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Perchè l’India è contraria alla “One Belt One Road” cinese

Sembra avere più le caratteristiche di una sorta di rappresaglia che quelle di una mossa politica precisa o una strategia mirata la decisione dell’India di non partecipare al “Belt and Road Forum” tenutosi nei giorni scorsi a Pechino e fortemente voluto dalla Cina e dal suo quasi “leader maximo”, Xin Jinping. Al Forum hanno partecipato 30 capi di governo e delegati di oltre 100 nazioni, i capi delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale e della banca Mondiale. Insomma praticamente tutti, tranne l’India.

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I rapporti tra le due maggiori potenze asiatiche, Cina e India, sono innegabilmente in una fase di tensione, o quantomeno di mancanza di dialogo. Ignorando la circostanza che tutti i paesi asiatici hanno aderito al Forum (fa eccezione solo il Bhutan che però non ha rapporti diplomatici con Pechino) e hanno accolto con entusiasmo il progetto cinese di una “cintura”, una strada che colleghi via terra e via mare Africa, Asia ed Europa, una sorta di “nuova via della seta”, New Delhi ha deciso diversamente, boicottando clamorosamente il forum.

Il portavoce del Ministero degli esteri indiano, Gopal Baglay, ha parlato di un progetto che “compromette la sovranità territoriale”. L’India si riferisce alla situazione con il Pakistan, paese confinante con cui ha combattuto varie guerre e con il quale resta irrisolta la questione della regione contesa del Kashmir, attraverso la quale passerebbe una parte della “cintura cinese”. Ma non solo. La posizione indiana va oltre, e parla anche di pericolo, per i paesi aderenti al progetto, di indebitarsi con le banche cinesi e di dover poi lottare per rimborsare i prestiti ottenuti. “Bisogna evitare – ha detto ancora il portavoce indiano – progetti che possono creare un onere debitorio insostenibile”. Xi Jinping ha parlato di un costo complessivo, per il progetto, di 124 miliardi di dollari.

Questo, fin ad ora, lo scenario ufficiale. Si, perché poi c’è chi sostiene che la posizione (di totale minoranza e per questo sostanzialmente ininfluente) di New Delhi derivi anche dal fatto che l’India non ha digerito la decisione cinese di rifiutare l’ingresso dell’India nel Nuclear Suppliers Group, un cartello che controlla il commercio delle armi nucleari. Ad aver fatto inviperire New Delhi infine, ci sarebbe poi il fatto che Pechino ha bloccato una richiesta delle Nazioni Unite di sanzionare Masood Azhar, del gruppo terroristico pakistano Jaish-e-Mohammed, che aveva attaccato delle basi militari in India. Non è poi da escludersi, come ha ventilato qualche analista, che la posizione indiana costituisca anche un modo, più o meno esplicito, per opporsi ad una visione troppo sino-centrica del mondo asiatico (e non solo asiatico).

Non dimentichiamoci che, infine, Cina e India combattono una guerra mica poi soltanto politica, per dei confini contesi nell’Arunachal Pradesh, lo stato che confina anche con il Buthan e il Tibet e che la Cina rivendica chiamandolo Tibet Meridionale. La storia di questa contesa risale all’epoca del Raj Britannico in India, quando il rappresentante dell’amministrazione britannica Henry MacMahon fece tracciare la linea omonima, che definiva il confine tra l’India britannica e la Cina nel 1914. I cinesi non hanno mai accettato questo confine adottato dall’India unilateralmente dopo la sua indipendenza, tanto che la situazione portò allo scoppio di una guerra tra i due paesi nel 1962. Oggi la situazione è in stallo e ogni tanto si legge di colpi di mortaio da una parte all’altra. Senza poi contare che Pechino accusa da sempre Delhi di ospitare e fomentare le mire indipendentiste e secessioniste del “lupo vestito d’agnello”, il Dalai Lama che dall’esilio vivo in India.

La Cina, che è innegabilmente al centro del progetto del “One Belt one road”, ribadisce dal canto suo che questo è un piano “corale”, che produrrà benefici a tutti coloro che vi parteciperanno e che rappresenterà un modo per unire ancora di più tutti i paesi, intensificando i rapporti reciproci sia in campo commerciale che culturale e politico. Si tratterà di un progetto, come ha detto Xi Jinping, che servirà a “forgiare un percorso di pace, inclusività e libero commercio”. Certo è che la posizione/decisione indiana, giusta o sbagliata che sia, non avrà nessuna conseguenza reale, se non in termini di immagine. Con l’appoggio già ottenuto di giganti come la Russia, la Cina ha praticamente in tasca la fattibilità del progetto. Pechino ha messo in cassaforte persino l’ok degli Usa. Pur in un periodo di politica “trumpiana”, basata sull’ “America first”, il delegato Usa, il consigliere della Casa Bianca, Matt Pottinger, ha dichiarato che gli Stati Uniti “hanno accolto con favore gli sforzi compiuti dalla Cina per promuovere il piano infrastrutturale” nell’ambito del quale le società americane “potrebbero offrire servizi di grande valore”. Per ora, tra la l’elefante e il dragone, vince quest’ultimo almeno in termini di leadership globale.

Articolo pubblicato anche su AGI

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La “marea gialla” di Nassau

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Gli swimming pigs, una delle attrazioni più note delle Bahamas (isola di Exuma)

Non si allarmino gli amanti delle spiagge bianche, delle barriere coralline, delle immersioni e del mare cristallino: l’ondata a cui faccio riferimento nel titolo di questo contributo non denuncia l’inquinamento del mare di Bahamas, ma racconta di una lenta marea che sta sommergendo le isole caraibiche, quella che i locali chiamano “l’invasione delle formiche”. Gli insetti in questione sono i cinesi.

Chi in questi ultimi anni ha avuto la fortuna di visitare le isole che accolsero il 12 ottobre del 1492 per la prima volta nel nuovo mondo un europeo, avrà notato come, tra l’insegna di una banca e quella di un bar, siano aumentate quelle dei negozi dei cinesi. Che, sull’isola di New Providence, dove si trova la capitale Nassau, si occupano di tutto: dai ristoranti ai negozi di souvenir, dai centri massaggi (alcuni anche di indubbie finalità), alle banche.

Chiunque passeggi per il lungomare di Nassau, dinanzi ai grandi alberghi, troverà diversi gruppi di cinesi intenti a sfruttare i collegamenti internet aperti delle varie strutture per parlare via Wechat con famiglie, amici e parenti in Cina, avanti di dodici ore di fuso rispetto a Nassau. Non sono turisti, non sono imprenditori: sono operai, soprattutto edili, circostanza da tenere in mente.

Una “invasione” normale, potrebbe pensare chiunque, se non fosse per un particolare: la Cina non solo è lontanissima dall’arcipelago bahamense e i due paesi non sono collegati da nessun volo diretto (ci vuole più di un giorno per arrivarci). Da considerare poi che i cinesi non amano per niente il mare.

A chi, come dicevo, ha avuto la fortuna di visitare le Bahamas, soprattutto Nassau, non sarà sfuggito che a parte il mare e le spiagge bianche, non c’è null’altro da vedere. E allora, facendo fondo agli stereotipi più comuni, cerchiamo di capire perché i cinesi stanno “invadendo” Bahamas.

Una invasione che è addirittura tra i primissimi argomenti nella campagna elettorale che il prossimo dieci maggio probabilmente vedrà il Progressive Liberal Party e il suo leader Perry Christie, primo ministro delle isole dal 2012 (dopo esserlo stato anche dal 2002 al 2007), uscire sconfitto. E’ stato proprio Christie, successore e braccio destro del capo del governo bahamense Lynden Pindling, a operare, qualcuno dice anche in segreto, accordi con la Cina su diversi fronti.

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Il complesso del Baha Mar a Nassau

I cinesi non amano mare e spiagge e che ci fanno alla Bahamas? Innanzitutto bisogna tenere in considerazione la posizione geografica delle isole, quanto di più vicino agli Usa senza condividere terre emerse. Un chiaro interesse strategico di Pechino che, non a caso, ha donato oltre 1,2 milioni di dollari al governo bahamense per approvvigionarsi di tecnologia militare. Soldi che vanno ad aggiungersi a quelli che ChinaAid, la cooperazione allo sviluppo cinese, uno dei mezzi più sfruttati da Pechino per imporre il suo soft power e la sua influenza (ampiamente usata ad esempio in quella che viene definita la “nuova colonizzazione” dell’Africa da parte della Cina), ha usato a Bahamas per costruire lo stadio nazionale, la palestra che ospita il campionato di basket e diverse altre infrastrutture. Soldi che non ha messo solo ufficialmente il governo cinese direttamente, ma anche attraverso le aziende che, ricordiamo, in quella parte di mondo sono sempre sotto lo stretto controllo governativo, anche quando vengono definite “private”.

Diverse aziende cinese, infatti, sono impegnate nella costruzione di resort. Il più importante progetto è quello multimiliardario di Baha Mar, il più grande resort dei Caraibi, il cui megaprogetto ha subito diversi stop. Doveva aprire nel 2015 e invece la soft opening è avvenuta solo due settimane fa. Dietro, c’è il gruppo cinese che fa capo alla famiglia Cheng, già proprietaria della catena di alberghi di lusso Rosewood e di altri progetti che hanno a che fare con il gioco d’azzardo, soprattutto a Macao. Già perché questo è un altro dettaglio di non poco conto: a Bahamas, frotte di americani si spingono nei grandi resort a giocare ai casino, preferendo, negli ultimi tempi, questi resort a quelli di Atlantic City o di Las Vegas. Circostanza che ha fatto denunciare a più di un giornalista bahamense, i pericoli delle infiltrazioni mafiose in questa attività storicamente legata (anche in Cina) al riciclaggio di denaro.

Non solo: negli accordi che Christie ha fatto con i cinesi concedendo loro terreni e licenze in cambio di aiuti economici, c’è una clausola che ha fatto infuriare i bahamensi. Il paese è alle prese con un tasso di disoccupazione storico per quelle latitudini, supera il 15%, e deve fare i conti con una ondata migratoria clandestina da parte soprattutto di Haiti. Eppure non tutti i disoccupati locali hanno tratto beneficio dalla costruzione del colosso, perché negli accordi c’era scritto che la maggior parte della manovalanza doveva arrivare direttamente da Pechino. I dintorni del grande resort sono diventati quindi accampamenti di prefabbricati dove le “formiche” cinesi hanno vissuto e continuano a vivere.

Ma l’interesse cinese non si ferma alla terra bahamense. Il primo ministro ha annunciato, alla fine dell’anno scorso, il raggiungimento di un accordo con la Cina con il quale, in cambio di oltre due miliardi di dollari, i pescherecci cinesi avrebbero potuto sfruttare la pescosità del mare bahamense. Ufficialmente per pescare snapper rossi, aragoste, conchiglie, paguri e cernie, ma i locali, soprattutto gli ambientalisti americani, temono anche per delfini, tonni, wahoo e altre specie di cui la pesca è vietata o regolamentata. Nell’accordo, che porterebbe i cinesi a dominare anche il mercato americano del pesce (per cui si sono opposte le lobbies a stelle e strisce), anche lo sfruttamento di alcuni paradisi naturali come le isole intorno ad Abaco.

L’offshore bahamense che interessa i cinesi è però non solo quello relativo alle spiagge (shores appunto, come nello slang americano), ma anche quello finanziario/bancario. A Bahamas con un investimento minimo di 500 mila euro si può ottenere la residenza di un paese che tassa i beni al 4% e che rispetta il segreto bancario, come molti paesi caraibici paradisi fiscali oltre che marini. Dopotutto, nei Panama Papers e in inchieste simili degli ultimi anni, è numeroso il contingente di singoli e aziende di Pechino che ha spostato fondi neri in questi paradisi.

Sicuri che ai cinesi non piaccia il mare?

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Ombrelli gialli nel parlamento di Hong Kong

Articolo pubblicato da Affarinternazionali

Mentre il presidente cinese Xi Jinping era impegnato ad Hangzhou a dimostrare il valore politico e il ruolo che Pechino vuole acquisire nel mondo, l’establishment cinese riceveva un sonoro ceffone da Hong Kong.

Nelle elezioni dell’ex colonia britannica, che servivano a disegnare il nuovo parlamentino (Legislative Council of Hong Kong, LegCo), non solo si è registrata la più grande affluenza al voto nella storia elettorale locale iniziata del 1998 (58%) , ma gli hongkonghini hanno fatto chiaramente sapere che non vogliono perdere il loro status, arrendendosi a diventare una filiale della madre patria.

L’ex colonia britannica ancora assetata d’indipendenza
I leader della protesta del 2014, poi ribattezzata la rivoluzione degli ombrelli dopo essere stata Occupy central, sono entrati in parlamento, cavalcando lo slogan dell’indipendenza. E questo crea non pochi problemi a Pechino.

Il parlamento di Hong Kong conta 70 seggi, 35 dei quali vengono assegnati dal verdetto delle urne e il resto su scelta (diciamo cooptazione) anche di aziende, ma sempre dietro pressioni di Pechino. Questo perché il governo centrale cinese, quando nel 1997 ha preso in mano dagli inglesi Hong Kong, voleva assicurarsi una base su cui poteva contare per far passare idee e leggi.

Mai il legislatore cinese dell’epoca avrebbe potuto pensare che l’ex colonia un giorno si sarebbe rivoltata contro come è successo dal 2014 ad oggi. Gli indipendentisti e gli oppositori a Pechino hanno conquistato, infatti, più dei 24 seggi necessari per bloccare riforme costituzionali. E qui il mal di testa di Pechino che avrà vita non facile per imporre propri cambiamenti in vista del 2047, quando Hong Kong tornerà completamente sotto controllo cinese.

Fino ad allora, dovrebbe vigere il principio di “un paese due sistemi” che dovrebbe garantire una certa autonomia a Hong Kong. Da qualche anno a questa parte però, la pressione di Pechino sull’ex colonia britannica si è fatta sempre più forte, complici soprattutto gli ultimi due leader del governo locale (uno dei quali, Leung Chun-ying, derogando alla tradizione, ha addirittura giurato alla sua nomina in mandarino, lingua della capitale cinese e non i cantonese, parlato a Hong Kong), che non hanno perso occasione per ribadire la filiazione dell’ex colonia dalla “madre patria”.

Suffragio universale, non alla cinese
Proprio sulla figura del capo del governo locale si sono accesi gli animi che hanno portato agli scontri nel 2014. Pechino aveva promesso che le prossime elezioni del 2017 sarebbero state le prime nelle quali la Cina avrebbe concesso il suffragio universale per la scelta del capo del governo locale (chief executive), come stipulato nella Legge Fondamentale, la mini-costituzione di Hong Kong.

Il progetto di riforma di Pechino prevedeva un suffragio universale “alla cinese”: i cittadini di Hong Kong avrebbero sì potuto eleggere il loro candidato preferito alla carica di capo dell’esecutivo locale, ma tra una rosa di due o tre nomi, scelti da un gruppo di 1200 persone per la quasi totalità vicine a Pechino.

Ad agosto 2014, l’annuncio di questa riforma (poi respinta), scatenò le proteste di larga parte dell’opinione pubblica hongkonghina, che sfociarono nell’autunno successivo in settimane di manifestazioni. Una Occupy Hong Kong che chiedendo un vero e proprio suffragio universale, catapultò l’ex colonia britannica sui media internazionali per il grande numero di partecipanti, soprattutto giovani universitari, che si battevano contro il potere di Pechino.

Un vento di cambiamento pericoloso per Pechino
I leader di quella rivolta, tutti giovanissimi, siedono ora in parlamento, uno di loro è il più giovane deputato mai eletto e un altro il più votato in assoluto. Bisogna ora vedere se avranno la capacità politica di non restare fossilizzati sulle loro posizioni (ultimamente parlano solo di indipendenza da Pechino) o saranno in grado di riuscire a stringere alleanze con gli altri partiti anti Pechino, per portare a casa, passo dopo passo, risultati che allontanino la Cina da Hong Kong.

Qui, infatti, si potrebbe davvero realizzare quella piena autonomia che Pechino ha sempre promesso in altre regioni, come Tibet e Xinjiang, ma che non è mai stata realizzata. Per ora Pechino tace, segno che sta pensando a una soluzione.

La Nuova Cina, l’agenzia ufficiale Xinhua, ha riportato il comunicato dell’ufficio del Consiglio di Stato per gli affari di Hong Kong e Macao, nel quale si ribadisce la ferma opposizione a qualsiasi forma di indipendenza contraria alla costituzione cinese e alle altre leggi.

Ma i mal di testa restano e i vertici di Pechino dovranno dimostrare le capacità diplomatiche e di statisti che Xi Jinping ha voluto mettere in mostra ad Hangzhou per accreditarsi con il mondo. Altrimenti, da Hong Kong può spirare (ma è davvero una ipotesi remota) un vento di cambiamento in tutto il Paese. Ed è forse questo il timore maggiore per Pechino.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell’Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l’Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).

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La corte dell’Aia ha deciso: le isole del mar cinese meridionali non sono della Cina

Articolo pubblicato da Affarinternazionali

È storica la sentenza del Tribunale internazionale dell’Aja di ieri per la quale la Cina non ha alcun diritto di rivendicare le risorse marine del Mar cinese meridionale, nell’ambito della cosiddetta “linea dei nove punti”, formulata da Chiang Kai Sheke poi ereditata dai governi cinesi successivi.

Comprende un’area vastissima di circa 3,5 milioni di chilometri quadrati. Questo in sintesi il parere dei giudici su una questione che va avanti ormai da molti anni e che vede Cina e Filippine (oltre a diversi altri Paesi contro il gigante asiatico) in continua battaglia per il predominio su quest’area. “La Cina ha violato i diritti sovrani delle Filippine nella sua zona economica esclusiva (Zee) interferendo con i loro diritti di pesca e di esplorazione petrolifera costruendo isole artificiali e senza impedire che pescatori cinesi agissero nell’area”, dice la sentenza.

Dalla secca di Scarborough alle Spratley
Le Filippine avevano presentato il ricorso al Tribunale dell’Aja nel 2013, incentrandolo in primo luogo sulla proprietà della secca di Scarborough, che consiste in un gruppetto di scogli che affiorano per circa due metri sul livello del mare, e che si trovano nel Mar cinese meridionale a 250 km dalle coste di Manila e a 900 da quelle cinesi. La secca è stata occupata dalla Cina che ne rivendica la sovranità. Per le Filippine invece la Cina ha violato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).

La disputa sul Mar cinese meridionale, che vede in prima battuta antagoniste proprio Cina e Filippine, coinvolge in verità anche diversi altri paesi dell’area tra i quali Malaysia, Brunei, Vietnam e Taiwan, tutti interessati al controllo di isolotti e scogli di questo tratto di mare, tra cui le isole Spratley e le Paracelse, tratto considerato ricchissimo di risorse naturali, gas e petrolio principalmente.

Qui, specie negli ultimi anni, Pechino ha costruito installazioni militari e civili, aeroporti. Nella sentenza si legge che Pechino ha anche in tal modo creato danni all’ambiente naturale, distruggendo o facendo morire alcune parti della barriera corallina.

Per i giudici del tribunale dell’Aja il 90% dell’area rivendicata da Pechino appartiene dunque in realtà ad acque internazionali ed è indebitamente considerata propria dal Paese del dragone.

Il governo di Manila, pur soddisfatto dell’esito del ricorso, mantiene al momento un atteggiamento moderato, temendo forse un pericoloso aumento della tensione con la Cina che potrebbe persino portare ad un conflitto tra i due Paesi. Lo stesso presidente filippino, Rodrigo Duterte, ha chiesto moderazione e sobrietà al suo popolo in questa occasione, dichiarandosi favorevole al dialogo. “Le Filippine plaudono e accolgono con rispetto questa decisione che rappresenta una pietra miliare e un contributo fondamentale nelle controversie nel Mar cinese meridionale”, ha invece detto il ministro degli Esteri filippino Perfecto Yasay.

La sentenza di oggi, in effetti, potrebbe anche dare la stura ad un’altra serie di ricorsi analoghi da parte degli altri paesi dell’area, coinvolti nella disputa e interessati alla sovranità del Mar cinese meridionale.

Pechino contro l’Aja
Pechino, dal canto suo, confermando quanto aveva già detto nei giorni scorsi, ha subito fatto sapere di considerare la sentenza dell’Aja, “carta straccia”, negando anche la stessa giurisdizione della Corte sulla materia. Il portavoce del ministero degli esteri cinese, Lu Kang, ha dichiarato che il verdetto “non ha alcun tipo di valore legale”.

Nei giorni scorsi, forse anche già presagendo quanto sarebbe stato stabilito dalla sentenza, la Cina aveva anche provato a screditare i giudici, mettendone in dubbio la capacità e la trasparenza di giudizio. Quella della Filippine in verità è più una vittoria di immagine che di sostanza.

È probabile che poco o nulla cambierà, almeno nell’immediato futuro e che la Cina proseguirà imperterrita sulla sua strada. Il problema infatti deriva soprattutto dal fatto che la Corte internazionale dell’Aja, essendo stata chiamata in causa unilateralmente dalle Filippine che hanno presentato il ricorso, non ha nessun potere vincolante nei confronti della Cina, non può cioè costringerla a rispettare quanto deciso.

Ed è su questo che la Cina confida. A fare la differenza a questo punto potrebbe essere solo la posizione degli Stati Uniti e degli altri Paesi occidentali. Resta infatti ora da vedere cosa farà Washington e come, di conseguenza, la Cina deciderà di muoversi in seguito. Vero è che solo pochi giorni fa il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, in un colloquio con il Segretario di Stato americano, Kerry, aveva invitato gli Stati Uniti a non intromettersi nella disputa territoriale nel Mar cinese meridionale.

Appunto a Ulaan Baatar
Fra pochi giorni, il 15 e 16, a Ulaan Baatar, in Mongolia, Cina e Filippine si troveranno faccia a faccia o, meglio, seduti di fianco nel vertice asiatico-europeo Asem, che riunisce ogni due anni i capi di stato e di governo di oltre 50 paesi. Pechino, a capo della cui delegazione c’è il primo ministro Li Keqiang, ha già annunciato dichiarazioni a riguardo. I giapponesi, che siederanno allo stesso tavolo, hanno fatto trapelare di voler anch’essi far sentire la loro voce a riguardo. Dal mare, la battaglia per la sovranità su un gruppo di scogli, si sposterà sulle colline della capitale mongola.

Nicola Berto mi suggerisce che: La sentenza sarà comunque vincolante Art. 296 UNCLOS non potrà essere “enforced” ma ritorsioni ecc.

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La Mongolia verso il vertice Asem, tra Mosca e Pechino

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Articolo pubblicato su AffariInternazionali

Dalla piazza principale di Ulaanbaatar, Gengis Khan (o come lo chiamano qui Cinghis) continua a guardare dall’alto del suo trono la sua Mongolia. Ma quello che, da lui creato, è stato nei secoli uno dei più grandi imperi e che qualche anno fa ha fatto registrare uno dei tassi di crescita più importanti a due cifre, sta attraversando un periodaccio.

Il vertice Asia-Ue
I conti vacillano, la situazione politica è instabile, molti settori trainanti dell’economia mongola sono alla canna del gas, tanti cittadini scontenti. Pochi giorni fa centinaia di minatori hanno manifestato a Ulaanbaatar contro il contratto di 5,4 miliardi di dollari che il governo ha sottoscritto con la Rio Tinto per l’estrazione mineraria nella zona di Oyu Tolgoi, la più importante del Paese, parlando di svalutazione dei beni dello Stato.

E, nonostante tutto questo, a luglio la Mongolia sarà al centro del mondo politico internazionale quando, il 15 e il 16, ospiterà il vertice Asem, che raduna i capi di Stato e di governo dell’Unione europea e quelli asiatici riuniti nell’Asean, più invitati illustri come cinesi e russi. Dopotutto, proprio questi due sono i convitati di pietra della Mongolia, che nella sua storia ha sempre dovuto fare i conti sia con Pechino sia con Mosca.

Gli ingombranti vicini
Sono stati proprio i russi prima ad “aiutare” i mongoli invasi dai cinesi (che si erano vendicati di centinaia di anni di battaglie perse occupando nel 1919 la Mongolia) e poi a instaurare un regime sovietico nel paese, crollato dopo la perestrojka.

E verso Pechino (nel cui territorio – esattamente nella provincia autonoma della Mongolia interna – vivono più mongoli che nella stessa repubblica di Mongolia) si muove la quasi totalità (il 95,3% secondo i dati del 2014) delle esportazioni mongole, legate soprattutto alle miniere. Il sottosuolo mongolo è, infatti, ricchissimo di rame, oro, carbone, molibdeno, fluorite, uranio, stagno e tungsteno.

Da Pechino arriva più di un terzo del volume totale delle importazioni mongole: i dati del 2014 dicono che dalla Cina arriva il 41.5% delle importazioni totali, dalla Russia il 27.4%, Corea del Sud 6.5%, Giappone 6.1%.

Economia in affanno e ruolo italiano
L’economia mongola soffre: se nel 2013 la crescita era stata dell’11,3% e l’anno successivo del 7,8%, le stime del 2015 parlano del 3,5% (altre invece sono ancora più basse, del 2,3%). A pesare, il crollo dei prezzi dei minerali estratti, che ha dato uno scossone anche al fiorente settore immobiliare e delle costruzioni. Sono molti i palazzi e i grattacieli di Ulaanbaatar che attendono di essere completati o che sono vuoti e le imprese, anche straniere, che non sono state pagate per lavori effettuati.

Il tutto, in un Paese che ha una popolazione giovanile molto numerosa (il 43% dei mongoli ha meno di 25 anni, il 45% tra i 25 e i 54), un tasso di disoccupazione del 7,7% (2014, in aumento secondo stime all’8,3) e un reddito medio di 12.500 dollari.

Secondo i dati dell’ufficio Ice di Pechino (che ha giurisdizione anche sulla Mongolia), l’Italia è al quinto posto tra i paesi destinatari dell’export della Mongolia, con una quota di mercato dell’1,3%; come fornitore (provenienza dell’import) si attesta invece al 12° posto, con una fetta di mercato pari allo 0,6% (maggio 2015).

Nel primo semestre 2015, le esportazioni italiane in Mongolia hanno registrato un calo del 15% rispetto al primo semestre 2014, attestandosi a 11,6 milioni di euro, costituendo comunque il decimo fornitore per il paese (tra le voci principali: meccanica, moda, arredo e alimentare).

La meccanica strumentale rappresenta la voce principale dell’export italiano nel paese, seguita dalla moda e dai prodotti della metallurgia. Le importazioni, pari a 25 milioni di euro, sono aumentate del 25%, e in gran parte sono costituite da prodotti agricoli.

La quota di mercato dell’export italiano è dello 0,9%, terza dopo Germania (3%) e Francia (1%). I settori di punta sono il minerario e il tessile; questi ultimi in dettaglio: 4,2 milioni di dollari per le esportazioni di metalli (2015), 7,4 milioni di dollari per le esportazioni nel settore tessile e dell’abbigliamento. Gli investimenti diretti italiani in Mongolia si attestano al 2013 a 10 milioni di euro.

Gli italiani in Mongolia sono davvero pochi: attualmente – compresi missionari e missionarie – sono poco più di una trentina, principalmente impegnati nei macchinari e nella moda (cachemire soprattutto). Ma il Paese, nonostante la crisi che sta attraversando, rappresenta comunque una grande opportunità per le nostre aziende.

Basti pensare che a fronte di quasi 3 milioni di abitanti in totale (due terzi dei quali vivono a Ulaanbaatar, in un Paese che è cinque volte l’Italia, il diciannovesimo al mondo), vivono oltre 40 milioni di animali e non c’è una industria capace di poterne processare le carni e le pelli e manca la catena del freddo.

Bisogna poi considerare l’importanza strategica del Paese non solo da un punto di vista industriale-minerario (che solo di striscio interessa l’Italia, mentre australiani e cinesi la fanno da padroni).

Un interlocutore per trattare con Pyongyang
Schiacciata tra due potenze, ma forte della sua neutralità, la Mongolia negli ultimi anni si è accreditata come interlocutore affidabile in una serie di situazioni. Prima fra tutte la Corea del Nord. Ad Ulaanbaatar c’è una forte presenza nordcoreana (è anche ospitata una rappresentanza diplomatica di Pyongyang) e nel regno di Kim Jong-un la rappresentanza diplomatica mongola è spesso la base per negoziati più o meno ufficiali tra il regime e il mondo.

L’Asem servirà proprio a questo, a dimostrare al mondo che la Mongolia può ritagliarsi un ruolo nello scacchiere internazionale, nonostante la sua attuale instabilità politica (le elezioni si terranno poco prima del vertice internazionale).

E l’Italia giustamente non vuole stare a guardare. Non a caso a dicembre il ministro Paolo Gentiloni ha annunciato l’apertura di una nostra ambasciata nel paese (attualmente c’è solo un console onorario e tutto dipende dall’ambasciata a Pechino), mentre a Roma è già presente una rappresentanza diplomatica mongola così come funziona una Camera di Commercio italo-mongola.

– See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3401#sthash.0iOtkUUG.dpuf

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Cina installa missili su isole contese

La Cina ha installato un potente sistema di missili terra-aria su una delle isole al centro delle dispute territoriali nel mar Cinese meridionale: lo ha reso noto Fox News, in base all’esame delle foto satellitari. La vicenda, che è un ulteriore passo del rafforzamento militare nell’area, è stata anche confermata dalle autorità di Taiwan. L’isola, su cui è stato installato anche un sistema radar, è quella di Yongxing, nelle Paracel, rivendicata (e nota pure come Woody Island) da Vietnam e Taiwan. La notizia è emersa durante il summit tra Usa e Paesi dell’Asean di Sunnylands, in California, il cui articolato documento finale, pur precisando la libertà di navigazione e la soluzione pacifica delle controversie, non ha fatto menzione esplicita di Cina o Mar Cinese meridionale a causa delle diverse valutazioni in capo ai leader partecipanti. Secondo Fox News, l’episodio è “un’altra evidenza del fatto che la Cina sta rafforzando la militarizzazione delle isole nel mar Cinese meridionale facendo salire le tensioni nella zona”. I funzionari Usa, ha aggiunto l’emittente Usa, hanno confermato l’accuratezza delle immagini e identificato i missili terra-aria nei sistemi HQ-9, forti di una gittata di circa 200 chilometri e quindi potenziale minaccia per qualsiasi aereo civile o militare in volo nelle vicinanze. A Taiwan, il ministero della Difesa ha confermato la mossa dei militari di Pechino precisando, in una nota, che Tapei “guarda da vicino gli sviluppi” mettendo in guardia le parti coinvolte, senza mai nominare la Cina, dal prendere “qualsiasi azione unilaterale” che possa far salire le tensioni a danno della pace e della stabilità della regione.

 

fonte: ANSA

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Notte di scontri a Hong Kong, almeno 90 feriti e 54 arrestati

Notte di violenti scontri ad Hong Kong con almeno 54 persone arrestate e circa 90 rimaste ferite nel quartiere di Mong Kok, dove la polizia ha cercato di far sgomberare i venditori di ‘fish ball’, le polpette di pesce tipiche del Capodanno cinese, scatenando le proteste di ambulanti e attivisti. La polizia ha usato manganelli e spray al peperoncino per allontanare i manifestanti armati di pietre, bottiglie e altri oggetti recuperati per strada. Le foto che circolano in rete mostrano, inoltre, che sono stati appiccati fuochi e danneggiate auto. La tensione è notevolmente salita quando gli agenti hanno sparato due colpi in aria per disperdere la folla. Si tratta degli scontri più violenti dalla ‘rivolta degli ombrelli’, le proteste per la democrazia del 2014. Secondo le autorità, la polizia avrebbe avvertito i venditori ambulanti di lasciare il quartiere ma loro si sono rifiutati. Di solito, scrive la Bbc, c’è una sorta di tolleranza nei confronti dei venditori per le strade di Hong Kong ma quest’anno la polizia ha deciso di usare il pungo di ferro contro chi non ha le licenze. Tra i manifestanti c’erano anche gruppi ‘anti-Pechino’, tra i quali il partito ‘Youngspiration’, sceso in piazza, secondo il leader Baggio Leung, per difendere le tradizioni locali. La protesta intanto è diventata virale sul web dove l’hashtag ‘#fishballrevolution’ è tra i più seguiti.

fonte: ANSA

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