“Genocidio in Tibet”, Spagna vuole arrestare Jiang Zemin e altri papaveri cinesi

Sfida della magistratura spagnola alla Cina. Come già aveva fatto nel 1998 per l’ex dittatore cileno, Augusto Pinochet, l’Audiencia Nacional di Madrid ha spiccato oggi un ordine internazionale di arresto nei confronti dell’ex presidente Jiang Zemin, ancora influente nei ranghi del partito comunista cinese, e di altri veterani della nomenklatura politica e militare della Repubblica Popolare: accusati di complicità nel tentativo di genocidio contro il popolo tibetano. Oltre a Jiang, il provvedimento coinvolge Li Peng, primo ministro cinese tra la fine degli anni ’80 e gli inizi dei ’90; Oiao Shi, ex capo della sicurezza e responsabile della polizia armata popolare; Chen Kuyan, segretario del comitato regionale comunista del Tibet fra il 1992 e il 2001; e Peng Pelyun, ministro di Pianificazione familiare negli anni ’80, tutti denunciati dinanzi alla giustizia iberica (che rivendica competenza globale in caso di crimini impuniti contro l’umanità) da organizzazioni di esuli tibetani. Stralciate sole le posizioni di altri due ex ‘gerarchi’ chiamati in causa nel dossier: uno deceduto e l’altro ormai ultranovantenne. La clamorosa ordinanza di oggi accoglie il ricorso presentato dal Comitato di sostegno al Tibet, dalla Fondazione Casa del Tibet e dall’associazione costituita da Thunten Wangchen Sherpa Sherpa, cittadino di nazionalità spagnola, parti civili nella causa. E ribalta la decisione con cui il giudice istruttore Ismael Moreno aveva decretato il 3 aprile scorso il non luogo a procedere in Spagna per l’ex presidente cinese e gli altri ras coinvolti, ritenendo impossibile provarne la diretta partecipazione alle repressioni contestate in Tibet. La denuncia dei gruppi tibetani era stata presentata nel 2005 e dichiarata ammissibile nel 2006. E proprio su questa base l’Audiencia Nacional ha aperto un’inchiesta per genocidio, dichiarandosi competente di fronte all’impossibilità che i crimini contro l’umanità fossero investigati da tribunali cinesi o dalla Corte Penale Internazionale. Nel dossier si fa riferimento a violenze perpetrate contro la popolazione tibetana dal 1971 – anno in cui il codice penale spagnolo recepì il reato di genocidio – al 2005. E soprattutto a misure come “la legge marziale, le deportazioni, le campagne di aborto e sterilizzazione forzata di massa, le torture di dissidenti, il trasferimento in Tibet di contingenti di cittadini cinesi per dominare ed eliminare la popolazione autoctona”. Il ricorso accolto dalla quarta sezione dell’Audiencia si appoggia alle testimonianze raccolte per rogatoria in Canada, Belgio e Svezia e alle risoluzioni dell’Onu sul Tibet: documenti che consentirebbero di stabilire “la catena di comando” e di attestare “la partecipazione ai fatti” delle autorità cinesi denunciate. La notizia dei mandati di cattura è stata accolta dalle Ong interessate come una parziale vittoria in una lunga battaglia giudiziaria. “Non ce l’aspettavamo dopo tre archiviazioni”, ha commentato all’ANSA José Elias Esteve Molto, cattedratico dell’Università di Valencia e legale del Comitato di sostegno al Tibet. “Anche per le forti spinte esercitate fin dall’inizio dal ministro degli Esteri cinese che ha sollecitato il governo spagnolo ad archiviare il caso”, ha ammesso. L’avvocato ha quindi parlato di “ostruzione sistematica” da parte della diplomazia cinese, lasciando intendere di aspettarsi ancora pressioni di ogni tipo. Da Pechino, per oggi, non ci sono state comunque reazioni ufficiali, anche se la Repubblica Cinese ha già bollato in passato le denunce presentate in Spagna come “diffamazioni” e iniziative legalmente irricevibili. A far salire ulteriormente la tensione pende intanto anche il possibile coinvolgimento di un altro vecchio ‘mandarino rosso’ di spicco: Hu Jintao (presidente della Cina fino al marzo scorso, oltre che ex segretario generale del partito nel Tibet dal 1988 al ’92)). Il suo dossier, archiviato a giugno, e’ stato riaperto dalla stessa Audiencia Nacional il 10 ottobre.

fonte: ANSA

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