Addio a vescovo leader della chiesa sotterranea, una vita in clandestinità

Una vita dedicata alla fedeltà al Vaticano trascorsa tra carcere e clandestinità. E’ morto a 94 anni l’ex capo della ‘Chiesa del silenzio’ cinese, il vescovo Pietro Liu Guandong. Nella sua esistenza, vissuta sempre nella vicinanza a Roma, ha cercato di mantenere le fila della cosiddetta “chiesa sotterranea”, quella che in Cina non aderisce all’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, la chiesa dipendente direttamente dal governo di Pechino che ne decide vescovi e prelati. Liu nacque nel 1919 a Weigezhuang, nella contea di Qingyuan, nella provincia dell’Hebei, ed entrò nel seminario nel 1935 per essere poi ordinato sacerdote nel 1945. Nel 1955 il suo primo arresto, per essere rilasciato due anni dopo. Nel 1958, per essersi opposto alla Chiesa Patriottica, fu condannato all’ergastolo, ma venne rilasciato nel 1981, quando cominciò anche un’incessante opera di evangelizzazione e predicazione. Un anno dopo, fu consacrato, con il solo appoggio di Roma, vescovo ausiliario della diocesi di Yixian, della quale è divenuto poi ordinario quattro anni dopo. Il 26 novembre del 1989, il vescovo Liu fu arrestato dopo essere stato convocato all’ufficio di pubblica sicurezza di Baoding. Prima in carcere, poi nel 1990 condannato a tre anni di campo di rieducazione, durante i quali è stato destinato principalmente a raccogliere la spazzatura. Contro di lui, accuse di ‘organizzare, pianificare e formare organizzazioni illegali’ e ‘prendere parte in attività illegali’. Entrambi le accuse si riferiscono alla sua attività di fondazione, organizzazione e coordinamento della conferenza episcopale clandestina che fu tenuta nella provincia dello Shaanxi nel novembre 1989. In quell’occasione, Liu fu nominato presidente dai vescovi e preti fedeli a Roma intervenuti da tutta la Cina, facenti parte della ‘Chiesa sotterranea’. Il vescovo Liu, la cui consacrazione episcopale non è mai stata riconosciuta da Pechino, fu poi rilasciato il 21 maggio del 1992, ma destinato agli arresti domiciliari nel suo villaggio di Weigezhuang. La sua casa, i suoi libri e soldi sono stati confiscati dalle autorità. Nel 1994, mentre era confinato a casa, impossibilitato ad incontrare chiunque e ad allontanarsi di lì, subì un attacco cardiaco che ne deteriorò fortemente la salute. Grazie all’intervento notturno di alcuni preti, nel 1997 riuscì a scappare di casa e da allora – fino al 28 ottobre, quando è morto – ha vissuto in clandestinità in un luogo sconosciuto. La notizia della sua morte è stata diffusa nelle scorse ore dai gruppi cattolici clandestini in Cina solo dopo che la salma è stata inumata in un luogo segreto per evitare azioni da parte delle autorità cinesi. Sul vescovo Liu negli anni organizzazioni per i diritti civili e umani, oltre che rappresentanti di governi stranieri, hanno chiesto notizie alle autorità cinesi, pressando su di loro affinché rispettassero i diritti del presule. Per i cattolici cinesi fedeli a Roma, Liu ha rappresentato un importante punto di riferimento, colui che è riuscito a mantenere le fila della chiesa cinese vicina al Papa. Il successore di Liu, il vescovo Cosmas Shi Enxiang, nel 2001 è stato a sua volta arrestato e da allora non si hanno sue notizie.

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