La Cina ricorda o dimentica la Rivoluzione Culturale? Pensare a Mao per guardarsi da Xi

C’è voluto un giorno alle autorità cinesi per decidere se e cosa scrivere in merito alla ricorrenza dei 50 anni dalla Rivoluzione culturale di Mao. Solo a distanza di 24 ore, due giornali (con degli editoriali: nessun commento ufficiale delle autorità, anche se il peso è lo stesso) hanno ricordato uno dei momenti peggiori, ma anche un importantissimo pezzo della storia, della Cina.

Il 16 maggio 1966, infatti, cominciava una delle pagine più oscure dell’umanità che, in un decennio, portò al quasi annientamento di una civiltà millenaria e alla morte di oltre un milione e 700.000 persone.

Con la Rivoluzione culturale, la Cina ha fatto i conti quasi subito. Già sotto Deng Xiaoping, nel 1981, si dichiarò la distanza dal movimento anche se ovviamente si salvò il suo ideatore e i principi che lo ispirarono nell’iniziarla, accusando invece la Banda dei Quattro capeggiata da Jiang Qing, la vedova del Grande Timoniere, di avere sfruttato la Rivoluzione.

Contro ogni tipo di autorità
Il 16 maggio 1966 veniva pubblicata una circolare con la quale si affermava che il progresso maoista cinese era minacciato dal suo interno. In quel momento infatti in Cina, il maoismo era attaccato da un lato dal Grande Balzo in avanti che Mao volle per industrializzare il paese e che invece portò anche alla gravissima carestia del 1960; dall’altro, forze innovatrici e riformiste si muovevano all’interno del partito per riportare all’origine del comunismo il partito e il paese.

Mao, facendosi scudo della sua influenza, fece passare la risoluzione (che venne pubblicata integralmente solo un anno dopo) partendo dal presupposto che i nemici del paese erano all’interno dello stesso partito e invitando di fatto i giovani (che si costituirono poi nelle Guardie Rosse) a combattere qualsiasi tipo di autorità esclusa la sua.

E così fu: dieci anni di vero caos (quel “grande caos che realizza grande ordine”, come lo stesso Mao lo definì in una lettera alla moglie) durante il quale qualsiasi tipo di autorità fu messa almeno in discussione, se non subiva peggiori conseguenze come campi di lavoro forzati, prigionia o uccisioni.

Anche Deng Xiaoping e il padre dell’attuale presidente Xi Jinping subirono la stessa sorte. La guerra dichiarata ai “quattro vecchi” (vecchie tradizioni, vecchia cultura, vecchi costumi e vecchie idee) era cominciata e avrebbe seguito per dieci anni le sorti del suo ideatore, lasciando dietro di sé distruzione e morte.

La repressione dei dissidenti
Di questa scia di morte, forse la vittima più famosa dell’epoca è il presidente cinese Liu Shaoqi: teorico del modello sovietico di sviluppo economico contro quello maoista, fu visto dal Grande Timoniere come il suo maggiore contendente, il pericolo maggiore al suo progetto e fu arrestato come traditore dalle Guardie Rosse, morendo poi in carcere due anni dopo.

In quest’ondata si inserisce anche la misteriosa morte di Lin Biao, il vice di Mao, suo successore designato e capo delle Guardie Rosse, il cui aereo cadde misteriosamente durante una lotta intestina per la successione al Grande Timoniere.

Nonostante questo, la condanna del partito alla Rivoluzione culturale arrivò soltanto nel 1981 con un documento nel quale il movimento venne descritto come una “vera catastrofe”, che non può essere visto “come una rivoluzione o un progresso sociale in nessun senso”. Ma Mao non viene condannato per questo, come invece avviene per la Banda dei Quattro.

Dopotutto è chiaro: il partito comunista cinese, allora come oggi, non può rinnegare se stesso ma soprattutto la sua leadership, perché aprirebbe sacche di contestazione e la possibilità di critiche che non possono essere accettate. Lo stesso Deng Xiaoping, avversario di Mao ma nuovo leader dalla Cina e padre del paese com’è oggi, anche se subì moltissimo da Mao e dalle Guardie Rosse, disse che il Grande Timoniere aveva commesso errori solo al 30% e quella percentuale era legata solo alla Rivoluzione culturale.

Commemorazioni tardive e rivoluzioni 2.0
Non c’è stata nessuna censura statale alla ricorrenza dei 50: nessun commento è stato bandito da Internet, anche se c’è stato un tacito silenzio. Nessuno ne ha parlato, sulla stampa, sui giornali. Solo il giorno dopo (anticipato nella notte sull’edizione online), un editoriale in quarta pagina del Quotidiano del Popolo, l’organo del partito (poi seguito anche dal Global Times, vicino alle posizioni dell’esercito), ha ribadito la condanna espressa nel 1981 chiedendo al paese di stringersi al suo presidente Xi Jinping e alle sue azioni.

Già, il “nuovo Grande Timoniere” della Cina. Ma per molti analisti, Xi non ha imparato (o ha imparato troppo bene) la lezione inflitta a suo padre durante la rivoluzione culturale. Il presidente, infatti, pare essere al comando di una “rivoluzione culturale 2.0”, come la chiamano in molti.

La sua lotta alla corruzione all’interno del partito (“colpiamo tigri e mosche”) ha di fatto decapitato i suoi avversari politici; ha sapientemente creato un nuovo culto della personalità attraverso un soft power mediatico nel paese e fuori; ha stretto il controllo sui media, allontanando tutti coloro che non si adeguano; ha reso più difficile la vita ai giornalisti sia cinesi sia stranieri presenti nel paese e, secondo le stime delle organizzazioni non governative che si battono per i diritti umani, sotto di lui sono aumentati i casi di arresti, detenzioni, condanne e allontanamenti dei dissidenti.

Oggi come allora, il paese del Dragone non parla di questa “rivoluzione”, non sentendo sulle proprie spalle il peso di queste decisioni e di queste azioni. Dopotutto, le autorità di Pechino perseguono il loro scopo (fino ad ora riuscito) di migliorare le condizioni di vita in Cina, anche utilizzando metodi non proponibili in altri paesi. Fino a che dura, fino a quando saranno in grado di offrire panem et circenses, difficilmente qualcuno sarà messo in discussione.

Pubblicato sulla rivista Affarinternazionali

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