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Un terzo dei rifiuti di plastica che inquinano gli oceani arrivano dalla Cina

Ogni anno finiscono negli oceani fra cinque e 13 milioni di tonnellate di plastica: una quantità che potrebbe coprire un’area compresa tra 21 e 64 volte gli 87,5 chilometri quadrati di Manhattan, e che potrebbe aumentare di dieci volte entro il 2025. Un terzo di tutti questi rifiuti di plastica che inquinano i mari, vengon dalla Cina: 2,4 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno, poco meno del 30% della quantità di tutto il mondo. È la stima che emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Science dal gruppo dell’università americana della Georgia coordinato da Jenna Jambeck. I ricercatori hanno calcolato la quantità di rifiuti solidi prodotta in 192 Paesi costieri di tutto il mondo, compresa l’Italia, e con un modello matematico hanno calcolato che la quantità di plastica arrivata in mare nel 2010 è stata di circa 275 milioni di tonnellate. Fra i 20 maggiori produttori di rifiuti (dei quali non fa parte l’Italia) la Cina che è al primo posto, è seguita da Indonesia e Filippine, al ventesimo posto ci sono gli Stati Uniti.

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In Cina, a Chongqing, vietato affumicare il maiale: inquina l’aria

Polemiche e ilarità sulla rete cinese dopo che la municipalità di Chongqing, la città sud occidentale cinese più popolosa del paese del dragone, ha vietato la tradizionale affumicatura della pancetta, perchè la ritiene causa di inquinamento. E’ tradizione nella città di 32 milioni di abitanti e nella limitrofa provincia del Sichuan, di preparare pancetta e altri pezzi di maiale affumicati prima del capodanno cinese, che quest’anno cade il 19 febbraio. Secondo il nuovo regolamento della municipalità appena entrato in vigore, è vietato bruciare sostanze all’aperto per l’inquinamento ed è stata vietata anche la tradizione del pollo cotto a legna. Solo con l’uso di gas ed elettricità sarà possibile cuocere queste pietanze, altrimenti si rischiano multe fino a 700 euro. L’intento del governo municipale è quello di limitare soprattutto l’aumento delle particelle inquinanti pm2.5, quelle molto piccole che si insinuano negli organi. Su internet è scoppiata la polemica, molti hanno scritto anche post con frasi satiriche come “quando ci chiederanno di smettere di respirare perchè inquina?” oppure “fra poco il governo vieterà qualsiasi forma di cucina perchè inquina”. Non è la prima volta che in Cina dei governi locali hanno adottato misure simili per combattere l’inquinamento. A Pechino sono stati vietati i barbecue su strada, il tradizionale snack dei cinesi, mentre nelle zone rurali è stata vietata l’usanza di bruciare i canneti.

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Solo nove città cinesi su 161 hanno aria pulita

Più del 90% di 161 città cinesi prese in esame non raggiungono gli standard di qualità dell’aria posti dal governo cinese. Lo scrive la stampa di Pechino. Lo studio, realizzato dal ministero della protezione dell’ambiente, ha dimostrato che solo nove città, tra le quali Shenzhen, Zhuhai, Haikou, Sanya e Lhasa, rispettano i nuovi standard di qualità, mentre 152 non lo rispettano. Secondo il nuovo standard, il tasso a metro cubo di pm 2.5, ovvero le particelle uguali o inferiori a 2,5 micrometri, quelle più pericolose perché si insinuano nei diversi organi umani, deve essere sotto i 100. A Shanghai e Pechino, negli ultimi anni si sono raggiunti anche i 900 (con una media giornaliera che si attesta tra i 200 e i 300), mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità fissa a 25 microgrammi per metro cubo il limite per la concentrazione di Pm 2,5. Secondo lo studio, la qualità dell’aria in 74 città è migliorata nella prima metà dell’anno, raggiungendo in più di 60 giorni lo standard fissato dalle autorità, con un abbassamento dei pm 2.5, pm 10, diossido di solfuro e monossido di carbonio nell’aria. Le dieci più inquinate città cinesi sono, secondo lo studio, Xingtai, Shijiazhuang, Baoding, Tangshan, Handan, Hengshui, Jinan, Langfang, Xi’an e Tianjin, nove delle quali sono nei pressi di Pechino. Il ministero delle Finanze ha annunciato a maggio che investirà più di un miliardo di euro per tagliare l’inquinamento atmosferico in alcune regioni molto colpite, come la Pechino-Tianjin-Hebei, i delta del fiume Yangtze e del Fiume delle perle, con un focus sulla capitale, il cui governo municipale investirà circa 600 milioni di euro. Pechino, inoltre, vieterà l’uso di carbone in sei distretti della città entro la fine del 2020 per ridurre l’inquinamento, sostituendolo con elettricità e gas naturale.

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Chiusa fabbrica di vernici, ha avvelenato 300 bambini

Una fabbrica di vernici della provincia cinese dell’Hunan responsabile, secondo la gente del posto, dell’avvelenamento da piombo di oltre 300 bambini, è stata chiusa. Lo riferiscono fonti di stampa locale. Le autorità del posto per anni hanno difeso la fabbrica, da tempo nel mirino delle proteste dei residenti. Il capo della città di Dapu, Su Genlin, aveva detto in un’intervista televisiva che ”i problemi di avvelenamento riscontrati dai bambini non sono imputabili all’azienda ma al fatto che quando i bambini sono a scuola spesso mettono matite e penne in bocca ingerendo sostanze tossiche”. Per queste dichiarazioni Su è stato ieri convocato dalle autorità e il suo comportamento potrebbe costargli una punizione. Secondo quanto ha riferito la CCTV i 300 bimbi che dal 2012 ad oggi sono stati ricoverati nei vari ospedali della zona con sintomi da avvelenamento, avevano tutti oltre 500 microgrammi di piombo nel sangue, un livello cinque volte superiore a quello massimo. Intanto il governo della contea ha comunicato l’apertura di una inchiesta sull’argomento.

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Cinesi si sentono più ambientalisti degli europei

I cinesi si sentono più “ambientalisti” di europei e statunitensi, nonostante il loro Paese sia di fatto il maggiore emettitore di CO2 del Pianeta. Il 64% dei cinesi si riconosce di più in assoluto nell’affermazione “Io sono un ambientalista”, contro il 31% degli europei e il 29% degli statunitensi. E’ quanto emerge dalle 48mila interviste condotte in Cina, Europa e Usa dal Research Institute Motivaction International, fra dicembre 2013 e gennaio 2014. In Cina non sfuggono anche ad un impegno a livello concreto: il 75% cerca di vivere in maniera “eco-consapevole”, superando la quota del 61% degli europei e il 46% degli statunitensi. I cinesi risultano anche i più preoccupati (74%) per i danni provocanti dagli esseri umani al Pianeta (71% europei e 60% statunitensi). Mentre però in Europa e Usa gli ambientalisti tendono ad essere progressisti e critici nei confronti delle multinazionali, in Cina, dove la crescita economica ha portato benessere ma anche gravi problemi di inquinamento, questa sensibilità appartiene di più a quanti sono attaccati ai valori conservatori e ritengono che le imprese, le banche e l’innovazione tecnologica possano aprire la strada per trovare soluzioni alle questioni ambientali. Di conseguenza secondo Martijn Lampert, direttore della ricerca di Motivaction, “gli ambientalisti occidentali dovrebbero sostanzialmente adattare le loro strategie e argomenti se vogliono essere efficaci in Cina”, in modo tale da “scatenare il potenziale rivoluzionario di cambiamento” già presente nel Paese.

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Lezioni a scuola con le mascherine contro i miasmi

Studenti costretti a indossare maschere durante le lezioni per proteggersi dai miasmi nauseabondi della spazzatura. E’ quanto accade in una scuola superiore nella contea di Haifeng, nella provincia meridionale cinese del Guangdong, secondo quanto riferisce la stampa locale. La Hong Cheng School si trova a soli 200 metri da un megaimpianto di stoccaggio dei rifiuti e comunque in un’area dove hanno sede diverse fabbriche, soprattutto tessili. Già da diversi mesi gli studenti hanno cominciato a lamentare la presenza di odori insopportabili che penetrano sin nelle aule, dovuti per lo più ai metodi sbrigativi di smaltimento dei rifiuti. L’impianto, di grosse dimensioni, gestisce all’incirca 10 tonnellate al giorno di materiale. La situazione, spiegano alunni, docenti e genitori, peggiora ulteriormente quando piove, mentre sono segnalati casi di malessere e attacchi di nausea fra gli studenti. Il preside ha fatto sapere di aver già presentato diverse lamentele al dipartimento per la protezione ambientale senza però ottenere finora alcuna risposta concreta.

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Aumentano casi di sterilità in Cina anche a causa dell’inquinamento

Mentre in Cina alcune coppie – grazie all’allentamento della politica del figlio unico – pensano ad un secondo figlio, sono ancora in tanti quelli che non riescono ad avere neanche il primo. Secondo quanto riferisce il Global Times, nel paese si registra, negli ultimi anni, un forte aumento di coppie che hanno problemi di infertilità. Secondo gli esperti, l’infertilità è diventata, in Cina, il terzo problema di salute più diffuso dopo il cancro e le malattie cardiovascolari. Le statistiche, riportate dalla stampa locale, parlano di circa 50 milioni di persone infertili e, conseguentemente di un vero e proprio boom delle richieste di inseminazione artificiale. Una ricerca dell’associazione per la popolazione cinese nel 2012 aveva evidenziato come il 12,5% della popolazione in età fertile non riesca ad avere figli. Venti anni prima la percentuale era solo del 3%. Le cause dell’infertilità, secondo i medici, vanno dall’inquinamento allo stress, allo stile di vita. Inoltre, mentre in passato i problemi di sterilità riguardavano in maggioranza le persone sopra i 35 anni, negli ultimi anni si registrano molti casi di coppie sterili anche di venti-venticinque anni, che rappresentano circa il 50% circa del totale.

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