Xi Jinping, all’Apec per difendere il libero commercio

articolo pubblicato da Affarinternazionali

La Cina che si sta imponendo al mondo è un Paese bivalente che se dal punto di vista della politica interna è improntato ad un rigorismo e a un conservatorismo che non ha precedenti, quanto meno nei tempi più recenti, dal punto di vista della proiezione esterna, in chiave per lo più economica, tende ad aprirsi sempre di più.

Non a caso, in occasione del recente vertice Apec (Asia Pacific Economic Cooperation) tenutosi a Lima, l’ormai quasi “leader maximo” Xi Jinping ha fortemente difeso il libero commercio.

Chiusura interna, apertura internazionale
Una chiara risposta al neo presidente Usa, Donald Trump, che del protezionismo (e della lotta al made in China con l’ipotesi dell’introduzione di nuovi pesanti dazi per il paese del dragone) ha fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale (a dire il vero, poco applicabili, più slogan elettorali che altro).

E mentre si apre al mondo globalizzato, Xi Jinping all’interno concentra sempre di più su di sé il potere politico. Da quando è diventato presidente, nel 2013, ha assommato nella sua persona un numero sempre maggiore di cariche, compresa quella di Comandante del centro operativo delle forze armate. Qualche analista ha detto che dai tempi di Mao nessun altro leader aveva avuto tanto potere.

E dalla fine di ottobre il presidente cinese è diventato anche “nucleo” della leadership del partito. Durante il sesto Plenunum del Comitato Centrale del partito comunista, infatti, Xi ha ottenuto anche questa nuova nomina. Un ulteriore rafforzamento dei suoi poteri, dimostrata anche dalla nomina di suoi sodali a posti chiave o a capi di commissioni che di fatto guidano, sotto il suo controllo, il paese. Xi ha anche licenziato il ministro dell’economia, sostituendolo.

Un cinese a capo dell’Interpol
Fa parte del soft power cinese e del suo accreditamento internazionale anche la recente nomina a capo dell’Interpool di un cinese, Meng Hongwei, ex viceministro della pubblica sicurezza, che succede alla francese Mireille Ballestrazzi. E se per qualcuno avere un cinese a capo dell’Interpool potrebbe favorire il miglioramento dei rapporti internazionali della Cina con gli altri Paesi, per altri non si tratta che dell’ennesimo colpo di Xi per perseguire la sua politica anti-dissidenza.

Già in passato infatti la Cina aveva dato all’Interpool un lungo elenco di nomi di ricercati, latitanti all’estero (corrotti ma anche dissidenti per motivi politici) per i cinesi, rifugiati per altri, che potrebbero vedersi obbligati a tornare in patria. Molti di questi vivono in Paesi che non hanno trattati di estradizione con la Cina, a causa della presenza di torture e pena di morte in questo Paese.

Ma alcuni Stati, come il Canada, hanno deciso di cominciare a discutere un trattato del genere con Pechino. La preoccupazione è che, come per la lotta interna agli oppositori, la Cina possa sfruttare l’autorevolezza del capo dell’Interpool (che non ha sua polizia ma coordina e indirizza azioni) per combattere chi si oppone al regime cinese, come accade per gli uighuri.

L’originale giuramento dei parlamentari di Hong Kong non piace alla Cina
E lo strapotere cinese si fa sentire sempre di più anche a Hong Kong. La ex colonia britannica infatti fa sempre più fatica a conservare la sua autonomia e indipendenza nei confronti della politica accentratrice e decisionista di Pechino.

Il tribunale di Hong Kong ha deciso pochi giorni fa di sospendere due membri del nuovo parlamento, eletti lo scorso settembre, dopo che proprio Pechino, il 7 novembre, aveva sollevato la questione che il giuramento da loro prestato fosse da considerarsi nullo e invalido.

La questione era sorta dopo che i due giovanissimi neo parlamentari, Sixtus Leung (detto Baggio in onore del famoso calciatore italiano) e Yau Wai-ching, il 12 ottobre, durante l’ufficiale cerimonia di giuramento e fedeltà, avevano deciso autonomamente di non attenersi alle formule standard che prevedono un giuramento di fedeltà sia alla regione autonoma di Hong Kong che alla repubblica cinese, ma avevano inserito nel discorso alcune espressioni in chiave anti-cinese e si erano presentati avvolti nella bandiera di Hong Kong, con sopra la scritta “Hong Kong is not China”.

Nel recitare le formule avevano anche intenzionalmente pronunciato male il termine “Cina” utilizzando lo stesso modo dispregiativo usato dai nazi-giapponesi. I due, che fanno parte del partito pro indipendenza Youngspiration, hanno già annunciato che faranno appello e che non intendono cedere.

In questo caso Pechino ha agito, almeno formalmente, nella cornice della legalità e del consentito. Il Paese del dragone infatti ha giustificato la sua intromissione negli affari di Hong Kong avvalendosi di una clausola presente nella costituzione di Hong Kong, la cosiddetta Basic Law, che consente alla Cina in particolari circostanze di prevalere sul legislatore locale.

Una clausola in verità usata nella storia solo cinque volte, sempre però per rimarcare, come sostengono i protestanti, che Hong Kong di fatto non è indipendente o comunque lo è sempre meno. E del resto la posizione di Hong Kong nei confronti della Cina è sempre stata particolare e di difficile definizione, sin da quando, nel 1997, la città, sottratta agli inglesi, ritornò di fatto alla Cina.

Gli accordi presi stabilirono un periodo di transizione, fino al 2024, durante il quale Hong Kong si sarebbe governata da sola, in base al principio “un Paese, due sistemi”. E per questo periodo fu varata appunto una “mini costituzione” che però tra le sue clausole prevede la possibilità per la Cina di intervenire.

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