Archivi tag: cina

La Mongolia verso il vertice Asem, tra Mosca e Pechino

IMG_0012

Articolo pubblicato su AffariInternazionali

Dalla piazza principale di Ulaanbaatar, Gengis Khan (o come lo chiamano qui Cinghis) continua a guardare dall’alto del suo trono la sua Mongolia. Ma quello che, da lui creato, è stato nei secoli uno dei più grandi imperi e che qualche anno fa ha fatto registrare uno dei tassi di crescita più importanti a due cifre, sta attraversando un periodaccio.

Il vertice Asia-Ue
I conti vacillano, la situazione politica è instabile, molti settori trainanti dell’economia mongola sono alla canna del gas, tanti cittadini scontenti. Pochi giorni fa centinaia di minatori hanno manifestato a Ulaanbaatar contro il contratto di 5,4 miliardi di dollari che il governo ha sottoscritto con la Rio Tinto per l’estrazione mineraria nella zona di Oyu Tolgoi, la più importante del Paese, parlando di svalutazione dei beni dello Stato.

E, nonostante tutto questo, a luglio la Mongolia sarà al centro del mondo politico internazionale quando, il 15 e il 16, ospiterà il vertice Asem, che raduna i capi di Stato e di governo dell’Unione europea e quelli asiatici riuniti nell’Asean, più invitati illustri come cinesi e russi. Dopotutto, proprio questi due sono i convitati di pietra della Mongolia, che nella sua storia ha sempre dovuto fare i conti sia con Pechino sia con Mosca.

Gli ingombranti vicini
Sono stati proprio i russi prima ad “aiutare” i mongoli invasi dai cinesi (che si erano vendicati di centinaia di anni di battaglie perse occupando nel 1919 la Mongolia) e poi a instaurare un regime sovietico nel paese, crollato dopo la perestrojka.

E verso Pechino (nel cui territorio – esattamente nella provincia autonoma della Mongolia interna – vivono più mongoli che nella stessa repubblica di Mongolia) si muove la quasi totalità (il 95,3% secondo i dati del 2014) delle esportazioni mongole, legate soprattutto alle miniere. Il sottosuolo mongolo è, infatti, ricchissimo di rame, oro, carbone, molibdeno, fluorite, uranio, stagno e tungsteno.

Da Pechino arriva più di un terzo del volume totale delle importazioni mongole: i dati del 2014 dicono che dalla Cina arriva il 41.5% delle importazioni totali, dalla Russia il 27.4%, Corea del Sud 6.5%, Giappone 6.1%.

Economia in affanno e ruolo italiano
L’economia mongola soffre: se nel 2013 la crescita era stata dell’11,3% e l’anno successivo del 7,8%, le stime del 2015 parlano del 3,5% (altre invece sono ancora più basse, del 2,3%). A pesare, il crollo dei prezzi dei minerali estratti, che ha dato uno scossone anche al fiorente settore immobiliare e delle costruzioni. Sono molti i palazzi e i grattacieli di Ulaanbaatar che attendono di essere completati o che sono vuoti e le imprese, anche straniere, che non sono state pagate per lavori effettuati.

Il tutto, in un Paese che ha una popolazione giovanile molto numerosa (il 43% dei mongoli ha meno di 25 anni, il 45% tra i 25 e i 54), un tasso di disoccupazione del 7,7% (2014, in aumento secondo stime all’8,3) e un reddito medio di 12.500 dollari.

Secondo i dati dell’ufficio Ice di Pechino (che ha giurisdizione anche sulla Mongolia), l’Italia è al quinto posto tra i paesi destinatari dell’export della Mongolia, con una quota di mercato dell’1,3%; come fornitore (provenienza dell’import) si attesta invece al 12° posto, con una fetta di mercato pari allo 0,6% (maggio 2015).

Nel primo semestre 2015, le esportazioni italiane in Mongolia hanno registrato un calo del 15% rispetto al primo semestre 2014, attestandosi a 11,6 milioni di euro, costituendo comunque il decimo fornitore per il paese (tra le voci principali: meccanica, moda, arredo e alimentare).

La meccanica strumentale rappresenta la voce principale dell’export italiano nel paese, seguita dalla moda e dai prodotti della metallurgia. Le importazioni, pari a 25 milioni di euro, sono aumentate del 25%, e in gran parte sono costituite da prodotti agricoli.

La quota di mercato dell’export italiano è dello 0,9%, terza dopo Germania (3%) e Francia (1%). I settori di punta sono il minerario e il tessile; questi ultimi in dettaglio: 4,2 milioni di dollari per le esportazioni di metalli (2015), 7,4 milioni di dollari per le esportazioni nel settore tessile e dell’abbigliamento. Gli investimenti diretti italiani in Mongolia si attestano al 2013 a 10 milioni di euro.

Gli italiani in Mongolia sono davvero pochi: attualmente – compresi missionari e missionarie – sono poco più di una trentina, principalmente impegnati nei macchinari e nella moda (cachemire soprattutto). Ma il Paese, nonostante la crisi che sta attraversando, rappresenta comunque una grande opportunità per le nostre aziende.

Basti pensare che a fronte di quasi 3 milioni di abitanti in totale (due terzi dei quali vivono a Ulaanbaatar, in un Paese che è cinque volte l’Italia, il diciannovesimo al mondo), vivono oltre 40 milioni di animali e non c’è una industria capace di poterne processare le carni e le pelli e manca la catena del freddo.

Bisogna poi considerare l’importanza strategica del Paese non solo da un punto di vista industriale-minerario (che solo di striscio interessa l’Italia, mentre australiani e cinesi la fanno da padroni).

Un interlocutore per trattare con Pyongyang
Schiacciata tra due potenze, ma forte della sua neutralità, la Mongolia negli ultimi anni si è accreditata come interlocutore affidabile in una serie di situazioni. Prima fra tutte la Corea del Nord. Ad Ulaanbaatar c’è una forte presenza nordcoreana (è anche ospitata una rappresentanza diplomatica di Pyongyang) e nel regno di Kim Jong-un la rappresentanza diplomatica mongola è spesso la base per negoziati più o meno ufficiali tra il regime e il mondo.

L’Asem servirà proprio a questo, a dimostrare al mondo che la Mongolia può ritagliarsi un ruolo nello scacchiere internazionale, nonostante la sua attuale instabilità politica (le elezioni si terranno poco prima del vertice internazionale).

E l’Italia giustamente non vuole stare a guardare. Non a caso a dicembre il ministro Paolo Gentiloni ha annunciato l’apertura di una nostra ambasciata nel paese (attualmente c’è solo un console onorario e tutto dipende dall’ambasciata a Pechino), mentre a Roma è già presente una rappresentanza diplomatica mongola così come funziona una Camera di Commercio italo-mongola.

– See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3401#sthash.0iOtkUUG.dpuf

Lascia un commento

Archiviato in Accà e allà (notizie dall'area), Senza Categoria

La realpolitik di Bergoglio in Cina: gesuiti euclidei vestiti come bonzi per entrare a corte…

Ho scritto un articolo per la rivista AffarInternazionali, dello Iai (Istituto Affari Internazionali), sulla politica di Papa Bergoglio verso la Cina e la situazione dei cristiani nel paese. Lo spazio della rivista non mi ha permesso di esprimere tutto quello che avrei voluto, per cui troverete qui l’articolo pubblicato e di seguito una sua versione estesa. Sulla faccenda, avevo già scritto qui.

E’ la Cina uno dei principali obiettivi pastorali e diplomatici di Papa Francesco. L’ex cardinale di Buenos Aires, sin dall’inizio del suo pontificato, ha chiaramente indirizzato al paese del dragone molti suoi inviti e attenzioni, dichiarandosi, in più di una occasione, pronto ad andare lì anche subito. Ma i rapporti tra la Santa Sede e la Cina non sono idilliaci. Dal punto di vista diplomatico, i due paesi non hanno relazioni dal 1951, in considerazione anche del riconoscimento della Santa Sede di Taiwan, che Pechino ritiene proprio territorio. Uno scoglio, quello di Taiwan, che il Vaticano ha fatto intendere che può facilmente superare, in cambio di poter legittimamente “entrare” in un paese dove su 1 miliardo e 300 milioni di persone, secondo alcune stime ci sono almeno il 2,3% di cristiani, in maggioranza protestanti, con circa 14 milioni di cattolici (tra membri della chiesa statale e fedeli al Papa). Nonostante le aperture e le braccia aperte di papa Bergoglio, il solco insormontabile è definito dalla presenza dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, la chiesa autocefala cinese che, come tale e non legata al papato, si avoca il diritto di nominare e consacrare i vescovi e ordinare i sacerdoti. E’ proprio su questo punto, sulla consacrazione episcopale, che Roma e Pechino hanno le loro maggiori differenze, anche se Bergoglio ha fatto intendere, non senza qualche mugugno da parte di fedeli e gerarchie ecclesiali cinesi, di essere disposto a cedere qualcosa. Lo scorso 2 febbraio, il quotidiano on line di Hong Kong Asia Times, ha pubblicato una intervista che papa Bergoglio ha rilasciato all’editorialista del giornale, il sinologo Francesco Sisci (ricercatore alla Università del Popolo di Pechino), la prima ad un giornale asiatico sulla Cina e i cinesi. L’intervista è stata fatta in Vaticano il 28 gennaio, durante una delle tre visite che funzionari del partito comunista cinese ed esponenti vaticane si sono scambiati (qualcuno dice pure che gli eventi sono legati, fatti dalle stesse persone). E segue il solco di questa premessa: non si parla di politica né di religione. Una premessa francamente poco realistica, visto l’intervistato: capo di uno stato (vera teocrazia e ierocrazia) e di una religione. Ma pienamente nel solco di una realpolitik tutta bergogliana che, fino ad ora, almeno sulla Cina, ha cercato di avvicinare il Vaticano al paese asiatico ma lasciando l’amaro in bocca a molti fedeli cinesi e sconcertato diversi osservatori. Nell’intervista, durante la quale il Papa fa anche gli auguri per il nuovo anno, Bergoglio loda la cultura e il popolo cinese, parla dell’aspetto sociale del vivere cinese e affronta temi come quello del figlio unico. Ma nessuna parola sulla situazione dei cristiani in Cina, sulle chiese abbattute dal governo, sui vescovi impossibilitati a svolgere il proprio mandato. Come Taddeus Ma Daqin, consacrato vescovo di Shanghai nel 2012, che avendo durante l’omelia della sua ordinazione fatto testimonianza di vicinanza al Papa, da allora è rinchiuso “agli esercizi spirituali” nel seminario del santuario di Sheshan vicino Shanghai. Oppure di monsignor Cosma Shi Enxiang, che ha passato 54 anni in carcere e arrestato l’ultima volta nel 2001, senza che da allora se ne sappia niente. L’anno scorso, le autorità informarono la famiglia che il vescovo di Yixian era morto, ma ad oggi non hanno mai restituito i suoi resti. Bergoglio nell’intervista non ha assolutamente fatto cenno a questo. Come al caso delle chiese distrutte o dei fedeli arrestati di continuo se trovati a pregare. Una intervista che sarebbe perfetta in termini diplomatici se a parlare fosse un capo di stato interessato ad entrare nel mercato cinese (dal quale non si può prescindere) e quindi disposto a soprassedere alle questioni dei diritti umani e sociali, più che il capo della Chiesa Cattolica. Qualche analista, oltre che di realpolitik di Bergoglio, parla anche di una sorta di nuova Ostpolitik bergogliana, come quella utilizzata nei confronti del blocco sovietico. Ma i tempi e gli attori erano molto diversi e fa specie leggere dal vicario di Pietro, dal pastore degli ultimi, da colui che sempre si è scagliato contro i soprusi e per il rispetto delle fedi e delle persone, nessuna parola sulla situazione dei cristiani in Cina. Ma Bergoglio e i suoi più vicini collaboratori, a cominciare dal segretario di Stato Parolin, sono molto lucidi e consequenziali in questo atteggiamento: non a caso il Papa si rifiutò di incontrare l’anno scorso a Roma il Dalai Lama e sono davvero poche le sue condanne alla situazione del cristianesimo in Cina, tanto che un illustre esponente del Vaticano nel paese del dragone, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato questo silenzio del successore di Pietro. Bergoglio ha spesso ribadito di muoversi nel solco della lettera che il papa emerito Benedetto XVI inviò ai cattolici di Cina nel 2007, dichiarandola ancora attuale. Eppure, nel documento che è alla base ancora del dialogo fra le parti, il teologo tedesco scrisse chiaramente dell’incompatibilità della Santa Sede e della dottrina cattolica, con la Chiesa patriottica cinese e la suo decantato e difeso autocefalismo. Difesa che il governo cinese ha ribadito due giorni dopo la pubblicazione dell’intervista, in un editoriale del Global Times, quotidiano in lingua inglese vicino all’organo del partito comunista cinese, il Quotidiano del Popolo. Per i cinesi, il messaggio del papa di auguri per il nuovo anno è “una nota gentile”, ma il Vaticano “deve essere pragmatico”, riaffermando il concetto di indipendenza della propria chiesa da Roma. “La Cina – scrive il Global Times – dà grande importanza alla presente indipendenza delle istituzioni religiose da quelli fuori della Cina. Non ci si può aspettare che Pechino trovi un compromesso su questo punto”. Una porta chiusa, che riporta tutto su un piano ancora più reale. Si parla di poter applicare alla Cina il modello vietnamita per la nomina dei vescovi: il Vaticano effettua una ricerca fra i candidati e poi presenta al governo un nome per la sua approvazione; se Hanoi l’approva, la Santa Sede nomina ufficialmente il vescovo; se il Vietnam rifiuta, il Vaticano è costretto a presentare un altro nome, e così via fino a che non si raggiunge il consenso bilaterale. Un modello che Pechino rigetta (in Vietnam non è che abbia risolto tutti i problemi dei cattolici di quel paese, anzi), perché vuole da sé proporre i nomi che poi magari possano trovare il favore papale. E provvedere alla ordinazione in autonomia. Nella già citata lettera, papa Benedetto aveva chiaramente scritto che l’ordinazione e la scelta spettano solo al Vaticano, spingendosi finanche a dichiarare che l’ordinazione dei vescovi cinesi senza il consenso di Roma è illegittima ma valida, così come sono valide le ordinazioni sacerdotali da loro conferite e sono validi anche i sacramenti amministrati da tali Vescovi e sacerdoti. L’opposizione della Cina sta in due fattori: innanzitutto il governo centrale non può permettere ad un paese straniero di interferire in nomine di funzionari di un apparato di governo quale è la chiesa patriottica (impensabile che cancellino l’associazione guidata da un funzionario del partito comunista); in secondo luogo, si teme per il peso sociale e politico che i pastori delle diocesi hanno, soprattutto in chiave anti governativa o a favore di rivendicazioni sociali e umane. Bergoglio non ha al momento scoperto le carte sulla sua idea di compromesso con i cinesi, punta ad un incontro faccia a faccia con il presidente cinese, per poi cominciare una vera trattativa. L’intervista del 2 febbraio va in questo solco, mostrando Bergoglio come Matteo Ricci, il gesuita “euclideo” che per entrare alla corte degli imperatori Ming, si “vestì da mandarino” (non da bonzo come citato in una famosa canzone) e acquistò molto credito a Pechino. Questo vestito sicuramente agli occhi dei cinesi fa ottenere molta simpatia a Bergoglio, ma da qui a dire che otterrà quanto richiesto, soprattutto in termini di ordinazioni episcopali, è difficile. Un incontro è possibile, la cancellazione della chiesa patriottica è al momento impossibile. La Cina, come ha sempre fatto anche per altre “minacce” occidentali (vedi social network), si è creata un suo surrogato della Chiesa cattolica, che può controllare totalmente. Difficilmente ne potrà fare a meno. Bergoglio ne è consapevole e la sua realpolitik mira al primo risultato. E se questo deve far storcere il naso a molti, pazienza. Papa Francesco ha, fino ad ora, fatto del suo il pontificato dell’anti.

2 commenti

Archiviato in Diritti incivili

Giornalista scappato dalla Cina riappare dopo 22 giorni

La moglie di Li Xin, un giornalista cinese scomparso mentre cercava asilo all’estero, ha detto all’AP di aver parlato con il marito che gli ha detto di essere tornato volontariamente in Cina per le indagini. Ma la donna crede sia stato costretto a tornare indietro dalle autorità. He Fangmei ha parlato con suo marito Li Xin oggi, quando è stata chiamata in una stazione di polizia per ricevere la chiamata. Il ritorno di Li in Cina sarebbe l’ultimo esempio delle azioni di Pechino oltre i confini del paese nei confronti di coloro che sono ricercate dalle autorità. Negli ultimi tempi si sono diffusi in rete alcuni documenti che dimostrano come la Cina abbia deciso di perseguire anche oltre confine coloro che sono scappati dal paese perchè perseguitati. Li era fuggito dalla Cina nel mese di ottobre e in una intervista all’AP dall’India aveva riferito di aver lasciato la Cina perchè era stato costretto a diventare un informatore. In seguito aveva cercato rifugio in Thailandia prima di far perdere sue notizie a gennaio.

Lascia un commento

Archiviato in Diritti incivili, Senza Categoria

Papa Francesco alla Cina: ammiro e rispetto il paese, il mondo non teme la sua crescita (ma neanche una parola sui diritti civili)

Il 28 gennaio, Francesco Sisci, editorialista di Asia Times, intervista Papa Francesco sulla Cina. Qui potete leggere l’intervista integrale in inglese, di seguito un sunto dell’Ansa. Quello che colpisce è che il Papa usa molte parole per definire quanto grande sia la Cina, ma neanche una parola sui diritti civili, sui lavoratori sfruttati, sulle libertà negate, sulle minoranze cancellate (in particolare tibetani e uighuri), sui cristiani arrestati così come coloro che si battono per i diritti civili. Per il paladino degli ultimi sinceramente è uno scivolone. Capisco l’interesse anche economico della Chiesa nell’entrare in Cina, ma se posso giustificare i governi degli altri paesi, non lo posso fare per il capo della Chiesa, il successore di Cristo, colui che sin dalla sua elezione al soglio ha detto di battersi per gli ultimi. Se questi però hanno gli occhi a mandorla, non ne hanno diritto.

 

“Ammiro la Cina, la sua grande cultura, la sua inesauribile saggezza”. Il Papa confessa la sua stima, il rispetto, la grande ammirazione per il popolo e la cultura cinesi in un’intervista che è di per sé un evento: un colloquio di circa un’ora concesso al quotidiano online di Hong Kong “Asia Times”, pubblicato oggi ma registrato il 28 gennaio in Vaticano, in occasione del Capodanno cinese che ricorre l’8 febbraio. E in cui il Papa, senza entrare nei temi politici o religiosi, tende direttamente la mano al colosso orientale e al suo governo, rivolgendo gli auguri allo stesso presidente Xi Jinping. “Il mondo non deve temere la rapida crescita della Cina”, dice Bergoglio nell’ampia conversazione in inglese con Francesco Sisci, che segna sicuramente un nuovo stadio nei rapporti tra Santa Sede e governo di Pechino, forse mai così avanzato da quando nel ’49 si ruppero le relazioni diplomatiche. Al contempo, infatti, vanno avanti gli incontri e i colloqui tra le delegazioni pontificie e quelle cinesi, sia a Pechino che in Vaticano, sui temi di interesse bilaterale, con al centro la spinosa questione della nomina dei vescovi, che a breve potrebbero aprire la strada a un accordo su questo tema, col riconoscimento dell’ultima parola al Papa sulla scelta dei presuli tra una rosa di nomi ‘graditi’, e a uno storico disgelo. “Per me la Cina è sempre stata un punto di riferimento di grandezza. Un grande paese – dice Francesco -. Ma più che un paese, una grande cultura con una saggezza inesauribile. Da bambino, quando leggevo qualcosa sulla Cina, questo fatto aveva la capacità di ispirarmi ammirazione. Provo ammirazione per la Cina”. Bergoglio ricorda Matteo Ricci, ricorda Marco Polo, che “portò gli spaghetti in Italia”. “E’ questa la mia impressione: grande rispetto – ribadisce -. E ancora di più, quando ho sorvolato la Cina per la prima volta (primo Papa in assoluto, nel volo per la Corea, ndr), e in aereo mi è stato detto ‘tra dieci minuti entreremo nello spazio aereo cinese e invieremo il suo saluto’, confesso di avere provato una grande emozione, cosa che di solito non mi accade. Mi sono commosso per il fatto di sorvolare questa grande ricchezza di cultura e saggezza”. Alla domanda sulla “sfida” che la crescita della Cina pone oggi al mondo, Bergoglio risponde poi che “la paura non è mai una buona consigliera”. “Non dobbiamo temere sfide di alcun genere, poiché tutti, uomini e donne, hanno in loro la capacità di trovare modi di coesistenza, di rispetto e di ammirazione reciproca. Ed è evidente che tanta cultura e tanta saggezza, e per giunta tanta conoscenza tecnologica – pensiamo solo alle antichissime tecniche mediche – non possono rimanere rinchiuse in un paese; tendono a espandersi, a diffondersi, a comunicare”. “E’ ovvio – prosegue – che quando la comunicazione avviene in tono aggressivo per difendere se stessi, ne risulta guerre, Ma non avrei paura. E’ una grande sfida mantenere l’equilibrio della pace”. Anche “Nonna Europa”, secondo Francesco, “riceve da questo antichissimo paese un contributo sempre più ricco”. E quindi “è necessario accettare la sfida e correre il rischio di bilanciare questo scambio per la pace. Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza di farlo. Dobbiamo trovare il modo, sempre attraverso il dialogo; non c’è altra via”. Il Pontefice apprezza la fine della vecchia politica cinese del figlio unico. “Un problema doloroso”, la definisce, anche per il peso familiare dei genitori e dei nonni che poi ricade su quell’unico figlio. Ma per Francesco, “la storia di un popolo è sempre in cammino: talvolta cammina più velocemente, altre volte più lentamente, altre ancora si ferma, a volte fa un errore e ritorna un po’ indietro, oppure prende il cammino sbagliato e deve ritornare sui propri passi per seguire quello giusto”. Ma “quando un popolo va avanti, la cosa non mi preoccupa perché significa che sta facendo storia. E penso che il popolo cinese stia andando avanti, ed è questa la sua grandezza”. E’ salutare, secondo Bergoglio, “assumersi al responsabilità del proprio cammino” e anche “riconciliarsi con la propria storia”. “E’ necessario – osserva il Papa – riconoscere la grandezza del popolo cinese, che ha sempre conservato la propria cultura. E la sua cultura – non sto parlando di ideologie che possono esserci state in passato – la sua cultura non è stata imposta”. Francesco ritiene anche che “la grandezza della Cina, oggi, stia nel guardare al futuro da un presente sostenuto dalla memoria dal suo passato culturale”. La conclusione, “alla vigilia del nuovo anno”, è con l’invio dei “miei migliori auspici e auguri al presidente Xi Jinping e a tutto il popolo cinese”, con la “speranza che non perda mai la consapevolezza storica di essere un grande popolo, con una grande storia di saggezza, e che ha molto da offrire al mondo”. “Il mondo guarda alla vostra grande saggezza”, chiude Bergoglio, augurando di “andare avanti per aiutare e cooperare con tutti nella cura per la nostra casa comune e i nostri popoli comuni”. E’ la prima volta in duemila anni che un Papa rivolge gli auguri a un leader cinese per il nuovo anno lunare: e di sicuro ora la Cina è più vicina.

fonte: ANSA

Lascia un commento

Archiviato in L'oppio dei popoli, Senza Categoria

Nella neonata banca asiatica per investimenti, voluta dalla Cina, ruoli importanti a Germania e Uk

La Germania si avvia a ricoprire la vicepresidenza più pesante della Aiib, la Asian Infrastructure Investment Bank fortemente voluta dalla Cina, conquistando le deleghe da chief operating officer, mentre la Gran Bretagna quelle alle comunicazioni e all’organizzazione dei meeting nella persona di Danny Alexander, molto vicino al Cancelliere dello Scacchiere George Osborne. Una scelta, quest’ultima, che, anticipata dal Financial Times la scorsa settimana, avrebbe deluso Pechino per la “debole” esperienza nel settore su cui intende focalizzarsi l’iniziativa multilaterale cinese, illustrata per la prima volta dal presidente Xi Jinping a ottobre 2013. Oltre alla Germania, tra i grandi contributori della Aiib, nel board per conto della costituency dell’Eurozona, le altre tre vicepresidenze sono ad appannaggio di India (chief financial officer), Corea del Sud (risk-affairs) e Indonesia (chief administrative officer). La ratifica delle cariche sarà sottoposta “a breve” dal presidente Jin Liqun per mettere “la banca nelle condizioni di poter operare dopo il lancio ufficiale di due settimane fa. Le posizioni – secondo fonti locali vicine all’Aiib – sono quelle tipiche di una banca multilaterale, come l’Asian Development Bank (la rivale asiatica a guida Usa-Giappone, ndr), più o meno organizzata allo stesso modo”. Tra i 12 componenti del board dei direttori, tre sono in base agli accordi costitutivi in quota extra-Asia (vale a dire “soci non regionali”): in partenza, quindi, saranno Germania quale rappresentante di Eurolandia, Gran Bretagna della costituency “resto d’Europa” e Brasile. In generale, tutti i Paesi si alterneranno nella posizione di direttore esecutivo.

 

fonte: Ansa

Lascia un commento

Archiviato in E renare (i soldi e l'economia), Senza Categoria

In Cina finanziaria organizza truffa da 7,6 mld dollari, forse la piu’ grande della storia

La polizia cinese ha arrestato 21 impiegati della piu’ grande finanziaria online del paese, sospettati di aver truffato 900.000 investitori per un cifra complessiva di 7,6 miliardi di dollari, in quella che potrebbe essere la piu’ grande frode finanziaria della storia cinese. I media hanno diffuso la notizia degli arresti ieri e la tv di stato CCTV ha trasmesso le presunte confessioni di due ex impiegati della Ezubao, un team della provincia di Anhui salito dall’anonimato fino a divenire la piattaforma di finanziamenti on line piu’ importante della Cina in soli 18 mesi. Gli inquirenti hanno scoperto che circa il 95% degli investimenti offerti dalla Ezubao erano falsi. Il business degli investimenti online ha attratto in Cina fiumi di denaro specie dalla classe media.

Lascia un commento

Archiviato in E renare (i soldi e l'economia), Senza Categoria

Produzione industriale della Cina più bassa dal 2012

La produzione industriale in Cina e’ scesa in gennaio al livello piu’ basso dal 2012 a questa parte. Lo dice una stima ufficiale diffusa da responsabili degli acquisti delle aziende, che fissa la caduta dell’indice a 49,4 dal 49,7 di dicembre, in una scala di 100 punti nella quale le cifre sotto 50 significano una contrazione. E’ l’ennesimo segnale di debolezza per la seconda economia mondiale, che pochi giorni fa aveva fatto gia’ segnare la sua crescita annuale piu’ lenta degli ultimi 25 anni.

Lascia un commento

Archiviato in E renare (i soldi e l'economia)