Renzi in Vietnam e Cina: delocalizzazione, cambiamento e coraggio le parole d’ordine. Ma i risultati?

Il premier italiano Matteo Renzi ha appena terminato il suo viaggio asiatico. Il primo di un premier tricolore in Vietnam. Un viaggio che l’ha portato ad Hanoi, a Shanghai e a Pechino in tempi ristretti. Forse anche troppo. Quanti sanno cosa è stato fatto durante questo viaggio? Credo pochi, anche perché sulla stampa italiana non è stato seguito più di tanto, nonostante al suo seguito c’erano un bel po’ di giornalisti delle migliori testate. Ma si sa, gli esteri in Italia sono argomento per pochi eletti, non interessano a nessuno, anche quando in gioco ci sono il fior fiore delle aziende italiane e il protagonista è il capo del governo. Andiamo con ordine. Se nessun primo ministro italiano sia mai andato in Vietnam, un motivo c’era. Il Vietnam è oggi quello che era la Cina una ventina di anni fa, la fabbrica del mondo, dove si produce a basso prezzo. Null’altro. Per le aziende italiane, il Vietnam è un eldorado in termini di costi di produzione, ma ancora troppo poco in termini commerciali. I ricchi sono ancora pochi, anche se ad Hanoi ci sono negozi di catene internazionali non fanno i numeri di paesi vicini come Thailandia, Malesia, Indonesia. Il messaggio quindi è: andate in Vietnam a costruire fabbriche. Bene fino a quando a farlo sono aziende come la Piaggio che continuano a produrre anche in Italia. Male se a farlo sono aziende che chiudono in Italia. L’invito venuto dal governo è stato quindi quello di delocalizzare, la stessa parola che Renzi ha Shanghai ha detto che non ha una accezione negativa. E ha ragione, ma nessuno intorno a lui l’ha spiegato, non voglio credere che neanche lui sapesse. Il Vietnam fa parte di una serie di paesi riuniti nell’Asean (The Association of Southeast Asian Nation), un gruppo che ha accordi commerciali favorevolissimi con diversi paesi del sud est asiatico e d’oriente, tra i quali la Cina. Mi spiego: se io sono azienda italiana e produco frigoriferi nello stabilimento vietnamita, posso venderli in Cina a prezzi molto bassi perché non pago una serie di tasse che invece dovrei pagare se li esportassi direttamente dall’Italia. E questo ha un senso, soprattutto perché i volumi che si generano in questi paesi dovrebbero poi essere reinvestiti in Italia. Qualcuno l’ha mai spiegato questo? Ho parlato di Cina e non a casa, perché ora in Cina si viene per due cose: vendere o attrarre investimenti. Renzi è atterrato con l’aereo di Stato a Shanghai alle 16. Alle 16.45 era all’ex padiglione italiano dell’Expo del 2015. Poco più di un’ora dopo seduto con il sindaco di Shanghai a parlare del polpo Paul e dei mondiali di calcio. Alle 19.30 cena da Otto 1/2 e poi partenza per Pechino. Questo è. A Shanghai si è rammaricato del fatto che la statura di Pinocchio nel padiglione non c’era più, nessuno gli ha detto che la statua è rimasta i pochi giorni che c’era l’esposizione della Toscana, non per tutti i sei mesi. Come tutti quelli che per parlare di Cina si rifanno a stereotipi, ha citato Marco Polo e Matteo Ricci, indicandoli come esempi di coraggio. Io di visite di stato ne ho viste ma soprattutto seguite molte. Questa non mi ha impressionato per niente, anzi, mi è sembrato di vedere e sentire il Cavaliere di Arcore. Nella discussione con gli imprenditori italiani e cinesi non è che sia uscito qualcosa di interessante, anzi. Qualche errore nei numeri, qualche frase ad effetto, qualche slogan televisivo. Ricordo un paio di anni fa la visita di Passera con un interessanti scambio con gli stessi imprenditori nello stesso luogo. Quello è costruttivo. A Pechino Renzi ha incontrato tra gli altri il premier Li Keqiang, il presidente Xi Jinping, il governatore della banca centrale cinese. Investimenti e riforme sul campo, nessuna parola sui diritti civili (da pochi giorni è trascorso l’anniversario di Tiananmen, per non parlare del resto), una serie di accordi firmati (molti dei quali in verità già firmati da tempo, ma si ha la memoria corta e la foto mentre si firma non si nega a nessuno) e un interessante forum con gli imprenditori. Ecco la visita di Renzi, non poco in verità e comunque importante il segnale di averla fatta. L’Italia è uno dei pochi paesi del G8 che snobba la Cina, nel senso che i suoi vertici ci vengono poco. Bene quindi anche se magari la prossima volta veniamoci più preparati e, soprattutto, incisivi, parlando un po’ meno di noi e spingendo un po’ di più su quello che si può fare. Rinforziamo la nostra presenza, forniamo gli uffici italiani in Cina di più soldi. Altrimenti, inutile continuare a parlarne. Avremo solo fatto il gioco di pochi imprenditori o aziende grosse. E, possibilmente, non dimentichiamoci che abbiamo una tradizione democratica e di diritti civili. Ricordiamolo anche alla Cina, il cui sviluppo è sempre meno sostenibile, costa moltissimo in termini ambientali e sociali.

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Archiviato in 'E renare (i soldi, l'economia), Diritti incivili

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