Taiwan sceglie il presidente: donna e distante da Pechino

144756000-0145bb26-35f6-46ed-a11f-367ee94e320bIl nuovo presidente taiwanese, che giurerà a maggio, è Tsai Ing-wen, sessantenne leader del Partito Democratico Progressista (Dpp), sodalizio da sempre lotta per l’indipendenza di Taiwan dalla Cina. Una scelta che ribalta quella del 2012, quando la stessa Tsai fu battuta da Ma Ying-jeou e dal suo Kuomintang, il partito nazionalista vicino a Pechino. La prima presidente donna taiwanese (per la prima volta, tra l’altro, in Asia vince una donna non imparentata con nessun precedente leader), ha conquistato il 56,12% dei voti, contro il 31,04% del Kuomintang, conquistando 68 seggi su 113. Alle precedenti elezioni, il partito nazionalista aveva conquistato il 51,60% dei voti contro il 45,63% del Dpp. La forza elettorale della Tsai e del suo partito era già emersa a novembre del 2014 quando conquistò 13 delle 22 municipalità e contee taiwanesi al voto. A pesare sul risultato, sicuramente i sentimenti anti cinesi di molta parte della popolazione dell’ex Formosa, soprattutto dei giovani, gli stessi che furono protagonisti di una importante manifestazione anti cinese nel 2014. Sotto i due mandati di Ma Ying-jeou, infatti, c’è stato un importante ravvicinamento tra Taipei e Pechino, con l’apertura di diversi canali di comunicazione, trasporti e scambi commerciali, sfociato in un incontro tra i due presidenti a novembre scorso a Singapore. Aperture che, se da un lato hanno favorito l’economia taiwanese (nonostante lo slowdown di Pechino che poi ha tirato già anche Taiwan, soprattutto perchè per l’isola la Cina è il primo partner commerciale), dall’altro hanno spaventato i taiwanesi di un controllo maggiore da parte del partito comunista di Pechino. Il quale, ribadendo il concetto di una sola Cina, di Taiwan come provincia ribelle, alla notizia della vittoria di Tsai Ing-wen ha diffuso un comunicato nel quale si dichiara disposto “a rafforzare il contatto con qualsiasi partito politico o gruppo sociale che concorda sul fatto che i due lati dello Stretto appartengono a una sola Cina”. Una dichiarazione che se da un lato lascia la porta aperta, dall’altro mette dei paletti che certamente renderanno difficile il dialogo ocn la nuova leadership taiwanese. Dal canto suo, Tsai ha proposto di aprire 200.000 alloggi a prezzi accessibili in otto anni. Il suo partito ha suggerito a maggio di cambiare le leggi di Taiwan per aumentare i salari e tagliare settimane di lavoro. Tsai ha anche ribadito la sovranità di Taiwan sulle isole del Mar Cinese Orientale anche vantati dalla Cina, ma controllati da parte del Giappone. Ha detto che Taiwan è pronta a lavorare per ridurre le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, dove Taiwan, Cina e altri quattro governi condividono rivendicazioni territoriali sovrapposte. Pechino rivendica la sovranità di Taiwan fin dalla guerra civile cinese degli anni ’40 e aveva mantenuto relazioni gelide con l’isola fino al 2008, quando invece era salito alla presidenza Ma Ying-jeou. La Cina non riconosce Taiwan come Stato indipendente in virtù della cosiddetta ‘One-China policy’, secondo la quale esiste una sola Cina nonostante ci siano due entità politiche che si definiscono tali: si tratta della Repubblica popolare cinese e di Taiwan, il cui nome ufficiale è Repubblica di Cina. Il motivo risale al 1949, quando i comunisti guidati da Mao Zedong sconfissero il partito nazionalista Kuomintang guidato da Chiang Kai-Chek nella guerra civile cinese e il Kuomintang si rifugiò sull’isola di Taiwan. Da allora il governo di Pechino tratta l’isola come una regione della Cina, anche se vige un sistema politico differente, e definisce il presidente di Taiwan “leader taiwanese”, senza mai specificare il suo incarico. A novembre del 2015, dopo 66 anni, i presidenti di Cina e Taiwan si sono incontrati a Singapore per la prima volta dal 1949. Ma questo incontro non portò realmente a nessun risultato (e difficilmente ne porterà altri) come racconto qui in un articolo per Affarinternazionali.

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