Mano dura di Pechino nello Xinjiang: condanne a morte e arresti

La Cina non intende rinunciare alla linea dura contro gli estremisti uighuri. Con tre condanne a morte, due ergastoli e decine di anni di prigione si e’ concluso il processo per l’attentato a Tiananmen dell’ottobre scorso, che aveva provocato cinque morti. Mentre nella provincia di Xinjiang – dove vive la minoranza etnica turcofona e musulmana degli uighuri – oggi sono state giustiziate 13 persone, dopo essere state accusate di “terrorismo e altri atti di violenza”. I tre condannati al patibolo – Husanjan Wuxur, Yusup Umarniyaz e Yusup Ahmat – sono stati considerati i capi del gruppo terrorista che ha organizzato l’attentato in piazza Tiananmen, nel centro di Pechino. Per gli altri imputati, tra cui due donne, ritenuti i loro complici, la condanna e’ a decine di anni di prigione. L’attentato era stato compiuto da tre terroristi (un uomo accompagnato dalla moglie e dalla madre) che si erano scagliati con una jeep contro i turisti in fila davanti all’ingresso della Citta’ Proibita, uno dei luoghi piu’ controllati di Pechino. L’ automobile aveva poi urtato contro un pilone e preso fuoco proprio sotto al ritratto del presidente Mao Zedong che domina la piazza, simbolo del potere comunista cinese. I tre attentatori erano morti sul colpo. Con loro, avevano perso la vita due turisti mentre altri cento erano rimasti feriti. Nelle ultime settimane sono stati effettuati nel Xinjiang centinaia di arresti e sono state comminate almeno 15 condanne a morte, tre delle quali in un processo di massa allo stadio che ha ricordato agli osservatori i tempi della Rivoluzione Culturale e delle guardie rosse. Oggi, 13 di queste sono state eseguite, riferisce l’agenzia Nuova Cina che fornisce però pochi dettagli: i giustiziati sono risultati implicati in sette casi diversi “di terrorismo e altri atti di violenza”. Il processo ai presunti organizzatori dell’attentato di Tiananmen e’ durato tre giorni, e vi hanno assistito circa 400 persone. Alcune donne sono state viste piangere alla lettura della sentenza. In nessuno dei processi contro gli uighuri risulta che siano stati presenti avvocati difensori scelti in modo indipendente dagli imputati. Negli ultimi mesi si e’ verificata una moltiplicazione di attentati che Pechino attribuisce agli estremisti uighuri legati all’Internazionale islamica del terrore: i piu’ gravi sono stati quelli di marzo a Kunming (29 morti) e del mese scorso a Urumqi (43 morti compresi quattro terroristi uccisi dalle forze di sicurezza). Il Congresso Mondiale degli Uighuri, la principale organizzazione di esiliati del Xinjiang, sostiene invece che Pechino esagera il pericolo dei terroristi islamici per giustificare la sua politica di repressione e di annientamento culturale dell’etnia. Il Xinjiang e’ in stato d’ assedio dal 2009, quando quasi 200 persone furono uccise a Urumqi in scontri a sfondo etnico. Spesso la regione e’ stata tagliata fuori dalle comunicazioni col resto della Cina. Internet funziona a singhiozzo e le visite di testimoni indipendenti sono fortemente scoraggiate dal governo e dai servizi di sicurezza. Gli uighuri sono circa nove milioni di persone e lamentano di essere stati ridotti a minoranza nella loro patria dalla massiccia immigrazione da altri aree della Cina. La regione e’ ricca di materie prime e si trova in una posizione strategica ai confini con l’ Asia centrale e meridionale.

fonte: Beniamino Natale per ANSA

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