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Rimossi da Apple Store programmi anti censura

Apple priva gli utenti cinesi della possibilità di aggirare gratuitamente la censura che impedisce di accedere ad alcuni siti. Come denunciano alcune Ong, il colosso di Cupertino ha deciso di rimuovere la possibilità di installare sui propri dispositivi l’applicazione OpenDoor, un software gratuito che permette – collegandosi con un ip straniero – di aggirare la censura del grande fratello cinese. “Praticamente l’unico strumento gratuito per navigare su internet, è ormai andato – ha affermato deluso Kevin Wang, uno studente cinese della scuola superiore -. Per diverso tempo ho usato OpenDoor per navigare sul web in forma anonima e rimanere in contatto con amici americani su Facebook. Avevo raccomandato l’applicazione a quasi tutti i miei amici che vogliono superare la censura e l’ingiusto controllo su internet”. OpenDoor è un vpn (virtual private network)molto usato nei paesi dove ci sono restrizioni su internet, come la Cina ma anche l’Iran. Secondo dati forniti dagli sviluppatori di questo software, OpenDoor è stato scaricato in Cina circa 800.000 volte. Molte sono le vpn che possono essere utilizzate ma la maggior parte sono a pagamento. “Apple è determinata ad avere una quota della grande torta che è il mercato cinese di internet – ha scritto un altro utente – e sa che senza una rigorosa auto-censura, non può entrare nel mercato cinese”. OpenDoor non è la prima applicazione ad essere rimossa dalla Apple in Cina. Precedentemente era stata rimossa un’applicazione di un’emittente tv con sede negli Stati Uniti fondata dal gruppo Falun Gong, il gruppo condannato come “eretico” dal partito comunista. Cancellata anche un’applicazione che consentiva agli utenti di accedere a libri e scritti vietati in Cina.

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Altri tre suicidi della fabbrica degli iPhone

La ‘fabbrica dei suicidi’ non smentisce il suo nome: negli ultimi 20 giorni si sono infatti registrati tre suicidi tra gli operai della Foxconn, la societa’ taiwanese con molti impianti in Cina nei quali si producono, tra gli altri, iPhone, iPod e iPad. Secondo le denunce di China Labor Watch, una organizzazione non governativa americana che si occupa di monitorare le condizioni di lavoro in Cina, i suicidi sarebbero avvenuti nella fabbrica di Zhengzhou, nella provincia orientale dell’Henan. L’ultimo caso si e’ verificato lo scorso 14 maggio, quando un trentenne si e’ lanciato dal tetto della fabbrica. Prima di lui, una collega ventitreenne si era lanciata dal dodicesimo piano del dormitorio della fabbrica il 27 di aprile. Tre giorni prima, era stata la volta di un ventiduenne, assunto da appena due giorni, a lanciarsi dal tetto del dormitorio. Non si conoscono i motivi dei loro gesti, ma comunque pare si debbano collegare alle condizioni di lavoro nella fabbrica, considerate ancora pessime. La Foxconn era stata interessata nel 2010 da una ondata di suicidi, una ventina, in diversi impianti. La cosa fece molto scalpore tanto che la Apple, una delle grandi aziende fornite dalla Foxconn, impose, anche su spinta di sindacati e associazioni americane, condizioni di vita e lavoro piu’ umane per i dipendenti locali. L’azienda taiwanese si impegno’ anche ad aumentare gli stipendi fino al 70%, ma in molti lamentano ancora condizioni di lavoro e di vita, all’interno dei dormitori, inumane. I dipendenti sono obbligati a orari molto lunghi e vivono tutti insieme in grandi dormitori. La vita si svolge nei compund nel recinto della fabbrica, e di fatto i dipendenti, per lo piu’ migranti di altre province in cerca di fortuna, non lasciano mai il luogo di lavoro. La societa’ a marzo aveva anche annunciato l’apertura ad un sindacato creato dagli stessi dipendenti, ma l’annuncio fu bollato come una presa in giro dei dipendenti, un metodo per calmare le pressioni internazionali. Poche le notizie che filtrano, anche perche’ i dipendenti firmano un impegno a non divulgare notizie all’esterno. Un po’ come l’obbligo di non suicidarsi, che hanno dovuto firmare alla loro assunzione. Di proprieta’ della taiwanese Hon Hai Precision, la Foxconn possiede solo in Cina 13 impianti industriali, distribuiti in nove citta’. La piu’ grande, che e’ stata anche la prima aperta in Cina nel 1988, e’ quella di Shenzen – nota anche come Foxconn City o iPod City – che ha piu’ di 300 mila dipendenti. In tutto, la Foxconn da’ lavoro a piu’ di un milione di lavoratori nella Cina continentale, piu’ altri 200 mila in altre fabbriche in Europa e America Latina. Fondata nel 1974, la Foxconn e’ arrivata in Cina alla fine degli anni ’80, ma la svolta e’ arrivata nel 2001, quando Intel le ha affidato la produzione delle schede madri per i computer, per le quali rimane oggi uno dei brand piu’ noti. Oggi dalle fabbriche del gruppo taiwanese escono anche Ps2, Playstation Vita, Ps3, Wii, Nintendo 3DS, Xbox 360, Amazon Kindle e i televisori a cristalli liquidi Bravia della Sony.

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Apple chiude libreria on line in Cina per evitare acquisto libri censurati

La Apple ha rimosso almeno una applicazione dalla sua libreria online. Non e’ chiara la ragione ma sembra che l’applicazione permettesse di acquistare i libri di Wang Lixiong, uno scrittore cinese molto critico nei confronti del governo e in particolare della sua politica in Tibet. La notizia e’ stata fornita al quotidiano britannico Financial Times, che la pubblica oggi sul suo sito web, da Hao Peiqiang, un esperto che ha partecipato alla creazione del software chiamato ”jingdian shucheng”, molto usato per acquistare libri dagli internauti cinesi. La decisione viene pochi giorni dopo che Tim Cook, il numero uno dell’azienda americana, si e’ pubblicamente scusato con il pubblico cinese per l’ ”arroganza” mostrata dalla Apple nel concedere ai suoi clienti cinesi garanzie sui suoi prodotti solo di un anno, invece che di due, come fa negli Usa e in Europa. Tutti i prodotti della Apple – iPhone, iPad e iPod – sono molto popolari in Cina, dove sono diventati uno ”status symbol” per la crescente middle class urbana. Nelle ultime settimane, molti giornali cinesi, tra cui l’organo del Partito Comunista Cinese, il Quotidiano del Popolo avevano criticato la Apple, accusandola di ”disprezzare” i propri clienti cinesi.

fonte: ANSA

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Tim Cook si scusa per Apple in Cina: rivedremo politiche servizi clienti

Apple chiede scusa. In una lettera firmata dall’amministratore delegato Tim Cook, pubblicata sul sito cinese della societa’, Cupertino assicura che rivedra’ molti aspetti delle proprie politiche di assistenza e servizio in Cina. Nella lettera, scritta in cinese, Cook chiede scusa per le incomprensioni create da una scarsa comunicazione con i clienti, e assicura che la societa’ riflettera’ seriamente sui commenti recenti sulla sua policy di garanzia dei prodotti. La missiva fa seguito a due settimane di duri attacchi nei confronti di Apple in Cina, e punta a mettere fine alla pubblicita’ negativa che ne deriva in quello che e’ il secondo mercato di Apple dopo gli Stati Uniti. Dalla meta’ dello scorso mese, infatti, Cupertino e’ stata accusata in Cina di aver contravvenuto ai periodi di garanzia, di aver adottato politiche di customer service che discriminano i clienti cinesi, e di aver fornito risposte inadeguate e arroganti alle lamentele. Cook assicura che Apple cambiera’ le proprie politiche sulle garanzie per l’iPhone 4 e 4S e che formera’ in modo piu’ adeguato i rivenditori autorizzati di prodotti Apple sulle politiche della societa’. ”Siamo consapevoli della mancanza di comunicazione, che ha portato alla percezione di un atteggiamento arrogante da parte di Apple e al ritenere che non ci curiamo dei nostri clienti. Esprimiamo le nostre piu’ sincere scuse”, afferma Cook nella lettera. Per Cook si tratta delle seconde scuse pubbliche da quando ha assunto le redini di Apple. La prima occasione era stata l’app sulle mappe.

fonte: ANSA

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Nuovi problemi per Apple in Cina: altra causa per copyright e accuse su garanzie

Non c’e’ pace per la Apple in Cina. Una casa di produzione statale, la Shanghai Animation Film studio, specializzata in cartoni animati, ha citato in giudizio l’azienda americana dinanzi a un tribunale di Pechino, accusandola di aver venduto senza autorizzazione alcuni suoi film, chiedendo un risarcimento di 3,3 milioni di yuan (oltre 350.000 euro). La Shanghai Animation Film Studio, che ha prodotto film di successo come The Monkey King (Il re scimmia) sostiene che Apple abbia violato la normativa sulla proprieta’ intellettuale procurando servizi di download non autorizzati di 110 suoi films, tra cui ‘Calabash Brothers’ e ‘Black Cat Detective’. Lo scorso mese di settembre un tribunale di Pechino aveva condannato gia’ la Apple al pagamento di 520.000 yuan (oltre 55.000 euro) all’Encicolopedia Cinese per aver fornito negli Apple Store servizi non autorizzati di download. Ieri l’altro, un’altra societa’ di Shanghai, la Zhi Zhen Internet Technology Co Ltd, aveva annunciato di trascinare in tribunale l’azienda di Cupertino accusandola di aver copiato un suo brevetto, simile al servizio Siri dell’Apple. Intanto, riferisce la stampa locale, l’Amministrazione Generale per la supervisione alla qualita’, ispezione e quarantena, ha dichiarato ieri che i servizi di post vendita e relativi alla garanzia offerti da Apple in Cina violano la normativa vigente in materia e necessitano quindi delle modifiche. L’annuncio arriva dopo che da vari giorni l’azienda americana e’ al centro di numerose polemiche e critiche che insistono prevalentemente sul fatto che gli standard dei servizi post vendita di Apple nei paesi occidentali sono piu’ elevati e che ai clienti occidentali viene riservato un trattamento migliore rispetto ai clienti cinesi. In particolare si punta il dito sul fatto che nei paesi occidentali se il possessore di un iPhone ha un problema col suo apparecchio, gliene viene dato uno nuovo in sostituzione cosa che non avviene in Cina dove viene restituito il vecchio iPhone riparato. E questo sarebbe fatto per evitare di dover estendere, sul nuovo apparecchio dato in sostituzione di quello rotto o difettato, un altro anno di garanzia. La Apple, almeno sinora, non ha replicato esplicitamente alle accuse, ragione per la quale i media statali hanno parlato di ”arroganza”. L’Amministrazione per l’industria e il Commercio cinese ha deciso che un osservatorio speciali sorvegli la situazione e punisca eventuali atti illegali relativi alle politiche sulla garanzia. Secondo quanto fatto sapere dalla CCTV, la tv statale cinese, sarebbero nelle ultime settimane almeno una cinquantina gli editoriali pubblicati contro la Apple, in quella che appare la piu’ grande crisi sinora vissuta dall’azienda di Cupertino nel paese del dragone.

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Apple citata da azienda cinese per brevetto Siri e autorità la chiamano “arrogante”. Finito l’idillio?

Nuovi problemi per la Apple in Cina. Una azienda cinese, la Zhi Zhen Internet Technology Co Ltd, ha trascinato in tribunale l’azienda di Cupertino accusandola di aver copiato un suo brevetto. Secondo quanto riferisce lo Shanghai Daily, per l’azienda cinese la Apple avrebbe copiato, con la applicazione ‘Siri’ , un suo brevetto. Siri e’ un assistente vocale personale di Apple per iPhone e iPad e serve a fare domande, cercare contatti, trovare la stazione di benzina piu’ vicina e persino controllare le previsioni metereologiche.
”Siri – ha dichiarao Mei Li, portavoce della Zhi Zhen Internet Technology Co Ltd – e’ molto simile a Xiaoi, un sistema per la chat sviluppato da noi nel 2003”. Mei ha aggiunto che la sua azienda ne ha chiesto il brevetto gia’ nel 2004 e che poi questo e’ diventato effettivo nel 2006.
Secondo l’azieda cinese Siri e’ basato su Xiaoi. Inoltre Siri, sostengono dalla Cina, ha ottenuto il brevetto internazionale solo nel 2007, un anno dopo quello ottenuto da Xiaoi.
La Zhi Zhen ha denunciato la Apple gia’ lo scorso giugno chiedendo all’azienda americana di interrompere in Cina la vendita di prodotti aventi Siri ma lo svolgimento del processo e’ stato ritardato di vari mesi per questioni formali e di notifiche. La Zhi Zhen ha fatto sapere di non chiedere alcun risarcimento alla Apple ma di voler solo che il Tribunale confermi la violazione del brevetto in questo caso. La Apple, dal canto suo, ha chiesto all’ufficio della proprieta’ intellettuale cinese di invalidare il brevetto di Xiaoi.
Già l’anno scorso l’azienda di Cupertino era stata obbligata a pagare 60 milioni di dollari alla Proview Technology, azienda di Taiwan, che aveva registrato e venduto computer con nome iPad, prima che la Apple realizzasse e mettesse in vendita il suo tablet.
Ma i problemi per Apple arrivano anche dalle autorità. Da giorni i giornali cinesi (e quindi il governo) accusano la Apple di avere prezzi piu’ alti in Cina che in altri paesi, di non offrire condizioni post-vendita edi garanzie sufficienti, fino a definire “arrigante” l’azienda di Cupertino.

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Nuove accuse ai fornitori di Apple, “dipendenti schiavi”

Dopo i suicidi e le prime accuse di sfruttamento del lavoro, dopo l’approvazione di statuti e codici di condotta e dopo mille promesse, tornano i problemi per la Apple in Cina legati alle condizioni di lavoro delle societa’ fornitrici. Dopo l’ondata di suicidi di dipendenti che un paio di anni fa colpirono la Foxconn – l’azienda di Taiwan che per la Apple produce pezzi per gli iPhone, iPod e iPad – sono ora altre tre aziende cinesi fornitrici dell’azienda di Cupertino ad essere finite nell’occhio del ciclone per presunte violazioni del codice di condotta nei confronti dei dipendenti. ”Trattati come schiavi”, cosi’ afferma il rapporto della Sacom (Student & Scholars Against Corporate Misbehavior), un osservatorio con sede a Hong Kong, che ha effettuato un’ indagine interpellando 130 dipendenti della Foxlink, della Pegatron, e della Wintek, fornitrici Apple sparse sul suolo cinese. Secondo i risultati dell’indagine di Sacom, anche se la Apple richiede che le ditte di cui si serve in Cina rispettino delle regole ben precise e soprattutto trattino i loro dipendenti con rispetto e dignita’, le aziende cinesi in molti casi non tengono conto di questi avvertimenti e, per poter produrre sempre di piu’ e a costi piu’ bassi, sottopongono gli operai a turni di lavoro massacranti, negando loro anche i bisogni umani piu’ basilari, come poter avere una pausa per mangiare o persino per andare in bagno, o per riposare. Nel rapporto si legge che l’80% degli operai sono precari, non hanno un contratto sicuro e quindi, temendo di perdere il posto, essi assecondano tutte le richieste fatte loro spesso senza lamentarsi o protestare. Dal ritratto disegnato dall’osservatorio di Hong Kong sulla vita all’interno di queste aziende emergono numerosi casi di lavoratori costretti a lavorare fino a 14 ore al giorno, con soltanto 1-2 giorni di vacanza in tre mesi. Altri, secondo lo studio, sono costretti a lavorare senza nemmeno essere pagati, trattandosi di studenti attirati con la promessa di un training e invece sfruttati al lavoro. E ancora uniformi polverose, nessuna protezione in caso di uso di sostanze chimiche potenzialmente dannose per la salute. E, principalmente, straordinari non pagati. Molti operai hanno denunciato alla Sacom di essere praticamente costretti, dietro minaccia di perdere il posto, a lavorare in piu’ per raggiungere un tot di pezzi prodotti al giorno, senza nemmeno essere pagati per le ore extra lavorate. ”Noi insistiamo – ha detto un portavoce della Apple Cina in risposta a quanto denunciato dalla Sacom – sul fatto che le nostre aziende fornitrici garantiscano condizioni di lavoro sicuro e dignitose e usino processi di produzione responsabili”. Il portavoce ha poi aggiunto che le aziende cinesi dovranno applicare rigidamente questi criteri se vorranno continuare a fare affari con la Apple. L’azienda di Cupertino ha poi anche fatto sapere che nel suo rapporto 2013 sulla responsabilita’ dei fornitori Apple, si specifica che Apple nel 2012 ha condotto 393 accertamenti a tutti i livelli nell’ambito delle sue catene di fornitori, cioe’ il 72% in piu’ rispetto al 2011. Il rapporto Sacom ha nuovamente sollevato l’attenzione del pubblico sul problema delle condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi. Ad Hong Kong, dinanzi ad un negozio Apple, si e’ tenuta una manifestazione di protesta nella quale si e’ puntato il dito, con striscioni e cartelli, sul fatto che ”mentre la Apple guadagna tanti soldi, i suoi operai vivono tuttora in miseria”.

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