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Già in vendita in Cina le copie dell’Apple Watch

Il giorno dopo la sua presentazione ufficiale, già in vendita in Cina le copie a basso costo dell’Apple Watch, l’ultimo nato nella casa di Cupertino. Sono molte le società di Shenzhen, la città meridionale cinese hub della produzione mondiale di apparati tecnologici, che hanno realizzato copie del ‘melorologio’, la maggior parte delle quali molto simili o uguali (almeno nel design e nell’involucro esterno, non nelle funzionalità) all’originale della Apple. Le copie sono in vendita sia nell’area commerciale di Huaqiangbei a Shenzhen, sia sulle piattaforme online di commercio elettronico. I prezzi partono dai 40 dollari (anche se alcuni modelli più elementari costano anche meno) e gli Apple Watch copia non funzionano con il sistema operativo Ios proprio dell’azienda che fu di Steve Jobs, ma con sistema operativo Android. Tutti hanno unna sim card per i collegamenti internet e le telefonate, molti anche le videocamere. Da ieri molte copie sono in vendita anche online sulle piattaforme di commercio elettroniche più diffuse, in particolare Taobao, di proprietà del colosso Alibaba. Questi è stata già accusata in passato di tollerare troppo la vendita di prodotti falsi nei suoi negozi online, tanto da attirarsi critiche governative e multe.

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Niente iPad e MacBook per i funzionari cinesi, vietato l’acquisto

Niente iPad e MacBook per i funzionari del governo cinese. Come riporta stamattina la stampa di Pechino, dieci prodotti della Apple sono stati rimossi dalla lista degli acquisti del governo cinese. Tra questi iPad, iPad Mini, MacBook Air e MacBook Pro, rimossi dall’approvvigionamento ufficiale nelle liste della Commissione nazionale per la riforma e lo sviluppo e da quella del Ministero delle finanze, per questioni di sicurezza, perchè non sarebbero sicuri e non efficienti dal punto di vista energetico. La lista, che si applica a tutti i dipartimenti dell’autorità centrale, ai ministeri centrali e a quelli periferici, nella sua versione di luglio (a gennaio sarà rivista) è stata pubblicata anche sul sito dell’agenzia governativa per gli approvvigionamenti del ministero delle finanze e include anche prodotti della Dell e della Hewlett-Packard. Apple segue così le sorti di altre aziende americane del settore come Microsoft, il cui Windows 8 è stato vietato nei computer governativi, e le società produttrici di antivirus Symantec e Kaspersky. Al momento non è chiaro se anche l’iPhone sarà vietato, dal momento che negli ultimi tempi il melafonino ha subito diverse accuse di vulnerabilità sulla privacy in Cina.

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Esplosione in fabbrica chimica può rallentare uscita iPhone6

L’esplosione alla fabbrica chimica dello scorso due agosto a Kunshan, nella provincia orientale cinese del Jingsu, che ha provocato la morte di 75 persone, potrebbe provocare un rallentamento della produzione del nuovo iPhone6 della Apple. Lo scrive la stampa di Taiwan. In seguito all’esplosione alla Kunshan Zhongrong Metal Production Company, infatti, le autorità locali hanno deciso una serie di ispezioni in tutte le aziende e le fabbriche della zona, interrompendo le produzioni per oltre 40 di queste, fino a quando non saranno effettuati controlli approfonditi sui sistemi di sicurezza delle fabbriche. Tra gli impianti la cui produzione è stata interrotta, c’è anche uno della taiwanese Foxconn, l’azienda che produce per conto della Apple i ‘melafonini’ e gli altri prodotti della società di Cupertino. Il blocco della produzione potrebbe provocare quindi un rallentamento nell’assemblaggio del nuovo smartphone di casa Apple, ma anche di telefonini dei concorrenti Xiaomi e Meizu.

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Muore a 15 anni per troppo lavoro, era alla catena di montaggio degli iPhone

Morire a 15 anni per troppo lavoro costruendo i gioielli tecnologici che invadono gli opulenti mercati occidentali. Succede ancora in Cina, a Shanghai, in una fabbrica della Pegatron, l’azienda taiwanese che, come la più famosa Foxconn (conosciuta anche come la ‘fabbrica dei suicidi’ per i tanti dipendenti che si sono suicidati a causa delle pessime condizioni di lavoro), costruisce gli iPhone 5 per la Apple. In pochi mesi sono state cinque le morti sospette in questa azienda e si comincia a scartare la possibilità di coincidenze. L’ultimo a morire è stato Shi Zaokun, un ragazzino di soli 15 anni, che lavorava in quell’azienda solo da un mese. Shi è morto in realtà a ottobre, ufficialmente per polmonite, ma la notizia è venuta fuori solo ora. Per China Labor Watch, l’organizzazione con base negli Usa che si occupa dei diritti dei lavoratori nel Paese del dragone, nella faccenda ci sono diverse anomalie. In primo luogo la questione dell’età. Shi aveva solo 15 anni ma nei documenti dell’ospedale dove è stato ricoverato e poi è deceduto risultava averne 20. L’ipotesi è che per assumerlo ed aggirare i divieti di far lavorare un minorenne, la Pegatron abbia falsificato i documenti, facendolo risultare più grande. Per l’azienda invece sarebbe stato il ragazzo, per potersi far assumere, a presentare una carta di identità falsa. E poi i turni e le ore di lavoro: non più di 60 ore settimanali per contratto. Eppure, secondo i timbri di entrata e di uscita dalla fabbrica, Shi avrebbe lavorato ogni settimana parecchie ore di più del dovuto, fino a 12 ore al giorno senza sosta. La Pegatron anche in questo caso ha detto la sua. Nei registri di entrata e di uscita, sostengono, sono segnalate solo le ore in cui il dipendente è in fabbrica ma non sono segnalate le pause, detratte le quali l’orario lavorato è quello previsto dalla legge e non di più. Secondo China Labor Watch, a questi operai viene anche spesso richiesto di lavorare persino nei giorni di festa nazionale, per non interrompere mai la produzione. Eppure Pegatron e la stessa Apple non ci stanno a subire queste accuse. L’azienda taiwanese ha negato con forza qualsiasi collegamento tra il lavoro nei suoi impianti e le morti, compresa quella di Shi. Apple, pur ribadendo la sua volontà di controllare che tutto avvenga secondo la legge, dopo aver inviato un team di medici esperti ha fatto sapere in un comunicato di non aver ravvisato nulla di anomalo. Resta il fatto che per China Labor Watch quantomeno restano dei dubbi da verificare. L’organizzazione ha chiesto di effettuare un’autopsia sul corpo del ragazzo per capire con certezza le cause della morte, tanto più che, stando anche alla famiglia, Shi non aveva problemi particolari e anzi quando era stato assunto alla Pegatron aveva effettuato dei test medici dai quali era risultato in ottima salute. L’ospedale però ha chiesto alla famiglia, per poter effettuare l’autopsia, 12.000 RMB (circa 1.500 euro), somma che la famiglia non è in grado di pagare. Per questo motivo Clw, su richiesta della famiglia, ha lanciato una raccolta fondi per ottenere la somma necessaria per l’autopsia. La famiglia del ragazzo, molto provata (alla notizia della morte del nipote la nonna è morta a sua volta), vuole a questo punto almeno sapere come sono andate esattamente le cose. A maggio sempre China Labor Watch aveva riportato un altro caso di un minorenne, un ragazzo di 14 anni, trovato morto nel dormitorio di un’altra azienda nel sud della Cina, la Yinchuan, che produce pezzi per la Asus. A giugno invece un giovane di 24 anni morì sul posto di lavoro per il troppo lavorare. Secondo le stime ufficiali, in Cina si contano 600mila morti all’anno per troppo lavoro, tra operai e colletti bianchi.

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Delusione per l’iPhone 5C, l’Apple ferma la sua produzione in Cina

La Foxconn, l’azienda taiwanese che per conto di Apple produce gli iPhone, avrebbe fermato la produzione dei nuovi iPhone 5C, uno dei due ultimi modelli lanciati quest’anno dall’azienda di Cupertino. Lo scrive la stampa di Taiwan. Il nuovo melafonino low cost, è in produzione nello stabilimento della Foxconn di Zhengzhou, nella provincia centrale dell’Henan, dalla quale escono 50.000 telefonini a settimana. Secondo le notizie che circolano, la produzione sarebbe stata interrotta a causa dei molti difetti riscontrati nello smartphone e sulla stessa catena il 5C sarà sostituito dal 5S. Lanciato lo scorso 20 settembre insieme al 5S, il 5C, che doveva essere nelle intenzioni dei vertici di Apple il primo iPhone low cost, non ha riscontrato il successo sperato. Il 5C, infatti, rappresenta il 21,4% delle vendite totali di Apple in Cina, mentre il 5S rappresenta il 78,6%. Nel mercato globale, per ogni 5C sono stati venduti 2,23 iPhone 5S, cosa che ha spinto la Apple a ridurre gli ordini per l’iPhone 5C del 20% dalla Pegatron, altro fornitore e di un terzo dalla Foxconn, con la possibilità che la diminuzione degli ordini possa aumentare.

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Arriva Samjiyon, l’iPad di Pyongyang, ma è senza internet

La Corea del Nord ha lanciato sul proprio mercato interno un nuovo tablet ma Apple e Samsung possono dormire sonni tranquilli: ‘Samjiyon’, ‘l’iPad di Pyongyang’, nonostante le buone prestazioni che vanta (ha un processore da 1.2 GHz, più veloce di quelli montati in alcuni tablet americani e sudcoreani, oltre ad una memoria Ram di 1 Gb e una interna da 16Gb), non può collegarsi ad internet. In Nord Corea infatti è vietato usare il web per i cittadini. Sono ammessi, sia pure con alcune limitazioni, i cellulari con i relativi servizi di sms ed mms. Già definito da alcuni come ‘un iPad in stile nord coreano’ Samjiyon sta però incontrando i favori anche di quegli stranieri che riescono a mettere piede in uno dei Paesi più chiusi al mondo. Il tablet, oltre a popolari giochi tra i quali anche Angry Birds (anche se la casa finlandese che produce il gioco ha negato di aver dato licenza, quindi forse si tratta di una copia), include 500 tra dizionari e e-books. Tra questi, anche i classici mondiali come ‘Via col vento’ e ‘I Miserabili’, oltre alle gesta dei leader nordcoreani. Con un monitor da sette pollici e 18 cm di lunghezza, Samjiyon monta la versione più recente di Android. E’ fornito di un browser che permette all’utente di collegarsi unicamente a una rete interna nazionale nord coreana, conosciuta come ‘Kwangmyong’ e che consente l’accesso all’agenzia di stampa ufficiale nord coreana, ad un paio di giornali di Stato e alla televisione centrale coreana. O almeno questo dovrebbe avvenire. Il nuovo tablet costa l’equivalente di 180 euro, una cifra contenuta per il mercato estero ma che, come hanno osservato alcuni esperti, è ancora troppo alta per la popolazione locale se comparata ai modesti stipendi del nordcoreano medio. Inoltre, secondo alcune fonti, i tablet nord coreani non hanno finora riscosso molto successo per problemi connessi alle riparazioni. Samjiyon è il terzo tablet prodotto da Pyongyang sulla spinta del leader Kim Jong-un che ha voluto un proprio modello di tablet realizzato dal Centro di Computer Coreano, ente di ricerca statale. Per tutti, il problema maggiore era riuscire a ripararlo. Erano stati usati principalmente come lettori di e-book, o come dizionari di cinese per gli studenti che vanno a studiare nel Paese del dragone. Secondo alcuni, i problemi deriverebbero dal fatto che i tablet sono in realtà costruiti in Cina: quando si rompono è quasi un’impresa sostituire o riparare i pezzi.

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Concluso il comitato centrale: più riforme, più spazio al mercato e forse abolizione legge figlio unico

Il Partito Comunista Cinese si è impegnato oggi a rafforzare “il ruolo decisivo” del mercato nell’economia al termine di una riunione del suo massimo organo dirigente, il comitato centrale, centrata sulla necessità di contrastare il declino degli straordinari tassi di crescita dello scorso decennio. I 376 membri (tra effettivi e supplenti) del Comitato centrale si sono riuniti in un vecchio albergo alla periferia di Pechino sotto la protezione di un massiccio schieramento delle forze di sicurezza, che è stato rafforzato dopo l’attentato del 29 ottobre su piazza Tiananmen, nel quale terroristi islamici hanno colpito per la prima volta nel cuore della capitale, causando la morte di cinque persone. Il documento approvato al termine dei lavori, che si sono protratti in gran segreto per quattro giorni, è vago e rappresenta un canovaccio che indica la via da percorrere nei prossimi anni. Su questo documento di “indirizzo”, il nuovo gruppo dirigente guidato dal presidente della Repubblica e segretario generale del partito Xi Jinping e dal premier Ki Keqiang ha ottenuto il consenso del Comitato centrale. Questo, ammoniscono gli osservatori, non significa che siano superate le resistenze delle potenti lobby che dominano l’economia cinese, in primo luogo quelle riunite intorno alle grandi imprese e alle grandi banche statali. “Il comunicato è molto generico e non lascia spazio alla possibilità di riforme politiche”, ha detto all’ANSA Zhang Ming, professore alla Renmin University di Pechino e profondo conoscitore della struttura politica cinese. “Ci potrebbero essere importanti novità sul piano dell’amministrazione e della proprietà (oggi interamente pubblica e gestita di fatto dagli organi dirigenti del Partito, a tutti i livelli della società)”. “Penso che possiamo aspettarci per il prossimo futuro una riforma della proprietà terriera e probabilmente del sistema dei permessi di residenza (che oggi traccia una divisione netta tra residenti delle città e delle campagne)”, aggiunge il professore. Altri osservatori hanno sottolineato la possibilità che venga varata nel prossimo futuro un’altra riforma di portata storica, vale a dire la modifica in senso liberale della legge sul figlio unico. Quello che si è concluso oggi a Pechino è stato il terzo incontro del cc eletto dal 18esimo congresso del Partito, che si è tenuto un anno fa. Quello che nel linguaggio da Terza Internazionale ancora largamente usato in Cina viene chiamato il “terzo plenum” è tradizionalmente il palcoscenico scelto dal nuovo gruppo dirigente per lanciare il suo programma di governo. Fu in un “terzo plenum” nel 1978 che l’allora numero uno cinese Deng Xiaoping lanciò la politica di “apertura e riforma” che è alla base del boom cinese. E fu nel “terzo plenum” del 1993 che il suo successore Jiang Zemin confermò – quattro anni dopo il massacro di studenti di piazza Tiananmen – che il Paese sarebbe andato avanti su quella strada.

Sono almeno dieci anni, da quando l’ esodo dei contadini cinesi verso le metropoli in cerca di lavoro e di reddito ha assunto dimensioni macroscopiche, che si parla della possibile abolizione della legge piu’ odiata dalla popolazione, quella che impone alle coppie urbane di non aver piu’ di un figlio. Ma questa volta, secondo molti osservatori, dovrebbe essere quella buona: una delle misure implicite nel fumoso documento diffuso oggi a conclusione della riunione del comitato centrale del Partito Comunista Cinese e’ la modifica in senso liberale della legge sul figlio unico. Secondo le previsioni della stampa, verra’ permesso di avere piu’ di un bambino alle coppie nelle quali uno dei due coniugi sia figlio unico (oggi questo privilegio e’ riservato alle coppie composte da due figli unici). Varata nel 1979, la cosiddetta legge sul figlio unico e’ malvista anche a causa del modo nel quale e’ stata applicata, cioe’ rendendo i funzionari di basso livello responsabili della rigida osservanza di un sistema di quote imposto dal centro. Secondo questo sistema, il governo centrale stabilisce il tetto di nascite per ogni provincia, ogni governo provinciale stabilisce quello delle municipalita’ e cosi’ via…E’ questo sistema, secondo i gruppi umanitari, che ha portato ad abusi come gli aborti forzati, imposti anche a donne in stato avanzato di gravidanza. La punizione per chi viola la legge sul figlio unico e’ costituita da multe il cui ammontare viene stabilito provincia per provincia e che spesso e’ di decine di migliaia di yuan, cioe’ astronomico per standard cinesi. Sull’ efficacia della legge i pareri sono discordanti. Le autorita’ sostengono che essa ha garantito il contenimento della crescita della popolazione, mentre alcuni sociologi lo attribuiscono al processo di urbanizzazione, che ha portato le giovani donne nelle professioni spostando in avanti di almeno un decennio il momento della prima gravidanza

fonte: Beniamino Natale per Ansa

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