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Fornitore cinese di iPhone 5c viola norme sul lavoro

Una Ong che si batte per i diritti dei lavoratori cinesi ha scoperto condizioni di lavoro precarie per i lavoratori di una fabbrica in cui si producono i nuovi iPhone c economici della Apple, a breve sul mercato. Secondo China Labor Watch, che ha sede a New York, gravi violazioni delle norme sul lavoro sono state scoperte nella fabbrica della Jabil Circuit, che lavora per la Apple, a Wuxi, nella Cina orientale. Nell’indagine è emerso che i lavoratori sono obbligati a turni di oltre 11 ore di lavoro nei quali lavorano in piedi con una interruzione di soli 30 minuti per mangiare. Inoltre, sono obbligati anche a più di 100 ore di straordinario al mese, molte delle quali non vengono neppure pagate. Nella fabbrica, inoltre, verrebbero discriminati i dipendenti in base all’età e assunti solo i più giovani e uomini, per evitare donne incinte. China Labor Watch negli anni ha condotto diverse inchieste sulle fabbriche cinesi, soprattutto quelle legate a proprietà o che hanno commesse straniere. Nel loro mirino, negli ultimi tempi, soprattutto le aziende legate alla Apple.

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“Operaio” di 14 anni muore in fabbrica

A quattordici anni, un ragazzino cinese che lavorava dodici ore al giorno con due brevi pause per il pranzo in una fabbrica di prodotti elettronici, è stato trovato morto nel suo letto del dormitorio dell’azienda. Una fine che ha dell’incredibile, bollata come ‘morte immediata’ dalle autorità che non hanno però voluto offrire maggiori indicazioni e che, al momento, è stata risarcita con poco più di 12 mila euro. Secondo testimonianze raccolte da organizzazioni che si battono per i diritti dei lavoratori in Cina, la causa della morte, avvenuta il 21 maggio, potrebbe essere attribuita al troppo lavoro. Nella fabbrica, infatti, secondo China Labor Watch, una organizzazione americana, gli straordinari erano all’ordine del giorno, anche di decine d’ore. Liu Fuzong, questo il nome del ragazzo, proveniva da una famiglia povera della zona rurale cinese. Il 27 febbraio, tramite una società di consulenza sul lavoro, la Dongguan Wantong Labor Dispatch Company, fu assunto alla Yinchuan Electronic Company, azienda che produce le schede madri per i computer della Asus a Dongguan, città non lontana da Guangzhou, l’ex Canton, nella provincia meridionale del Guangdong. Qui il ragazzino si presenta con un documento falso, nel quale c’era scritto che aveva diciotto anni. Senza troppi controlli da parte dell’azienda (che verrà multata dalle autorità per questo), viene assunto e messo alla catena di montaggio. Con lui lavorano molti studenti, parecchi dei quali sotto i sedici anni, nonostante sia vietato dalla legge. Tutti provenienti dalla provincia meridionale del Sichuan, tutti messi a produrre pezzi elettronici. La Yinchuan è di proprietà della taiwanese 3CEMS Group, un colosso che lavora per conto di Samsung, Canon e Sony. La Samsung ha subito fatto cancellare il proprio nome dal sito dell’azienda taiwanese, anche se attraverso ricerche su internet si trovano le prove dei loro legami. E l’azienda sudcoreana leader nel settore dei tablet e smartphone, non è muova ad accuse di sfruttamento del lavoro minorile. La stessa China Labor Watch ha più volte denunciato le condizioni pessime di lavoro in fabbriche cinesi riconducibili alla Samsung, dove sono impiegati anche minorenni. L’Ong americana ha più volte denunciato le condizioni di lavoro alla Foxconn, l’azienda taiwanese tristemente famosa come ‘la fabbrica dei suicidi’ per gli oltre venti suicidi tra i suoi operai nel 2010. Gli ultimi tre suicidi si sono registrati tra la fine di aprile e la metà del mese scorso. Ma in Cina si muore anche per il troppo lavoro, oltre che per il cattivo lavoro. Pochi giorni fa un giovane di 24 anni è morto sul posto di lavoro per il troppo lavorare. Secondo le stime ufficiali, in Cina si contano 600mila morti all’anno per troppo lavoro, in prevalenza colletti bianchi impiegati nelle grandi città.

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In fabbriche cinesi condizioni di lavoro da schiavitù

Chi costruisce i nostri iPhone, iPod e iPad? Come? E a quale costo? Perché sul prezzo finale di questi prodotti, costruiti o assemblati per la maggior parte in Cina, non vanno ad incidere proprio tutti i “costi”. Come ad esempio le condizioni di lavoro al limite della schiavitù, discriminazioni di sesso e di età, maltrattamenti fisici e verbali, mancanza degli standard minimi di sicurezza e ancora l’impiego di manodopera minorile e infine la morte per suicidio o iperlavoro. Come l’ultima, quella di un ragazzino di 14 anni morto di fatica mentre lavorava in una fabbrica di prodotti elettronici nel sud della Cina. Liu Fuzong era stato assunto il 27 febbraio scorso usando il documento di un diciottenne. La denuncia arriva da China Labor Watch, una organizzazione con sede negli Usa che si batte per i diritti dei lavoratori in Cina. Torna ancora una volta lo spettro della morte nelle fabbriche di questo paese, in cui le condizioni di lavoro sono spesso al limite del sostenibile. Tra aprile e maggio scorso si sono registrati tre suicidi tra gli operai della Foxconn, Technology Group, il colosso cinese dell’assemblaggio, anche conosciuto come la ‘fabbrica dei suicidi’, tutti collegabili alle condizioni di lavoro nella fabbrica considerate pessime. La società taiwanese con molti impianti in Cina nei quali si producono, tra gli altri, iPhone, iPod e iPad è un nome che campeggia sempre negli scandali degli ultimi anni, sia per una serie di suicidi a catena tra i suoi dipendenti a metà 2010, sia per le condizioni di lavoro al limite della schiavitù, portate a conoscenza del grande pubblico da media e da diversi gruppi e movimenti per i diritti dei lavoratori. Ma la Foxconn non è l’unica azienda i cui dipendenti si tolgono la vita. Il 15 maggio è stata una dipendente della fabbrica della Samsung a Huizhou, nella provincia del Guangdong, che si è suicidata gettandosi dal settimo piano di un palazzo. L’informazione, pervenuta dai colleghi della donna, non è stata confermata finora da fonti ufficiali. E infine l’ultimo giovane deceduto in questi giorni, Liu Fuzong, sarebbe morto in un’altra fabbrica ancora, la Yinchuan Electronic Company, Ltd di Dongguan, città non lontana da Guangzhou. La Yinchuan, azienda di proprietà della 3CEMS Group (che lavora per conto di Samsung, Canon e Sony), produce schede madri per la Asus ed era stata già al centro di denunce per lavoro minorile. Heg Electronics, succursale cinese della Samsung è stata poi denunciata da China Labor Watch in un report del 2012 per una serie di violazioni dei diritti dei lavoratori da parte dell’azienda, comprese ore di lavoro eccessive, violazioni del contratto di lavoro, utilizzo di lavoratori minorenni, discriminazione di età e sesso, mancanza di sicurezza. L’organizzazione ha rilevato che “gli operai sono costretti a turni di 11 o addirittura 12 ore di fila in piedi” e fanno “oltre cento ore di straordinari per mese spesso non pagati”. La Samsung, a seguito di questa denuncia condusse diverse indagini e alla fine comunicò che “a parte la questione delle ore di lavoro supplementari, non è emersa nessuna delle violazioni denunciate nel rapporto”, ovviamente.

fonte: ANSA

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Indagine per lavoro minorile in fabbrica cinese

Una fabbrica di elettronica di Suzhou, nella provincia del Jiangsu, è finita sotto inchiesta perche’ accusata di sfruttamento del lavoro minorile. Lo riferisce lo Shanghai Daily. Secondo quanto sarebbe stato scoperto dal locale ufficio del lavoro, la Suzhou Nuosida Electronic Technology, filiale di un’azienda taiwanese, costringerebbe a lavorare bambini, alcuni anche di soli nove anni, fino a dodici ore al giorno, pagandoli poche decine di euro al mese. Su internet e’ anche apparso un video che mostra bambini al lavoro sulle linee di produzione. I guai per la fabbrica sono iniziati quando alcune guardie di una societa’ vicina hanno notato alcuni operai, stranamente troppo bassi, entrare e uscire dai cancelli dell’azienda di Suzhou, nei pressi di Shanghai. Una di queste guardie, in particolare, ha denunciato che alcuni di questi bambini dormono in un dormitorio nei pressi della fabbrica. ”Si alzano alle sei per andare a lavorare tutti insieme – ha detto la guardia – e finiscono a mezzanotte passata”. I responsabili della Suzhou Nuosida Electronic Technology finora non hanno commentato la notizia. Un’agenzia di lavoro specializzata nella ricerca degli operai a Suzhou ha fatto sapere di non aver mai assunto minori per quell’azienda. L’ufficio del lavoro sta indagando sull’accaduto. ”L’azienda dovra’ affrontare una severa punizione, se le accuse risulteranno vere”, ha detto un funzionario. Secondo la legge cinese non e’ possibile assumere personale al di sotto dei sedici anni di eta’. In caso di violazione della norma, sono previste per i datori di lavoro ammende da 5000 a 10.000 yuan (da 500 a mille euro circa) per ogni lavoratore minorenne e la sospensione della licenza.

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Per Romiti tutti ce la possono fare in Cina, anche le Pmi

“Tutti ce la possono fare in Cina, anche le piccole e medie imprese: dipende dalla visione strategica, dalla programmazione e conoscenza del mercato e dalle risorse umane e materiali impiegate. Nulla può essere lasciato al caso in Cina”. E’ il messaggio lanciato dal presidente della Fondazione Italia Cina, Cesare Romiti, nel Forum ‘Storie di successo in Cina’, organizzato all’Unione Industriale di Torino. Romiti ha ricordato il lungo periodo trascorso alla Fiat e lo sbarco di Iveco in Cina a fine anni ’80: ”abbiamo chiamato in Italia mille cinesi di tutti i comparti, produzione, contabilità, vendite, che rimasero a Torino un anno intero. Quando aprimmo la fabbrica andò liscio come l’olio e sapevano anche parlare l’italiano”. “Sono ormai parecchi anni – ha affermato Gianfranco Carbonato, presidente dell’Unione Industriale di Torino e di Prima Industrie – che il sistema produttivo opera con successo in Cina, un Paese cresciuto molto grazie ai massicci investimenti in manifacturing. Ancora però l’import dalla Cina del Piemonte nel primo semestre 2011 è pari a 2 miliardi, l’export è la metà”. Al Forum sono intervenuti Silvio Angori, amministratore delegato della Pininfarina, Chiara Altomonte, presidente e ceo Conseo China e Andrea Sasso, amministratore delegato di Elica, gruppo che opera nel settore delle cappe. “Siamo sbarcati in Cina solo un anno fa – ha spiegato Sasso – acquisendo il 70% di una società, proprietaria del marchio Puti, uno dei più noti nel comparto degli elettrodomestici. E’ un’avventura recente ma stiamo crescendo. Vogliamo conquistare il mercato cinese, non produrre in Cina e per esportare”.

fonte: ANSA

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Nestlè acquista società cinese

Nestle’ raddoppia la sua presenza in Cina. La multinazionale svizzera ha firmato un accordo per l’acquisto del 60% di Hsu Fu Chi International per 1,7 miliardi di dollari (circa 1,2 miliardi di euro). Aggiunge cosi’ ai suoi 14 mila dipendenti nel Paese una rete di 16 mila lavoratori, impiagati nelle produzioni di snack, torte confezionate e dolci tradizionali come i sashima. Per il gruppo di Vevey e’ la piu’ importante operazione nel colosso asiatico e segue la conquista, ad aprile, del 60% del Yinlu Foods Group. L’obiettivo della Nestle’ e’ realizzare, entro il 2020, il 45% delle vendite nei paesi emergenti, che adesso contano per un terzo del fatturato. E con la sua rete distributiva nel territorio cinese, Hsu Fu Chi puo’ rivelarsi un valido alleato per raggiungerlo. E’ per questo che Nestle’ e’ arrivata a pagare per le azioni del gruppo l’8,8% in piu’ della loro quotazione di venerdi’ sulla piazza di Singapore ed e’ per questo che la holding lascera’ al vertice di Hsu Fu Chi uno dei fondatori, Hsu Chen. Questa acquisizione ”rafforza le nostre possibilita’ di accrescere il nostro portafoglio di marchi internazionali e locali in questo mercato dinamico”, ha detto il ceo di Nestle’, Paul Bulcke. ”La rete di distribuzione diretta di Hsu Fu Chi costituisce una forte barriera all’ingresso” dei concorrenti, ”la sua grande offerta di prodotti inoltre raggiunge un’ampia clientela e puo’ aiutare Nesle’ a penetrare nel mercato di massa”, ha aggiunto il presidente Hsu Chen, che ha fondato Hsu Fu Chi nel 1992 con i suoi tre fratelli ed e’ oggi il 25esimo uomo piu’ ricco di Taiwan secondo Forbes. L’accordo con Nestle’ prevede che la famiglia Hsu mantenga il 40% delle azioni. All’annuncio dell’intesa, Nestle’ ha perso lo 0,5% alla Borsa di Zurigo, mentre Hsu Fu Chi guadagnava il 10% a Singapore. Le azioni del gruppo cinese vengono scambiate, infatti, a circa 26 volte il valore dei loro profitti. Questa valutazione e’ dovuta anche al ruolo sempre piu’ importante della Cina mercato dei dolciumi. Il settore ha conosciuto una crescita del 5% nel 2010 e vale circa 6,2 miliardi di dollari. Hsu Fu Chin ha chiuso lo scorso anno con profitti in aumento del 31% a 93 milioni di dollari. Il suo fatturato e’ aumentato del 14% secondo Bloomberg, oltre tre volte piu’ velocemente delle vendite globali di Nestle’. Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2009, parlando di una quota del mercato cinese del 6,6%.

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