui incubi. Vorrei solo scappare via”. Circa il 43% delle donne ha ammesso di soffrire in silenzio mentre il 47% ha detto di aver provato almeno una volta a opporsi. La ricerca di Sunflower Women Workers Centre contiene anche un elenco delle disposizioni normative che l’ordinamento cinese prevede a protezione delle donne. Disposizioni che pero’, secondo le intervistate, non sono applicate nella maggior parte dei casi. Quasi la totalita’ delle interpellate ha infatti detto che i datori di lavoro, le associazioni di categoria e persino organizzazioni come la Federazione delle donne possono fare poco per aiutarle. Diverse intervistate hanno detto che ”la fabbrica non si interessa di quello che succede loro e la polizia non ha il tempo di occuparsene”. Secondo molte delle operaie l’unico modo per cambiare, sia pure lentamente, sarebbe quello di promuovere campagne che sensibilizzino tutti sul problema, creando maggiore consapevolezza tra la gente e facendo in modo che la mentalità, specie nelle nuove generazioni, possa pian piano cambiare.

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Aumenta a 52 il bilancio delle vittime dell’incidente in raffineria

E’ salito a 52 il bilancio delle vittime dell’incidente avvenuto venerdì scorso nella provincia orientale cinese dello Shandong, con esplosioni seguite ad una perdita in un oleodotto. Lo scrive l’agenzia Nuova Cina. Quattro delle vittime non sono state identificate, sei sono invece i vigili del fuoco periti nell’incidente, mentre 11 persone risultano ancora disperse. Dieci dei 136 feriti che si trovano ancora in ospedale, sono in condizioni definite critiche dai sanitari, per cui si teme che il bilancio delle vittime possa aumentare. Si vanno delineando anche i contorni dell’incidente. Venerdì scorso, intorno alle 3 del mattino, del petrolio è fuoriuscito da un oleodotto della Sinopec a Qingdao. I tecnici hanno chiuso 15 minuti dopo le valvole. Il combustibile si è propagato nelle condotte che raccolgono l’acqua piovana della città e sette ore dopo ci sono state due esplosioni sul posto dove degli operai stavano riparando queste condutture. Circa 18.000 residenti nell’area sono stati fatti evacuare dopo le esplosioni che hanno fatto saltare pezzi di strade, auto e rotto vetri dei palazzi limitrofi.

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