La realpolitik di Bergoglio in Cina: gesuiti euclidei vestiti come bonzi per entrare a corte…

Ho scritto un articolo per la rivista AffarInternazionali, dello Iai (Istituto Affari Internazionali), sulla politica di Papa Bergoglio verso la Cina e la situazione dei cristiani nel paese. Lo spazio della rivista non mi ha permesso di esprimere tutto quello che avrei voluto, per cui troverete qui l’articolo pubblicato e di seguito una sua versione estesa. Sulla faccenda, avevo già scritto qui.

E’ la Cina uno dei principali obiettivi pastorali e diplomatici di Papa Francesco. L’ex cardinale di Buenos Aires, sin dall’inizio del suo pontificato, ha chiaramente indirizzato al paese del dragone molti suoi inviti e attenzioni, dichiarandosi, in più di una occasione, pronto ad andare lì anche subito. Ma i rapporti tra la Santa Sede e la Cina non sono idilliaci. Dal punto di vista diplomatico, i due paesi non hanno relazioni dal 1951, in considerazione anche del riconoscimento della Santa Sede di Taiwan, che Pechino ritiene proprio territorio. Uno scoglio, quello di Taiwan, che il Vaticano ha fatto intendere che può facilmente superare, in cambio di poter legittimamente “entrare” in un paese dove su 1 miliardo e 300 milioni di persone, secondo alcune stime ci sono almeno il 2,3% di cristiani, in maggioranza protestanti, con circa 14 milioni di cattolici (tra membri della chiesa statale e fedeli al Papa). Nonostante le aperture e le braccia aperte di papa Bergoglio, il solco insormontabile è definito dalla presenza dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, la chiesa autocefala cinese che, come tale e non legata al papato, si avoca il diritto di nominare e consacrare i vescovi e ordinare i sacerdoti. E’ proprio su questo punto, sulla consacrazione episcopale, che Roma e Pechino hanno le loro maggiori differenze, anche se Bergoglio ha fatto intendere, non senza qualche mugugno da parte di fedeli e gerarchie ecclesiali cinesi, di essere disposto a cedere qualcosa. Lo scorso 2 febbraio, il quotidiano on line di Hong Kong Asia Times, ha pubblicato una intervista che papa Bergoglio ha rilasciato all’editorialista del giornale, il sinologo Francesco Sisci (ricercatore alla Università del Popolo di Pechino), la prima ad un giornale asiatico sulla Cina e i cinesi. L’intervista è stata fatta in Vaticano il 28 gennaio, durante una delle tre visite che funzionari del partito comunista cinese ed esponenti vaticane si sono scambiati (qualcuno dice pure che gli eventi sono legati, fatti dalle stesse persone). E segue il solco di questa premessa: non si parla di politica né di religione. Una premessa francamente poco realistica, visto l’intervistato: capo di uno stato (vera teocrazia e ierocrazia) e di una religione. Ma pienamente nel solco di una realpolitik tutta bergogliana che, fino ad ora, almeno sulla Cina, ha cercato di avvicinare il Vaticano al paese asiatico ma lasciando l’amaro in bocca a molti fedeli cinesi e sconcertato diversi osservatori. Nell’intervista, durante la quale il Papa fa anche gli auguri per il nuovo anno, Bergoglio loda la cultura e il popolo cinese, parla dell’aspetto sociale del vivere cinese e affronta temi come quello del figlio unico. Ma nessuna parola sulla situazione dei cristiani in Cina, sulle chiese abbattute dal governo, sui vescovi impossibilitati a svolgere il proprio mandato. Come Taddeus Ma Daqin, consacrato vescovo di Shanghai nel 2012, che avendo durante l’omelia della sua ordinazione fatto testimonianza di vicinanza al Papa, da allora è rinchiuso “agli esercizi spirituali” nel seminario del santuario di Sheshan vicino Shanghai. Oppure di monsignor Cosma Shi Enxiang, che ha passato 54 anni in carcere e arrestato l’ultima volta nel 2001, senza che da allora se ne sappia niente. L’anno scorso, le autorità informarono la famiglia che il vescovo di Yixian era morto, ma ad oggi non hanno mai restituito i suoi resti. Bergoglio nell’intervista non ha assolutamente fatto cenno a questo. Come al caso delle chiese distrutte o dei fedeli arrestati di continuo se trovati a pregare. Una intervista che sarebbe perfetta in termini diplomatici se a parlare fosse un capo di stato interessato ad entrare nel mercato cinese (dal quale non si può prescindere) e quindi disposto a soprassedere alle questioni dei diritti umani e sociali, più che il capo della Chiesa Cattolica. Qualche analista, oltre che di realpolitik di Bergoglio, parla anche di una sorta di nuova Ostpolitik bergogliana, come quella utilizzata nei confronti del blocco sovietico. Ma i tempi e gli attori erano molto diversi e fa specie leggere dal vicario di Pietro, dal pastore degli ultimi, da colui che sempre si è scagliato contro i soprusi e per il rispetto delle fedi e delle persone, nessuna parola sulla situazione dei cristiani in Cina. Ma Bergoglio e i suoi più vicini collaboratori, a cominciare dal segretario di Stato Parolin, sono molto lucidi e consequenziali in questo atteggiamento: non a caso il Papa si rifiutò di incontrare l’anno scorso a Roma il Dalai Lama e sono davvero poche le sue condanne alla situazione del cristianesimo in Cina, tanto che un illustre esponente del Vaticano nel paese del dragone, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato questo silenzio del successore di Pietro. Bergoglio ha spesso ribadito di muoversi nel solco della lettera che il papa emerito Benedetto XVI inviò ai cattolici di Cina nel 2007, dichiarandola ancora attuale. Eppure, nel documento che è alla base ancora del dialogo fra le parti, il teologo tedesco scrisse chiaramente dell’incompatibilità della Santa Sede e della dottrina cattolica, con la Chiesa patriottica cinese e la suo decantato e difeso autocefalismo. Difesa che il governo cinese ha ribadito due giorni dopo la pubblicazione dell’intervista, in un editoriale del Global Times, quotidiano in lingua inglese vicino all’organo del partito comunista cinese, il Quotidiano del Popolo. Per i cinesi, il messaggio del papa di auguri per il nuovo anno è “una nota gentile”, ma il Vaticano “deve essere pragmatico”, riaffermando il concetto di indipendenza della propria chiesa da Roma. “La Cina – scrive il Global Times – dà grande importanza alla presente indipendenza delle istituzioni religiose da quelli fuori della Cina. Non ci si può aspettare che Pechino trovi un compromesso su questo punto”. Una porta chiusa, che riporta tutto su un piano ancora più reale. Si parla di poter applicare alla Cina il modello vietnamita per la nomina dei vescovi: il Vaticano effettua una ricerca fra i candidati e poi presenta al governo un nome per la sua approvazione; se Hanoi l’approva, la Santa Sede nomina ufficialmente il vescovo; se il Vietnam rifiuta, il Vaticano è costretto a presentare un altro nome, e così via fino a che non si raggiunge il consenso bilaterale. Un modello che Pechino rigetta (in Vietnam non è che abbia risolto tutti i problemi dei cattolici di quel paese, anzi), perché vuole da sé proporre i nomi che poi magari possano trovare il favore papale. E provvedere alla ordinazione in autonomia. Nella già citata lettera, papa Benedetto aveva chiaramente scritto che l’ordinazione e la scelta spettano solo al Vaticano, spingendosi finanche a dichiarare che l’ordinazione dei vescovi cinesi senza il consenso di Roma è illegittima ma valida, così come sono valide le ordinazioni sacerdotali da loro conferite e sono validi anche i sacramenti amministrati da tali Vescovi e sacerdoti. L’opposizione della Cina sta in due fattori: innanzitutto il governo centrale non può permettere ad un paese straniero di interferire in nomine di funzionari di un apparato di governo quale è la chiesa patriottica (impensabile che cancellino l’associazione guidata da un funzionario del partito comunista); in secondo luogo, si teme per il peso sociale e politico che i pastori delle diocesi hanno, soprattutto in chiave anti governativa o a favore di rivendicazioni sociali e umane. Bergoglio non ha al momento scoperto le carte sulla sua idea di compromesso con i cinesi, punta ad un incontro faccia a faccia con il presidente cinese, per poi cominciare una vera trattativa. L’intervista del 2 febbraio va in questo solco, mostrando Bergoglio come Matteo Ricci, il gesuita “euclideo” che per entrare alla corte degli imperatori Ming, si “vestì da mandarino” (non da bonzo come citato in una famosa canzone) e acquistò molto credito a Pechino. Questo vestito sicuramente agli occhi dei cinesi fa ottenere molta simpatia a Bergoglio, ma da qui a dire che otterrà quanto richiesto, soprattutto in termini di ordinazioni episcopali, è difficile. Un incontro è possibile, la cancellazione della chiesa patriottica è al momento impossibile. La Cina, come ha sempre fatto anche per altre “minacce” occidentali (vedi social network), si è creata un suo surrogato della Chiesa cattolica, che può controllare totalmente. Difficilmente ne potrà fare a meno. Bergoglio ne è consapevole e la sua realpolitik mira al primo risultato. E se questo deve far storcere il naso a molti, pazienza. Papa Francesco ha, fino ad ora, fatto del suo il pontificato dell’anti.

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2 risposte a “La realpolitik di Bergoglio in Cina: gesuiti euclidei vestiti come bonzi per entrare a corte…

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